Il libero mercato non necessita della regolamentazione statale

di Sheldon Richman, traduzione di Cristian Merlo

Il concetto di “libero mercato” non postula certo la mancanza di regole. Esso rimanda invece ad una situazione priva di interventi distorsivi da parte dello Stato, ovvero caratterizzata dall’assenza dell’esercizio della spoliazione legale o di qualsiasi altra forza di aggressione riconosciuta


La maggior parte delle persone crede che lo Stato debba necessariamente regolamentare il mercato. L’unica alternativa a un mercato regolamentato – così almeno viene percepito dall’immaginario collettivo – è un mercato non regolamentato. Di primo acchito, questo ragionamento non fa una grinza. È la legge del “tertium non datur”. Di fatto, un mercato o è regolamentato o non lo è.

Abusando del luogo comune che tutto ciò che non sia regolamentato (in quanto ciò postulerebbe disordine) costituisca un male, i campioni della regolamentazione pubblica dispensano a piene mani lezioni sul fatto che un mercato lasciato a sé stesso sia assolutamente da aborrire. Questa concezione è ben rappresentata dalla duplice scultura che è collocata all’esterno dell’edificio della Federal Trade Commission in Washington DC (una si trova sul lato della Constitution Avenue, l’altra su quello della Pennsylvania Avenue). Dette sculture, le quali sono peraltro risultate vincitrici di un concorso artistico promosso dal governo federale durante il New Deal, raffigurano un uomo che cerca di domare, con tutte le sue forze, un cavallo selvaggio, affinché lo stesso non si imbizzarrisca.
Il titolo dell’opera? “L’uomo che controlla i commerci”.
Dal momento che il commercio non è certo paragonabile ad un cavallo imbizzarrito, quanto piuttosto ad un’attività pacifica e mutualmente vantaggiosa che si sviluppa tra i soggetti interagenti, la mossa propagandistica dell’amministrazione Roosevelt è fin troppo chiara. Un titolo più onesto dovrebbe essere :”Lo Stato che controlla gli individui”. Ma poiché ciò sarebbe suonato un po’ troppo autoritario anche nell’America del New Deal, si è preferito optare per la metafora del cavallo selvaggio.

Un cerchio quadrato
Ciò di cui – più o meno intenzionalmente – non si tiene mai conto abbastanza, è che l’alternativa ad un’economia regolamentata dallo Stato non è un’economia caratterizzata dall’assenza di regole. In punto di fatto, un’ “economia non regolamentata”, proprio come un cerchio quadrato, è un’autentica contraddizione in termini. Se fosse veramente priva di regole, non staremmo parlando di un’economia; e se, d’altro canto, abbiamo a che fare con un’economia, questa non può essere a-nomica. Il concetto di “libero mercato” non postula certo la mancanza di regole. Esso rimanda invece ad una situazione priva di interventi distorsivi da parte dello Stato, ovvero caratterizzata dall’assenza dell’esercizio della spoliazione legale o di qualsiasi altra forza di aggressione riconosciuta.
Anni fa, Ludwig von Mises e Friedrich A. von Hayek misero ben in evidenza che la vera questione, per quanto concerne la pianificazione economica, non è tanto se “pianificare o non pianificare”, ma piuttosto “chi deve pianificare” (se i funzionari di uno Stato centralizzato, ovvero i singoli agenti economici che, in virtù della propria decentralizzazione, operano nel mercato).
Parimenti allora, la vera domanda da porci non è se “regolamentare o non regolamentare”, bensì, piuttosto, “chi (o che cosa) regolamenta”?

Tutti i mercati sono caratterizzati da regole. In un mercato libero, tutti sappiamo che cosa accadrebbe se un venditore osasse chiedere, supponiamo, 100 dollari per una mela. Ne venderebbe ben poche perché (alle condizioni di prezzo attuali) qualcun altro le offrirebbe in vendita per meno o, in attesa di una diminuzione della pretesa, i consumatori propenderebbero sicuramente per dei surrogati. “Il mercato” non permetterebbe che il venditore possa ottenere 100 dollari per una mela, senza che questi subisca il benché minimo contraccolpo.
Allo stesso modo, in un mercato libero i datori di lavoro non potrebbero offrire 1 dollaro l’ora ai lavoratori e questi ultimi non riuscirebbero nell’intento di pretendere 20 dollari l’ora per un lavoro la cui produttività è stimabile in 10 dollari orari. Se vi tentassero, si accorgerebbero immediatamente dell’errore e cercherebbero di porvi rimedio.
E ancora, in un mercato libero un datore di lavoro che sottoponesse i propri dipendenti a condizioni di pericolose, senza un’adeguata ricompensa per un simile rischio, se li vedrebbe perdere a favore della concorrenza.

Le forze di mercato
Ma cosa governa la condotta di queste persone? Le forze di mercato. (È meglio specificare di nuovo: in una “economia libera”, giacché in un’economia regolamentata dallo Stato, le forze di mercato che si esprimono con la concorrenza sono ridotte o del tutto soppresse). Da un punto di vista economico, i singoli agenti non possono fare tutto quello che passa loro per la testa – e pensare di farla franca: atteso che, in un libero mercato, vi saranno altri attori che sono liberi di contrastarli ed è nel loro interesse farlo. Ciò costituisce un elemento cardine di ciò che intendiamo per “forze di mercato”. Solo perché lo Stato non può affatto impedire ad un venditore di richiedere 100 dollari per una mela, non possiamo certo affermare che questi possa impunemente ottenere tale cifra. Le forze di mercato condizionano il venditore in maniera più stringente di quanto non possa mai fare un burocrate: assai di più, se si considera oltretutto che il burocrate può sempre essere corrotto. Chi si dovrebbe corrompere per non essere soggetti alla legge della domanda e dell’offerta? (Effettivamente, si potrebbe corrompere un numero sufficiente di legislatori per ottenere la necessaria protezione dalla concorrenza, ma questo si prefigurerebbe come una abrogazione del mercato).

Non è certo indifferente se a sovraintendere alla regolamentazione siano i funzionari statali invece che le forze di mercato. I burocrati, i quali necessariamente sono dotati di una conoscenza limitata ed operano in un contesto di incentivi perversi, attuano la regolamentazione con la minaccia dell’utilizzo della violenza fisica. Di contrasto, le forze di mercato operano in maniera pacifica attraverso l’interazione di milioni di agenti economici che cooperano fra di loro, ognuno con una profonda conoscenza delle proprie circostanze personali ed intenzionati a conseguire il proprio benessere. È assai probabile che la regolamentazione burocratica sia del tutto refrattaria, quando non radicalmente ostile a ciò che sta veramente a cuore alle persone, e che le stesse ricercano nel mercato. La prospettiva invece cambia completamente quando a porre le regole del gioco sono le forze del mercato.

Se ciò è corretto, non vi possono assolutamente essere mercati privi di regole, o svincolati da qualsivoglia canone di condotta. Di solito vengono impiegati questi termini riferendosi propriamente a mercati che non sono regolamentati o in cui non vi sono interferenze da parte dello Stato. Nella misura in cui ci si accorda sulle accezioni da attribuire ai termini, tali espressioni sono ineccepibili.

Ma non tutti realizzano cosa intendiamo. Tante persone, che non possiedono una grande familiarità con le regolarità naturali del libero mercato, possono trovare l’idea di una economia non regolamentata del tutto terrificante. Così vi è assoluta necessità di sostenitori del mercato che siano in grado di esporre in maniera articolata il concetto di ordine spontaneo – ovvero di un ordine (per usare la felice espressione di Adam Ferguson) che è il prodotto dell’azione umana, ma non del disegno umano. Questo concetto può apparire controintuitivo, quindi ci vuole un po’ di pazienza per spiegarlo.

Fini e mezzi
L’ordine si sviluppa a partire dalle forze di mercato. Ma da dove provengono tali forze? Esse sono il risultato dell’azione umana. Gli individui selezionano dei fini ed agiscono per conseguirli, adottando dei mezzi adeguati. Dal momento che i mezzi sono scarsi ed i fini abbondanti, gli individui economizzano in funzione di realizzare di più, anziché meno. E cercano invariabilmente di scambiare beni a cui attribuiscono un minor valore in contropartita di beni maggiormente apprezzati (in base ad un loro giudizio soggettivo), e mai il contrario. In un mondo di scarsità, i compromessi sono inevitabili, così un individuo mira ad uscire al meglio dallo scambio posto in essere, e non certo di peggiorare la sua situazione iniziale. (Ovviamente, il nostro contraente fa la stessa, medesima cosa). Il risultato di questo processo, associato ad altre caratteristiche dell’azione umana, e la vastità dello spazio di interrelazione sono propriamente ciò che siamo soliti definire “forze di mercato”. Ma in realtà, stiamo parlando semplicemente di uomini e di donne che agiscono razionalmente ovunque siano collocati nel mondo.

L’ordine sociale naturale catalizzò grandemente le attenzioni di Frédéric Bastiat, economista liberale francese del diciannovesimo secolo. Nelle sue Armonie economiche analizzò quest’ordine, ma non avvertì mai il bisogno di dimostrarne l’esistenza, giacché gli sembrava sufficiente solo descriverne il funzionamento. Come ebbe ad esprimersi, <<abbiamo così tanta familiarità con questi fenomeni che non ce ne rendiamo nemmeno conto, fino al momento in cui, per così dire, si assiste a qualcosa di nettamente discordante ed anormale che ci costringe a focalizzare la nostra attenzione su di essi>>.

… Così geniale, così potente, allora, è il meccanismo sociale che consente ad ogni uomo, anche il più umile, di ottenere in un giorno più soddisfazioni di quante potesse pensare di conseguirne in diversi secoli … Staremmo semplicemente chiudendo gli occhi di fronte alla realtà se rifiutassimo di riconoscere che la società non potrebbe presentare tali complicate combinazioni, in cui il diritto civile e penale giocano una parte davvero irrilevante, in difetto dell’operare di un meccanismo così prodigiosamente ingegnoso. Questo meccanismo è semplicemente l’oggetto di studio dell’economia politica…

In verità, come potrebbe essere successo tutto ciò, come si sarebbero verificati questi fenomeni straordinari, se non vi fosse presente nella società un ordine naturale ed equilibrato che opera a nostra insaputa?

Questa è la stessa lezione che possiamo trarre dal contenuto del saggio Io, la matita, scritto dal fondatore della FEE [Fondazione per l’Educazione Economica, ndr], Leonard Read.
La maggior parte delle persone apprezza l’ordine. Il caos è deleterio per il progresso della prosperità umana. Così, coloro che non riescono a capire – come un altro contemporaneo di Bastiat, Proudhon, ha ben messo in luce – che la libertà è la madre e non la figlia dell’ordine, saranno tentati di promuovere un ordine pianificato sovra imposto dallo Stato. E ciò è del tutto paradossale, nella misura in cui lo Stato è il più grande generatore di disordine che si sia mai visto.
Quanti di noi comprendono gli insegnamenti di Bastiat, dovrebbero realizzare quanto sia urgente e necessario che anche altre persone li possano far propri al più presto!

 

Articolo di Sheldon Richman su The Reason

Traduzione di Cristian Merlo

Articolo originariamente apparso su Mises Italia

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