Fisco e libertà: un dispotismo mascherato

di Sergio Ricossa

Non occorre che la Costituzione vieti espressamente la schiavitù in tutte le forme perché ci ripugna l’idea che una maggioranza faccia schiava una minoranza, sia pure con voto regolare. Abbiamo il diritto naturale di non essere fatti schiavi. Ora, nel discutere fino a che punto sia lecito a una maggioranza (relativa o assoluta) di spogliare con le tasse una minoranza, dobbiamo ricordarci che la tassazione può essere una forma di schiavitù


Tutti i secoli ci fanno sentire le proteste dei contribuenti; ma vi sono secoli particolari in cui gli eccessi fiscali accompagnano addirittura i crolli di imperi, come per esempio documentò lo storico C.M. Cipolla in “The Economic Decline of Empires”. Oggi, che non vi sono più imperi, pare spetti a una civiltà di crollare sotto il peso dei tributi: la civiltà borghese. Sul tema, il più lucido scritto recente che io conosca è di V. Mathieu, il filosofo autore di “Cancro in Occidente”. Non si tratta, dunque, dell’ordinaria lamentazione di chi è toccato nel portafogli e tenta di difendere il suo denaro: si tratta di ben altro. Non si tratta nemmeno della tipica prospettiva dei libri di scienza delle finanze, i quali approfondiscono gli aspetti tecnici per dimenticarsi volentieri degli aspetti filosofici e storici assai più rilevanti.

Le tasse, come si dice con disprezzo riservato alle cose vili, sono in effetti una variabile storica di gran peso, nonché una impegnativa questione morale, simile alla schiavitù nei secoli passati: ci riguardano, prima ancora che come contribuenti, come cittadini, uomini di coscienza, individui che esprimono scale di valori in cui la libertà è presente con spicco, e per me posso aggiungere che mi riguardano come borghese. Esse determinano la qualità della nostra vita anche non materiale, ben oltre quanto può sembrare fermandosi all’economia dei tributi. Non modificano solo la nostra ricchezza: modificano la condizione umana spirituale.

Gli strumenti di coercizione
Se ciò adesso si verifica in modo grave più che mai, non è esclusivamente per l’aumento continuo della pressione fiscale. È vero, siamo giunti al punto che circa metà e anche più del reddito nazionale ci viene ogni anno prelevato per alimentare le casse pubbliche, che sono insaziabili e chiedono ulteriore nutrimento. Questo è preoccupante; lo sarebbe ancor più se riflettessimo che imposte, tasse e contributi, per quanto di tutti i generi, non esauriscono gli strumenti di coercizione impiegati dai politici per raggiungere il medesimo scopo di potenza. Vi sono altri analoghi strumenti coercitivi, come per esempio il «blocco dei fitti», che equivale a una imposta a carico di chi possiede il proprio patrimonio in una certa forma immobiliare; ma il bilancio della pubblica amministrazione non lo registra e non lo fa entrare nel calcolo della pressione fiscale. Si instaura un «corto circuito»: invece di far passare il denaro dal padrone allo Stato e dallo Stato agli affittuari, lo Stato altera direttamente i contratti, non più liberi, tra il padrone e gli affittuari. La pressione fiscale delle statistiche è dunque fortemente sottostimata, anche a prescindere dal fatto che i contribuenti, oltre a pagare le imposte, spesso pagano care le informazioni e le consulenze per non contribuire più del dovuto in presenza di una legislazione fiscale caotica.

Non basta: vi è una pressione fiscale occulta che, a differenza del «blocco dei fitti», non discende da alcuna legge apposita. Si pensi all’inflazione, politicamente voluta o tollerata, sebbene mai dichiarata in via ufficiale da governi e parlamenti; si pensi agli immani trasferimenti di ricchezza a cui dà luogo senza scampo per chi ne fa le spese, come se la più ferrea delle leggi fiscali di Stato la imponesse. Chi, in modo diretto o indiretto, è creditore verso la pubblica amministrazione, subisce una tassazione «legale» sebbene ingiusta e fuori dei conti pubblici; e come se non bastasse, i politici tendono a dichiarare reddito tassabile molti aumenti nominali, non reali, cioè apparenti, non effettivi, di valori privati espressi in cartamoneta sempre più guasta.

La degenerazione del diritto
Eppure, il massimo dei crucci, almeno per chi è borghese come me, non deve affatto venire dalle dimensioni smisurate del fenomeno: deve venire dalla sua natura. Natura corrotta; ai margini della legalità, come si è visto, o meglio legale esclusivamente per una degenerazione del diritto. Natura tuttavia manipolata dai politici secondo linee non casuali pur nel loro disordine. Il fisco moderno non sembra più avere l’effetto primario di finanziare i servizi pubblici che il mercato non può offrire, e nemmeno quello di redistribuire il reddito nazionale affinché sia meno diseguale nelle famiglie. L’effetto primario si appalesa sempre più nettamente come la sostituzione di certi principi politici e giuridici con altri principi discordanti e perfino antitetici, in una misura così pesante da non rendere esagerato l’uso delle parole: «rivoluzione sociale».

Mathieu ha il merito di ricordare (nel libro citato) che l’idea è, al solito, di Marx. Nel “Manifesto del partito comunista”, infatti, fra i «primi passi della rivoluzione operaia» nei «Paesi più progrediti», si indica «una forte imposta progressiva». Non sostengo, si capisce, che tutti i ministri delle Finanze siano oggi marxisti o iscritti al partito comunista: forse in Occidente nessuno lo è. Essi però, al pari degli altri politici, danno spesso l’impressione di aderire, consciamente o inconsciamente, a ideologie collettivistiche di natura rivoluzionaria in quanto ci collocano all’opposto di quella democrazia liberale e borghese in cui, fino a prova contraria, l’Occidente dovrebbe trovarsi e da varie parti si pretende che si trovi.

Equivoci sulla democrazia liberale
Se il fenomeno rivoluzionario non è da tutti percepito, credo sia a causa delle sue volutamente confuse modalità di esecuzione e degli equivoci che circondano la democrazia liberale. Il primo se non il massimo di tali equivoci è la credenza che sia democratico, ossia lecito, tutto quanto è regolarmente deciso ai voti. Ma questo è inaccettabile per vari ordini di motivi. Lasciamo stare le costituzioni, che tuttavia dovrebbero arginare lo strapotere delle maggioranze, se non fossero esse stesse incoerenti, fragili, cedevoli. Sappiamo quante leggi fiscali sono state dichiarate anti-costituzionali, non sappiamo bene quante altre meriterebbero di esserlo. Quel che importa è che sopra le costituzioni ci sono i diritti naturali intangibili.

S’intende che non tutti ammettono tali diritti, ma è appunto qui che la democrazia liberale entra in crisi: perché essa li ammette, e precisamente li ammette come diritti individuali, appartenenti a ogni singolo uomo, chiunque egli sia, ovunque egli viva. Vengono in mente le parole iniziali di R. Nozick nella sua grande opera filosofica “Anarchy, State and Utopia”: «Gli individui hanno diritti, e vi sono cose che nessuna persona, nessun gruppo di persone può fare (senza violare quei diritti)». La civiltà borghese non ha inventato i diritti naturali, che sono di tutti i tempi: li ha ereditati, coltivati, affinati, tradotti in ordinamenti giuridici. Si è riconosciuta in essi e senza di essi è finita. Si è proposta di osservarli e di difenderli, riuscendovi nei limiti dell’imperfezione umana, prima di piegare sotto i colpi del collettivismo.

Tassazione e schiavitù
Non occorre che la Costituzione vieti espressamente la schiavitù in tutte le forme perché ci ripugna l’idea che una maggioranza faccia schiava una minoranza, sia pure con voto regolare. Abbiamo il diritto naturale di non essere fatti schiavi. Ora, nel discutere fino a che punto sia lecito a una maggioranza (relativa o assoluta) di spogliare con le tasse una minoranza, dobbiamo ricordarci che la tassazione può essere una forma di schiavitù. La tesi è sostenuta da Nozick con argomenti difficili da invalidare: «Prelevare a qualcuno i guadagni di n ore di lavoro è come prendere a qualcuno n ore; è come obbligare qualcuno a lavorare n ore per qualcun altro». Nozick dedica molte pagine, che qui non riportiamo, a respingere le obiezioni. Certo, non regge obiettare che tutti sono contribuenti, non solo una minoranza, e quindi nessuno è schiavo di altri. Non tutti sono contribuenti effettivi, perché le imposte si possono evadere, eludere legalmente, traslare su altri; e non tutti i contribuenti effettivi lo sono allo stesso modo. La materia fiscale è fortemente discriminante, come lo era la schiavitù, ma in modo più subdolo e paradossale. Nessuno chiede che gli hippy siano costretti a lavorare per soccorrere i bisognosi, ma fino a che punto i lavoratori vanno costretti a lavorare di più per il medesimo fine? Nessuno chiede che paghi una tassa chi si diverte a guardare il tramonto in campagna, ma fino a che punto deve essere tassato chi si diverte a guardare un tramonto filmato e proiettato al cinematografo? Perché discriminare sistematicamente contro l’atto produttivo o per suo mezzo?

L’imposta progressiva, cardine della fiscalità moderna, è una sfida alla democrazia liberale in quanto dichiaratamente discriminatoria, come ben dimostrò F. Hayek, il premio Nobel per l’economia, ne “La società libera”. Viola, fra l’altro, il principio dell’uguale compenso per uguale lavoro. L’esempio è di Hayek: «Se quanto è permesso di trattenere dalle relative parcelle, a ciascuno di due avvocati che hanno seguito due cause dello stesso tipo, dipende da quanto ciascuno ha guadagnato durante l’anno, ognuno di essi può ricevere un compenso molto diverso per sacrifici simili». Non solo per mezzo dell’imposta progressiva una maggioranza può spogliare una minoranza: può farlo perfino quando compia la stessa attività lavorativa. Possiamo considerare l’imposta progressiva incondizionatamente democratica comunque la si applichi? E che dire del suo effetto di frenare la mobilità sociale, penalizzando gli sforzi di chi vuole innalzarsi col merito? Dobbiamo ammettere che la democrazia borghese, nata proprio per controllare l’arbitrio fiscale del sovrano, si è poi evoluta nel senso opposto, facendo dei parlamenti i più terribili sovrani torchiatori di cittadini indifesi. Ciò è avvenuto a piccoli passi, che nascondono senza cancellarlo il carattere rivoluzionario della marcia. Quando poco prima della guerra 1915-18 anche la Gran Bretagna e gli Stati Uniti, roccaforti della democrazia liberale, seguirono l’esempio prussiano dell’imposta progressiva, si può ben dire che la storia ebbe una frattura. Da allora, la frattura non ha fatto che allargarsi.

La spesa pubblica
Ma se vogliamo rendercene conto appieno, non basta considerare il momento fiscale in senso stretto, e nemmeno quello delle entrate pubbliche comprensive dei debiti statali eccetera, senza estendere lo sguardo al successivo momento delle spese pubbliche. Il ciclo della finanza pubblica ha senso solo nella sua interezza di entrate e spese, perché qualora, per assurdo, ognuno di noi ricevesse un sussidio statale pari alle tasse pagate di persona, il ciclo sarebbe neutrale, innocente.

Ma non e così, è ovvio, e occorre ribadire come, qualunque sia la sua dichiarata finalità, esso di fatto genera sempre più un unico risultato: quello di discriminare fra i cittadini, conculcandone il diritto a disporre con libertà dei propri averi, quello di paralizzare l’iniziativa privata e la decisione individuale, per trasferire agli enti pubblici, al «collettivo», ogni azione in ogni campo. Questo risultato non è un «effetto collaterale» indesiderato dai politici: è, foss’anche solo nel subconscio, l’anelito vero del più gran numero di politici occidentali in questo scorcio di secolo. È un anelito anti-individualistico e collettivistico, non circoscritto a comunisti e socialisti, a fascisti e nazisti, bensì esteso a cattolici e cristiani, a radicali e liberali.

Sì, pure i liberali, giacché col passar del tempo prevale sempre più, delle due correnti del liberalismo, quella di Rousseau, non quella di Adam Smith. Ma la democrazia di Rousseau è il culto della «volontà generale», che contrasta con la volontà individuale e la rende «spregevole». Fin dall’origine il liberalismo ha due anime incompatibili, che purtroppo vanno sotto lo stesso nome creando sconcerto ed errori. La civiltà borghese, di cui ora il fisco minaccia l’estinzione, non è la civiltà vagheggiata da Rousseau e in corso di consolidamento: è l’esatto opposto, è quanto, per evitare malintesi, voglio chiamare liberismo (non liberalismo). Oggi tutti si dicono per la libertà, ma quasi tutti sono contro la libertà individuale, fatta sinonimo di egoismo e di ogni altro vizio (privato). Il liberismo non fu mai integrale, e anzi non lo è nemmeno per principio; fu però rispettato e non ingiuriato come è attualmente, dopo che il pubblico, il sociale, il collettivo, l’unitario è diventato sinonimo di virtuoso, razionale, democratico.

Le libertà individuali
Ascoltiamo un ministro italiano (al governo mentre scriviamo) e lo sentiamo asserire con sicurezza che: «Il benessere dei lavoratori dipenderà sempre meno dalla crescita del potere d’acquisto destinato a essere utilizzato per il consumo privato, e sempre più dai servizi sociali che si rendono disponibili […] Le decisioni sui consumi sociali da sviluppare, poi, non si possono esprimere attraverso il mercato, ma debbono essere consapevolmente prese dalla collettività». Qui non è in gioco solo la libertà individuale dei capitalisti imprenditori, bensì principalmente quella dei lavoratori, il cui benessere è deciso in modo assiomatico da un ministro. Costui non è un uomo come tutti gli altri: egli, come i profeti, sa. Le sue pecche individuali sono redente dalla collocazione nello schieramento collettivistico (egli è fautore della «solidarietà nazionale», cioè della democrazia unitaria, l’opposto della democrazia liberale). È così convinto della sua scienza che gli sfugge il paradosso di un benessere dei lavoratori non riguardante più quanto i lavoratori possono comprarsi a loro scelta, ma quanto i politici a loro scelta imporranno ai lavoratori dopo averli spennati con le imposte. Quella collettività, che decide «consapevolmente» i consumi pubblici, non esiste: è una unzione come la «volontà generale» di Rousseau. Si finge che esista, se ne parla come se esistesse, e infine si obbliga a crederci. In realtà, esistono solo dei politici che decidono in nome della collettività, politici che, presi singolarmente, sarebbero anch’essi individui pieni di egoismo, e tuttavia riscattati, purificati dal miracolo del collettivismo. Ma intanto l’individuo rimasto privato non ha più l’intera disponibilità dei frutti del suo onesto lavoro. È privato di qualcosa. Il suo denaro non è più propriamente suo. È tollerato che ne disponga parzialmente, salvo a punirlo quando vada oltre limiti sempre più stretti, come se fosse un ladro. E lo è, perché il denaro non è suo, è della collettività (dei politici che la rappresentano). Per cui, da quando i ladri del privato individuale sono visti con indulgenza, si inaspriscono le pene per coloro che «rubano» a se stessi i propri averi, ne dispongono in modo difforme dal dettato dei collettivisti, li difendono dai collettivisti. Il fisco moderno, dunque, non è altro che la cassa di questo collettivismo occidentale, convergente verso il collettivismo orientale. L’individuo, da noi, non è forse ancora un essere da domare col carcere o l’istituto psichiatrico alla minima ribellione. È un essere minorato, sotto «tutela», che deve pagare salatamente i suoi «tutori», e che per non pagare ha una sola via legale e raccomandata: cessare di lavorare, cessare di produrre, ritirarsi dalla vita attiva, vivere di assistenza.

La resa del privato
La produzione efficiente, cioè vitale, autonoma, è giudicata un atto anarcoide quasi intollerabile e comunque subito gravato da così tanti balzelli che non possa durare. O si fa clandestina, o cede l’autonomia (e l’efficienza) alla tutela pubblica che interviene con generosità a irrorare di denaro dei contribuenti le imprese catturate e domate, alla mercé dei «padrini» del collettivismo. L’importante è che il privato si arrenda al pubblico, l’individuale al collettivo; il che conferma l’esistenza di una specie di lotta rivoluzionaria in atto. In quanto minorato e assistito, l’individuo o l’impresa individuale non ha più la potestà di stilare contratti secondo il suo libero volere. I contratti gli sono imposti, e perfino quelli da lui o da lei sottoscritti nel passato non sono più intangibili. Uno dei principi fondamentali del diritto è cancellato: una volta si diceva ‘pacta sunt servanda’, e pareva la quintessenza della giustizia, era la quintessenza della giustizia borghese, cioè di una giustizia per uomini adulti capaci di intendere e di volere. Oggi vale l’opposto: appunto perché si fa come se l’individuo non avesse più la maggiore età. Gli resta una sola responsabilità cogente, quella di autodenunciarsi e di autotassarsi, quale espiazione del suo peccato di lavorare e produrre in quanto individuo indipendente e volitivo. Se non lo fa, o semplicemente si presume che non lo faccia, gli spetta il ludibrio, la gogna, il carcere.

Ancora Mathieu fa notare che l’Italia «si trova, come sempre, all’avanguardia». È vero, pur se non possiamo dirlo con orgoglio. In Occidente siamo i più avanti sulla strada rivoluzionaria, e anche per taluni modi di reagire: pensiamo al fenomeno dell’economia «sommersa», che è poi l’economia anti-fiscale e illegale, cioè controrivoluzionaria. A parte le reazioni, in Italia tocchiamo con mano il lato più paradossale del fisco moderno: quello di essere una macchina per costringere la borghesia a finanziare i suoi nemici che le stanno facendo la rivoluzione. Questi suoi nemici, oltre che non combatterli, la borghesia deve aiutarli pagandoli profumatamente, giusta la lezione di Marx. Si comprende quindi perché l’evasore fiscale assuma a poco a poco i connotati del criminale per eccellenza: egli è reo di attività anti-rivoluzionaria. Non ci lasciamo confondere dalla peculiarità che la rivoluzione, anziché contro lo Stato, viene dallo Stato (meglio: da chi occupa lo Stato e i suoi organi). È pur sempre rivoluzione rispetto a un modello di democrazia liberale, che vediamo allontanarsi progressivamente.

La rivoluzione divora i suoi figli
Non sorprendiamoci nemmeno che la rivoluzione stia divorando anche i suoi figli prediletti, i lavoratori, gli operai, ai quali minaccia «austerità» per purgarli delle malattie del «consumismo», e intanto li tassa in cambio di una crescente disorganizzazione sociale (conseguenza dell’abbattimento rivoluzionario delle vecchie istituzioni). Ogni rivoluzione divora i suoi figli prediletti. Questa rivoluzione, poi, deve esautorare l’individuo, e i lavoratori sono individui come gli altri. Anzi, vi sono innumerevoli lavoratori borghesi nell’animo, individui indipendenti di carattere, sebbene sempre meno di fatto per causa di forza maggiore. La rivoluzione predilige i lavoratori come classe, non come individui. Come classe li colma di presunti privilegi, come individui li calpesta senza pietà, come sanno i pensionati lasciati senza pensione o i malati senza letti all’ospedale. L’intento di queste note non è di fare delle teorie del fisco o della democrazia, del liberismo o del collettivismo. Di teorie ve ne sono già di eccellenti, come lasciano intendere le citazioni, che potrebbero facilmente allungarsi. L’intento è solo di trarne delle conseguenze per il cittadino, o piuttosto di invitare il cittadino a trarne delle conseguenze.

Nemmeno nelle rivoluzioni violente, che si presentano espressamente come tali, è sempre agevole distinguere le varie parti in causa, i vari schieramenti e le varie strategie. Ma nella attuale rivoluzione strisciante, mascherata e relativamente lenta, che si compie sotto un ingannevole immobilismo politico, la confusione è al colmo. Il linguaggio è stravolto e arma di propaganda, i fatti sono deliberatamente equivoci. Occorre innanzitutto uno sforzo personale per ritrovare il contatto con la realtà vera e interpretarla correttamente. Occorre evitare il semplicismo che riduce la questione fiscale alla lotta all’evasione, e la questione democratica al conteggio dei voti.

Può darsi che davvero gli occidentali, gli italiani in particolare, vogliano farla finita con la democrazia liberale, intesa come individualismo e liberismo. Ma può anche darsi di no, e che se adesso le voltiamo le spalle è solo per aver perduto l’orientamento. Un accademico di Francia disse che un grande capitano si riconosce da questo, che combatte il nemico giusto.

Auto-olocausto della borghesia?
Anche noi dobbiamo capire da dove viene la minaccia e sotto quale veste, se vogliamo avere qualche speranza di pararla. Non solo si ha l’impressione che attualmente la borghesia non pari nulla: essa di fatto sembra incerta tra l’offrirsi come vittima sacrificale o il suicidio. Va da sé che la borghesia, ove riacquistasse il senso dei suoi diritti, e quindi infine li difendesse e si difendesse, non si sognerebbe lo stesso di imporre agli altri i suoi gusti e le sue preferenze. Nessuno intende imporre l’individualismo a chi ama vivere da collettivista: sarebbe un controsenso. Né si vogliono convertire i socialisti al liberismo. La superiorità della civiltà borghese sta proprio nel consentire, come dice Nozick, atti di socialismo fra adulti consenzienti; mentre il collettivismo non ammette per reciprocità atti di liberismo. Il socialismo volontario è fuori discussione: il diritto borghese non proibisce, caso mai favorisce le cooperative, la cogestione, l’autogestione, il kibbutz eccetera, purché tutto ciò sia contrattuale, non forzato. Se poi, come in Israele, solo una piccola parte della popolazione sceglie il comunismo integrale del kibbutz, dobbiamo inchinarci al volere popolare. Il diritto borghese ammette il sistema di sicurezza sociale «dalla culla alla tomba», di pretta marca collettivistica, ma ammette altresì che chi lo desidera ne resti fuori, non ne abbia i vantaggi e neppure gli oneri. Uno dei principi fondamentali del liberismo è che non si estenda obbligatoriamente alla collettività quanto può essere differenziato. Come è anti-democratico deliberare a maggioranza che tutti leggano “l’Unità” o “il Giornale”, così è da ripudiare per la medesima ragione il sistema sanitario nazionale obbligatorio, o il pensionamento obbligatorio: è da ripudiare per una questione di principio, più che per l’inefficienza più volte riscontrata in pratica. Vi è certo una propensione borghese per gli interventi pubblici che garantiscono ai cittadini bisognosi un reddito minimo, lasciando che poi ciascuno acquisti ai prezzi di mercato quanto gli serve, a suo piacere. Tuttavia, non si devono escludere eccezionalmente interventi pubblici di altro genere, fino al punto di consentire la produzione pubblica in condizioni privilegiate, in parte sottratte alla concorrenza di mercato (stiamo parlando di ciò che anche il mercato vuole e può realizzare): purché l’eccezione sia tale, il suo costo sia noto, e le alternative siano ben presenti alla popolazione.

Economia socialista e monopolio
Quanto all’obiezione che l’economia del socialismo si ha da fare di necessità in condizioni di monopolio generale, cioè nazionale (internazionale?), essa è così grave che i suoi proponenti dovrebbero riesaminarla con scrupolo. Marx, è ovvio, non esitò ad avanzarla, per esempio quando scrisse: «L’esperienza del periodo che va dal 1848 al 1864 ha provato fuori di ogni dubbio che il lavoro cooperativo, per quanto eccellente in via di principio e utile nella pratica, finché rimane limitato nell’angusta cerchia di tentativi occasionali di operai singoli, non sarà mai in grado di arrestare l’aumento del monopolio che avviene in progressione geometrica, di liberare le masse e nemmeno di alleviare in modo sensibile il peso delle loro miserie […] Per salvare le masse lavoratrici il lavoro cooperativo dovrebbe svilupparsi in dimensioni nazionali e, per conseguenza, dovrebbe essere alimentato coi mezzi della nazione» (citato da B. Jossa in “Introduzione all’autogestione”). Jossa medesimo ribadisce: «Solo un sistema di autogestione generalizzato può consentire il superamento del capitalismo, perché singole esperienze di imprese autogestite (si veda il caso della Lip francese) sono destinate al fallimento».

Di curioso, in queste tesi, vi è che per combattere un asserito e discutibile monopolio di singole imprese capitalistiche si chieda un monopolio generale certo più ferreo. Comunque sia, noi non siamo vincolati come Marx a una esperienza storica ottocentesca: abbiamo un secolo in più di avvenimenti da meditare, e non parliamo più dei monopoli generali come teorie o auspici. Essi sono ormai realtà collaudate e, generalmente parlando, fallimentari o tragiche. Ma ammettiamo per assurdo che siano grandiosi successi: resterebbe intatto il valore dell’ideale borghese, giacché la libertà di iniziativa individuale è un diritto naturale che supera l’efficienza o il benessere materiale. È immaginabile una prigione confortevolissima dove però sarebbe ingiusto rinchiudere chi non la gradisse. In effetti, la pretesa marxistica di generalizzare i suoi monopoli ha tutta l’aria di confessare una inferiorità inguaribile dell’economia del socialismo, l’incapacità di reggere la competizione del mercato. La conseguenza del socialismo totalitario non può che essere il protezionismo, l’autarchia, quando non anche l’aggressività internazionale contro il mondo esterno reo di persistere nell’«errore» di produrre in libertà.

Socialismo come fuga
Il socialismo è, in essenza, un tentativo di sfuggire ai rischi individuali collettivizzandoli. Nel socialismo, la gran massa della popolazione segue una sorte media, non teme di cadere sotto la media e nemmeno spera di innalzarvisi sopra. Non ci sono più (o non dovrebbero più esserci) i fortunati e gli sfortunati, né i capitalisti distinti dai lavoratori, perché tutti i lavoratori diventano per obbligo capitalisti, vale a dire partecipi allo sforzo di accumulazione del capitale. Sono, volenti o nolenti, «proprietari» del capitale nazionale, anche se ciascuno non può disporre a suo giudizio della propria quota. Vi è dunque nel socialismo un elemento insopprimibile di coercizione […]. Altrettanto indubbio è che gli attratti non debbano coinvolgere gli altri nel loro ideale, di cui godranno i vantaggi e sopporteranno gli svantaggi. […] La civiltà borghese contiene in sé, pronto a svilupparsi ulteriormente, quando ci si ingegni di farlo, l’ideale nient’affatto utopico di minimizzare i rischi per chi non li ami (a patto che costui rinunci ai premi in parte aleatori talvolta concessi a chi tenti la sorte); e di lasciare agli intraprendenti la possibilità di cimentarsi col nuovo, con propria responsabilità personale.

La questione fiscale va studiata in questa prospettiva. Ma studiarla così è immediatamente accorgersi che essa richiede una radicale riformulazione. Gli schemi abituali l’hanno immiserita, abbassata fino a farne una questione meramente quantitativa. Al contrario, la prima domanda da porre è: di quale natura sono le conseguenze dell’attività fiscale? La risposta di Nozick è che, ogniqualvolta i politici vanno oltre lo stato minimo (cioè calpestano un diritto naturale individuale), il fisco è liberticida e ingiusto. Il liberismo di Nozick si può discutere e fors’anche attenuare. Ma solo coscienze addormentate possono rotolarsi nel semplicismo per cui le imposte sono da pagare, e basta. Solo dei partiti degenerati come i nostri possono trovarsi concordi, in condizioni di omertà, nel massimizzare a ogni costo la pressione fiscale (anche a loro diretto profitto), e basta. Solo l’obnubilazione dell’Occidente spiega i parossismi fiscali dietro i quali ingrassano i nemici di una civiltà che fece l’Occidente grande.

Saggio di Sergio Ricossa, tratto da: Il Giornale, del  1.12.2006  e riproposto dal sito StoriaLibera.it

Fisco e libertà: un dispotismo mascherato è uno degli scritti di Sergio Ricossa raccolti nel volume “Vivere è scegliere. Scritti di libertà“, curato da Paolo Del Debbio ed edito a cura della Fondazione Achille e Giulia Boroli.


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