Il socialismo distrugge la civiltà

di Jesus Huerta de Soto, traduzione di Cristian Merlo

Le recessioni sono dolorose, e sono spesso brandite come un pretesto per criticare il sistema di libero mercato e legittimare un crescente grado di regolamentazione e di interventismo, il che contribuisce ad acuire un situazione già di per sé pessima. Tuttavia, le recessioni costituiscono anche una fase che consente alla società di recuperare la solidità delle proprie basi, in cui gli errori commessi vengono rivelati, ed in cui le cose sono ricollocate nella loro giusta dimensione. Esse costituiscono altresì uno stadio in cui possono essere gettate le basi per una ripresa e per una ineludibile riscoperta di quei principi essenziali che consentono alla società di progredire


Alle pagine 33-35 del mio libro Socialism, Economic Calculation, and Entrepreneurship*, esamino il processo mediante il quale la divisione della conoscenza imprenditoriale si approfondisce in senso “verticale” e si espande in senso “orizzontale“, consentendo (e richiedendo al tempo stesso) un aumento della popolazione, favorendo la prosperità e il benessere generale, e determinando il progresso della civiltà. Come ho avuto modo di esporre, questo processo fa leva:

 1. sulla specializzazione della creatività imprenditoriale in settori sempre più limitati e specifici, caratterizzati da un dettaglio sempre maggiore e da una più marcata profondità di analisi;

 2. sul riconoscimento dei diritti di proprietà privata dell’imprenditore creativo sui frutti della propria attività di creazione, in ciascuno di questi ambiti;

 3. sul libero e volontario scambio dei frutti della specializzazione di ogni agente economico; scambio che, per definizione, risulta essere sempre reciprocamente vantaggioso per tutti i partecipanti al processo di mercato; e

 4. sulla crescita costante della popolazione umana, che rende possibile “occupare” imprenditorialmente e coltivare un numero crescente di nuovi ambiti di conoscenza imprenditoriale creativa, recando valore nella vita di tutti.

Sulla scorta di questa analisi, tutto ciò (i) che garantisce la proprietà privata dei frutti generati da ogni individuo, in virtù del suo contributo al processo produttivo; (ii) che presidia il pacifico possesso di quanto ogni individuo inventa o scopre; (iii) e che facilita (o quantomeno non ostacola) gli scambi volontari (i quali, come detto, sono sempre apportatori di reciproci benefici, nel senso che implicano un miglioramento per ciascuna parte partecipante allo scambio) genera prosperità, aumenta la popolazione, nonché promuove lo sviluppo in termini quantitativi e qualitativi della civiltà.

Parimenti, qualsiasi attacco al possesso pacifico delle risorse e ai diritti di proprietà che ad esse afferiscono, come qualsiasi manipolazione coercitiva del libero processo di scambio volontario, ed, in breve, qualsiasi intervento dello Stato in un’economia di libero mercato, arreca invariabilmente degli effetti indesiderati, soffoca l’iniziativa individuale, corrompe la morale e le abitudini di comportamento responsabili, rende le masse infantili e dipendenti, accelera il declino del tessuto sociale, consuma la ricchezza accumulata, e blocca la crescita demografica e il progresso della civiltà, assistendosi ovunque ad un impoverimento generalizzato.

A titolo di esempio, si consideri il processo di declino e di scomparsa della civiltà romana classica. Ancorché gli elementi essenziali di tale fenomeno siano facilmente estrapolabili e riconducibili a molte circostanze del nostro mondo contemporaneo, purtroppo, la maggior parte delle persone è ormai dimentica, quando non completamente all’oscuro, di quella importante lezione di storia; e di conseguenza non riesce ad intravvedere i gravi rischi che si stanno materializzando all’orizzonte anche per la nostra civiltà. In realtà, come spiego in dettaglio nelle mie lezioni (e come cerco di riassumere in un video di una di esse, concernente la caduta dell’Impero Romano [La Caída del Imperio Romano], che, con mia grande sorpresa, ha già raggiunto quasi 400.00 visualizzazioni su internet in poco più di un anno), e sulla base degli studi precedenti di autori come Rostovzev (The Social and Economic History of the Roman Empire) e Mises (Human Action), <<ciò che condusse al declino dell’Impero [Romano] e al decadimento della sua civiltà fu la disintegrazione di questa interconnessione economica, più che le invasioni barbariche>>. (op. cit., p. 767)

Per essere precisi, Roma fu vittima di una involuzione nella specializzazione e nella divisione delle transazioni commerciali, in quanto le autorità sistematicamente ostacolavano o impedivano il libero scambio a prezzi di mercato, proprio nel bel mezzo di una crescita dilagante dei sussidi, della spesa pubblica per consumi (“panem et circenses” ), e del controllo statale dei prezzi. È facile intuire la logica sottesa a questi eventi. Soprattutto a partire dal III secolo, crebbe in maniera esponenziale la compravendita di voti e la popolarità diffusa delle sovvenzioni alimentari (“panem”), finanziate dall’erario attraverso l’ “annona”, così come l’abitudine di organizzare in via perpetua i giochi pubblici più sontuosi (“circenses”). Come risultato di tutto ciò, da ultimo, non solo un gran numero di proprietari terrieri della provincia italiana finì in rovina, ma la popolazione dell’Urbe non smise mai di crescere, sino a che non arrivò a sfiorare il numero di quasi un milione di abitanti. (Perché, del resto, un individuo avrebbe dovuto prodigarsi in mille sforzi per lavorare la propria terra quando i suoi prodotti non avrebbero comunque potuto essere venduti a prezzi vantaggiosi, atteso che lo stato li redistribuiva quasi gratis a Roma?).

Il naturale corso degli eventi fu lo spopolamento della campagna italiana e la migrazione in città, per vivere alle spalle dello stato assistenziale romano, i cui costi, non potendo essere sopportati dalle casse pubbliche, furono coperti solo ricorrendo allo svilimento del contenuto di metallo prezioso presente nella moneta (vale a dire, inflazionando). Il risultato fu inevitabile: un calo incontrollato del potere d’acquisto del denaro, cioè, un’impennata dei prezzi dei beni, a cui le autorità risposero decretando che quest’ultimi dovessero rimanere fissi ai loro livelli precedenti ed imponendo pene estremamente severe ai trasgressori. L’istituzione di questi calmieri di prezzo portò a carenze diffuse (posto che ai bassi prezzi fissati non era più redditizio né produrre, né ingegnare soluzioni creative per far fronte al problema della scarsità, mentre al contempo la propensione al consumo e allo spreco veniva ancora artificialmente incoraggiata).

Le città a poco a poco cominciarono a soffrire di una grave carenza di derrate alimentari, e la popolazione iniziò ad abbandonarle e a tornare in campagna, per riuscire a sopravvivere in condizioni di estrema povertà, in regime di autarchia ed ad un mero livello di sussistenza, gettando così le basi per quello che, in futuro, avrebbe poi dato luogo al feudalesimo.

Questo processo di de-civilizzazione, che scaturì dalla demagogica ideologia socialista, tipica di ogni welfare state e di qualsivoglia misura interventista nell’economia, può essere delucidata sinteticamente, in maniera grafica, dal retro dell’illustrazione presente a pagina 34 del suaccennato libro, Socialism, Economic Calculation, and Entrepreneurship, in cui viene descritto il processo in virtù del quale la divisione del lavoro (o meglio , la specializzazione della conoscenza) si fa sempre più profonda e la civiltà progredisce.

Cominciamo dalla fase rappresentata dalla linea superiore del grafico (T1), che riflette l’avanzato livello di sviluppo spontaneamente raggiunto dal processo di integrazione del mercato dell’antica Roma già nel I secolo, il quale, come Peter Temin ha dimostrato (“The Economy of the Early Roman Empire”,  Journal of Economic Perspectives, vol. 20, no. 1, winter 2006, pp. 133–151), era caratterizzato da un notevole grado di rispetto giuridico istituzionale per la proprietà privata (diritto romano), nonché dalla specializzazione e dalla omnipervasività degli scambi in tutti i settori di mercato e per tutti i fattori produttivi (in particolare il mercato del lavoro, giacché, come ha mostrato Temin, gli effetti della schiavitù si rivelavano assai più modesti di quanto si credesse fino ad oggi). Come risultato, l’economia romana del periodo raggiunse un livello di prosperità, di sviluppo economico, di urbanizzazione e di cultura come non si sarebbe più visto, in tutto il mondo, sino a buona parte del XVIII secolo.

 de soto

 Figura 1

Le lettere maiuscole collocate sotto ogni persona, come rappresentate in figura 1, indicano le finalità in vista delle quali ogni attore economico si è specializzato e al cui perseguimento è vocato. In seguito, questi scambia i frutti del suo sforzo imprenditoriale e della sua creatività (rappresentati dalla lampadina che si “illumina”) con quelli degli altri agenti presenti nel mercato, e tutti beneficiano da questi scambi liberi e volontari. Tuttavia, al crescere dell’interventismo dello Stato nell’economia (ad esempio, attraverso il controllo dei prezzi), gli scambi sono ostacolati e si rarefanno, e le persone si ritroveranno nello stato rappresentato dalla linea centrale del grafico. Esse saranno costrette a contrarre la sfera della loro specializzazione, abbandonando, per esempio, il perseguimento del set di fini G ed M, e concentrandosi esclusivamente per conseguire AB, CD, ed EF: tutto ciò determina una minor divisione del lavoro, una netta contrazione del numero degli scambi, e quindi un inferiore grado di specializzazione; il che, a sua volta, implicherà un maggior impegno a riprodurre le stesse identiche cose con un inevitabile spreco di risorse. L’ovvio risultato si sostanzierà in un degrado nella produzione finale dell’intero processo sociale, e quindi in un conseguente aumento della povertà.

Il punto massimo di declino economico e la recessione si verificano nello stato rappresentato dall’ultima linea del grafico (T3), in cui, di fronte alle crescenti pressioni interventiste da parte dello Stato, all’inarrestabile aumento della pressione fiscale, e ad un livello di regolamentazione soffocante ed insostenibile, le persone saranno costrette, proprio per sopravvivere (ed anche se si trovassero ad un livello di povertà prima inconcepibile), ad abbandonare quasi completamente il precedente livello di divisione del lavoro ed il processo di scambio che innerva il mercato, a lasciare la città e a ritornare in campagna per prendersi cura del bestiame e coltivare il proprio cibo, nonché per conciare le proprie pelli e costruire le proprie baracche: ogni individuo duplicherà inutilmente gli sforzi per il perseguimento delle finalità minimali, oltre che le attività necessarie per riuscire almeno a sopravvivere (che abbiamo indicato come ABCD nel grafico). Come è logico, la produttività declinerà bruscamente, e si risconterà ogni sorta di penuria, passibile di ridurre la popolazione a causa della mancanza di risorse: in tal modo il processo di desertificazione e di de- civilizzazione giungerà al suo stadio finale.

Mutuando le parole di Mises,

Col sistema dei prezzi calmierati, la pratica della svalutazione monetaria paralizzò completamente sia la produzione che il commercio dei generi alimentari di prima necessità, disintegrando l’organizzazione economica della società… Per sfuggire alla fame, la gente abbandonò le città, andò a riparare in campagna e tentò di coltivare grano, olio, vino e altri generi necessari…. La funzione economica delle città, dei commerci, degli scambi e dell’artigianato urbano si contrasse. L’Italia e le Province dell’impero ritornarono ad uno stadio meno avanzato di divisione sociale del lavoro. La struttura economica altamente sviluppata dell’antica civiltà si trasformò ben presto, attraverso un processo di involuzione, in ciò che è conosciuta come organizzazione curtense medievale... La controazione [degli imperatori] fu futile e non andò certo ad aggredire la radice del male. La coercizione e le costrizioni cui essi ricorsero non riuscirono ad invertire il trend che stava conducendo alla disintegrazione sociale, la quale, al contrario, era causata precisamente da eccessive politiche di coercizione e di costrizione [da parte dello stato].

Nessun Romano era consapevole del fatto che il processo era generato dalla interferenza governativa nella manipolazione dei prezzi e dallo svilimento della moneta. (op. cit., pp. 768–769)

 

Poi Mises conclude:

Un ordine sociale è condannato a fallire se le azioni necessarie al suo normale funzionamento sono ripudiate dai principii morali, dichiarate illegali dalle leggi del paese e perseguite come criminali dai tribunali e dalle forze di polizia.

L’Impero Romano si frantumò irrimediabilmente perché questi difettò sia dello spirito del liberalismo, che della libera intrapresa. L’interventismo statale e il suo corollario politico, la dittatura, decomposero il potente impero, così come necessariamente disintegreranno e distruggeranno sempre qualsivoglia entità sociale. (op. cit., p. 769, sottolineatura aggiunta)

L’analisi misesiana è stata invariabilmente confermata, non solo in molte contingenze storiche specifiche (si possono ricordare processi di declino e di involuzione della civilizzazione avvenuti, ad esempio, nel nord Africa ed in altre parti di quel continente; la crisi in Portogallo in seguito alla “Rivoluzione dei garofani”; la malattia sociale cronica che sembra affliggere l’Argentina, che divenne uno dei Paesi più ricchi del mondo prima della Seconda Guerra Mondiale, ma che oggi, anziché terra d’immigrazione, sconta una continua perdita di popolazione; i processi assimilabili che stanno devastando il Venezuela e altri regimi populisti dell’America Latina, etc.), ma anche, e soprattutto, dall’esperimento del socialismo reale, il quale, sino alla caduta del muro di Berlino, gettò centinaia di milioni di persone nella sofferenza più cupa e nella disperazione più nera.

Inoltre, ai giorni nostri, in un mercato mondiale pienamente globalizzato, le forze de-civilizzanti dello stato sociale, del sindacalismo rivoluzionario, della manipolazione finanziaria e monetaria, ad opera delle banche centrali, dell’interventismo economico, della crescente pressione fiscale e regolamentatoria, e dei conti pubblici fuori controllo minacciano anche quelle economie che, sino ad ora, venivano considerate le più prospere (Stati Uniti ed Europa). Ora, di fronte a un bivio storico, queste economie stanno lottando per liberarsi delle forze de-civilizzanti della demagogia politica e del potere sindacale, nel tentativo di riprendere la via del rigore monetario, del bilancio sotto controllo, della riduzione delle imposte, perseguendo lo smantellamento della intricata ragnatela dei sussidi, degli interventi e delle regolamentazioni che soffocano lo spirito imprenditoriale e, al contempo, infantilizzano e demoralizzano le masse. Il successo o il fallimento in questo sforzo determinerà il destino futuro di queste aree e, in particolare, si sancirà anche se queste potranno continuare ad essere leader nel guidare il processo di sviluppo della civiltà, così come è stato sinora, ovvero se, in caso di fallimento, esse dovranno lasciare lo scettro di economie trainanti ad altre società che, come la sino- asiatica, stanno cercando di imporsi, con ardore e senza complessi di inferiorità, per diventare i protagonisti nel nuovo mercato globalizzato mondiale.

È del tutto ovvio che la civiltà romana non cadde a causa delle invasioni barbariche: semmai, i barbari trassero vantaggio da un processo sociale che stava già, per ragioni puramente endogene, involvendo e che era in procinto di collassare.

Mises si espresse in questo modo:

Gli aggressori stranieri si avvantaggiarono semplicemente di una opportunità che la debolezza interna dell’impero offriva loro. Dal punto di vista militare, le tribù che invasero l’impero nel quarto e nel quinto secolo non erano certo più formidabili delle armate che le legioni avevano facilmente sconfitto nei tempi andati. Ma l’impero era nel frattempo cambiato. La sua struttura economica e sociale era già proiettata nel medioevo. (op. cit., pp. 767–768)

Inoltre, il grado di regolamentazione dell’impero, il suo statalismo omnipervasivo, e la pressione fiscale crebbero a tal punto che gli stessi cittadini romani consideravano la sottomissione ai barbari invasori come un male minore, quando addirittura non li ricevettero a braccia aperte. Lattanzio, nel suo trattato Sulla morte dei persecutori, scritto negli anni 314-315 dC, afferma testualmente:

Cominciavano ad esservi sempre meno uomini che pagavano le tasse, rispetto a quanti invece ricevevano i salari; di fatto, poiché le risorse degli agricoltori venivano svilite e consumate da enormi imposizioni, le aziende agricole furono abbandonate ed i terreni coltivati ​​ben presto si imboschirono … Molti governatori delle province e una moltitudine di funzionari di rango inferiore imposero balzelli gravosi in ogni territorio, e quasi in ogni città. Vi erano anche molti soprintendenti di differente grado, nonché i rappresentanti dei governatori. Al loro cospetto si registrarono pochissime cause civili: al contrario, proliferavano le condanne quotidiane, così come si faceva frequentemente ricorso alle confische; venivano esatte le tasse più svariate su un numero sterminato di beni, caratterizzandosi non solo per essere ricorsive, bensì per la loro natura perpetua; ovviamente il processo impositivo dava luogo a torti intollerabili. (Citato da Antonio Aparicio Pérez, La Fiscalidad en la Historia de España: Época Antigua, años 753 a.C. a 476 d.C., Madrid: Instituto de Estudios Fiscales, 2008, p. 313).

Chiaramente, questa situazione è strettamente assimilabile, e per molte ragioni, alla nostra realtà coeva, tanto che una legione di commentatori ha già dimostrato che il presente livello e la presente combinazione di sussidi e regolamentazione pongono un onere tanto deprimente quanto insostenibile per il settore produttivo della società, sempre più vessato e tormentato. Di fatto, alcuni autori, come Alberto Recarte, hanno avuto il coraggio di invocare una riduzione <<del numero di dipendenti pubblici, ed in particolare di coloro il cui compito è quello di regolamentare, sovrintendere ed ispezionare tutte le attività economiche, imponendo dei requisiti di conformità legale oltremodo costosi ed estremamente intrusivi>>. (El Desmoronamiento de España, Madrid: La Esfera de los Libros, 2010, p. 126). Non dobbiamo mai scordarci, di fatto, che tutti noi dipendiamo dalla ricchezza generata dal settore economico privato.

In De Gubernatione Dei ( IV , VI , 30), Salviano di Marsiglia scrive:

Nel frattempo, i poveri sono stati derubati, le vedove gemono, gli orfani vengono calpestati, tanto che molti, anche le persone di buona famiglia, che hanno goduto di una educazione liberale, cercano rifugio presso il nemico per sfuggire alla morte, subendo un processo di persecuzione generale. Essi cercano tra i barbari la misericordia romana, poiché non possono sopportare la crudeltà barbara che ormai riscontrano presso i Romani. Anche se questi uomini si differenziano per costumi e lingua rispetto a quelli praticati dalle genti presso cui hanno trovato rifugio, e non sono nemmeno troppo avvezzi, se mi è consentito dire, all’afrore nauseabondo dei corpi e dell’abbigliamento dei barbari, eppure essi preferiscono la strana esistenza che là vi possono trovare, all’ingiustizia ormai così invalsa tra i Romani. Quindi, troverete uomini che fuggono ovunque, ora tra i Goti, ora tra i Bagaudi, o tra qualsiasi altro popolo barbaro che si era insediato ovunque, e non si pentiranno per essersene andati, giacché preferirebbero vivere come uomini liberi, ancorché in una condizione di cattività apparente, piuttosto che come schiavi in un contesto di presunta libertà. (cit. ibid . , pp 314-315)

Infine, nei suoi Seven Books against the Pagans (Madrid: Gredos, VII, 41-7), lo storico Orosio conclude:

I barbari sono arrivati a detestare le proprie spade, si sono convertiti all’aratro, e stanno affettuosamente trattando il resto dei Romani come compagni e amici, così che ora tra essi vi si possono trovare dei Romani che, vivendo con loro, preferiscono condurre una vita libera, ancorché povera, piuttosto che vivere da schiavi fiscali, non a posto con se stessi, tra la propria gente. (sottolineatura aggiunta)

Non possiamo sapere se in futuro la civiltà occidentale, che ha prosperato fino ad oggi, sarà rimpiazzata da quella di altri popoli che, in base ai nostri canoni attuali, potremmo considerare “barbari”. Tuttavia, dobbiamo essere certi di due cose: in primo luogo, nel bel mezzo della recessione più grave dalla Grande Depressione del 1929, che sta sconquassando il mondo occidentale, se falliamo nell’applicare le misure essenziali – vale a dire, deregolamentazioni, soprattutto in seno al mercato del lavoro, una consistente riduzione del carico fiscale e dell’interventismo economico, un serrato controllo della spesa pubblica e l’eliminazione dei sussidi – la posta in gioco sarà molto più alta, per esempio, della mera salvaguardia dell’euro (o per gli americani, del dollaro quale valuta di riserva internazionale) [1]; in secondo luogo, qualora si perdesse definitivamente la battaglia della competitività nel mercato mondiale globalizzato, e ci si infilasse nel tunnel di un marcato e cronico declino, ciò non potrà essere imputato, senza alcun ombra di dubbio, a dei fattori esogeni, bensì esclusivamente ai nostri errori, alle nostre mancanze e alle nostre deficienze morali.

Nonostante tutto ciò che si è andato sostenendo, vorrei concludere con una nota di ottimismo. Le recessioni sono dolorose, e sono spesso brandite come un pretesto per criticare il sistema di libero mercato e legittimare un crescente grado di regolamentazione e di interventismo, il che contribuisce ad acuire un situazione già di per sé pessima. Tuttavia, le recessioni costituiscono anche una fase che consente alla società di recuperare la solidità delle proprie basi, in cui gli errori commessi vengono rivelati, ed in cui le cose sono ricollocate nella loro giusta dimensione. Esse costituiscono altresì uno stadio in cui possono essere gettate le basi per una ripresa e per una ineludibile riscoperta di quei principi essenziali che consentono alla società di progredire.

È senz’altro vero che ci troviamo di fronte a molte sfide, che potremmo lasciarci prendere facilmente dallo sconforto, e che i nemici della libertà si annidano ovunque. Ma non è men vero che, in contrasto con la cultura dei sussidi, dell’irresponsabilità, dell’amoralità, e della dipendenza integrale dallo Stato, tra tanti giovani (e anche tra alcuni di noi che non sono più così giovani) sta facendo capolino, risorgendo dalle ceneri, la cultura della libertà imprenditoriale, della creatività e dell’assunzione del rischio, nonché di comportamenti basati su sani principi morali: in breve, la cultura della maturità e della responsabilità (in netta contrapposizione all’infantilismo, in forza del quale le nostre autorità e i nostri politici limiterebbero oltremodo la nostra sfera di azione, al fine di renderci vieppiù servili e dipendenti). A mio modo di vedere, è evidente chi disponga delle migliori armi intellettuali e morali e, di conseguenza, è padrone del proprio futuro. Ecco spiegato il motivo che mi induce ad essere ottimista.

 

Articolo di Jesus Huerta de Soto su Mises.org

Traduzione di Cristian Merlo

Articolo originariamente apparso su Mises Italia

 

Note

* Esiste anche una edizione italiana del libro in questione, edita da Solfanelli (2012) e curata da Carmelo Ferlito, titolata Socialismo, calcolo economico e imprenditorialità.

[1] Il processo sociale non può sopravvivere o svilupparsi in assenza di un quadro istituzionale che disciplini e limiti le forze politiche, i sindacati ed i gruppi di pressione privilegiati. Anche se certamente le nostre autorità non potevano essere a conoscenza degli effetti che sarebbero poi sortiti quando avanzarono la proposta di creare l’euro, nelle attuali circostanze la moneta unica sta fortunatamente giocando il ruolo di “ordinatore”, almeno nei paesi periferici d’Europa, i quali, per la prima volta nella loro storia, sono ora costretti ad assumere misure strutturali di liberalizzazione economica, in un ambiente in cui l’inattuabilità e l’inganno che stanno alla base dell’odierno welfare state sono ormai sotto gli occhi di tutti. Negli Stati Uniti la situazione è alquanto più dubbia. Nonostante gli sporadici sforzi effettuati per limitare il deficit pubblico da movimenti come il Tea Party e da altri gruppi, la natura del dollaro come valuta di riserva internazionale lascia un sacco di spazio per le follie spenderecce dei politici e per le spese sfrenate.

 

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3 Comments on Il socialismo distrugge la civiltà

  1. Mi lasciano sempre perplesso quei testi che utilizzano concezioni e termini emersi in periodi storici di gran lunga posteriori e li applicano a epoche del passato. Mai mi sognerei di parlare di fascismo con riferimento a Pisistrato (tiranno di Atene 500 anni prima della nascita di Cristo). Invece il termine socialismo viene dilatato a tal punto da perdere qualsiasi valore scientifico. Peccato, perché le analisi di Huerta de Soto sono interessanti e stimolanti.

  2. Gian Piero, personalmente ritengo invece che l’appellarsi esclusivamente al valore scientifico di una definizione, ovvero ai formali schematismi di inquadramenti e di incasellamenti rigidi ed indeclinabili, possa rischiare di farci perdere il quadro d’insieme di una questione o di un ragionamento, ovvero non ci consenta di cogliere l’essenza, il nocciolo di quella questione o di quel ragionamento. È un po’, a ben pensarci, come quando vogliamo cercare di apprezzare al meglio i particolari di un’opera d’arte, o la veduta d’insieme di una città: dobbiamo porci ad una debita ed opportuna distanza di osservazione, senza pretendere di stare troppo incollati al quadro o troppo vicini al punto di osservazione. Proprio perché altrimenti, per la pretesa di non perderci i minimi particolari od i dettagli più minuti di quanto stiamo osservando, rischieremmo di distogliere lo sguardo dalla visione complessiva delle cose.
    Sono pertanto convinto che, nel momento in cui De Soto configuri il socialismo come la “istituzionalizzazione dell’aggressione e della violenza contro il libero esercizio dell’azione imprenditoriale” colga pienamente nel segno e, in virtù dell’estrapolazione di questa natura universale del concetto, nessuna comparazione storica possa risultare inappropriata o peregrina.

  3. Cristian leggo adesso la tua risposta al mio commento. Quello che mi viene spontaneo aggiungere è che le persone come te devono allora accettare il fatto che altri usino il termine “capitalismo” in riferimento a qualsiasi epoca e per caratterizzare i fenomeni padronali della schiavitù e dello sfruttamento. In sostanza il “capitalista” possedeva schiavi. A me sembra anche questo un uso del tutto improprio del termine ma, logica vuole, che tu lo debba accettare per questioni di pura e semplice coerenza. Buona giornata.

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