La minacciosa immoralità del Welfare

di Richard M. Ebeling, traduzione di Cristian Merlo

Lo Stato sociale ci ha condotto e continuerà a condurci lungo una infida e perigliosa nuova “via della schiavitù”, in cui le nostre esistenze sono sempre più controllate, gestite e manipolate dai detentori del potere politico, i quali si arrogano il diritto di imporci come dobbiamo vivere e lavorare


Di fronte all’euforia di coloro che richiedono una sconfinata espansione del “Grande Fratello “, passibile di ingerirsi ancor di più nelle nostre vite, vale forse di pena di fissarci nuovamente nella mente quali siano le logiche sottese e la natura caratterizzante dello statalismo redistribuzionista.


Potere e paternalismo

In primo luogo, il principio ispiratore, che si cela dietro il paternalismo politico, sottende una totale sfiducia nei confronti dell’individuo, il quale non viene considerato come un essere umano libero e responsabile. Gli ingegneri sociali che desiderano progettare in tutto e per tutto le nostre esistenze, ci reputano troppo ignoranti, troppo irresponsabili e troppo poco lungimiranti per poterci prendere cura, in maniera intelligente e ragionevole, della nostra salute, della nostra pensione, dell’educazione dei nostri figli, delle nostre esigenze di spesa e delle nostre scelte di consumo.
Questi politici costruttivisti, pervasi di paternalismo sino al midollo, che si propongono di allargare il perimetro del welfare ad ogni pié sospinto, implicitamente si considerano superiori al resto della massa. Con arroganza e tracotanza incommensurabile, presumono di sapere cosa sia bene per noi, meglio ancora di quanto lo possiamo conoscere noi stessi. Non sono nient’altro che degli aspiranti tiranni e dei despoti, che ambiscono a modellare il mondo a loro immagine e somiglianza – e va da sé lo fanno per il nostro bene, che ci piaccia o meno.

Inoltre, essi sono disposti anche ad usare la forza contro i loro simili pur di perseguire i loro scopi intrisi di paternalismo. Cioè, essi ritengono che sia moralmente giusto per lo Stato impiegare i suoi poteri coercitivi per estorcere il reddito e la ricchezza prodotti da alcuni per redistribuirli ad altri.
Se un cittadino innocente dovesse resistere ed opporsi alla redistribuzione del suo reddito e della sua ricchezza, i paternalisti al potere sarebbero intimamente persuasi che lo Stato avrebbe tutti i diritti per neutralizzarlo (dato che gli agenti di polizia dello Stato dispongono dell’autorità legittimata ad utilizzare la forza letale contro coloro che tentano di resistere al potere di quest’ultimo), cosicché qualcun altro possa beneficiare dei propri buoni pasto, godere del proprio appartamento nelle case popolari, ovvero il governo possa provvedere direttamente a pagargli le spese sanitarie.

Se tutto questo vi può sembrare un discorso “estremo” o un’affermazione senz’altro esagerata, mettetevi semplicemente ad osservare quale sarà la reazione dello Stato quel giorno in cui vi auto-denuncerete all’autorità fiscale, comunicando alla stessa che è vostra volontà corrispondere esclusivamente le imposte necessarie a finanziare i servizi di polizia, la giustizia e la difesa, ma che non intendete più sborsare nemmeno un euro per sostenere qualsivoglia programma redistributivo, giacché li considerate del tutto inutili ed immorali. In men che non si dica, potreste ritrovarvi dietro alle sbarre, quando non a dover patire dei danni fisici se solo tentaste di resistere alle misure confiscatorie disposte nei confronti del vostro immobile per evasione d’imposta.


Una rapina perpetrata con i mezzi politici

In secondo luogo, un certo numero di economisti, come il premio Nobel James Buchanan, ci hanno insegnato che gli intendimenti effettivi delle politiche di intervento statale e dei provvedimenti di redistribuzione hanno ben poco a che spartire con i concetti idealizzati di qualsivoglia vagheggiato “bene pubblico”, ovvero di qualsiasi ipotetico “interesse generale”.

La realtà della politica democratica è che i politici sono perennemente a caccia di sovvenzioni per sostenere le proprie campagne elettorali e dei voti necessari per essere eletti e rieletti, e che, in contropartita, offrono il denaro estorto ad altri cittadini. Di fatto, coloro che forniscono tali contributi e garantiscono il sostegno elettorale mirano sostanzialmente ai quattrini altrui: quei quattrini che non sono in grado di guadagnarsi onestamente impegnandosi attraverso il libero gioco di una sana concorrenza di mercato.

Il bias, insito nel processo democratico, nei confronti di quella che può essere configurata come una vera e propria rapina perpetrata attraverso il mezzo politico, è dovuto ad un fenomeno qualificato dalla “concentrazione dei benefici” e dalla “dispersione degli oneri”, risultanti dai vari interventi governativi.

Si supponga che in uno Stato di 30 milioni di abitanti, il governo tassi ogni cittadino di un dollaro, e poi redistribuisca i 30 milioni di dollari esatti ad un gruppo di interesse speciale, costituito da 30 individui. Ci troveremo nella situazione per cui ogni contribuente, annualmente, si vedrà sfilare dalle proprie tasche un dollaro supplementare, ad opera del governo, mentre ciascuno dei 30 destinatari di questo trasferimento di ricchezza sarà il vincitore netto di un extra-bonus di un milione di dollari.

I 30 beneficiari, collettivamente, avranno un forte incentivo ad esercitare pressioni lobbistiche, a condizionare nonché a prodursi, in maniera del tutto corruttiva, nella compravendita dei voti di quei politici passibili di sostenere e promuovere questa specifica manovra redistributiva. Ogni singolo contribuente, al contrario, non avrà grandi incentivi nell’investire tempo e risorse per sferrare una contro-offensiva a simili pressioni, per influenzare e richiedere ai membri del Parlamento di provvedere al taglio fiscale di quel dollaro indebitamente estorto.

Ed è così che la democrazia moderna è degenerata in un sistema di saccheggio politico e di acquisizione di odiosi privilegi a scapito dei consumatori, dei contribuenti e dei produttori di ricchezza nell’alveo della società.


Il miraggio della Giustizia Sociale

In terzo luogo, come persuasivamente sostenuto un altro economista premio Nobel, Friedrich A. Hayek, ammesso e non concesso che i politici intrisi di paternalismo siano spinti all’azione dagli intendimenti più benevoli, non possiamo attribuire alcun reale significato a nozioni quali “giustizia sociale” o alla tanto politicamente declamata “equità”. <<Sono tutti miraggi>>, ci ha avvertito Hayek. Il mercato non premia dei vagheggiati concetti di “merito” o di “bontà”. Il mercato si limita semplicemente a ricompensare il “servizio”, vale a dire quanto un individuo è stato in grado di offrire al suo prossimo, sotto forma di prodotti passibili di soddisfare dei bisogni all’interno di un sistema di mercato di divisione del lavoro: “servizio” che è stato particolarmente apprezzato proprio da coloro che si sono mostrati ben disposti nel corrispondere un prezzo particolare pur di acquisirlo. Non è di fatto così?

Non esiste, in realtà, alcuna misura oggettiva di un “effettivo merito” individuale, così come non esiste alcuna scala metrica del “valore” o del “bisogno”: pertanto, non possono essere assolutamente invocate delle metodologie imparziali e scevre di pregiudizi con cui lo Stato possa conferire a ciascun membro della società la quota-parte del reddito nazionale, passibile di riflettere il suo corrispettivo “socialmente equo” e meritato.

Quindi, è senz’altro molto meglio lasciare la gestione di tali problematiche, che riguardano la sfera della solidarietà e dell’assistenza, agli individui e alle associazioni di volontariato che operano nel settore privato, i quali, nello spendere il proprio denaro, lo faranno sulla base delle proprie valutazioni circa chi possa o non possa meritare il loro sostegno, in virtù dei propri personali standard di benevolenza.
Inoltre, la carità privata, proprio perché si fonda sui contributi volontari, è molto più efficiente nel perseguire i propri obiettivi, rispetto alla situazione di monopolio coercitivo tipica del Welfare State. Per quale motivo, ci si chiederà? Semplicemente perché gli enti assistenziali privati ​​devono dimostrare ai loro sostenitori, del tutto volontari, che i soldi da loro sborsati sono stati spesi in maniera efficiente; in caso contrario, il loro supporto alla causa scemerebbe nel tempo, a fronte della concorrenza esercitata da altri enti benefici, ovvero a fronte degli utilizzi alternativi che i donatori decidessero di intraprendere con il proprio denaro.


Azzardo morale

In quarto luogo, Il Welfare State genera nel tempo incentivi perversi e comportamenti deviati tra i membri della società. Gli economisti definiscono questo processo come “azzardo morale”. Se i costi e le conseguenze degli errori e delle errate valutazioni di qualcuno sono pagati e sovvenzionati da altri, allora il soggetto che commette questi errori o queste cattive valutazioni non ha alcun incentivo ad imparare dai propri sbagli ed ad agire in maniera più prudente e saggia per il futuro. In tal modo, si creano le condizioni affinché tali individui perseverino a compiere le stesse azioni sconsiderate e dissennate. Di più, così facendo, si comunica anche ad altri soggetti, all’interno della società, che è possibile agire in maniera irresponsabile, atteso che un domani vi sarà pur sempre qualcun altro a pagare il conto: il contribuente.

A causa dei precedenti bailout governativi, le istituzioni finanziarie di Wall Street “troppo grandi per fallire” hanno ritenuto di poter agire in modo del tutto avventato con i soldi dei loro depositanti e dei loro investitori, giacché erano convinte (e per la maggior parte, hanno avuto ragione) che il governo sarebbe comunque venuto in loro soccorso, pur se le loro strategie “creative” di investimento avessero generato perdite immani.

Se le persone si attendono che sia lo Stato a dover pianificare la loro vecchiaia, a dover provvedere alle loro esigenze sanitarie, così come a supervisionare l’educazione dei loro figli, garantir loro un lavoro, monitorare ciò che esse debbano mangiare, bere, guardare o leggere, nonché a dover rimediare alle perdite derivanti da loro decisioni sbagliate, allora perché mai costoro dovrebbero imparare a correggersi, ovvero essere motivate a tenere delle condotte più responsabili in queste ed in altre vicende della vita quotidiana? Un simile atteggiamento non favorisce certo lo sviluppo di una società sana e produttiva nel lungo periodo.


Disavanzi pubblici e debito crescente

In quinto luogo, uno stato sociale in continua espansione implica un fabbisogno sempre crescente di nuove risorse finanziarie, in funzione dei poteri di regolamentazione e di redistribuzione dello Stato. In assenza di una “costituzione fiscale” che imponga un pareggio di bilancio o che statuisca limiti ben precisi alle capacità di spesa del governo, le moderne società democratiche si sono sempre più inabissate, a seguito delle politiche di deficit spending e dei debiti pubblici ormai fuori controllo. Stiamo assistendo proprio in questi giorni ad una crescita del debito di circa tre miliardi di dollari [l’articolo originale è apparso nel 2009, ndt].

Il debito pubblico si configura quindi come un diritto di pegno sui redditi futuri dei cittadini, in quanto si suppone, di principio e per interesse, che le somme oggi prestate siano ad un certo punto restituite ai portatori dei titoli di debito, in quanto divenute esigibili. Pertanto, il disavanzo di oggi si tradurrà necessariamente in tasse più alte domani, o in un maggior livello di indebitamento, indispensabili per poter continuare a pagare le somme ascrivibili al crescente interesse passivo sul debito accumulato.

Ma non dobbiamo mai dimenticarci che il pagamento di tale spesa in disavanzo non sarà solo posticipato a “domani”, quando si suppone che dovremo saldare sia le somme prese a prestito che i corrispettivi interessi. Giacché la paghiamo pure oggi. Ogni dollaro preso in prestito dallo Stato sottrae e dirotta verso altri impieghi un dollaro che si sarebbe potuto altrimenti impiegare in investimenti produttivi nel settore privato, ovvero in altri utilizzi. Di fatto, le risorse di una società sono limitate in qualsiasi periodo storico si volesse considerare. Queste risorse scarse vengono utilizzate sia dagli individui nel settore privato, sia dai governanti e da coloro che operano nel settore pubblico. Va da sé che le medesime risorse non possono essere impiegate, allo stesso tempo, da entrambe le categorie dei potenziali utilizzatori.

Così, ogni dollaro che il governo prende oggi a prestito (e le risorse effettive che il potere d’acquisto di quel dollaro è in grado di acquisire sul mercato) è un dollaro che non può essere utilizzato, ad esempio, nella costituzione di nuovo capitale, nell’innovazione tecnologica, in aumenti di produttività negli impieghi del settore privato, tali da consentire ai lavoratori di guadagnare salari più alti in futuro.
Al contrario, quel dollaro (e le risorse reali che esso rappresenta) viene impiegato dal governo per alimentare la spese corrente: gli stipendi dei dipendenti pubblici, le provvidenze del Welfare, o il carburante necessario per rifornire l’ “Air Force One” del Presidente.

Come risultato, ne consegue che siamo tutti molto più poveri, proprio perché le risorse vengono dissipate nei mille rivoli della spesa pubblica, piuttosto che orientate alla futura costituzione di beni capitali, suscettibili di garantire standard di vita più elevati e migliori in un futuro prossimo.


La nuova via della schiavitù

Tutti questi fattori, sommati ad altri che non sono stati nemmeno menzionati, ci mostrano chiaramente quali minacce e quanta immoralità sottenda il Welfare State. Lo Stato sociale ci ha condotto e continuerà a condurci lungo una infida e perigliosa nuova “via della schiavitù”, in cui le nostre esistenze sono sempre più controllate, gestite e manipolate dai detentori del potere politico, i quali si arrogano il diritto di imporci come dobbiamo vivere e lavorare.

Tale sistema incorpora una profonda immoralità, in ragione della quale la forza politica persevera a rivendicare l’autorità di negarci i nostri inalienabili diritti individuali alla vita, alla libertà e alla proprietà onestamente acquisita. Lo Stato interventista e welfarista ha costituito un nuovo feudalesimo con le élite dei governanti e con i gruppi di pressione portatori di interessi privilegiati, che prestano servizio come dei “signori” che comandano e tiranneggiano il resto dei cittadini, considerati alla stregua di servi moderni tenuti a sgobbare per il loro esclusivo beneficio, strangolati da una regolamentazione asfissiante, da una carico fiscale opprimente, nonché da un livello di inflazione destinato ad acuirsi con il trascorrere degli anni.

Pertanto, tutti coloro che preferiscono essere degli uomini liberi in una società libera, permeata dalle relazioni volontarie tipiche del libero mercato, devono profondere tutti gli sforzi intellettuali possibili per fermare ed invertire questa reazionaria contro-rivoluzione, del tutto incompatibile con l’ideale della libertà umana. In caso contrario, la nostra civiltà sembra essere avviata verso un terribile crollo che lascerà nient’altro che miseria e tirannia per le generazioni a venire.

 

Articolo di Richard M. Ebeling su In Defense of Capitalism & Human Progress

Traduzione di Cristian Merlo

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