“Io non avrei votato contro Hitler”: la moralità del non voto

di Wendy McElroy

Il potere dello Stato non dipende solo dalle sue “dimensioni” (per dirne una, il numero delle Leggi), quanto invece dalla misura in cui la gente gli obbedisce e da quante risorse spende per incrementare l’obbedienza ad esso. Una condizione – chiave dal punto di vista sociale è come lo Stato è visto e legittimato. Senza il velo di una legittimazione d’autorità, la gente non gli obbedirà: senza cose come le tasse o la forza lavoro, di cui ha bisogno per sopravvivere, non eserciterebbe a lungo il comando


Siccome considero la politica elettorale l’equivalente all’acqua di rose del terrorismo, in una recente convention libertaria ho sostenuto apertamente una sorta di condanna del voto. I miei argomenti sono stati presi di mira anche da quegli esponenti del Libertarian Party che si considerano anarchici, ma scattano in piedi ad applaudire convinti quando un compagno libertario decide di voler diventare un politico.

Nelle due aspre ore che seguirono, mi venne posta questa domanda: “Se avesse potuto esprimere il voto decisivo contro Hitler, lo avrebbe fatto?”. Replicai: “No, ma non avrei avuto nessuna obiezione di ordine morale nello sparargli una pallottola nel cranio”. Essenzialmente, adottai una linea piuttosto dura sull’eliminare di per se stesso Hitler come una minaccia.

Penso che qualcosa come un proiettile possa essere considerato come un atto di autodifesa in un modo in cui il voto non potrebbe mai esserlo. La differenza sta nel fatto che una pallottola può minuziosamente prendere di mira un meritevole bersaglio, mentre un voto attacca innocenti “terze parti” che debbono sopportare le conseguenze delle azioni del politico di turno che io (votando) avrei messo in una posizione di ingiusto potere sulle loro vite. Chiunque metta un uomo in una posizione di ingiusto potere – cioè, in una posizione di potere politico – dovrebbe condividere la responsabilità per ogni diritto quell’uomo violi in seguito.

Dopo questa mia risposta, il gentile signore che aveva preso la parole cambiò la propria domanda in questo modo: “Se non ci fossero state altre possibili strategie, lei avrebbe votato contro Hitler?”. Questa formulazione postula in sé un mondo completamente di fantasia in cui viene cancellata una delle realtà di base della nostra esistenza: la costante presenza di alternative. Essenzialmente, la questione diventa “se la fabbrica della realtà prendesse una forma totalmente differente, lei avrebbe i medesimi standards morali?”.

Siccome la mia morale deriva dalla natura dell’uomo e – penso – della realtà, non mi è possibile rispondere a una domanda simile? Ma la mia prima reazione fu di grande meraviglia: avrei dovuto decidere di tutto quanto fatto per mesi ed anni nel singolo, terribile dilemma di tracciare o meno una “X” accanto al nome di Adolf? O non ci potevano essere diverse alternative?

Potendo parlare solo per quella realtà che conosco ed in cui vivo, che è un mondo con infinite alternative, ribadisco che non avrei votato contro Hitler.

Il problema è lo stesso di sempre: quale è la natura profonda dello Stato? Anche accettando una definizione “neutra” come quella secondo la quale lo Stato è un’istituzione che pretende il monopolio della violenza su una data area geografica. Esso è insomma una forma di potere istituzionalizzato, e il primo passo per dissentire da esso è analizzare le parole “potere” e “istituzione”.

Ci sono, come ci ha insegnato Albert Jay Nock, due tipi di potere: sociale e politico. Il potere sociale va riferito a quel grado di libertà che i singoli effettivamente esercitano sulle loro vite; cioè, tutte quelle cose che possono liberamente scegliere (cosa mangiare, dove e come vivere…). Il potere politico va riferito all’effettivo grado di controllo che il governo esercita sugli individui: cioè, tutto quello che può scegliere per noi (cosa mangiano, dove e come ci tocca vivere…).

La relazione fra le due cose è inversa, antagonistica e, per così dire, inversamente proporzionale. Questo significa che uno dei due “poteri” si espande a spese dell’altro. Ho usato la parola “effettivo” in quanto il potere dello Stato non dipende solo dalle sue “dimensioni” (per dirne una, il numero delle Leggi), quanto invece dalla misura in cui la gente gli obbedisce e da quante risorse spende per incrementare l’obbedienza ad esso. Una condizione – chiave dal punto di vista sociale è come lo Stato è visto e legittimato. Senza il velo di una legittimazione d’autorità, la gente non gli obbedirà: senza cose come le tasse o la forza lavoro, di cui ha bisogno per sopravvivere, non eserciterebbe a lungo il comando.

In altre parole, la nostra libertà non dipende così tanto dal rigettare le leggi quanto dall’indebolire l’autorità dello Stato. Non dipende – come vorrebbero gli strateghi politici – dal persuadere qualcuno a votare in un dato modo. Sfortunatamente, questo processo conferisce ulteriore autorità all’intero quadro istituzionale per produrre ancora leggi ingiuste in prima battuta; e fortifica la struttura del potere statale accettando la sua autorità come se fosse uno strumento per cambiare le cose. Ma – è questa la lezione di Nock e dell’anarchismo americano – l’autorità statale non potrà mai essere “guidata” verso un suo ridimensionamento a favore, invece, del potere “sociale”.

Adesso, la parola “istituzione”: la gente chiama “istituzioni” cose molto diverse, come la famiglia, il mercato, la Chiesa e lo Stato. Io definsco come “istituzione” un meccanismo abbastanza stabile e largamente accettato per realizzare dei fini sociali e politici. Al massimo grado, queste istituzioni funzionano indipendentemente dalle intenzioni buone e cattive di chi le usa. Ad esempio, finché chiunque rispettasse le regole del libero mercato, questo funzionerebbe come un meccanismo di scambio. Lo stesso è valido per lo Stato. Finché tutti rispettassero le sue regole – cioè votassero e obbedissero alla legge -, esso funzionerebbe come un meccanismo di controllo sociale.

Il Premio Nobel Friedrich von Hayek rese popolare la teoria delle “conseguenze involontarie”, che sostiene che atti compiuti consciamente producono risultati imprevisti. Si tratta di una teoria ampiamente confermata dalla vita di tutti i giorni, e che può spiegare perché ottime persone che agiscono tramite cattive istituzioni produrranno pessimi risultati.
Anche gli uomini migliori che però agiscano tramite lo Stato non faranno che renderne più forte la legittimazione e l’autorità. All’atto pratico, il fatto che essi facciano anche un ottimo lavoro, per esempio limitando la legislazione, risulterà irrilevante per l’aumento della libertà individuale.

Tornando alla questione del votare per o contro Hitler…
Il problema in sé non è Hitler, ma tutto il quadro istituzionale che permette a un Hitler anche solo di provare a prendere il potere. Senza uno Stato che lo appoggiasse e un’elezione che lo legittimasse, Hitler avrebbe potuto essere – al massimo – il leader di una banda di straccioni che aggredivano la gente nei vicoli bui. Votare per Hitler o contro di lui avrebbe soltanto nella medesima misura reso più forte l’ambiente che lo aveva prodotto – un ambiente che, qualora Hitler non fosse giunto al potere, avrebbe poco dopo prodotto un altro come lui.
Ucciderlo, questo sì, avrebbe fatto meno danni. Ma questo – come votare – sarebbe stato ammettere la sconfitta su tutta la linea. Il ricorso alla forza bruta è cifra del fatto che tutte le forme di “potere sociale” sono state distrutte e le persone sono state costrette ad accettare la logica della violenza, del Potere, dello Stato.

Sotto una tirannia, la violenza può essere giustificata fintanto che resta un qualcosa di “mirato” e non arrivano a farne le spese innocenti “terze parti”. In queste circostanze, però votare non è, almeno dal mio punto di vista, giustificabile da un punto di vista morale.

Nessuno ha il diritto di porre un essere umano in una posizione di potere politico e, dunque, di predominio e sopraffazione su di un altro.
Nessuno di noi può autorizzare un altro uomo a rapinare e schiavizzare delle persone pacifiche: cos’è il voto se non l’istituzionalizzazione di tale “permesso”?
Mi pare ovvio che non si possa lavorare per la libertà chinando la testa davanti al Leviatano.

Contribuito di Wendy McElroy, tratto da: http://www.macropolis.org/astens/nonvoto.pdf

Lo scritto riproposto è un estratto di Le ragioni del NON VOTO, piccolo volume curato da Alberto Mingardi.

Ti è piaciuto questo articolo?

Be the first to comment

Leave a Reply

L'indirizzo email non sarà pubblicato.


*