Il parassitismo politico: la “faccia nascosta” dello Stato moderno, impresa interna e internazionale di potere

di Alessandro Vitale

I regimi democratici e di Welfare State cambiano solo i modi di stabilire il peking order, (l’“ordine di beccata”): chi cioè possa saccheggiare e taglieggiare gli altri. Lo Stato in questa sua ultima fase rivela inoltre i meccanismi endogeni del suo inarrestabile autoaccrescimento, insiti nel funzionamento dei ‘servizi pubblici’, che portano all’espansione burocratica e alla corrispondente restrizione della libertà, provocata anche dalla sottrazione dilagante di risorse. Infatti il corrispettivo di un ‘servizio’, di un obbligo a rispettare determinate procedure arbitrariamente decise è un dovere contributivo (giustificato con l’organizzazione di un ‘pubblico servizio’) e burocratico che genera parallelamente una paga pubblica e nuovi posti pubblici garantiti, anche se non corrispondenti a reali bisogni dei cittadini o a quei bisogni che potrebbero essere benissimo soddisfatti in un ambito privo di ingerenza politica. L’intero sistema coercitivo fiscale che sta alla base del Welfare, se da una parte viene giustificato come strumento per finanziare i ‘pubblici servizi’, dall’altra serve per estorcere ai cittadini le risorse necessarie a mantenere il pubblico impiego, le cui funzioni possono essere allargate a piacimento sulla base della spesa pubblica, sulla quale incide la decisione e quindi il favore politico. Dove si continuano a inventare pubbliche funzioni, attività e servizi da affidare alla mano pubblica, la pioggia di rendite politiche è dilagante. Il risultato dello “Stato sociale” è così il parassitismo associato alla burocratizzazione


 «Ci sono due distinte classi di persone: coloro che pagano le tasse e coloro che le ricevono e di quelle vivono ».
Thomas Paine
«Lo Stato è una macchina agevolatrice del parassitismo».
Max Nordau
 «Il metodo storico stabilisce l’importante fatto che, come nel caso delle malattie tabetiche e parassitarie, lo svuotamento del potere sociale da parte dello Stato, una volta oltrepassato un certo punto di sviluppo, non può più essere controllato. La storia non mostra un solo caso in cui, una volta superato tale punto,lo svuotamento non sia terminato in un crollo completo e permanente. In alcuni casi la disintegrazione è lenta e dolorosa ».
Albert Jay Nock
 «Dove c’è ricchezza, gli uomini cercano di impadronirsene a ogni costo e creano giustificazioni ad hoc per la loro rapacità. È questo l’arcano dello “Stato sociale” e di tutte le sue forme degenerative: una parte dell’umanità preferisce organizzarsi (o utilizzare le strutture statali già esistenti) per vivere alle spalle degli altri […]. Il capitolo rimasto da scrivere della politologia moderna è quello dei ceti parassitari, sui quali non esiste ancora letteratura: soprattutto non vengono approfonditi in maniera sistematica i rapporti parassitari entro le comunità politiche. Questo è quello che dovrebbe essere studiato a fondo».
Gianfranco Miglio

 

1. Premessa

La recente crisi economica mondiale ha prodotto, nonostante la sua vera genesi (che giustificherebbe reazioni opposte)[1], il riemergere di argomentazioni e di isterismi favorevoli all’incremento del ruolo dello Stato nell’economia e nella vita civile. È rinata l’idea che Stato e burocrazie, elevati livelli di tassazione e di spesa pubblica, politiche neokeynesiane, salvataggi governativi di industrie, nazionalizzazioni, politiche redistributive e protezionismo, siano l’unica ancora di salvezza di fronte alla crisi e che bastino un gruppo di funzionari o miriadi di leggi per realizzare qualunque fine desiderato. Si tratta del rigurgito di quello che James Madison già nel 1794 definiva «Il vecchio trucco di far diventare ogni crisi un mezzo per accumulare forza nel governo», un astuto espediente per un prodigioso aumento di potere dello Stato.[2]

Quello che rimane in ombra in questi “ritorni di fiamma” dello statalismo è sempre “l’altro volto della luna”, la “faccia nascosta” dello Stato moderno: l’incremento del peso politico-burocratico, della tassazione e della regolamentazione, dell’assalto alla produzione di ricchezza e di valore economico, ai frutti dello scambio di mercato e la proliferazione di un fenomeno a lungo occultato nelle scienze politiche e sociali, ma di colossale rilevanza e dalle vaste conseguenze materiali: il parassitismo politico.

La storia degli ultimi centocinquant’anni, che ha visto un’estensione colossale della “sfera pubblica” e della burocratizzazione, è coincisa con “un’era d’oro” del parassitismo. Un sempre più esteso strato di fruitori di tasse, i tax-consumers, ha scoperto una miriade di modi per vivere alle spalle dei tax-payers, inventando centinaia di formule, anche fantasiose, con le quali rendere irriconoscibile la realtà molto materiale del parassitismo, facendo apparire un’attività predatoria e improduttiva, quando del tutto evidente, come produttiva, giusta e necessaria.[3]

Se il caso italiano, con il suo sistema politico perverso e degenerato, il livello di corruzione, clientelismo e nepotismo, saccheggio delle risorse pubbliche raggiunto (legale e illegale) in tutti i settori è paradigmatico – come tutti si sono ormai accorti anche solo leggendo la vasta serie di documentati libri che in questi anni hanno raccolto prove inconfutabili di un’attività predatoria sistematica e di un parassitismo politico di proporzioni spaventose[4] – in realtà la crescita burocratica e parassitaria degli Stati ha fatto registrare ovunque nell’arco del Novecento livelli e conseguenze inauditi, che sarebbero apparsi mostruosi e inaccettabili agli abitanti della civiltà occidentale dei secoli precedenti e che oggi fanno temere un collasso di civiltà.

La proliferazione burocratica e il parassitismo politico hanno assunto queste colossali dimensioni nello Stato moderno e contemporaneo grazie alla strutturale monopolizzazione, centralizzazione e spropositata crescita del potere statale (alle quali il Costituzionalismo ha opposto freni rivelatisi inefficaci) – creando fenomeni distruttivi e problemi sempre più gravi per la convivenza civile e la prosperità economica. La vita civile e produttiva è sempre più compressa in una soffocante gabbia d’acciaio, mentre caste che si servono del monopolio e della minaccia della violenza legittima (sul piano interno e internazionale) riescono a disporre di sterminate risorse, sempre più spesso dilapidate in mille canali di spreco e in favori politici fatti di paghe e di rendite garantite. Ai gravi problemi provocati dal parassitismo politico si risponde però con contromisure (che rischiano di essere peggiori del male) che generano ulteriore parassitismo: una vera e propria “produzione di parassitismo per mezzo di parassitismo”.[5] Pesanti strutture e canali parassitari di consumo ed erosione improduttiva delle risorse, costosissimi apparati governativi e burocratici, colossali sprechi causati dagli interventi pubblici, livelli di tassazione mai visti e ormai intollerabili per i produttori di ricchezza, dei quali essiccano anche le fonti di indipendenza economica, distruggono la proprietà sul legittimo frutto del proprio lavoro e paralizzano l’innovazione, sia economico-tecnologica che politico-istituzionale. L’eccesso di parassitismo è alla base di questa catena, di questa marcia della follia verso il precipizio.

 

2.      Cos’è il parassitismo politico

Il parassitismo, ossia il vivere alle spalle degli altri, metodo per procacciarsi risorse che non sono state prodotte o scambiate, ma conquistate con l’uso potenziale (minaccia) o effettivo della violenza, è quanto di più connaturato all’attività politica e di più diffuso si possa immaginare. Già di per sé è un fenomeno universale, che domina anche il mondo animale come norma piuttosto che come eccezione[6], ma che nelle convivenze politiche umane diventa una forma di adattamento basata su un’attività di sistematica rapina ai danni, come accade solo in qualche caso fra gli animali, di conspecifici (“autoparassitismo”) ridotti a prede, conservate senza sopprimerle dopo averle sottomesse, al fine di meglio sfruttarle estorcendone le risorse che scambiano o producono, senza doverle produrre a propria volta ma godendone in modo improduttivo, spogliando, indebolendo e impoverendo i sottomessi, che spesso finiscono per accogliere con benevolenza e tollerare il parassita, fino a ridursi in miseria. Come il parassitismo animale, anche quello politico è un metodo per procacciarsi risorse altrui che affligge l’umanità da millenni. Il parassita è colui che non produce ricchezza, ma vive consumando quella prodotta da altri.

Le analogie funzionali fra il parassitismo animale e quello politico sono impressionanti, a partire dalla loro strategia evolutiva e di adattamento, per arrivare alla loro diffusione in vere e proprie epidemie di “parassitosi” (in campo politico si tratta delle “riscosse parassitarie”, che avvengono quando viene adocchiata e conquistata con la minaccia della violenza o con il suo uso effettivo, la ricchezza prodotta da alcuni, fino a dilapidarla), sebbene la decisiva differenza vada rinvenuta nell’importanza che l’immaginazione, l’autocoscienza, il linguaggio, la scelta consapevole e la volontà giocano nell’ambito dell’azione umana.[7]

Gli uomini cercano sempre, quando possono, di vivere alle spalle dei loro simili, secondo una sorta di “legge del minimo sforzo”, servendosi della costrizione e del potere (mezzi politici di acquisizione della ricchezza), che nello Stato moderno raggiungono un grado di concentrazione e di sistematizzazione mai visto in precedenza e che trasforma in tal modo questa aggregazione politica, nella quale ancora viviamo, la massima espressione del parassitismo sistematizzato, fruibile da parte di classi politiche e burocratiche in modo regolare e relativamente tranquillo.

Il parassitismo politico, che ha il suo strumento principe e il suo canale privilegiato nella tassazione e nell’imposta e che nello Stato moderno ha trovato il modo per essere sistematizzato, reso regolare, tollerato grazie all’uso di sofisticate, variabili e spesso ingegnose ideologie per giustificarlo (ma sempre su un instabile confine, oltre il quale esplodono le rivoluzioni antifiscali, molto diffuse nella storia), si trova allo stato puro nel campo dell’azione politica. Infatti anche altri gruppi politici organizzati (ad esempio le mafie) sono strutture parassitarie per eccellenza: mediante la minaccia della violenza (anche in campo commerciale, ostacolando la concorrenza) mirano alla conquista del monopolio della relazione dominante-sottomesso, entrando spesso, come dimostra il caso italiano, in simbiosi con istituzioni statali che permettono l’esercizio della minaccia e l’uso di una violenza efficace (in quanto monopolizzata) per l’acquisizione politica della ricchezza. Il crimine organizzato è un parassita che vive sia grazie alla legislazione dello Stato, che del tentativo di inserirsi nel canale monopolistico statale di sfruttamento, accaparrando le risorse e il lavoro di una comunità a proprio vantaggio e debilitando il tessuto produttivo e lo sviluppo civile delle comunità colpite.

Nonostante l’imponenza, la vastità del problema e la diffusione del fenomeno (del quale qui potranno essere trattati solo pochi aspetti) nella storia umana, manca ancora sorprendentemente una sistematica teoria scientifica del parassitismo politico, a differenza di quanto è accaduto nelle scienze naturali per quello animale. Infatti, anche se secondo Max Weber è dovere dello scienziato della politica non sottrarsi all’esame di realtà che possano apparirgli sgradevoli, il tema del parassitismo è stato espunto e occultato per quasi un secolo dalle scienze politiche, che hanno preferito chiudere gli occhi di fronte alla sua proliferazione nelle forme estremamente sofisticate e dilaganti dello Stato burocratico moderno. È accaduto non certo a caso: quelle scienze infatti, in particolare nell’Europa continentale, sono state incluse e rimodellate nelle Accademie statali da studiosi trasformati in funzionari e “burocrati della scienza” che gradatamente sono riusciti ad imporre la loro “agenda degli studi”, rendendola coerente (seppur con notevoli eccezioni e non a caso nel mondo accademico anglosassone), con quel ruolo legittimante che svolgono la burocrazia e gli intellettuali, cancellando per convenienza (e/o per ovviare al rischio di impopolarità), temi chiave troppo scomodi e per nulla remunerativi. Il risultato è stata l’eliminazione di un tema, pur se dal peso macroscopico nelle convivenze umane, dal ”vetrino loro dei microscopi”, nonostante il fatto che la Scienza della Politica ai suoi primordi, fra la fine del XIX secolo e l’inizio del XX, a partire dalla “Scuola elitista” italiana (Mosca, Pareto), avesse ben presente il fenomeno e lo giudicasse decisivo. Fra i pochi scienziati che nell’epoca contemporanea hanno saputo mantenere il tema al centro delle loro riflessioni, anche a rischio di gravi svantaggi personali, quali diffidenza accademica, impopolarità ed incredibile (se rapportata alla loro reale statura scientifica) emarginazione, al punto che, come è accaduto ai maggiori scienziati realisti della politica, quanto più aumentava la loro statura scientifica, in misura inversamente proporzionale diminuivano la loro popolarità e cresceva l’imbarazzo a citarli, vanno ricordati Bruno Leoni (1919-1967), con la sua teoria della contrapposizione fra rapporto politico (egemonico e disproduttivo) e rapporto economico-produttivo (basato su relazioni di complementarietà e di reciprocità), Giuseppe Maranini (1902-1969) e Gianfranco Miglio (1918-2001), il quale ha introdotto nella politologia scientifica dalla metà degli anni Sessanta il concetto di ‘rendita politica’, fornendone un’analisi rigorosa e tagliente come un rasoio (teoria e tipologia) e facendo della contrapposizione irriducibile fra ‘obbligazione politica’ e dimensione del ‘contratto-scambio’, fra redditi di libero scambio (guadagno) e profitti da coercizione politica (rapina ed estorsione basati sulla minaccia della violenza), il fulcro della sua originale teoria del ‘politico’.[8]

In realtà però le teorie di questi pionieri trovano convergenze scientifiche in una lunga tradizione scientifico-culturale di antichi studi e ricerche che vanno dal Benjamin Constant di Conquista e usurpazione[9], al Burke de La società naturale, al Wilhelm von Humboldt del Saggio sui limiti dell’attività dello Stato, a John Caldwell Calhoun (la contrapposizione fra tax payers e tax consumers), a Jean-Baptiste Say e alla sua analisi della tassazione[10], ai suoi allievi Charles Comte e Charles Dunoyer, allo Spencer di Social Statics, al Gumplowicz dei Grundrisse der Soziologie, al Max Nordau di Der Sinn der Geschichte.[11] Vanno poi considerati per le loro intuizioni folgoranti James Mill, Lysander Spooner, i già citati “elitisti” italiani, il realismo politico prima di De Molinari e di Bastiat e poi degli economisti “Austriaci” (dal Mises di Human Action a Murray N. Rothbard[12], al contemporaneo Hans H. Hoppe), quello di Franz Oppenheimer (la formazione dello Stato e la netta contrapposizione fra i due soli modi di acquisizione della ricchezza: quelli ‘politici’ della violenza-coercizione, della conquista, rapina e saccheggio da una parte e quelli ‘economici’, della produzione e dello scambio dall’altra)[13] la teoria di Jay Nock della contrapposizione fra parassiti politici e produttori[14], quella di Ayn Rand[15] e poi di Bertrand de Jouvenel[16], degli storici Douglas C. North e F.C. Lane[17], Niall Ferguson[18] e William H. McNeill[19] che ha utilizzato il parassitismo come lente di lettura della World History. In ambito esterno ma parallelo alla Scienza della Politica vanno poi ricordati la Scuola di Public Choice e la sua teoria dello “sfruttamento democratico”[20], Mancur Olson[21] e tutti coloro che hanno sviluppato l’analisi realista della politica del Welfare State quale struttura di sfruttamento ad uso e consumo dei ceti parassitari più scaltri e fonte inesauribile di proliferazione burocratica. I nomi sono innumerevoli e appartengono tutti non a caso al mondo anglosassone[22], in cui la ricerca scientifica sulla politica è rimasta più libera e meno servile.

 

3.      La relazione alla base del parassitismo politico

Vivere alle spalle dei propri simili significa sfruttarne il lavoro e le risorse prodotte, pretendere il soddisfacimento dei propri bisogni non dalla natura, ma dall’opera o dalle risorse scoperte da altri uomini, indirizzare i propri sforzi per sottometterli con l’astuzia e con la violenza, facendosi mantenere invece che orientarli alla scoperta e allo sfruttamento della natura. Quella parassitaria politica è un’attività basata sulla relazione comando-obbedienza (basilare nel rapporto politico), che viene agevolata dalla natura bonaria e remissiva dei sottomessi, che non creano ostacoli al parassita, resistendo. Asservire i propri simili consente da sempre ad alcune minoranze dominanti di economizzare gli sforzi rispetto a quelli necessari nella dura lotta con la natura e nella produzione di risorse. Una volta acquisito potere, è possibile sfruttare a proprio vantaggio le energie e le capacità di altri uomini e l’appropriazione del lavoro e dei beni altrui diverrà tanto più facile quanto più concentrato e forte diventerà il potere, come nel caso dello Stato moderno.

Il parassitismo va inserito nella contrapposizione fra due tipi opposti di relazioni umane: da una parte il rapporto contrattuale, volontario e libero e dall’altra quello egemonico, coercitivo, non volontario di sottomissione, ottenuto con la minaccia della violenza. I legami fra gli uomini rientrano sempre in una delle due categorie e non esistono vie di mezzo. Per ottenere lo stesso fine (possedere ciò che si desidera, acquisire la ricchezza) esistono solo due metodi contrapposti: o lo scambio, che storicamente ha dato vita al sistema del commercio (il tentativo di ottenere per mutuo accordo ciò che non si può conquistare con la violenza), oppure il ricorso alla coercizione. Utilizzare la minaccia o l’uso della violenza è una tentazione permanente, che diventa realtà quando il mutuo accordo non è soddisfacente: di qui la guerra e la conquista nella dimensione “internazionale” o la coercizione e la tassazione, a livello “interno”, che servono per dominare e sfruttare il nemico vinto. Un uomo o un’aggregazione politica che risultassero sempre i più forti in ogni confronto non penserebbero mai di servirsi dello scambio per ottenere le risorse che desiderano. I predoni che venivano da lontano e i governanti locali avevano sempre la tentazione di confiscare invece che di comprare i beni. Depredare gli altri per mezzo del governo costituisce un’alternativa molto più facile, una scorciatoia rispetto al duro lavoro di produzione e di scambio delle risorse (che possono essere anche non appetibili e quindi potenzialmente possono dare luogo a un reddito negativo). È lo stesso possesso del potere che spinge a preferire i mezzi politici (la violenza) per l’acquisizione della ricchezza, rispetto a quelli economici (produzione, scambio, dono).[23]

L’estorsione, la rapina, la schiavitù, la coscrizione obbligatoria, la conquista e la tassazione, rientrano nella categoria del rapporto egemonico, non volontario, nei mezzi politici di acquisizione della ricchezza e nell’ambito di una relazione parassitaria. La presenza della coercizione dimostra che è solo la minaccia a mantenere in piedi queste relazioni asimmetriche, che implicano giochi “a somma zero” nei quali tutto quello che una parte del rapporto conquista, l’altra perde. L’esatto opposto delle relazioni reciproche di tipo contrattuale e di scambio, nelle quali si instaura un rapporto reciprocamente vantaggioso (viene prodotto valore economico), dato che lo stesso ingresso nella relazione è possibile (in quanto volontario) solo se entrambe le parti si attendono un beneficio dalla transazione: cosa che porta a un miglioramento del benessere complessivo delle parti (gioco “a somma positiva”, nel quale entrambe le parti si avvantaggiano).[24]

Anche storicamente, quando le classi politiche confiscavano il frutto dei rapporti commerciali e la produzione volontaria per il mercato, quest’ultimo ne è sempre risultato indebolito o spariva addirittura del tutto per un certo tempo. A fasi di grande prosperità nelle quali prevalevano attività economiche, cioè di trasformazione cooperativa di risorse naturali, si sono alternate altre di decadenza e stagnazione, di trionfo del parassitismo politico, di sfruttamento politico-burocratico, di dominio dell’uomo sull’uomo. Tuttavia il mercato ha sempre teso a rimettere radici, perché nello scambio mondiale basato su differenti specializzazioni erano insiti elevati benefici reciproci, fino allo sviluppo in determinate epoche di un commercio mondiale vantaggioso per tutti – nelle lunghe fasi di globalizzazione – e della produzione di beni destinati alla vendita a prezzi liberamente negoziati.

Rendite derivanti dalla politica e redditi prodotti dalla relazione di contratto-scambio e dalla produzione-scambio economici sono il prodotto di relazioni opposte su tutti i piani. La cooperazione basata sul contratto e sullo scambio (relazione simmetrica) e la relazione basata sul comando e sulla subordinazione (relazione asimmetrica)[25] sono irriducibili. Le prime possono essere garantite dal monopolio della violenza (per questo sono appetibili), mentre le altre sono molto più aleatorie, dato che si fatica ad ottenere il consenso allo scambio di mercato e che la concorrenza nella produzione di risorse espone all’incertezza sul successo di un’impresa. I redditi di mercato possono anche essere negativi. Sorge naturale pertanto il desiderio che qualcuno, dotato di potere, induca o costringa la controparte a cedere allo scambio. Di tutte le forme di garanzia di reddito, nessuna è forte come quella che può contare sulla coercizione, che è estranea allo scambio in sé e all’economia di mercato. Essa genera rendite politiche, sia stabili (capi politici, amministrazioni, burocrazia, partiti politici), che temporanee (interventismo pubblico, sussidi, sovvenzioni, aziende pubbliche, ecc.).

Nel caso dell’intervento di fonti di potere o dello Stato (che è il sistematizzatore, l’organizzatore più efficiente dei mezzi politici di acquisizione delle risorse – il bottino politico) nella relazione di scambio e volontaria-contrattuale, dato che in questo modo qualcuno guadagna a danno degli altri, a causa dell’intervento coercitivo, si crea invece un ambito di conflitto (contrariamente a quanto riteneva Hobbbes), di conquista e di sottomissione del vinto, una relazione parassitaria, «Perché ognuno si trova nell’alternativa di far parte del gruppo dei vincitori [in una relazione di tipo opposto – coercitiva e di sottomissione] o in quello perdente delle vittime».[26] La stessa azione dello Stato, modificando la relazione di scambio con la coercizione e aumentando le occasioni per la produzione delle rendite politiche (tassazione, protezionismo, sussidi, chiusura dei mercati, blocco dell’ingresso in un settore commerciale o produttivo, creazione artificiale di bisogni e di obblighi – ad esempio di documenti mediante costrizione e regolamentazione), favorisce l’emergere di legioni di percettori di rendite politiche e finisce per spezzare in due classi contrapposte la convivenza: i tax payers e i tax consumers (i beneficiari della tassazione: dai politici all’apparato dei burocrati, più o meno esteso)[27] contrapposti dalla stessa possibilità di impossessarsi del governo per farne una macchina con la quale spogliare l’altra classe, in particolare dove la legislazione è di produzione esclusivamente politica. La forma di governo è scarsamente rilevante, dato che la condizione cambia solo in relazione a profitto di chi la spoliazione verrà effettuata. Il contrasto non si forma affatto all’interno dell’attività di scambio, ma per effetto dell’azione del governo politico, che crea il conflitto stesso. Ne possono diventare partecipi anche imprenditori del big business, i quali si trasformano in tal modo in attori parassitari accedendo al potere politico e alle decisioni pubbliche, costringendo lo Stato a salvataggi di industrie, a rendere efficaci contratti coercitivi o all’imposizione di prezzi estranei allo scambio di mercato.

Le rendite politiche derivanti da tassazione sono il frutto di un processo sempre ineguale e tutt’altro che neutro, che crea inevitabilmente rapporti di antagonismo in relazione all’operato del prelievo fiscale. Maggiori sono le tasse e le erogazioni, maggiori saranno i guadagni per gli uni e le perdite per gli altri. L’effetto di ogni aumento del prelievo coercitivo di risorse (anche se su base democratica, per favorire determinati ceti) è quello di fare arricchire e di rendere più potente una parte e di impoverire e rendere politicamente più debole l’altra. Le paghe pubbliche vivono solo ed esclusivamente sulla produzione e lo scambio di ricchezze economiche. È evidente che un’espansione dello Stato quindi riduce quelle ricchezze.

Ovunque sarà possibile farlo (soprattutto dove le relazioni di potere sono stabili e istituzionalizzate) colui che vive dei proventi dell’estorsione politica impiegherà i mezzi politici per perpetuare la sua condizione, estendendone la portata. Tuttavia, come la guerra nella dimensione internazionale ripetutamente ha dimostrato agli Stati che la violenza bellica può incontrare resistenze e far rischiare l’insuccesso strategico (anche per rivoluzione degli affari militari, la trasformazione della guerra e del modo di farla), facendo ripiegare piuttosto sui proventi estorti dalla tassazione del commercio e dell’industria[28], così anche i percettori di rendite politiche dovranno evitare di incappare in forme di resistenza. In tal modo il parassitismo politico ha goduto del sostegno della maggior parte delle ideologie politiche storicamente formulate, che vanno viste come espedienti per legittimarlo. L’opera di fondo è stata quella di giustificare l’attività aggressiva del parassitismo (che conducono anche i criminali) con nobilitazioni studiate ad hoc. Così, mentre il furto privato veniva condannato, quello su scala colossale della tassazione veniva giustificato con formule di legittimazione del potere. Coltivate e diffuse da ideologi e intellettuali (religiosi o laici) per contrastare diffidenza, possibilità di incrinatura del rapporto politico di fedeltà, sfiducia e ribellione, la componente ideologica ha sempre enfatizzato il ruolo della classe politica e dei suoi “aiutanti” burocratici, convincendo le vittime del parassitismo che in ogni caso traggono un vantaggio dalla presenza e dall’opera (estorsione, racket della protezione, furto) di quei ceti, quali difensori da una presunta “aggressione” compiuta con gli strumenti di mercato e con i mezzi economici di acquisizione della ricchezza. Con il paradosso che le vittime di un’aggressione parassitaria vengono considerate le vere colpevoli e i rapporti di mercato giudicati come predatori e aggressivi. Il risultato sarà l’estensione della violenza coercitiva in tutti i rapporti umani.

Tutto il corso della storia è una lunga vicenda di trasformazioni della classe parassitaria, delle istituzioni e delle ideologie delle quali si serve per giustificare la spoliazione sistematica dei ceti produttivi. Le formule di legittimazione del potere (e delle rendite che assicura) decadono e vengono sostituite quando non vengono più credute perché appare la realtà sottostante al rapporto politico e al connesso fenomeno del parassitismo. Non importa nemmeno che il parassita non si accorga della relazione effettiva che lo pone nella posizione dello sfruttatore e quindi creda alle ideologie che diffonde.

 

4.      L’evoluzione del parassitismo politico

L’evoluzione storica del parassitismo politico è perfettamente leggibile nella logica della vicenda che ha spinto bande di nomadi e predatori – che razziavano comunità produttive ai fini del proprio guadagno parassitario ai danni delle popolazioni che generavano ricchezze stanziali[29] – fino alla consapevolezza del possibile rapido esaurimento di quelle stessi fonti di ricchezza rapinate e quindi alla necessità di fare in modo che quei gruppi umani fossero lasciati in pace per un certo tempo, affinché potessero riprodurre le risorse sottratte con la violenza, per essere poi nuovamente derubati in futuro.[30] Mantenere la produttività delle vittime del parassitismo è una caratteristica evolutiva essenziale del fenomeno, che prende il via dalla decisione storica di risparmiare il nemico vinto, reso schiavo e non più eliminato quando sconfitto.

Su questo piano d’analisi scientifica saltano anche i rigidi confini disciplinari contemporanei fra Scienza della Politica (che si occupa della dimensione “interna” delle aggregazioni politiche) e Relazioni Internazionali (che studia le relazioni “esterne”). Il parassitismo infatti domina entrambi i campi con una logica unica, lineare e speculare. La “legge della potenza” scoperta da Tucidide (l’estensione del dominio politico fin dove possibile) non fa differenza fra le due dimensioni: anzi, nella stessa identica continuità si colloca l’insediamento di conquistatori che dall’esterno o dall’interno della comunità politica, mediante l’accaparramento del potere, favorito dall’essere meglio armati e più violenti, riescono a imporsi per sfruttare i più deboli e disorganizzati.

Il processo di conquista è infatti all’origine stessa degli Stati[31] e si manifesta nella forma della “conquista esterna” di territori limitrofi, che non è altro che una estensione della propria base umana sfruttabile, solo in seguito trincerata da confini territoriali che delimitano “il campo del parassitismo esercitabile”, da istituzionalizzare e regolamentare a vantaggio della propria attività di saccheggio e di confisca, trasformata in imposizione fiscale talmente regolare da essere percepita come una “calamità naturale” inevitabile. I conquistatori accorpano territori e popolazioni nel regno che governano monopolisticamente e sottopongono a regolare tributo i conquistati, stabilendosi fra di essi.[32] La guerra quindi favorisce l’intensificazione e la centralizzazione del potere politico[33] e anche l’uso del nemico esterno come minaccia può essere uno strumento che favorisce il godimento di rendite politiche parassitarie interne.[34] La conquista e lo sfruttamento parassitario dei sottomessi, “interni” ed “esterni”, si alimentano con ‘mezzi politici’[35]: l’espropriazione e la tassazione, tanto più perfetti quanto più l’organizzazione statale si perfeziona. La confisca delle risorse prodotte è la fonte primaria di sostentamento della classe politica e lo Stato al quale essa dà forma non è che una somma di privilegi “extra-economici”.

Il nesso esistente fra ‘bottino politico’ interno (tassazione e imposizione fiscale, vittoria dei ceti parassitari su quelli produttivi o su altri gruppi di aspiranti a posizione di potere, messi a tributo in quanto vinti nella lotta per la conquista del monopolio dell’esazione forzata e della possibilità di utilizzare forme moderne di sfruttamento del lavoro forzato) e ‘bottino esterno’, derivante da quelle conquiste militari stimolate dal progressivo esaurirsi (o dalla minaccia di estinguersi) delle fonti di sostentamento del parassitismo politico ‘interno’ all’aggregazione politica, deriva dalla logica unica e primordiale della campagna di guerra, che si conclude sempre con la spartizione della preda, con la distribuzione del bottino e dei vantaggi ai partecipanti all’impresa, sulle quali si fondano anche i rapporti politici, i legami di fedeltà fra capo politico e seguaci gratificati da doni e in seguito da una paga regolare che verrà consentita dalle imposte, anch’esse risultato di una “conquista interna”.

Incursioni guerresche e sfruttamento del lavoro produttivo sono due facce della stessa medaglia. Anche la guerra infatti è una forma di parassitismo e ha avuto fino alla vicenda dello Stato moderno come scopo prevalente quello della conquista delle risorse altrui. È stata l’organizzazione politica a dare la possibilità di impadronirsi delle risorse dei vicini, una volta esaurite quelle interne. Se inizialmente il capo politico retribuiva i suoi uomini prelevando dal bottino di guerra, in seguito li manterrà con la sua fortuna personale.[36] Ma quando il capo politico diventerà il conquistatore di un territorio e di un popolo, la necessità di mantenere l’apparato della violenza lo costringerà a finanziare sia gli eserciti che le guerre esterne con le imposte, che da occasionali diventeranno regolari, come gli stessi eserciti.

Dalla forma più primitiva e rozza di parassitismo (l’aperta violenza per derubare, seguita dall’assassinio, come nella guerra, in cui il vinto veniva soppresso) si passa così a forme istituzionalizzate di sfruttamento parassitario regolare – già nella forma degli imperi antichi, delle civiltà mediterranee che si scontravano per il diritto di sottoporre gli sconfitti a tributo – che prevede il salvataggio del vinto, garantito da leggi e norme sicure e cogenti. Conservare la capacità fiscale di un popolo e accrescerla, dato che da sudditi agiati sarà possibile anche pretendere di più, diventerà in seguito il fine prevalente degli Stati, perseguito con istituzioni regolari che consentissero ai produttori di continuare a produrre risorse godute parassitariamente dalle caste politiche. Non a caso gli Stati che saranno in grado di dare maggiore libertà d’azione al capitale e all’imprenditoria privata, riusciranno anche a prosperare di più, mentre l’opposto accadrà in termini di stagnazione ai Paesi maggiormente interventisti in economia, che hanno assorbito parassitariamente la maggior parte delle risorse prodotte e non a caso sono stati maggiormente propensi alla guerra.[37]

Sin dai primordi delle convivenze umane il parassitismo è stato un elemento chiave, al punto che l’intera storia può essere letta a partire dai modi di organizzazione, di strutturazione, di istituzionalizzazione e del peso (molto variabile) del parassitismo politico. William McNeill ha persino ipotizzato un nesso fra epoche di “riscossa parassitaria” umana (macroparassitismo politico, uomini che vivono depredando altri uomini) ai danni dei produttori di risorse ed epoche di esplosione del parassitismo animale (microparassitismo) a spese dell’organismo biologico umano. Il macroparassitismo è stato reso possibile da società capaci di produrre abbastanza per rendere l’espropriazione violenta di risorse un modo di vivere attuabile con continuità per i popoli guerrieri. Tuttavia, quando l’equilibrio si rompeva e i gruppi umani di produttori si rovinavano, dilagava il microparassitismo di virus e batteri. Le aggressioni di macro e microparassiti sono state così anche e perfino alla base dell’equilibrio demografico delle civiltà. Nel crollo dell’Impero romano questa alternanza è evidente, così come lo è nelle grandi pestilenze del XIV secolo e in quelle successive, che attaccarono popolazioni già stremate dal macroparassitismo politico. Per non parlare delle carestie più distruttive[38] e della relazione fra guerra e raccolti devastati.

Il collasso di grandi civiltà e di imperi, da quello romano[39] a quello sovietico, sono leggibili inoltre in base a un’altra “legge ferrea” del parassitismo politico: quando il livello del parassitismo e delle rendite di natura politica supera quello della produzione di risorse, il sistema politico si avvita su sé stesso e si inabissa. Per converso, le più grandi possibilità di produrre e scambiare ricchezza sono emerse nella storia laddove il potere di dominare, orientare e spremere il comportamento economico è stato più ridotto e contenuto da limiti oggettivi (e non formali, come le Costituzioni), come dimostra il confronto fra la vicenda degli imperi asiatici e in particolare di quello cinese da una parte e dall’altra quella europeo-occidentale, nella quale grazie alla frammentazione politica è a lungo mancata la possibilità di controllare e comprimere l’attività economico-commerciale di produzione e scambio: cosa che consentirà l’accumulazione di capitale determinante.[40] Addirittura i più potenti sovrani in Europa dovranno a lungo dipendere da mercanti e banchieri, senza poter tassare le ricchezze circostanti, come avveniva invece in altri continenti e i monarchi dovranno dipendere dai prestiti di privati che di solito risiedevano in regioni al di fuori della loro giurisdizione ed erano in tal modo al riparo da confische. La crescita economica specularmente consente la riduzione del microparassitismo: si pensi al sensazionale crollo della mortalità infantile prima in Occidente e poi in quasi tutto il mondo a partire dal 1850, per effetto dello sviluppo e della ricchezza prodotta con la prima rivoluzione industriale.

Dinamiche ed estensione del parassitismo politico sono variate di molto nella storia. A variare è il rapporto numerico fra fruitori di rendite politiche e produttori di redditi economici. Così come è cambiato il numero di persone mantenute da paghe ‘pubbliche’ garantite. Si pensi alla differenza fra l’estensione burocratica dei primi del XIX secolo e le forme di Stato totalitario collettivistico (socialista, nazionalista), ‘amministrato’[41] e guerrafondaio o di quello assistenziale, facce di un’unica medaglia[42] nelle quali sia la burocrazia che i tipi di rendita politica si sono moltiplicati e diventando complessi. La logica però non è mutata: anche le istituzioni assistenziali, dell’istruzione e sanitarie, alle quali oggi viene attribuita l’origine mitologica della “conquista sociale”, sono nate con lo scopo di accrescere la potenzialità tributaria e difensiva (militare). È la logica unica del parassitismo reso regolare con la creazione di istituzioni che consentono la sistematizzazione della pratica del vivere alle spalle degli altri, sottraendo ai produttori il frutto del loro lavoro. Lo Stato riesce ad assicurarsi un canale legale, ordinato e sistematico per la predazione delle risorse individuabili sul territorio che domina, rendendo anche in tal modo certa e relativamente pacifica la condotta della casta parassitaria dedita alla politica.[43] Il saccheggio a poco a poco è diventato meno appetibile delle imposte, sia per il dominatore politico che per il suddito, non più esposto al rischio della depredazione, ma al pagamento di imposte prevedibili.

Tuttavia, quando le ricchezze incominciano a crescere in una convivenza, vengono prontamente ‘adocchiate’ dalle classi politiche, che cercheranno di conquistarle[44] e lo faranno fino a dove non incontrino seri ostacoli. Qualunque concentrazione rilevante di capitali attira immediatamente l’attenzione degli esattori, i quali possono anche finire col rendere impossibile qualunque transazione privata. Un’intera serie di processi storici può essere spiegata con i tentativi delle classi politiche di estendere oltre i limiti raggiunti e di consolidare le attività di sfruttamento politico e con i conseguenti contro-tentativi degli individui o delle comunità di resistervi. Dalla vicenda che ha visto intere popolazioni trasformate in tributarie da parte di aristocrazie di portatori d’armi ai primordi stessi dell’esperienza politica (dai pastori incursori Hyksos nell’Egitto del 2000 a.C., alle oligarchie mesopotamiche o agli Achei nella Grecia classica) a quella dell’era pre-moderna in cui le società più ricche ed economicamente più progredite vennero saccheggiate e distrutte da quelle più arretrate, composte di popolazioni più rozze ma più potenti sul piano militare[45], all’ambito statuale moderno in cui il “predatore razionale” che cerca di impadronirsi di “giacimenti geografici di ricchezza” riesce a sistematizzare il parassitismo ancorando la popolazione al territorio nella forma dello Stato territoriale moderno confinario, la logica dell’estorsione di risorse non muta. L’unica differenza fra lo Stato moderno e una banda di predoni è la certezza dei poteri instaurata sul territorio e la loro durata, previste dall’ordinamento. Però il monopolio della violenza, che solo lo Stato moderno riesce a instaurare pienamente, offre occasioni sempre più formidabili di estorsione, in un processo che si autoalimenta. Prima o poi gli argini all’estensione del prelievo fiscale che sembravano efficaci crollano. Il parassitismo politico si sviluppa così attraverso l’espansione burocratica, in forme che erano inimmaginabili quando i produttori erano vittime di banditi nomadi, non stanziali e rivali fra loro. Il monopolio della violenza offre formidabili occasioni di sistematico sfruttamento[46], per quanto ritenuto legittimo. I tax payers nel corso delle generazioni si abituano così a livelli prima impensabili di sottrazione di risorse.

Gli Stati offrono poi protezione contro minacce che essi stessi contribuiscono a produrre e che servono per legittimare l’estorsione e la provvista di rendite politiche (prodotte grazie al potere e alla forza) “mettendo a tributo” gli altri, sia all’interno che all’esterno. Il protection racket non agisce solo all’interno dell’aggregazione politica, ma anche verso l’esterno.[47] ‘Protettore’ e ‘predatore’ sono due figure complementari, che sfoceranno nella creazione di imponenti apparati fiscali. La centralizzazione e la razionalizzazione gerarchica saranno infatti solo fasi successive, necessarie a controllare, sottoponendole a tributo, le popolazioni conquistate: non più solo con la monopolizzazione di risorse finanziarie e militari, ma anche con la formazione di un apparato amministrativo permanente, specializzato nella gestione del monopolio della violenza, del prelievo, della protezione.[48]

L’organizzazione del potere che trionfa nello Stato moderno razionalizza dunque parallelamente parassitismo e sottomissione alla dominazione burocratica, che sono più strettamente collegati nel suo ambito che nelle differenti e/o precedenti forme storiche di aggregazione politica.

Il potere dello Stato si espande vertiginosamente a partire dal XVIII secolo e parallelamente dilaga la burocrazia, che assume l’autonomia di ‘corpo dello Stato’ (in Prussia e poi con Napoleone si passa dalla burocrazia nobiliare “al servizio del re”[49] ai funzionari che rendono possibile l’accentramento politico totale)[50], finanziata con la parte di prodotto interno lordo incamerata dal governo. Solo le limitazioni consuetudinarie impediscono ancora che il potere politico debordi, ma presto verranno scavalcate con l’elaborazione positiva di un corpo separato di leggi pubbliche che spezzeranno il rapporto fra legge e giustizia. Le attività della burocrazia vengono garantite da responsabilità pubblica e il diritto amministrativo viene finalizzato a garantire l’obbedienza e non a proteggere diritti violati. In questa fase così la regolamentazione giuridica dell’attività esecutiva del governo favorisce un sistema di metodica oppressione da parte di burocrati aggressivi che non tollerano l’iniziativa privata e l’associazione volontaria.[51] L’apparato di dominio del nascente potere statale si amplia fino a far passare il ristretto circolo di corte alle centinaia di migliaia di detentori di cariche. Fra la fine del XIX secolo e i primi decenni del XX si vedrà questo apparato aumentare per numero del 500%. In base a una sorta di “legge di persistenza degli apparati” le burocrazie sono poi a lungo riuscite a difendere e ad alimentare sé stesse, gestendo risorse sempre più ingenti e indipendentemente dall’utilità e dall’efficacia delle loro prestazioni. L’avvento del Costituzionalismo e del parlamentarismo sottrae la burocrazia al controllo esclusivo del sovrano, ma la fa cadere nelle braccia del nuovo “vero sovrano”: le caste di ‘politici’ seduti in parlamento, che si incaricano della soddisfazione di un numero crescente di bisogni. Con lo Stato “produttore di servizi” e “redistributore”, la burocrazia diventa parte in causa: dalla neutralità rispetto agli ‘interessi privati’ e dall’eguaglianza formale di trattamento dei cittadini si passa all’applicazione di leggi non più generali ed astratte, ma volte a produrre vantaggi parassitari per alcuni strati.

Per finanziare le guerre (anche mediante le forme di assistenza necessarie ad avere soldati preparati) e l’espansione burocratica, la tassazione regolare decolla, portando al Tax Leviathan contemporaneo, nel quale il parassitismo trionfa. I princìpi che avevano sempre storicamente limitato il potere di tassare, quali la protezione del diritto naturale, il rispetto degli statuti e delle leggi consuetudinarie, l’urgensnecessitas (essendo ancora inesistente il concetto di “fabbisogno pubblico”), la tassazione dei beni e non delle persone[52], il consenso all’imposta e alla sua destinazione (superstite oggi non a caso solo nella Confederazione Elvetica), la proibizione di una exactio inaudita (che saranno alla base dello stesso Costituzionalismo moderno, a partire dalla Magna Charta)[53], il riconoscimento della legittimità a un’imposta solo se è legittimo il modo in cui le risorse prelevate verranno spese, la separazione fra potere di tassare e potere di spendere, finiranno per essere scavalcati nell’epoca contemporanea, pur dopo numerose rivoluzioni scoppiate per difenderli. Come ha notato Charles Adams, ci troviamo oggi in tema di tassazione in un mondo precedente alla Magna Charta Libertatum (1215).[54] Il risultato è un livello di tassazione che ha superato qualsiasi immaginazione potessero avere i rivoluzionari olandesi, inglesi, francesi o americani, costretti a pagare imposte infinitamente inferiori a quelle dei sudditi degli Stati contemporanei.[55] L’evoluzione è stata estremamente rapida. Ai tempi di Adam Smith una pressione fiscale molto più bassa rispetto a quella odierna era considerata sufficiente per dare inizio a una rivoluzione.[56] Fino alla Rivoluzione francese la pressione fiscale massima ammessa era del 5%-8% delle risorse legittimamente prodotte (tranne l’alcabala nelle Province Unite olandesi, del 10%, che infatti scatenò la rivolta); per sei secoli non superò mai quel livello. Nel 1888 l’economista francese Paul Leroy-Beaulieu sosteneva che il prelievo fiscale del 12% della produzione nazionale era già esorbitante e gravido del pericolo di affossare la crescita economica e la libertà. Dopo la Prima guerra mondiale il massimo accettato era il 15%. Quarant’anni dopo Leroy-Beaulieu, Keynes valutò nel 25% il massimo eventualmente tollerabile. Oggi si è giunti a una pressione fiscale che ha raggiunto il 50% del PIL e che con la fiscalità implicita (il disavanzo pubblico) arriva al 60% della ricchezza annua prodotta, senza che gli economisti neokeynesiani profferiscano parola.

 

5.      Il parassitismo politico dilagante

Protagonisti del parassitismo politico contemporaneo sono fra gli altri, oltre alla mostruosa espansione burocratica – dovuta alla centralizzazione prodottasi nella maggior parte dei Paesi e all’estensione dell’intervento statale a tutti i campi dell’attività umana – anche altri meccanismi connessi: il cosiddetto “Stato sociale”, il parlamentarismo, i partiti politici, che favoriscono un’enorme dilatazione della classe politica e dell’area pubblica, consentendo ai tax consumers di prendere il sopravvento. Nell’illusione di partecipare prima o poi al bottino del bellum omnium contra omnes – che la forma del Welfare State, della legislazione e della rappresentanza stimolano, anche se in sordina – finalizzata alla conquista delle immense risorse rastrellate dallo Stato, i cittadini hanno dato alle classi politico-burocratiche “un mandato a tassare”, una vera cambiale in bianco, mettendo a disposizione di tesorerie avide di risorse più della metà dei loro guadagni. Con il risultato che i detentori del potere politico-burocratico considerano come pienamente disponibili le risorse dei cittadini (beni legittimamente prodotti) e collocano i prelievi di ricchezza in prima fila fra gli atti di governo, acquisendo (anche mediante operazioni finanziarie sempre più complesse e difficili da percepire come estorsioni – quali il controllo della moneta e del credito, l’inflazione, il debito pubblico) la proprietà e il possesso di quello che un tempo era nelle mani dei privati e incaricandosi ormai di svolgere un’immensa mole di funzioni e di soddisfare un numero crescente di bisogni. In tal modo non solo la cerchia degli usufruttuari dello Stato si allarga a nuovi individui “ammessi al bottino” – una vera cuccagna per il parassitismo politico – ma la devastazione della proprietà dei beni frutto del proprio lavoro porta a una redistribuzione del potere a tutto vantaggio delle caste politico-burocratiche, che considerano tutte le ricchezze come beni collettivi redistribuibili e amministrabili solo dagli apparati pubblici e allocabili dal ceto politico. Non potrebbe essere diversamente, poiché lo “Stato sociale” rappresenta, senza aver bisogno del terrore totalitario, come ha notato lo storico Reinhard, un approdo ‘totale’ del potere statale. Il moderno “Stato sociale” ha nel suo DNA il Polizeistaat. L’espansione del controllo statale a tutti i settori controllabili, indotta dalla pianificazione sociale ed economica, fonte di estesa burocratizzazione, deriva dalla sostituzione della funzione repressiva dello Stato con quella pretesa di ‘prevenzione’ (estensibile a piacere) tipica della tecnologia sociale e di controllo[57] (in funzione militare) che lo Stato di polizia aveva già assunto nel XVIII secolo. Nonostante i fallimentari tentativi dello “Stato di diritto” del XIX secolo di limitare la competenza politica interna dello Stato al campo della sicurezza, lo Stato interventista esploso con le due guerre mondiali del Novecento ha sviluppato le implicazioni del legame (già teorizzato nel XVIII secolo) Polizeistaat-Wohlfartstaat, producendo un’espansione favorita dalla legittimazione per mezzo della ‘sovranità popolare’ e della ‘democrazia’, che hanno permesso di scambiare gli interventi del potere statale sulla società per interventi della società “su sé stessa”. Lo Stato sociale interventista nel quale viviamo emerge insieme a quello totalitario nel punto finale di secoli di crescita del potere statale.[58] Ma la conseguenza di questo sistema di colossale estensione delle funzioni pubbliche e della burocrazia sono sia il fatto che esso funziona a beneficio di coloro che “riescono a farne uso” parassitariamente[59], sia il fatto che un’infinità di risorse va persa nel processo di trasferimento della ricchezza tramite l’espediente della tassazione.[60]

Il WelfareState crea crescenti problemi di individuazione dei veri beneficiari del parassitismo politico, che si sviluppa in forme inedite nelle democrazie contemporanee e nelle sue labirintiche strutture, nelle quali gli attori politico-burocratici[61] si spersonalizzano in formule economico-finanziarie sibilline, denominate ‘conti pubblici’ o ‘reddito nazionale’ e godono di una legittimazione delle loro posizioni di potere e di rendita politica, basata sulle diffuse credenze nell’ideologia dei ‘beni’ e dei ‘servizi pubblici’, ultimo ridotto di autodifesa del parassitismo e dei suoi beneficiari, che si servono dello Stato ‘nazionale’ territoriale come dell’ambito più agevole per poterne godere. Infatti lo “Stato sociale” (nozione del tutto inutile, come riteneva M.S. Giannini) non è che un sottoprodotto dello Stato unitario nazionale centralizzato (soprattutto di grandi dimensioni), che si serve del maneggio di ingenti risorse finanziarie sottratte al controllo “del dare e dell’avere” e dei produttori, trasformati in schiavi fiscali, seminando nebbie attorno al suo operato, camuffando trasferimenti di risorse da un gruppo di cittadini a un altro, vantaggi distribuiti (ai propri beneficiati) e danni arrecati (ai sottomessi sfruttati). Questi ultimi possono apparire, a coloro che li subiscono, (ignari tax payers), persino vantaggi, dato che la tassazione ha trovato vie sempre più fantasiose ed efficaci.[62] In questo quadro diventa quasi impossibile sapere chi sia un tax payer netto e chi sia un netto tax consumer, anche perché favori, trasferimenti e sussidi vengono erogati senza riferimenti sociali a gruppi politicamente utili. Le estorsioni di ricchezza diventano così sempre più occulte (inflazione[63], debito pubblico[64], ‘trasferimenti’, sostegno pubblico ad aziende protette, dazi doganali e protezionismo, moltiplicazione dei posti pubblici) e quindi scarsamente percepibili. Questo sistema genera quello che si può definire “parassitismo incrociato”, con il quale si creano fruitori parziali convinti di essere beneficiari netti e rendendo difficile capire chi guadagna e chi perde. Con l’unico risultato di una colossale distruzione di ricchezza.

L’allargamento dell’area dei servizi sociali consente di beneficiare con appetibili rendite politiche i potenziali elettori, sia con l’ampliamento dell’area del pubblico impiego (stimolato dal centralismo politico), che con vantaggi distribuiti a intere categorie di cittadini, nell’ottica della distribuzione della maggior quantità possibile di pubbliche prestazioni al più gran numero di cittadini, ha il fine primario di conservare il potere. In realtà questi ultimi ricevono solo le briciole di un grande e truccato gioco redistributivo, nel quale lo Stato alloca ingenti risorse a pochi gruppi parassitari politicamente rappresentati, dato che questo sistema alimenta (in particolare nelle democrazie parlamentari ‘integrali’, come quella italiana) la crescita patologica dei seguiti clientelari che possono sottrarre al mercato, grazie a chi detiene un potere elettivo, i favori, le prebende, gli impieghi, i redditi garantiti.

L’ideologia che sorregge e che autoalimenta l’intera macchina interventista statale (basata sulle rendite politiche) è quella della redistribuzione del reddito a gruppi di ‘bisognosi’ inclusi solo entro confini nazionali, che servono per tale legittimazione e che quindi (che siano reali o inventati) non verranno mai fatti uscire dalla loro condizione (infatti non vengono mai eliminati), ma anzi costantemente cercati o addirittura creati: il parassitismo politico contemporaneo ha infatti un costante “bisogno di bisognosi”.[65] Questo sistema favorisce categorie molto più vaste rispetto a quella dei “veri poveri”: strati medio-bassi numerosi, elettoralmente maggioritari e redditizi, più organizzati. Una parte infima delle risorse strappate ai ceti produttivi viene destinata agli autentici bisognosi. Gli introiti vengono utilizzati quasi interamente per mantenere la macchina statale e per garantire interventi assistenziali e clientelari nei confronti di categorie improduttive politicamente fedeli.

Il fallimentare risultato complessivo è, oltre alla redistribuzione del potere a favore dei ceti politico-burocratici[66], l’insostenibilità fiscale di sistemi di corvée finanziariamente caricati sulle spalle della popolazione produttiva (sempre più ridotta), gravata da ceti parassitari e privilegiati in continua espansione, che non riescono più a finanziarsi, anche se il prelievo di risorse è sempre più ingente. Il ‘mezzo politico’ di acquisizione parassitaria delle risorse infatti travasa la produzione verso gruppi distruttori di risorse, che non solo sottraggono la ricchezza a chi la produce, ma distruggono (con la tassazione progressiva) l’incentivo a produrre oltre la sussistenza, concorrendo a diminuire la capacità imprenditoriale.

I regimi democratici e di Welfare State cambiano solo i modi di stabilire il peking order, (l’“ordine di beccata”): chi cioè possa saccheggiare e taglieggiare gli altri. Lo Stato in questa sua ultima fase rivela inoltre i meccanismi endogeni del suo inarrestabile autoaccrescimento, insiti nel funzionamento dei ‘servizi pubblici’, che portano all’espansione burocratica e alla corrispondente restrizione della libertà, provocata anche dalla sottrazione dilagante di risorse. Infatti il corrispettivo di un ‘servizio’, di un obbligo a rispettare determinate procedure arbitrariamente decise è un dovere contributivo (giustificato con l’organizzazione di un ‘pubblico servizio’) e burocratico che genera parallelamente una paga pubblica e nuovi posti pubblici garantiti, anche se non corrispondenti a reali bisogni dei cittadini o a quei bisogni che potrebbero essere benissimo soddisfatti in un ambito privo di ingerenza politica. L’intero sistema coercitivo fiscale che sta alla base del Welfare, se da una parte viene giustificato come strumento per finanziare i ‘pubblici servizi’, dall’altra serve per estorcere ai cittadini le risorse necessarie a mantenere il pubblico impiego, le cui funzioni possono essere allargate a piacimento sulla base della spesa pubblica, sulla quale incide la decisione e quindi il favore politico. Dove si continuano a inventare pubbliche funzioni, attività e servizi da affidare alla mano pubblica, la pioggia di rendite politiche è dilagante. Il risultato dello “Stato sociale” è così il parassitismo associato alla burocratizzazione.[67] Mentre sembra che tutti paghino da una parte e che tutti incassino dall’altra (l’illusione fiscale della ripartizione delle imposte all’insieme della popolazione), di fatto permangono da una parte i parassiti e dall’altra coloro che invece, producendo valore economico[68] e risorse (ricchezza prodotta e guadagnata), mantengono tutto l’impianto. I contribuenti si lasciano spogliare del loro potere d’acquisto a vantaggio di una sempre più estesa classe di funzionari gestori di risorse, i quali, disponendo di un monopolio nell’offerta dei servizi, imporranno anche il loro punto di vista al potere politico, ottenendo l’aumento continuo delle risorse da loro maneggiate. Questo sistema è così una gigantesca macchina per la gestione a ciclo continuo dei “profitti politici”, ottenuti in virtù della protezione.[69]

Anche se la natura predatrice dello Stato viene dimenticata, non scompare affatto: lo Stato è produttore di servizi in quanto è predatore.[70] Lo ‘Stato sociale’ ha una natura eminentemente politica e si alimenta di protezione: serve principalmente a un’organizzazione sistematica del parassitismo, che a sua volta produce rendite politico-elettorali appetibili. Esso è infatti la faccia speculare dei sistemi elettivo-rappresentativi e si manifesta nella sua totale irresponsabilità nel collegare i successi politico-elettorali di una casta, alla capacità di spesa delle risorse conquistate.[71] Il favore rivolto a categorie parassitarie (meglio se politicamente organizzate)[72], permanentemente a carico di altri e meritevoli di attenzione perché in grado di produrre voti[73] va di pari passo con l’aumento delle regolamentazioni delle attività economiche e diffonde comportamenti orientati alla ricerca di rendite parassitarie (rent seeking) da parte di coloro che ad essa sono soggetti.[74]

È qui che si colloca il ruolo dei partiti e del parlamentarismo, che non mutano affatto la natura dello Stato, consorteria di uomini che con la lotta politica conquistano un bottino (di guerra) per spartirlo ai propri accoliti e viverne. Mediocri capi-partito, ambiziosi e senza scrupoli, favoriti nello loro ascesa proprio da questo meccanismo ‘a somma zero’, nel quale assommano tutto il potere e le risorse che gli altri perdono, sono diventati le figure chiave del parassitismo contemporaneo, a partire dall’inizio della fase parlamentare della storia politica europea, alla fine del XVIII secolo.[75] I prelievi di ricchezza diventano le priorità costanti degli atti di questa casta (giustificati e accettati oggi in chiave assistenziale), dato che consentono di acquisire sempre più potere. L’aumento delle persone che si dedicano alla carriera politica in forma di professionismo permanente privo di altra occupazione genera un ceto parassitario di gente che vive solo di paghe pubbliche e di rendite politiche dirette o indirette, la cui entità riesce a stabilire da sé stesso in modo ‘legale’. Nelle democrazie parlamentari di Stati che possono procedere all’occupazione di tutti i settori economici e sociali, la formula democratica si risolve così non solo in tirannide burocratica, ma anche in periodici regolamenti di conti non cruenti fra fazioni, segmenti di un’unica classe politica, nei quali vengono coinvolti quanti più seguaci possibile (mobilitati dal suffragio) e in cui al di sotto dei temi discussi, irrilevanti e fittizi, il saccheggio pubblico, l’espansione della classe politica, la dilatazione dell’area del ‘politico’ e la riduzione di quella del ‘privato’ esercitano una funzione coesiva “di casta”. È difficile comprendere come scontri del genere possano essere definiti “garanzie di libertà”, così simili come sono a quello fra cosche mafiose: anche dalle procedure elettorali infatti esce vincente una consorteria autorizzata a dettare legge e ad espropriare in modo arbitrario, grazie all’ipertrofia normativa, all’irresponsabilità (e amoralità, poiché a norma suprema del ‘giusto’ viene eretta la deliberazione ‘collettiva’) che il sistema produce. La stessa ‘scelta politica’ diventa così che il prodotto di collusioni, favori, accordi fra bande per spartirsi “il bottino della vittoria”. Il ‘bene pubblico’ al quale si appellano i partiti, ideologia principe del sistema elettivo-rappresentativo, è solo uno specchietto per le allodole, un pretesto per favorire il bene proprio, dei propri seguaci e ‘scudieri’ nella conquista e nel consumo parassitario delle risorse.

Il caso italiano è fra i più patologici: quelle strutture infatti diventano ormai affari ereditari di famiglia, producono nepotismo e autentiche dinastie castali, riescono ad accumulare un enorme potere.[76] Nonostante la loro attuale perdita di fisionomia di ‘partiti di massa’, riescono a moltiplicare e ad aumentare le forme di finanziamento pubblico, utilizzando personale a carico dello Stato, dotandosi gratuitamente di beni e di strutture ‘pubbliche’ per la loro attività ‘bellica’. Al declino della capacità di reclutamento dei partiti e della loro legittimazione è addirittura corrisposto un afflusso di risorse.[77] La professionalizzazione dei parlamenti (dal 1880 in poi) ha generato una casta partitocratica parassitaria privilegiata, titolare di rendite legate alla funzione e che cerca di autotutelarsi con l’impiego di tutti i mezzi disponibili.

 

Conclusioni

Il parassitismo è dunque la “faccia nascosta” dello Stato moderno come impresa di potere. Nella sua forma contemporanea lo Stato si è trasformato nello strumento mediante il quale a un gran numero di cittadini viene imposto di lavorare per mantenere gli altri. Con la crescita dei bisogni e i correlativi impegni assunti, le classi politiche si circondano di un esercito di impiegati dediti a funzioni tributarie, regolative, distributive, mantenuti grazie al’appropriazione di una quota sempre maggiore di ricchezze. L’enorme concentrazione di risorse dei cittadini nella disponibilità dei governi moltiplica l’appetibilità dell’ammontare, l’intensità della lotta politica per controllarla, le occasioni di incontrollato parassitismo. La mole imponente delle spese e delle contribuzioni crea dipendenza dei cittadini, in quanto dispensando o rifiutando le elargizioni, i “trasferimenti”, è possibile anche assicurarsi l’obbedienza e la dipendenza, con conseguente aumento di potere (e di arroganza), che si traduce in facoltà di sottrarre risorse dalle tasche di alcuni per trasferirle a quelle di altri, trattenendone una quota enorme alla disponibilità di chi comanda e amministra. Il sistema di Welfare consente a gruppi organizzati di rivendicare il diritto di soddisfare esigenze ristrette a spese dell’intera società, in forma parassitaria, rafforzando così anche inesorabilmente il potere politico che agisce per loro. Si tratta di parassitismo abilmente occultato, che induce la stragrande maggioranza dei cittadini a pensare che l’autorità politica sia la depositaria della “sapienza economica”[78], arbitra e deputata esclusiva alla gestione delle ricchezze da loro prodotte. Gli strati intellettuali rafforzano questa mentalità, presentando come ovvi i ‘compiti’ della “finanza pubblica” e il ‘ruolo’ attivo dello Stato come allocatore di risorse, redistributore di ricchezze, ‘stabilizzatore del ciclo economico’: tutti compiti che hanno storicamente prodotto l’allargamento della sfera d’azione del settore pubblico e della burocrazia[79], fino alla gestione politica di oltre la metà delle risorse prodotte. Le classi politiche sanno bene che, come è sempre accaduto nella storia, nelle condizioni nelle quali i rapporti di mercato sono ridotti al minimo, gli uomini, non avendo alternative a portata di mano, sono più disposti all’ubbidienza. Quando invece gli scambi si moltiplicano con reciproco vantaggio, tanto più cresce l’opposizione a un’ubbidienza incondizionata al potere costituito.[80]

L’estensione della sfera pubblica viene presentata come strumento di “equità sociale”, ma nella realtà è un’arma dei ceti parassitari per aumentare il proprio potere.[81] Più Stato significa più spesa pubblica, più sprechi, più occasioni di parassitismo, più professionismo politico, più privilegi per la classe politico-burocratica, più burocrazia, più tassazione, più confisca coercitiva del frutto del capitale privato. La sua espansione implica incursioni sempre maggiori ai danni di individui e imprese private. Con l’espansione dello Stato le risorse risparmiate, anziché trasformarsi in capitale, vengono usate per la corruzione e per rendersi amici i poteri pubblici. Calcoli sempre più accurati dimostrano quali quantità risorse sia capace di bruciare la burocratizzazione, anche in termini di redditi non prodotti e di mancata produttività, a causa dello sperpero di tempo necessario a garantire rendite politiche. Parassitismo significa primariamente distruzione di opportunità, sottrazione di risorse agli investimenti, distruzione di posti di lavoro.

Eppure, di fronte a un debordante parassitismo politico e a Stati finanziariamente in condizioni fallimentari, vengono stanziati aiuti destinati a entrare in canali burocratico-parassitari o vengono salvate banche al prezzo di un’alluvione monetaria, inflazione, disoccupazione, aumento del debito pubblico, che non può che generare futuri ulteriori prelievi obbligatori. In nome di un neo-keynesismo redivivo, propagandato da intellettuali e da apparati di partito, da imprese desiderose di aiuti pubblici, da una pletorica burocrazia, accomunati da interessi parassitari organizzati attorno al totem della spesa, gli interventi statali ottengono nuova legittimazione. Mentre l’economia potrebbe riprendersi solo mettendo fine ai privilegi parassitari, liberando la creatività e i rapporti di produzione e di scambio, restituendo ai legittimi proprietari le risorse confiscate da un sistema statale insaziabile e da una previdenza-assistenza pubblica al collasso in tutti i settori, tornano a suonare le trombe dell’interventismo e si procede in senso inverso.

È possibile eliminare lo sfruttamento “macroparassitico”? Se la regola ricavabile dalla storia è che ovunque vi sia ricchezza si trovano anche ceti parassitari che cercano di appropriarsene, è molto improbabile. Il fenomeno è troppo radicato e capace di mutazioni, al paragone delle quali quelle biologiche impallidiscono. L’unica soluzione potrebbe essere il cercare di rendere sempre più difficile e rischioso il ricorso al parassitismo politico, mediante il perfezionamento della capacità delle vittime di distinguere la vera e profonda natura dei rapporti: quelli che generano rendite parassitarie da una parte e quelli economici, volontari, capaci di generare ricchezza dall’altra. Il parassitismo infatti trionfa nelle epoche nelle quali il potere politico riesce a stendere una cortina fumogena sulla realtà della politica e sulla natura parassitaria dello Stato, come accade nell’economia “mista” contemporanea, fatta per confondere la contabilizzazione di perdite e guadagni reali e per illudere tutti di guadagnarci. Comprendere il tema chiave della differenza assoluta e irriducibile fra le opposte fonti di ricchezza e i mezzi per procurarsele (politici o economici) significa anche poter massimizzare quelle non coercitive e minimizzare quelle coercitive, individuando le vere vittime di questa forma di oppressione, che può essere fortemente attenuata. Quando non è percorribile la scorciatoia parassitaria dell’uso dei mezzi politici per l’acquisizione della ricchezza, rimangono disponibili solo quelli economici (produzione e scambio). Il grado di civiltà di una comunità politica si misura primariamente dalla sua capacità di limitare la quantità di parassiti che mantiene.

Negli Stati Uniti si sta assistendo a una rivolta strisciante contro l’aumento del debito pubblico, il potere irresponsabile della burocrazia, l’impiego del denaro pubblico per salvare gestioni fallimentari di imprese assistite dal governo, lo sperpero a fini politici di risorse con conseguente inevitabile aumento delle imposte.[82] Le preoccupazioni circa il crescente disavanzo federale, i debiti governativi, lo scaricare i costi sulle generazioni future e l’aumento della confisca di quote di reddito crescenti a vantaggio dei poteri pubblici, stanno aumentando, perché di fronte alle politiche monetarie, all’inflazione, al debito pubblico, agli aiuti di Stato a imprese decotte, i cittadini intuiscono che stanno mangiando i loro capitali, i loro risparmi e che dietro tutti quei pezzi di carta definiti moneta non c’è più nemmeno l’ombra della ricchezza, ma solo una parvenza di promessa (difficilmente credibile) di tenere fede a un impegno di pagamento. Di fronte all’abnorme espansione dei compiti del ‘politico’ e della spesa i vincoli costituzionali sono semplici paraventi. [83] La giustificazione ideologica del “bene comune”, che dal periodo del New Deal è stata sufficiente per scavalcarli, oggi inizia a essere meno creduta, anche perché l’esperienza dello statalismo selvaggio del XX secolo e delle sue conseguenze non può essere facilmente rimossa. Inoltre, la tendenza a cercare consapevolmente strumenti più efficaci di abbattimento del parassitismo, quali quelli del ritorno al principio federale, è solo di lungo periodo.

Tuttavia forse questa consapevolezza non sarà sufficiente, soprattutto nell’Europa continentale e pur avendo ormai assunto forme macroscopiche, il parassitismo verrà ignorato, ritenuto sporadico e tollerato o si cercherà di far parte delle schiere di coloro che ne godono, almeno in forma minima. Allora la “riscossa parassitaria” contemporanea avrà successo, fino al probabile collasso di un’intera civiltà, come è già accaduto in passato. I produttori di risorse versano ormai in uno stato di prostrazione senza precedenti.[84]

Certo, come scriveva Pareto:

«Il privilegio, anche se deve costare 100 alla massa e non produrre che 50 ai privilegiati, perdendosi il resto in rigagnoli, sarà in genere bene accolto, perché la massa non comprende troppo che essa è spogliata, mentre i privilegiati si rendono perfettamente conto dei vantaggi dei quali godono».

Tuttavia i beneficiari reali del parassitismo politico, caste dotate di vantaggi coercitivamente garantiti in quanto imposti dallo Stato e spesso portatrici di odio e risentimento nei confronti delle classi produttive e mercantili, non possono illudersi di godere all’infinito dei loro privilegi. La produzione infatti deve sempre precedere la spoliazione, che viola la condizione fondamentale per la sopravvivenza umana: la produzione e lo scambio.

Sempre Pareto aveva scritto:

«La spoliazione non incontra spesso una resistenza molto efficace da parte degli spogliati; ciò che finisce talvolta per arrestarla è la distruzione delle ricchezza che ne consegue e che può portare la rovina di un paese. La storia ci insegna che più di una volta la spoliazione ha finito con l’uccidere la gallina dalle uova d’oro».

E ha spiegato lo scienziato della politica Gianfranco Miglio:

«Chi intraprende, produce e guadagna deve trovare spazio sufficiente, non perché sia giusto, buono, bello e generoso, ma per la semplice ragione che è indispensabile. Una società senza parassiti (o con pochi parassiti) vive benissimo; senza produttori, invece, muore. I produttori di ricchezza possono mantenere i parassiti. I parassiti senza produttori non hanno nulla da mettere sotto i denti».

Saggio di Alessandro Vitale, elaborato per una conferenza tenuta dallo stesso autore per il CIDAS, presso il Centro Congressi dell’Unione Industriale di Torino in data 25 marzo 2009.

 * Alessandro Vitale (Bressanone/Brixen, 1961) è Assistant Prof. di Analisi della Politica Estera/Politica estera comparata, Relazioni internazionali e Sistemi Politici Internazionali nell’Università degli Studi di Milano. Ha svolto per dieci anni attività di ricerca presso l’Istituto per gli Studi di Politica Internazionale (ISPI) e di insegnamento all’Università Cattolica di Milano e in alcune Università dell’Europa Centrale e Orientale. Ha collaborato a decine di volumi collettanei ed è autore di oltre duecento articoli e studi, pubblicati in dieci Paesi. Fra i suoi lavori: I Concetti del Federalismo (con William H. Stewart e Luigi M. Bassani) Giuffrè, Milano 1995; L’unificazione impossibile. Una lettura diversa del collasso jugoslavo. Guida, Napoli 2000; El primer Israel. Le Monde Diplomatique “El Dipló” – Capital Intelectual, Buenos Aires 2007; La Russia postimperiale. La tentazione di potenza. (con G. Romeo), Rubbettino 2009. Il CIDAS ha pubblicato: La Costituzione e il cambiamento internazionale. Il mito della Costituente, l’obsolescenza della Costituzione e la lezione dimenticata di Gianfranco Miglio, Torino 2007.

 

Note

[1] Contrariamente alla vulgata corrente, è stata l’azione di caste burocratico-parassitarie che controllano le banche centrali e i sistemi bancari collegati, che gestiscono arbitrariamente la moneta (senza più copertura aurea) e il credito al di fuori di qualsivoglia logica di mercato, fissando arbitrariamente tassi d’interesse troppo elevati o troppo ridotti, a creare la base dei disastri finanziari (provocati da attori economici sbandati e ormai privi della bussola dei prezzi) che hanno bruciato immense ricchezze. La crisi verrà inoltre con ogni probabilità prolungata e aggravata dagli interventi delle autorità pubbliche, dalla spesa pubblica e dalla tassazione, dall’inflazione, dagli eccessi nella politica monetaria, come noto monopolio di Stato, che disorientano gli investitori, impossibilitati a muoversi in modo (almeno parzialmente) razionale sulla base degli indicatori costituiti dai prezzi di mercato e dal calcolo economico, che per funzionare devono essere messi in condizione di generare premi e punizioni. Banche di investimento che approfittano del denaro a tassi irrealistici delle banche centrali per espandere le proprie attività e aumentare i propri profitti in un’economia “di carta straccia” (che ha stimolato commercio e folli investimenti) non hanno nulla a che spartire con un sistema di libero mercato.

[2] Con il paradosso che il compito di mitici “salvataggi” viene assegnato proprio ai maggiori responsabili della più colossale erosione delle ricchezze prodotte. Che la ripresa del ruolo ideologico dello Stato avvenga in una fase di timida ripresa della globalizzazione non è poi certo un caso. Quest’ultima tende infatti a ridurre le entrate fiscali degli Stati (è più difficile tassare alcune basi imponibili) ed esercita pressioni imponenti verso la compressione della spesa pubblica. Cfr. Tanzi V., Schuknecht L. La spesa pubblica nel XX secolo. Una prospettiva globale. Firenze University Press 2007, 240. La parziale liberalizzazione dei movimenti di capitali ha inoltre forzato i governi a limitare l’uso di comodi strumenti di sfruttamento (imposizione tributaria, uso indiscriminato della produzione monetaria, ecc.) e ha fatto intravvedere ai produttori i vantaggi della concorrenza istituzionale fra differenti governi e politiche e la possibilità di spostarsi dal più esoso al meno vorace.

[3] Ha scritto Vilfredo Pareto: «L’appropriazione della ricchezza prodotta da altri è generalmente riprovata dalla morale: quindi si chiudono gli occhi sul suo uso, si ha l’aria di supporre che sia qualcosa di sporadico, di accidentale, mentre è un fenomeno generale e costante». Pareto V. I sistemi socialisti, Utet, Torino 1974. vol. I.

[4] Fra i tanti libri apparsi sull’argomento, sarà sufficiente ricordare il dizionario di Costa R. L’Italia degli sprechi, Mondadori, Milano 1998; Salvi C., Villone M. I costi della democrazia, Mondadori 2005; le successive edizioni del best-seller di Rizzo S., Stella A. La casta, Rizzoli, Milano 2007 e degli stessi Autori La deriva. Perché l’Italia rischia il naufragio, Rizzoli, Milano 2008, così come Rizzo S. Rapaci. Il disastroso ritorno dello Stato nell’economia italiana, Rizzoli, Milano 2009 e il folgorante Ostellino P. Lo Stato canaglia, Rizzoli, Milano 2009, che si differenzia dai precedenti per la ricerca delle profonde radici del problema.

[5] Gli interventi statali infatti si alimentano a vicenda. Questo è evidente anche nelle misure “anticrisi”. Infatti il costo dell’intervento deve essere coperto dalla produzione. Tuttavia l’ingranaggio interventista ritarda la produzione; quindi le ristrettezze e i disagi che ne risultano rendono possibili ulteriori interventi che a loro volta ritardano ulteriormente la produzione: il processo prosegue fino a che la ricchezza si esaurisce. Inoltre, gli esaltati provvedimenti di irreggimentazione dei mercati finanziari (ancor più poteri alla FED, che è fra i maggiori responsabili sia della crisi del ’29 che di quella attuale) abbattono la redditività di capitali investiti in settori e attività vincolati: l’abbassamento del tasso di profitto induce i proprietari di capitali a investire e a risparmiare meno o a orientare nuovamente i propri risparmi verso investimenti non industriali, speculativi, esteri, in titoli di Stato, con la conseguenza che le risorse fuggiranno dalle attività più efficienti per finire in quelle meno avanzate, aggravando la crisi. Il paradosso è che invece di attribuirne la responsabilità alla legislazione, si accusa quel poco che rimane dell’economia di mercato.

[6] Sul parassitismo nel mondo animale si veda il recente, chiaro e divulgativo testo di Bordese C. Vivere alle spalle degli altri. Blu Edizioni, Torino 2009.

[7] Le recenti scoperte delle neuroscienze non spostano il peso della razionalità e del calcolo cosciente nel quadro delle finalità profonde, quali la ricerca della ricchezza e dei vantaggi anche di tipo economico, perseguiti nella forma di rendita parassitaria mediante l’attività politica. Infatti aspetti irrazionali e/o inconsci, tipici anche della strategia evolutiva del parassitismo animale o solo di quello umano (desiderio di prestigio, di onori, ambizione, soddisfazione psicologica derivante da un’attività di comando, disponibilità di maggiori partner sessuali o rapporti di fedeltà coltivati per poi primeggiare ecc.) si compenetrano anche nel caso del parassitismo politico con autoevidenti aspetti di calcolo razionale nell’ambito di un “egoismo parassitario” finalizzato allo sfruttamento cosciente del prossimo al fine dell’acquisizione delle ricchezze prodotte da altri. Come ha spiegato Angelo Panebianco infatti, emozioni e razionalità come componenti dell’azione politica giocano in tandem e sono compresenti. Le emozioni non sostituiscono la ragione e contrapporle è sbagliato. Cfr. Panebianco A. L’automa e lo spirito. Azioni individuali, istituzioni, imprese collettive. Il Mulino, Bologna 2009, 77.

[8] Si vedano gli innumerevoli passi di Miglio G. Le regolarità della politica. Giuffrè, Milano 1988, op. cit. , nei quali questa teoria affiora. Miglio ha cercato poi di inserire nel corpus ancora inedito delle sue Lezioni di Politica Pura un intero capitolo a sé stante, dedicato proprio alla teoria scientifica del parassitismo politico, non riuscendo però a fare in tempo a completarlo, a causa della sua scomparsa.

[9] Si veda la bella e recente riedizione di questo classico, a cura di Bassani L.M., IBLLibri, Torino, 2009.

[10] Rothbard M.N. Classical Economics. An Austrian Perspective on the History of Economic Thought. Edwar Elgar, Cheltenham-Brookfield, 40-43.

[11] (Il senso della storia) Ed. Duncker, Berlino 1909. Si veda in ital. l’antologia di Nordau M. Burocrati e parassiti. Scritti sulla realtà del governo, della democrazia parlamentare e dello sfruttamento burocratico. L. Facco Editore, Treviglio (Bg) 2006.

[12] Fra le più lucide e realiste pagine dello studioso americano su questo tema vi sono quelle di The Anatomy of the State. In: “Rampart Journal” I, (Summer 1965), 1-24. (Trad. it. in: Iannello N. – a cura di – La società senza Stato, op. cit., 209-239). Anch’egli legge la storia umana come contesa fra la cooperazione pacifica, la produzione di risorse, lo scambio da una parte e lo sfruttamento coercitivo, la spoliazione-confisca parassitaria a beneficio dei governanti non produttivi e anti-produttivi dall’altra. Dopo una fase di espansione della ricchezza (del capitale) ne è sempre subentrata una di “riscossa parassitaria” per impadronirsi (o cercare di impadronirsi) di quelle risorse prodotte: l’ultima e più virulenta è stata quella iniziata alla fine del XIX secolo, che ha visto l’espansione del potere statale fino al “regno virulento dello Stato” del XX secolo, ammantato variamente di nazionalismo e di socialismo, finalizzati alla conquista parassitaria delle “risorse precedentemente accumulate”, come annunciato apertamente da Karl Marx.

[13] Cfr. Oppenheimer F. Der Staat,(19293) Libertad Verlag, Berlin 1990. Fra le edizioni in ingl.: The State, Vanguard Press, New York 1926; The State, Fox & Wilkes, San Francisco 1997. Quella contrapposizione è presente anche nell’opera di Vilfredo Pareto.

[14] Cfr. Albert Jay Nock Our Enemy, the State. (1935). (Trad. it.: Liberilibri, Macerata 1994).

[15] Ayn Rand Capitalism: the Unknown Ideal. (1946). Signet, New York 1970.

[16] De Jouvenel B. The Ethics of Redistribution. Cambridge University Press, Cambridge 1952. (Trad. it.: Liberilibri, Macerata 1992).

[17] Cfr. Lane F.C. Economic Consequences of Organized Violence. In: “Journal of Economic History”, 18 (1958), 401-417.

[18] Cfr. Ferguson N. Soldi e potere. Ponte alle Grazie, Firenze 2001.

[19] Si veda McNeill W. H. The Human Condition. An Ecological and Historical View. Princeton University Press, 1979. (Trad. it.: Il Saggiatore, Milano 1993). Questo saggio, scritto occasionalmente dallo storico americano per una serie di conferenze della Clark University è denso di intuizioni ancora da sviluppare in vista di una teoria generale del parassitismo politico.

[20] Di questa scuola, sulla quale si possono vedere a titolo introduttivo i vecchi saggi di Lepage H. Demain le capitalisme. Librairie Générale Française, Parigi 1978 (Trad. it.: Edizioni L’Opinione, Roma 1978) e di Carrubba S., Da Empoli D. Scelte Pubbliche. Le Monnier, Firenze 1984) è fondamentale come noto l’analisi del Tax Leviathan, della corruzione, della crescita della spesa pubblica, dell’espansione burocratica e delle attività dei gruppi di pressione nelle democrazie contemporanee. Si vedano a questo proposito le opere di James Buchanan e di Gordon Tullock che trattano la corruzione, la crescita incontrollata della spesa pubblica e l’espansione della burocrazia sulla base di interessi egoistici dei politici e dei burocrati.

[21] È nota la sua definizione del monarca come ‘bandito stanziale’ che è stato capace di istituire il monopolio organizzato e sistematico dell’esazione fiscale su un territorio circoscritto e vigilato, escludendo da un’analoga attività tutti i potenziali concorrenti (banditi ‘migranti’, cioè non stanziali). Cfr. Olson M. Logica delle istituzioni. Comunità, Milano 1994, 46 e McGuire C., Olson M. The Economics of Autocracy and Majority Rule: the Invisible Hand and the Use of Force. In: “Journal of Economic Literature” XXXIV, (March 1996), 72-96. Il bandito stanziale vede il consolidarsi del potere una volta sconfitti tutti i concorrenti, con l’instaurazione del monopolio della violenza e della tassazione su un territorio, legittimato dall’esercizio continuato del potere e non viceversa.

[22] Non è un caso se in Italia il migliore studio recente del fenomeno rimanga quello di Piombini G. La teoria liberale della lotta di classe Quaderno di “Federalismo e Libertà”, Il Fenicottero, Bologna 1999, apparso in ambito extra-accademico.

[23] Oppenheimer F. The State, Fox & Wilkes, San Francisco 1997, 26.

[24] Piombini G. La teoria liberale della lotta di classe. Quaderno di “Federalismo e Libertà”, Il Fenicottero, Bologna 1999, 12-13.

[25] Mises L. von Human Action, Yale University Press, 1959, cap. 10.

[26] Cfr. Rothbard M.N. Power and Market. Institute for Human Studies, Menlo Park 1970, 14.

[27]Papers of J.C. Calhoun, University of South Carolina Press, Columbia 1978, vol XI, (1829-1832), 645-647; John C. Calhoun A Disquisition on Government, Liberal Art Press, New York 1953 (1851), 16.

[28] È possibile ipotizzare, come ritiene L. M. Bassani, un vero e proprio “scambio” contemporaneo fra pretesa in denaro e pretesa di sangue nella vicenda dello Stato: al cittadino viene sempre meno richiesto il sacrificio in termini di carne da cannone, in cambio di una tassazione senza precedenti. Ringrazio il Prof. Bassani per le coinvolgenti conversazioni avute con lui sull’argomento.

[29] McNeill W. The Human Condition, op. cit.

[30] Anche l’intera vicenda storica del rapporto tra potere politico e commercio risponde a questa logica. Sulla protezione dei mercanti perfino da parte dei nomadi conquistatori delle steppe (che razziando la Russia pretesero soltanto una tassa regolare del 10% su qualsiasi cosa, comprese le persone) e poi negli imperi e negli Stati territoriali, cfr. McNeill W. The Human Condition, op. cit.

[31] Weber M. Wirtschaft und Gesellschaft (1922). (Trad. it.: Comunità, Milano 1974, II, 385).

[32] Franz Oppenheimer ritiene lo Stato un’istituzione sociale imposta da un gruppo vittorioso di uomini a un gruppo sconfitto, con il solo scopo di sistematizzare il dominio del gruppo vincente e di assicurarsi contro la rivolta dei sottomessi all’interno e gli attacchi dall’esterno, condotti da altri predatori. Questo dominio ha lo scopo dello sfruttamento economico dei vinti da parte dei vincitori. Cfr. Oppenheimer F., op. cit. Lo stesso si trova in Rothbard M.N. The Anatomy of the State, op. cit. (Trad. it. cit. 209-239).

[33] Si pensi alle teorie di Carl Schmitt, di Simmel o di Coser: Cfr. Simmel G. Conflict. Free Press, Glencoe 1955, 93; Coser L. The Function of Social Conflict. Free Press, New York 1956.

[34] Un’altra forma di parassitismo politico in campo internazionale è consentita dal protezionismo, autentica paralisi della produzione e dello scambio pacifico e volontario, blocco della trasformazione della cooperazione nello sfruttamento delle risorse naturali, ai danni dei cittadini interni e di quelli esterni. Per fare un esempio contemporaneo, si pensi alla paralisi dell’agricoltura ucraina, bielorussa, moldava e russa e delle loro immense potenzialità, causata dal protezionismo agricolo europeo.

[35] Cfr. Oppenheimer F. Der Staat,(19293) Libertad Verlag, Berlin 1990; trad. ingl.: TheState. Vanguard Press, New York 1926. Fra le edizioni migliori e più recenti: Fox & Wilkes, San Francisco 1997. Questo autore ritiene lo Stato il   dominio, finalizzato allo sfruttamento economico dei vinti, di un gruppo vincente su uno sconfitto in un dato territorio.

[36] Come risulta ad esempio nella vicenda dei re longobardi, che finanziavano e proprie imprese con i propri beni. Ma anche i sovrani francesi per la maggior parte della loro storia erano tenuti a provvedere da sé alle proprie spese. Sia i Merovingi che i carolingi coprivano i costi dell’amministrazione e della difesa con le entrate derivanti dagli affitti delle loro proprietà, dai tributi imposti ai popoli vinti e dal bottino di guerra.

[37]McNeill W. The Human Condition, op. cit. (trad. it: 71).

[38] Si pensi, per fare un solo esempio, alla carestia irlandese del 1845, quando piante e tuberi marcivano a causa dell’attacco microparassitico della peronospora. La patata era stata introdotta in Irlanda solo all’inizio del XIX secolo, divenendo subito un rimedio alle disastrose condizioni provocate dal dominio macroparassitico inglese, che imponeva di pagare in natura l’affitto della terra. Solo quando dilagherà il microparassitismo virale, cioè troppo tardi, gli inglesi permetteranno di importare in Irlanda cereali senza gravarli di dazi esorbitanti. Il connubio fra macro e micro parassitismo provocò la morte di oltre un milione di abitanti. Non si tratta però solo di casi isolati e lontani nella storia. Prima o poi verrà fatto il bilancio di quanto sta costando in termini di milioni di vite umane, nel Secondo (Europa Orientale) e nel Terzo Mondo, impossibilitati a rinascere e a esportare, il protezionismo agricolo dell’Europa di Bruxelles.

[39] Sul rapporto fra parassitismo politico e crollo dell’Impero Romano, cfr. Jones A. H. M. The Later Roman Empire, 284-602 Basil Blackwell & The University of Oklahoma Press, 1964.

[40] Idem (trad. it: 57-64). Notava McNeill: «[A causa del] pluralismo politico europeo, nessun sovrano poteva piegare da solo ai suoi scopi l’attività mercantile e commerciale. Se le imposte di uno Stato erano troppo gravose, seguiva una rapida emigrazione di capitali e di attività commerciali in Paesi nei quali gli affari costavano meno. Perciò, prima del XX secolo l’autonomia delle attività mercantili rispetto all’autorità politica non fu mai messa davvero in discussione». McNeill W. The Human Condition, op. cit, 66.

[41] Come noto i sistemi di “socialismo reale”, massima e coerente espressione dello Stato moderno erano basati su: 1) un livello massimo di parassitismo politico; 2) un livello minimo di ceti produttivi. L’equilibrio veniva mantenuto grazie a un regime totalitario e poliziesco, accettando modesti livelli produttivi e adottando un bassissimo standard di vita. Il sistema è esploso/imploso e si è avvitato su sé stesso e inabissato quando il difficile equilibrio (volto a rendere il trasferimento delle risorse di rapina – le rendite politiche – proporzionali a un minimo di produzione di ricchezza) è definitivamente saltato.

[42] Come nota acutamente Reinhard W. nel suo Geschichte der Staatsgewalt, c.H. Beck Verlag, München 1999. (Trad. it. Il Mulino, Bologna 2001). Cfr. anche Pipes R. Property and Freedom, Vintage Books New York 1999, cap. 5, Property in the Twentieth Century.

[43] Rothbard M.N. The Anatomy of the State, op. cit.

[44] I casi storici sono innumerevoli, ma per fare un esempio si pensi alla vicenda dei coloni americani, a lungo ignorati dalla classe politico-burocratica inglese perché poveri emigranti dall’Europa, improvvisamente fatti oggetto di tassazione senza consenso, fino a scatenarne la rivolta, non appena diventano visibili le ricchezze che erano in grado di produrre, con ritmi mai visti in precedenza. Cfr. Higgs R. Crisis and Leviathan. Critical Episodes in the Growth of American Government. Oxford University Press, New York 1987.

[45] Cfr. McNeill W.H. The Shape of European History. Oxford University Press, New York 1974.

[46] Rosa J.J. Le second XXe siècle. Déclin des hiérarchies et avenir des Nations. Éditions Grasset & Fasquelle, Paris 2000. (Trad. it.: Dedalo, Bari, 2002, 305).

[47] Come noto, Charles Tilly ha distinto fra protectionrackets specializzati in: 1) war making: eliminazione dei rivali esterni; 2) state making: neutralizzazione dei rivali all’interno; 3) protection: eliminazione dei nemici dei propri “clienti”; 4) extraction: acquisizione con la forza dei mezzi per esercitare le specializzazioni precedenti. Cfr. Tilly C. War Making and State making as Organized Crime. In: Evans P.B., Rueschemeyer D., Skocpol T. (cur) Bringing the State Back In. Cambridge University Press, New York 1985, 169-191.

[48] Elias N. Potere e civiltà. Il Mulino, Bologna 1983, 145. Sugli sviluppi contemporanei della teoria della conquista, cfr. Corbier M.. De la razzia au butin. Du tribut à l’impôt. Aux origines de la fiscalità: prélévements tributaires et naissance de l’ État. In: Genet J.P. (Ed.) L’état moderne: genèse. Éditions du CNRS, Paris 1990, 95-107.

[49] Oppenheimer F. op. cit., 111.

[50] Cfr. Rosenberg H. Bureaucracy, Aristocracy and Autocracy. The Prussian Experience. 1660-1815. Harvard University Press, 1958. (Trad. it.: Editori Riuniti, Roma 1968).

[51]Ibidem, trad. it. cit, 75.

[52] La regolare tassazione diretta dei redditi della popolazione è una novità del XX secolo ed è figlia del Welfare State e della sua fame di finanziamenti per i servizi sociali. Nel corso dei secoli precedenti le imposte dirette erano considerate o illegali o contributi volontari, in quanto venivano concesse (non erano considerate come qualcosa alla quale il governo avesse diritto) dietro consenso (a parte la taille francese o quella “sulle anime” in Russia) solo in caso di necessità, in particolare in guerra. Cfr Pipes, Property and Freedom, cit., cap. 5.

[53] Dall’antichità alla storia moderna la tassazione smodata è sempre stata considerata sinonimo di tirannide, sufficiente per giustificare una rivolta. Fin dalla Magna Charta gli inglesi hanno ritenuto che le imposte sono una cosa negativa e che se i governi inseguono obiettivi sbagliati, l’evasione à giustificata. Adams C. For Good and Evil. op. cit. (trad. it. 481).

[54] Ibidem (trad. it. 215).

[55] Per questo sempre Adams nota che la mancanza contemporanea di ribellione è sorprendente. Ibidem (trad. it, 21).

[56] Nelle sue Lectures in Jurisprudence infatti Adam Smith scrisse: «No doubt the raising of a very exorbitant tax, as the raising as much in peace as in war, of the half or even the fifth of the wealth of the nation, would, as well as any gross abuse of power, justify resistance in the people».

[57] Cfr. Reinhard W. Geschichte der Staatsgewalt, op. cit. (trad. it.: 563). Si veda anche Rosanvallon P. La crise de l’Etat-providence .Éditions du Seuil, Paris 1981.

[58] Idem, op. cit., (trad. it.: 576-577). Sulla parentela fra Stato totalitario e Welfare State si esprime chiaramente anche Martin Van Creveld nel suo The Fate of the State, in: “Parameters” (Spring 1996) 4-18. (Trad. it.: “Élites” 2, 2003, 87-101, § La nascita e la caduta dello Stato sociale).

[59] Se così non fosse, la povertà sarebbe stata da tempo debellata – data la mole delle risorse prelevate con tasse e imposte – almeno nel mondo occidentale, nel quale invece è in aumento.

[60] Se anche venissero utilizzate tutte le risorse prelevate per conseguire il fine ideologicamente proclamato dell’aiuto ai bisognosi, il risultato non verrebbe mai conseguito. Nel 1964 il residente Lyndon B. Johnson dichiarò la “guerra alla povertà”, predisponendo più di 7 trilioni di dollari. I risultati furono l’aumento degli homeless e la devastazione dello stile di vita americano, causato dall’alluvione di sussidi. Fenomeni analoghi, in aggiunta al proliferare di impieghi improduttivi, burocratizzazione, autoritarismo, si sono prodotti anche nelle socialdemocrazie scandinave.

[61] Cfr. De Jouvenel B. The Ethics of Redistribution. Cambridge University Press. (Trad. it.: Liberilibri, Macerata 1992) e Miglio G. (1998) op. cit.

[62] Il caso più eclatante del tardo XX secolo è l’invenzione dell’IVA, che ha fornito allo Stato una forma nuova e redditizia di imposta indiretta, che i consumatori sono stati assai disponibili a pagare e le imprese ad amministrare docilmente. Cfr. Ferguson Niall, op. cit., 73. Non esiste inoltre un congegno di oppressione più efficace delle aliquote progressive senza controllo.

[63] Gli strumenti del parassitismo politico derivanti dal monopolio statale della moneta sono fra i più efficaci ed occulti: dagli stratosferici guadagni inflattivi derivanti dal deteriorarla o dal moltiplicarla senza copertura con un aumento di riserve metalliche (corrispettivo di valore), a quelli estratti dalla sua svalutazione, sono metodi noti alle classi politiche da alcuni secoli. Oggi le banche centrali hanno perfezionato questi metodi parassitari controllando l’offerta di moneta nell’economia (ad esempio alzando e abbassando il tasso di sconto) e consentendo ai governi di spendere impunemente, fino al limite della bancarotta e dell’iperinflazione. Quest’ultima è diventata una delle forme più comode di confisca ed espropriazione di risorse, che beneficia sempre un gruppo di persone a spese di altri e che non stimola mai la stessa ostilità suscitata dalla tassazione. Si veda Rothbard M.N. What Has Government Done to our money? (1964) Ludwig von Mises Institute, Auburn Al., 1990. (Trad. it.: Lo Stato falsario. L. Facco Editore, Treviglio 1995).

[64] Le ricadute del debito pubblico sono estremamente gravi: sposta risorse dai lavori produttivi a quelli improduttivi, diffonde l’abitudine al parassitismo riducendo gli incentivi alla libera iniziativa economica e oltre una certa soglia travolge la libertà e favorisce il consolidamento di un governo tirannico.

[65] I “tassatori” non hanno alcun interesse ad aiutare i meno abbienti a uscire dalla loro condizione. Il vero fine è quello di aumentare sia i burocrati che se ne occupano, sia di preservare la condizione di un numero crescente di persone dipendenti dalla politica. Nell’espansione del Welfare State in America, parzialmente differente rispetto a quella europea, hanno giocato sia l’ideologia (diffusa da intellettuali alla ricerca di sussidi, potere e prestigio), sia l’interesse economico di ceti produttivi desiderosi di restrizioni all’entrata nel mercato e di rendite politiche di varie forme e dimensioni. Cfr. Rothbard M.N. Origins of the Welfare State in America. In: “Journal of Libertarian Studies” XII, 2 (Fall 1996), 194-196.

[66] Cfr. De Jouvenel B. The Ethics of Redistribution, op. cit. Si veda anche la denuncia del risultato fallimentare di questo sistema in Pasolini Zanelli A. La rivolta blu. Contro i miti dello Stato sociale. Editoriale Nuova, Milano 1981.

[67] L’obiezione più frequente relativa al parassitismo burocratico è quella della presenza, anche nelle aziende private, di ampi strati privilegiati di burocrazia che vivono di lavoro improduttivo o non lavorando affatto, ostacolando il comportamento mercantile e l’innovazione, cercando solo di salvaguardare privilegi e potere. La realtà è che questo accade, come aveva già spiegato Ludwig von Mises in Bureaucracy (Yale University Press, 1944), quando la sanzione di mercato non può operare o è molto attenuata. Forme di macroparassitismo in questo ambito infatti derivano dalla trasformazione di aziende da imprese individuali in strutture gigantesche di comando burocratico, la cui attività in un’economia strettamente irreggimentata è ormai in simbiosi con quella del settore pubblico e dipende dalle logiche di quest’ultimo. In particolare le grandi imprese o i colossi bancari dipendenti dalle banche centrali (i maggiori responsabili dell’attuale crisi economica) non rispecchiano più al loro interno gli orientamenti di mercato. Come ha spiegato ancora McNeill: «Anche se quei dirigenti sono abituati a misurare il proprio successo basandosi sui bilanci derivanti dalle transazioni “esterne” che le loro imprese possono aver condotto con altri grandi gruppi, con gli Stati o anche con piccoli distributori al minuto, non riflettono fedelmente il mercato. Questo accade soprattutto quando il committente è un governo (anch’esso organizzato in modo burocratico) e quando i beni o i servizi venduti possono provenire solo da pochi fornitori (o magari da un unico fornitore). La dinamica interna dell’organizzazione capitalistica si è accordata con le modalità che, per considerazioni convergenti rispetto alla guerra e allo Stato sociale, hanno portato a un intervento pubblico pervasivo nei processi di mercato». McNeill W. The Human Condition, op. cit. (trad. it. 75)

[68] Per stabilire cosa produca valore economico occorre una teoria scientifica del valore. In questo campo il confronto puro e semplice di opinioni non è possibile. Se la teoria del valore-lavoro di origine smithiano-ricardiana è insostenibile dalla fine del XIX secolo perché superata da quella soggettiva, cosa produca valore può essere stabilito solo su questa base. I servizi pubblici, imposti monopolisticamente, escludendo un rapporto volontario di scambio distruggono il presupposto soggettivo e non possono pertanto essere considerati come produttori di valore economico.

[69] I sistemi di Welfare State sono il frutto di uno scambio hobbesiano fra protezione e obbedienza. Cfr. Panebianco A. Il potere, lo Stato, la libertà. Il Mulino, Bologna 2004, 114.

[70] Cfr. Rosa J.J. Le second XXe siècle. Op. cit, trad. ital: 320.

[71] In altri termini, coloro che impersonano lo Stato agiranno solo da “agenti di trasferimento”. I benefici elargiti per ottenere il voto, non disponendo lo Stato di risorse proprie, derivano dalla sottrazione di risorse a qualcun altro. Il politico eletto metterà le mani sui guadagni di un gruppo particolare e li distribuirà a un altro gruppo, trattenendosi ovviamente il 40% di “commissione governativa”. Hospers J. The Nature of State. In: “The Personalist” 59, 4 (October 1978), 399.

[72] Cfr. Olson M. The Rise and Decline of Nations. Yale University Press, New Haven 1982.

[73] Su questo tema si vedano le pagine di Miglio G. Una Costituzione per i prossimi trent’anni. Laterza, Bari 1990, 109-116.

[74] Cfr. Levi M. Of Rule and Revenue. University of California Press, 1988. (Trad. it.: Comunità, Milano 1997, 15).

[75] Un nesso, questo, trascurato dalle Accademie, come dimostrano i manuali di Scienza Politica, totalmente privi di qualsivoglia capitolo su questi ceti parassitari. Sul processo di formazione della classe politica parlamentare nello Stato moderno, emersa dallo strato degli intermediari, con mandato privatistico, fra sovrano e sudditi per concordare con i tassabili l’entità delle imposte, gruppo che a un certo punto pretende di rappresentare l’interesse generale, la letteratura è vastissima. Sono fondamentali le osservazioni di Leoni B. Freedom and the Law. Liberty Press, Indianapolis 1991, 118-119; Miglio G. Le regolarità della politica Giuffrè, Milano 1988, 2 voll. e le sue (ancora inedite) Lezioni di Politica Pura.

[76] Sul tema e sui suoi rimedi rimane un classico l’inascoltato Minghetti M. I partiti politici e la loro ingerenza nella giustizia e nell’amministrazione. (1880). Cappelli, Bologna 1969.

[77] Massari O. I partiti politici nelle democrazie contemporanee. Laterza, Roma-Bari 2004.

[78] Ha notato Rothbard: «Un rapinatore che giustificasse il suo furto dicendo che in realtà aiuta le sue vittime, per il fatto che le sue spese danno un impulso al commercio al dettaglio, troverebbero pochi proseliti; ma quando questa teoria è ammantata di equazioni keynesiane e impressionanti riferimenti all’ “effetto moltiplicatore”, trasmette maggior convinzione». Rothbard M .N. The Anatomy of the State, op. cit.

[79] Su questo processo, occorre partire dai lavori, anche se piuttosto deboli, di Downs A. Inside Bureaucracy. Little Brown, Boston 1967 e di Niskanen W.A. Bureaucracy and Representative Government. Aldine-Atherton, Chicago 1971.

[80] McNeill W. The Human Condition, op. cit. È invece il senso di indipendenza economica, unito alla coscienza del proprio valore, che quella genera, a fornire la base dell’idea di libertà.

[81] Mi permetto di rimandare al mio studio La ‘legge di gravità del potere’ oggetto-chiave del realismo politico. In: “Studi Perugini” IV, 8 (luglio-dicembre 1999), 59-85.

[82] Il 15 aprile 2009 in 500 comunità di tutti gli States americani i contribuenti sono scesi in piazza spontaneamente per protestare contro l’evidente aumento della spesa pubblica, l’inevitabile conseguenza dell’inasprimento fiscale e l’espansione in corso della sfera burocratica, comportate dalle misure “anticrisi” prima di Bush e poi di Obama. Secondo un sondaggio del quotidiano USA Today, il 55% degli americani è preoccupato dell’espansione dello Stato. Cfr. Martino A. Le rivolte fiscali sono da sempre viste con sufficienza e disprezzo da molti che si definiscono democratici. In: www.brunoleoni.it

[83] Di recente, riconoscendo le potenzialità devastanti del problema, il Bundesrat in Germania ha fissato un tetto costituzionale per il debito pubblico. Le misure anti-crisi infatti (salvataggio del bilancio, attenuazione della recessione, ecc.) rischiano ovunque di creare deficit e debiti pubblici giganteschi, capaci di assorbire e distruggere la maggior parte delle risorse, devastando definitivamente l’economia. Il fatto però è che le vittime principali del fenomeno non hanno gli strumenti per far rispettare quelle norme, dato che sono nelle mani proprio dei maggiori beneficiari della spesa pubblica: la classe politica e il partito maggiore, che possono abusare in tal modo a piacimento del loro potere.

[84] In quanto vittime del parassitismo politico, hanno una stessa causa i recenti suicidi di coloro che perdono il lavoro e non hanno la prospettiva di ritrovarlo e quelli di piccoli e medi imprenditori rovinati. Contribuendo a produrre i beni di un’impresa, hanno infatti entrambi a lungo mantenuto ingorde e insaziabili oligarchie e un esercito di burocrati, producendo ricchezza e pagando tasse e imposte.


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