L’esattore delle tasse

di Frédéric Bastiat, traduzione di Cristian Merlo

L.: Il signor D. sostiene che la sua produzione prospera in virtù di questo accomodamento, e in tal modo – egli asserisce – il Paese ne beneficia, arricchendosi. Lo ha ripetuto l’altro giorno alla Camera, di cui è membro.

G.: Si tratta di un miserabile sofisma! Siamo di fronte ad uno speculatore che fa male i suoi conti ed intraprende un’attività in costante perdita, dissipando il suo capitale; e nel momento in cui si estorcono il mio vino ed il grano dei miei vicini, in misura tale da compensare non solamente le sue perdite, ma da garantirgli persino un profitto, si vuole addirittura far credere che tale provvedimento costituisca un guadagno netto per l’intero Paese!


Lo scritto, tratto dalla seconda versione dei Sofismi Economici (1848), si sviluppa sotto forma di dialogo tra Giacomo Buonuomo, vignaiolo, e il signor Lasouche, esattore delle tasse.


L.: È vero che avete ottenuto venti botti di vino?

G.: Sì, e devo ringraziare solo mia abilità e il mio impegno.

L.: Abbiate la decenza di consegnarmi sei fra le botti migliori…

G.: Sei botti su venti! Santo Cielo! Avete proprio intenzione di mandarmi in malora. E poi, Vossignoria, ma per quali motivi dovrei mai assecondare questa vostra richiesta?

L.: La prima botte sarà consegnata a coloro che vantano crediti nei confronti dello Stato. Del resto, quando le persone contraggono dei debiti, il minimo che si possa fare è corrispondere loro degli interessi, come naturale compenso.

G.: E che ne è stato del capitale?

L.: Questa è una storia troppo lunga, da raccontarvi in questo momento. Comunque, una parte è stata impiegata per produrre delle cartucce, che hanno emesso il più bel fumo del mondo. Un’altra è servita per compensare quegli uomini che hanno subito delle profonde menomazioni in paesi stranieri, dopo averli devastati. In seguito, quando questa spesa ha provocato la nostra invasione, il nostro benevolo nemico ha pensato bene di non congedarsi da noi, senza averci prima spogliato del nostro denaro; e questi soldi dovevano solo essere presi in prestito.

G.: E quali vantaggi se ne potranno mai trarre, ora, da questa cosa?

L.: La soddisfazione di poter dire –
<<Oh, come sono fiero di essere Francese,Quando levo lo sguardo alla colonna>>.

G.: E l’umiliazione di lasciare ai miei eredi una proprietà gravata da un’ipoteca irredimibile. Tuttavia, è necessario far fronte ai propri debiti, per quanto folle può essere l’uso che si è fatto dei proventi. Questo, quindi, per quanto riguarda la cessione di una botte: ma per quanto riguarda le altre cinque?

L.: Un’altra serve a sovvenzionare i servizi pubblici, l’appannaggio della casa reale, i giudici che proteggono la vostra proprietà quando il vostro vicino di casa tenta ingiustamente di appropriarsene, i poliziotti che vi proteggono dai ladri quando vi siete addormentati, i cantonieri che mantengono in ordine le arterie stradali, il curato che battezza i vostri figli, il maestro di scuola che li educa, e, infine, il vostro umile servitore, che non ci si può certo aspettare che possa lavorare per niente.

G.: E sia, vista in questo modo, e valutato servizio per servizio, la faccenda potrebbe anche apparire giusta, e avrei ben poco da obiettare. Anche se, indubbiamente, preferirei trattare di persona e direttamente sia con il rettore, che con il maestro di scuola; ma il punto non è tanto questo. Ciò può giustificare la seconda botte – ma ne mancano ancora quattro per arrivare a sei.

L.: E vorrebbe per caso insinuare che due botti non siano una più che equa compartecipazione alle spese dell’esercito e della marina?

G.: Ahimè! Due botti sono una ben piccola cosa, rispetto a quello che i due servizi mi sono già costati: visto che mi hanno privato dei due figli che tanto amavo!

L.: Bisogna pur mantenere l’equilibrio dei poteri tra i vari Stati.

G.: Ma l’equilibrio non sarebbe comunque mantenuto se le potenze in gioco ridimensionassero le loro forze per la metà o per i tre quarti? Potremmo così preservare i nostri figli e le nostre risorse! Basterebbe solo intendersi.

L.: Sì, ma gli Stati non si capiscono l’un l’altro.

G.: E questo mi sorprende enormemente, visto che così facendo tutti hanno da perdere.

L.: E in parte, questa situazione l’ha voluta anche lei, caro il mio Giacomo Buonuomo.

G.: State scherzando, vero, signor esattore? Forse che io possa avere qualche voce in capitolo?

L.: Per caso, chi ha eletto come deputato?

G.: Un valoroso ufficiale d’armata, che diventerà ben presto un maresciallo, a Dio piacendo.

L.: E mi dica, caro Giacomo Buonuomo, come si procurerebbe mai le risorse per vivere, questo prode generale?

G.: Campando sulle mie sei botti … mi par di capire.

L.: Si rende conto di cosa mai accadrebbe se votasse un ridimensionamento dell’esercito, e del vostro contingente?

G.: Accadrebbe semplicemente che, invece di essere fatto maresciallo, sarebbe costretto al congedo.

L.: Comprende ora che lei stesso ha contribuito a…

G.: Va bene… Passiamo ora alla quinta botte, se non le dispiace.

L.: Quella, prende la strada dell’Algeria.

G.: In Algeria!? E poi ci vengono a dire che tutti i musulmani non bevono vino, selvaggi che non sono altro! Tant’è che spesso mi sono chiesto se sia il loro essere astemi ad averli resi infedeli, o se sia invece la loro infedeltà che non gli permette di apprezzare il vino… Ma, in fin dei conti, quale servizio mai mi renderebbero, in corrispettivo di questo nettare, la cui produzione mi è costata così tante fatiche?

L.: Nessun servizio, ovviamente: perché il vino non è destinato ai musulmani, ma ai buoni cristiani che trascorrono la loro vita in Barberia.

G.: E, di nuovo, quale servizio mi renderebbe tutto ciò?

L.: Compiono razzie, e ne subiscono a loro volta; uccidono e restano uccisi; sono colti da dissenteria e tornano per farsi curare; realizzano porti e strade, erigono villaggi, e li popolano insieme a Maltesi, Italiani, Spagnoli, e Svizzeri, che vivono sul vostro vino; e sulle ulteriori, future forniture, per la riscossione delle quali, vi posso già anticipare, farò presto ritorno da voi.

G.: Misericordia! Questo è veramente troppo. Mi oppongo risolutamente. Un contadino che agisse così, sarebbe subito mandato al manicomio. Costruire le strade laggiù sul Monte Atlante – Santo cielo! quando io posso a malapena lasciare la mia casa per mancanza di strade! Creare porti in Algeria, quando il greto del fiume Garonna è pressoché insabbiato! Togliermi i figli che amo, per inviarli a torturare i Berberi! Farmi pagare le case, le sementi, e i cavalli, che poi verranno consegnati a Greci e Maltesi, quando abbiamo un sacco di poveri intorno a noi, a casa nostra!

L.: I poveri! Proprio così, l’obiettivo è far sì che il Paese si sbarazzi della popolazione eccedente.

G.: Proprio geniale: e dopo di loro, dovremmo inviare in Algeria le risorse, grazie alle quali essi potrebbero benissimo vivere anche a casa!

L.: Ma poi, non ci si deve certo dimenticare che si stanno gettando le basi per un grande impero, e che si sta esportando la civiltà in Africa: conferendo gloria immortale al vostro Paese!

G.: Lei fa il poeta, signor esattore. Io sono, al contrario, un semplice vignaiolo; e mi rifiuto di assecondare la vostra richiesta.

L.: Ma deve pensare che fra qualche migliaio di anni, le anticipazioni attuali potranno essere recuperate e rimborsate almeno cento volte tanto! Almeno così ci assicurano coloro che dirigono l’impresa.

G.: Ma nel frattempo, per far fronte alle spese, prima mi chiedevano un fusto di vino; poi due; poi tre; e ora siamo arrivati ad una botte intera! Basta, la misura è colma!

L.: Non c’è tempo per rifiutarsi. Il vostro rappresentante ha convenuto, per voi, la corresponsione di questo quantitativo di vino: ed io la esigo!

G.: Purtroppo, è vero. Maledetta debolezza da parte mia! Sicuramente, sono stato un pazzo a contribuire alla sua elezione. Del resto, cosa potrà mai esserci in comune fra un generale d’armata e un povero vignaiolo?

L.: Oh, come vede, qualcosa in comune c’è: non foss’altro il vino che voi producete, che egli ha decretato per sé, in vostro nome.

G.: Si prenda pure gioco di me, signor esattore, perché probabilmente me lo merito. Ma sia ragionevole. Mi lasci almeno la sesta botte. Si è già provveduto ad assicurare il pagamento degli interessi sul debito, il sovvenzionamento dell’appannaggio della casa reale e la fornitura dei servizi pubblici; oltre che, beninteso, la perpetuazione della guerra in Africa. Cos’altro potete pretendere?

L.: È inutile cercare di mercanteggiare con me. Esponete le vostre rimostranze al generale, vostro rappresentante. Per ora, egli ha disposto della vostra vendemmia.

G.: Che sia maledetto! Ma mi dica: cosa intendete farvene di questa botte, fior fiore della cantina?Per cortesia, assaggiate questo vino. Straordinariamente maturo, generoso e strutturato …

L.: Eccellente! fantastico! È proprio quello che ci vuole per il signor D., il produttore di panni.

G.: Il Sig. D., il produttore di panni? Che cosa intendete?

L.: Che egli ne trarrà beneficio.

G.: Come? Cosa? Che io sia dannato se la comprendo!

L.: Non lo sa, forse, che il signor D. ha costituito una grande impresa, la quale, un giorno, si rivelerà certamente molto utile per il Paese, ma che, al momento, arreca ogni anno una consistente perdita pecuniaria?

G.: Mi dispiace, ovviamente. Ma che cosa ci posso fare personalmente?

L.: La Camera è giunta alla conclusione che, se permanesse questa incresciosa situazione, il signor D. si troverebbe di fronte alla secca alternativa o di recuperare efficienza e competitività, oppure di fallire.

G.: Ma cosa c’entrano queste speculazioni in perdita del signor D. con il mio vino?

L.: La Camera ha statuito che, compensando il signor D. con un po’ di vino prelevato dalla vostra cantina, con un po’di grano tratto dai granai dei vostri vicini, e con un po’ di danaro estratto dai salari degli operai, le sue perdite possano essere tramutate in profitti.

G.: La ricetta è tanto infallibile quanto geniale. Ma, per Dio! è terribilmente iniqua. Il signor D., per l’appunto, si rifà delle sue perdite impossessandosi del mio vino!

L.: Non propriamente del vino, ma del suo prezzo. È quello che siamo soliti denominare “premi di incoraggiamento”, o sovvenzioni. Ma non riuscite a vedere il grande servigio che state rendendo al Paese?

G.: Intendete dire al signor D.?

L.: Al paese. Il signor D. sostiene che la sua produzione prospera in virtù di questo accomodamento, e in tal modo – egli asserisce – il Paese ne beneficia, arricchendosi. Lo ha ripetuto l’altro giorno alla Camera, di cui è membro.

G.: Si tratta di un miserabile sofisma! Siamo di fronte ad uno speculatore che fa male i suoi conti ed intraprende un’attività in costante perdita, dissipando il suo capitale; e nel momento in cui si estorcono il mio vino ed il grano dei miei vicini, in misura tale da compensare non solamente le sue perdite, ma da garantirgli persino un profitto, si vuole addirittura far credere che tale provvedimento costituisca un guadagno netto per l’intero Paese!

L.: Evidentemente, il vostro rappresentante è giunto a questa determinazione. Non vi resta altro da fare che consegnarmi le sei botti di vino pretese, e vendere le restanti quattordici nel modo più proficuo.

G.: Quanto a questo, lasciate che ci pensi io.

L.: Sarebbe un vero peccato se non ne ricavaste un prezzo più che acconcio…

G.: Farò del mio meglio.

L.: Perché quel prezzo vi metterà nelle condizioni di poter far fronte a molte cose…

G.: Ne sono ben consapevole, signore.

L.: In primo luogo, qualora acquistiate del ferro per rinnovare i vostri aratri e le vostre vanghe, la legge stabilisce che si corrisponda, al produttore, il doppio del suo valore.

G.: Sì, e questo mi dà proprio sollievo …

L.: Quando, invece, avete bisogno di carbone, di carne da macello, di stoffa, di olio, di legno, di zucchero, e per ognuno di questi prodotti, la legge impone che li si paghi il doppio.

G.: Ma questo è semplicemente orribile, spaventoso, abominevole!

L.: Ma perché deve continuare a lamentarsi? Lei stesso, attraverso il suo rappresentante …

G.: Non parli più del mio rappresentante, per favore. Sono splendidamente rappresentato, lo so … Ma non mi farò imbrogliare una seconda volta. Piuttosto, conferirò mandato ad un contadino buono ed onesto.

L.: Mah! Lei rieleggerà il valoroso generale.

G.: E dovrei farlo rieleggere per redistribuire il mio vino agli africani e ai fabbricanti?

L.: Dia ascolto a me: lo rieleggerete.

G.: Questo è troppo! Non lo rieleggerò di certo, è una mia libera scelta.

L.: Ma voi sceglierete di… rieleggerlo…

G.: Che si faccia di nuovo vivo, e troverà … a chi parlare…

L.: Beh, questo lo si vedrà. Addio. Per il momento, prendo le vostre sei botti, per farne la giusta ripartizione, proprio come ha stabilito il generale.

 

Scritto di Frédéric Bastiat su Mises.org

Traduzione di Cristian Merlo

Scritto originariamente apparso su Mises Italia

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