Ostaggi della democrazia totalitaria: l’altra faccia del socialismo

di Cristian Merlo

Di fatto, a fronte dell’evidenza ineludibile che in un sistema democratico si tende ad erodere in maniera asintotica lo spazio ed il perimetro di azione che potrebbero e dovrebbero inerire alla inviolabilità della scelta individuale, siamo come ipnotizzati dal suo perverso meccanismo, tanto da essere portati a ritenere che sia strategicamente razionale e utilitaristicamente pagante (i) dismettere la nostra più ampia capacità decisionale ed imprenditoriale, che postula la libertà di pensiero e la creatività d’intrapresa di ogni singolo individuo; (ii) rinunciare alla nostra autonomia d’azione e castrare la naturale propensione alla cooperazione e allo scambio produttivo, i soli fattori in grado di generare valore per sé e per gli altri; (iii) soffocare l’innato istinto alla mobilitazione della conoscenza e delle risorse per appagare, nella maniera più completa possibile, i nostri bisogni attuali e le nostre aspettative future


Perché mai dovremmo affidarci al mercato per soddisfare le nostre necessità attuali ed appagare i nostri bisogni emergenti, quando potremmo rimetterci nelle mani di un’entità super-partes, capace di mobilitare le conoscenze e le informazioni più affidabili, per perseguire, in maniera del tutto disinteressata, le finalità stimate più meritevoli per il bene comune? Del resto, non ci hanno inculcato sin da piccoli che “lo Stato siamo noi”? Ed il mercato, al contrario, non è l’incarnazione del gretto egoismo, l’espressione dell’atomismo a-sociale, che ha costituito e costituisce la causa primaria di gran parte di tutti i nostri mali, se non proprio di tutti?

Una risposta a queste domande potrebbe fornircela la lettura, del tutto illuminante a tale stregua, del volume Beyond Politics: The Roots of Government Failure, dello studioso americano Randy T. Simmons. E gli esiti potrebbero rivelarsi oltremodo sorprendenti e spiazzanti per tutti gli statolatri, gli apologeti del verbo statalista e per l’esercito sterminato dei sostenitori passivi del pensiero stato-centrico dominante.

Perché, in fondo

Quando si promuove la causa del mercato, stiamo semplicemente rigettando l’idea che vi sia la possibilità di applicare delle soluzioni universali e monoliticamente indeclinabili per risolvere qualsivoglia tipologia di problematica. E si sta altresì ricusando il ruolo della pianificazione centrale e degli esperti che dovrebbero presiederla, in quanto essi non dispongono delle informazioni, delle conoscenze, delle abilità o degli incentivi necessari per sapere ciò che effettivamente debba essere realizzato. Rifiutare l’onniscienza degli esperti significa semplicemente accettare la stupefacente complessità dei sistemi di interazione umana [1].
==========
Dicendo, quindi, “lasciamo fare al mercato”, significa ammettere che le soluzioni alla maggior parte dei problemi trascendono la politica, trascendono i processi calati dall’alto, centralizzati, e governati dai cosiddetti esperti. Si sta chiedendo di essere abbastanza umili per ammettere: “Io non so cosa bisognerebbe fare”. Perché solo delle complesse e volontarie interazioni decentrate produrranno delle molteplici soluzioni concorrenti, e solo la loro competizione potrà determinare quella maggiormente capace di adattarsi meglio, poste le condizioni e le circostanze del momento[2].

Del resto, sono pensieri, idee, suggestioni piuttosto familiari per chi bazzica certe compagnie di pensiero non proprio ortodosse, e per chi frequenta certi autori non propriamente mainstream.

Vero è che lo stesso Simmons si “autodenuncia” in premessa, sgombrando così il campo da potenziali fraintendimenti e mettendo subito in chiaro le carte sul tavolo da gioco. Insomma, la visione d’insieme e l’impostazione metodologica non sono fatte certo oggetto di mistero.

Un’altra innovazione in economia, anche se molti potrebbero sostenere che si tratta semplicemente di una riscoperta della sua essenza fondamentale, è l’economia Austriaca. Gli Austriaci aderiscono ai canoni teorici elaborati da Ludwig von Mises: e il primo compito di un economista è quello di raccontare ciò che i governi non possono fare. Essi sono dei fervidi sostenitori del fatto che la conoscenza sia generata, diffusa e impiegata in ambito economico attraverso processi fluidi e dinamici. Come gli economisti del nuovo Istituzionalismo, gli Austriaci concentrano le loro analisi sulla natura e sul ruolo delle istituzioni, in particolare su come queste emergano in un mondo in cui gli individui non dispongono di una conoscenza perfetta. Anche se personalmente non mi considero un economista Austriaco, vanto sicuramente un debito nei loro confronti e, spesso, anche inconsapevolmente, utilizzo argomentazioni di inequivocabile “impronta austriaca” nelle mie analisi [3].

L’autore, di fatto, dimostra una invidiabile dimestichezza nel ricorrere a logiche argomentative e nel far uso di strumenti d’indagine distintivi, passibili di essere perfettamente ricondotti all’armamentario teorico e metodologico che qualifica e contraddistingue la Scuola Austriaca. Il tutto corredato ed integrato dalle risultanze frutto dei principi ispiratori, degli approcci epistemologici e degli indirizzi tipizzanti che connotano la scuola di pensiero, di cui Simmons rappresenta un esponente di assoluto rilievo: quella della Public Choice.

Ecco, allora, che in Beyond Politics viene trattata una serie di tematiche, tanto care a chi non ritiene che lo Stato sia quel feticcio infallibile ed imprescindibile che, con un’arroganza pari almeno alla sua natura intrisa di violenza, rivendica di essere, ovvero a chi non pensa che la spesa pubblica costituisca la panacea per tutti i mali, se non addirittura un vero e proprio volano per la crescita economica.

Chi intenderà avvicinarsi al testo di Simmons, noterà la cura con cui l’autore passa in rassegna e destruttura quelli che sono dei veri e propri mantra moderni, dei totem assoluti perché assolutizzati dal pensiero dominante: che si parli di infallibilità della soluzione politica, o dell’esaltazione acritica del mito democratico, così come della indefettibile necessità di approntare beni e servizi cosiddetti “pubblici” – in virtù della indiscutibilità della sottesa teoria economica e dei correlati fallimenti del mercato nel fare altrettanto – la sostanza non cambia.

Perché l’autore, nell’arco di quasi 380 pagine, smonta con una facilità sorprendente – in ciò supportato da innumerevoli esempi pratici sempre persuasivi e pertinenti – tutte le costruzioni e le incrostazioni ideologiche, insieme a tutte le paratie cognitive e mentali, che ancora ingabbiano la massa dei cittadini.

Essi sembrano esemplificare perfettamente la situazione descritta da Platone nella parabola della caverna: adusi e rassegnati a vivere nello spazio limitato di un antro freddo e buio, finiscono per auto-convincersi che non vi possono essere soluzioni diverse e migliori rispetto alla vita condotta in quelle condizioni. Fuor di metafora, siamo così abituati a concepire lo Stato come un Dio supremo ed onnipotente, che tutto regolamenta, norma e dirige, che ci pare del tutto normale accettare la sua invasiva preminenza in ogni interstizio del viver civile e la sua tracimazione in ogni anfratto spettante alla inviolabilità della sfera delle libere scelte individuali.

La lettura di Beyond Politics, pertanto, ci consente di gettare lo sguardo oltre il limitato orizzonte visuale della caverna: potremo disporre di elementi sufficienti (i) per realizzare, una volta e per tutte, che << lo Stato è diventato il principale azionista di ogni famiglia, il socio occulto di ogni impresa, l’entità che dispone di una quota maggioritaria di ciò che un paese produce in un anno>>[4]; (ii) per acquisire consapevolezza che <<la spesa pubblica ormai è in un vortice di auto-generazione, serve essenzialmente a giustificare la propria stessa continua espansione, a creare illusioni di necessità, a costituire e intessere tele di rapporti necessari fra lo Stato e altre, ben appetibili cose>>[5](iii) per renderci finalmente conto che il sistema democratico, per come congegnato e per la sua immorale natura costitutiva, <<conduce a interventi governativi sempre più estesi e ad un grado di libertà individuale sempre minore. Ciò si verifica principalmente perché la popolazione continua ad avanzare pretese e a rivendicare diritti pretendendo che altri ne sopportino i costi>>[6]; (iv) per immaginare che vi possano essere, di fatto, ben altri modi, economicamente più efficienti, finanziariamente più sostenibili e moralmente più desiderabili, per organizzare una società.

Dalla lettura del libro, insomma, emerge in maniera netta ed inequivocabile che l’interventismo dirigista e lo statalismo ipertrofico innervati dalla perversione di un fiscalismo persecutorio senza pari, dal redistribuzionismo spogliatore e livido di invidia sociale, e da un egualitarismo tanto innaturale quanto immorale non solo fanno strame di ogni residuo di libertà individuale, bensì generano azzardo morale in seno alla società civile: tralignando nella cosiddetta “democrazia redistributiva”. La quale, è nient’altro che socialismo mascherato.

Di fatto, a fronte dell’evidenza ineludibile che in un sistema democratico si tende ad erodere in maniera asintotica lo spazio ed il perimetro di azione che potrebbero e dovrebbero inerire alla inviolabilità della scelta individuale, siamo come ipnotizzati dal suo perverso meccanismo, tanto da essere portati a ritenere che sia strategicamente razionale e utilitaristicamente pagante (i) dismettere la nostra più ampia capacità decisionale ed imprenditoriale, che postula la libertà di pensiero e la creatività d’intrapresa di ogni singolo individuo; (ii) rinunciare alla nostra autonomia d’azione e castrare la naturale propensione alla cooperazione e allo scambio produttivo, i soli fattori in grado di generare valore per sé e per gli altri; (iii) soffocare l’innato istinto alla mobilitazione della conoscenza e delle risorse per appagare, nella maniera più completa possibile, i nostri bisogni attuali e le nostre aspettative future.

Ed è con tale propensione mentale e con una simile inclinazione emotiva che ci consegniamo, inermi, nelle mani di un Leviatano che, al contrario, si mostra tanto più terribile quanto più si professa impareggiabile dispensatore di illusioni, e si rivela un mendace affabulatore in tutti gli innumerevoli ambiti in cui si vede coinvolto. Da questa situazione non può che derivare, inevitabilmente, l’inibizione progressiva della capacità degli individui di percepire e di avvertire i benefici che potrebbero invece scaturire qualora l’interventismo statalista arrestasse la sua inesorabile deriva e le sottostanti perverse logiche “democratiche” tendessero ad allentare la loro presa mortale. La portata del degrado cognitivo del suddito moderno è tale, così come il suo livello di desertificazione immaginativa, che egli vive intrappolato in una dimensione del tutto autoreferenziale, pretesa come monolitica e totalizzante: incapace di presagire, anche solo lontanamente, quel che “non si vede”, a furia di adattarsi in maniera gregaria e acritica a ciò che “si vede”, egli considera tutte le soluzioni alternative come qualcosa di impraticabile, ed i vantaggi e gli effetti positivi conseguibili dal percorrere quelle opzioni come del tutto contro-intuitivi ed innaturali.

Produttori e consumatori dovranno così forzatamente rinunciare ai benefici generabili dalla costituzione di nuove occasioni di “guadagno” (passibili di ampliare dinamicamente il proprio set di mezzi e fini a disposizione) e dalla formazione di nuova ricchezza, che avrebbero potuto essere e che invece non sono. Stiamo parlando di quei “costi-opportunità” capaci di sollecitare l’assunzione di scelte differenti ed addizionali, in virtù delle quali i soggetti coinvolti avrebbero tratto maggiori soddisfazioni ed apportato valore aggiunto, a sé e agli altri, sviluppando la propria connaturata capacità imprenditoriale, ma che, invece, dovranno rimanere per sempre confinate nel limbo delle chance perdute. Del resto, come avrebbe osservato Bastiat, i vantaggi della democrazia redistributiva sono evidentissimi per coloro che ne lucrano i frutti; i benefici delle mancate opportunità e delle potenzialità inespresse, al contrario, restano nell’ombra, proprio perché non immediatamente visibili e per tal ragione difficilmente ponderabili.

Cerchiamo adesso di entrare maggiormente nel dettaglio, passando in rassegna alcune fattispecie rappresentative, ricavabili dalla lettura di Beyond Politics.

Quel che si vede

Quel che non si vede

Mosso esclusivamente dalla paura, il cittadino infantilizzato da decenni di propaganda si rifugia nell’illusoria sicurezza di poter ottenere la protezione e le tutele necessarie, onde mettersi al riparo dagli svariati e sempre crescenti rischi tipici del vivere quotidiano, dallo Stato e dal suo provvidenziale intervento; e tutto questo in virtù delle attribuzioni miracolistiche e delle doti salvifiche che l’immaginario collettivo conferisce ai beni e servizi cosiddetti “pubblici”. Lo stesso cittadino, pertanto, ritiene come ineludibile che tali beni debbano essere forniti ed erogati esclusivamente dallo Stato, rigorosamente in regime di monopolio coercitivo ed incardinati ipocritamente sui dogmi dell’u­niversalità e della gratuità d’accesso.

 

La propensione a rifugiarsi nell’illusorio porto sicuro dello statalismo, instillata da decenni e con strumenti sempre più subdoli per mano dei reggitori, non consente al cittadino di avvedersi di tutti quei vantaggi che scaturirebbero, invece, dal poter mettere a frutto le opportunità e le occasioni che si dischiuderebbero se solo egli potesse godere di un maggior grado di libertà nel mobilitare le idee, le informazioni e le risorse che sono a sua disposizione e/o che sarebbe incentivato ad acquisire.

L’impiego produttivo e la valorizzazione di questi asset – ora esautorati e drenati dal Leviatano per imporre i suoi fini ultimi e per   monopolizzare i mezzi atti a conseguirli, in nome della produzione di false certezze – consentirebbero, tra le altre cose, di elaborare delle soluzioni vincenti e premianti per contrastare, in maniera efficace ed effettiva, i rischi cui siamo quotidianamente esposti e per mitigarne gli impatti negativi.

I mercati si sviluppano e si ampliano basandosi sullo scambio volontario, un mezzo che consente alle persone di ottenere precisamente ciò che le stesse desiderano. I mercati promuovono lo scambio, fornendo informazioni circa le qualità di un determinato prodotto, specialmente raffrontandole alle qualità e   ai costi dei prodotti concorrenti, ed ai costi necessari per addivenire ad un accordo sul prezzo. E quando i costi di transazione sono ridotti, si possono sfruttare nuove opportunità: ciò, di rimando, genera un aumento del benessere e favorisce la crescita economica. Più opportunità, del resto, postulano più ricchezza [7].

 

Quel che si vede

Quel che non si vede

Il senso di impotenza e di inadeguatezza che avvince il cittadino produttivo , spesso un vero e proprio suddito fiscale, viene blandito con l’acquisizione , etero-indotta, di beni e servizi spacciati come essenziali dal ceto politico-burocratico al comando, in nome della loro autoproclamata rispondenza alla mitologia dell’ interesse pubblico.

Ma, per una strana coincidenza, quell’ “interesse pubblico” nella stragrande maggioranza delle volte coincide con l’incomprimibile ed inconfessato tornaconto della casta – e delle sue clientele elettoralmente e territorialmente rilevanti – nel riuscire ad accaparrare nuovo potere e nuova ricchezza, ricorrendo all’impiego di mezzi politici tanto più personalmente redditizi, quanto più socialmente disfunzionali.

Quello stesso cittadino produttivo deve rinunciare a disporre di preziose risorse, che gli sono state taglieggiate proprio perché qualcuno potesse dargli l’illusione di preoccuparsi della sua sorte di elettore. Impiegando produttivamente quelle risorse, egli avrebbe potuto acquisire consapevolmente i beni e i servizi, che lui – e non un parassita o un burocrate terzo – consideri essere di effettiva utilità, stante la loro attitudine a soddisfare le sue specifiche aspirazioni personali, materiali od immateriali che siano: e ciò tenendo conto, tempo per tempo, delle circostanze specifiche   e delle mutevoli aspettative individuali.

I governi, in base alla teoria della Scelta Pubblica, sono un insieme di individui che interagiscono per ottenere risultati coerenti con il loro tornaconto …

Gli elettori e i gruppi di interesse richiedono servizi ai politici e ai burocrati, mentre i burocrati pretendono che i politici e i contribuenti li assecondino nelle loro istanze per accaparrarsi maggiori ricavi o un ampliamento del budget. A loro volta, naturalmente, i politici sono costantemente in cerca di voti e di altre forme di sostegno da parte dei cittadini e dei membri dei gruppi di interesse.

Nel nostro modello, ogni individuo controlla determinati asset, è egoista e teleologicamente orientato, oltre ad essere un decisore razionale. Purtroppo, e contrariamente alla logica dei mercati caratterizzati da diritti di proprietà ben definiti e passibili di essere difesi, i processi politici sono connotati da talune prerogative, le quali tendono a limitare il raggiungimento dell’efficienza e scoraggiano l’armonia tra i soggetti auto-interessati [8].

Quel che si vede

Quel che non si vede

Nel momento in cui il cittadino democratico accetta, non importa con quale grado di entusiasmo, le logiche e le dinamiche sottese al gioco, vi si si potranno registrare più livelli di compartecipazione al medesimo; tali livelli, seppur caratterizzati da una intensità più o meno grave di effetti negativi, sono comunque connotati dal medesimo ricorso ai mezzi politici, socialmente disfunzionali e disgreganti per definizione.

Posto che i moderni sistemi di welfarism minano alla radice il funzionamento della irrinunciabile funzione svolta dal calcolo economico (dissociazione tra “dare” e “avere”, tra contribuzione e prestazione, tra sacrificio e ricompensa), e in forza del fatto che la natura della democrazia redistributiva conduce inevitabilmente alla tirannia della maggioranza o delle minoranze qualificate, che di volta in volta sono in grado di affermarsi strategicamente nell’ambito dell’agone politico, (attraverso l’imposizione coercitiva delle proprie arbitrarie rivendicazioni, che vengono assurte al rango di diritti sociali), vi sarà una proliferazione di attività tese alla ricerca della rendita parassitaria, o quanto meno di atteggiamenti opportunistici.

Pertanto, pur se il cittadino non si prodigherà direttamente in intraprese segnate dalla volontà di un costante assalto alla diligenza, egli sarà comunque indotto ad accaparrarsi i privilegi residuali od i micro-privilegi, psicologicamente intriganti ancorché irrisori, generati da quelli che non sono altro che il sottoprodotto dell’attività di ricerca della rendita parassitaria: i mai troppo vituperati “beni e servizi pubblici”.

Nella migliore delle ipotesi, questi sarà incentivato a compensare le perdite – arrecate dalla spoliazione confiscatrice subita a monte e dalla dismissione del ricorso a strategie cooperative (meno sforzi nel lavoro, nell’innovazione, nel risparmio, nell’investimento) – rivendicando diritti che possono essere soddisfatti solo perpetrando all’infinito l’accaparramento predatorio delle risorse prodotte da altri proprietari, nell’ambito della sfera privata.

L’inganno, potente e devastante, veicolato dalle logiche   della democrazia redistribu­tiva sta propriamente in questo: che ognuno è surrettiziamente indotto ed incentivato a investire tempo, risorse ed energie per cercare di ottenere il proprio specifico beneficio a spese degli altri; a profondere impegno e a spendersi per estrarre, dalle pieghe di meccanismi disgreganti e conflittuali, un pur minimo vantaggio, purché diretto ed immediato; a prodursi per ottene­re utilità che, nella realtà delle cose, sono solo dei placebo o delle misere briciole, pagate però a carissimo prezzo.

Viene così devitalizzata e frustrata la naturale propensione a realizzare nella maniera più completa possibile i propri personalissimi fini, per via del responsabile conseguimento dei mezzi all’uopo necessari (beni e servizi in grado di esprimere un’utilità effettiva) . Questo obiettivo si concretizza grazie

(i)                 al ricorso ad un processo di valorizzazione autentico della propria azione progettuale, tanto più efficace quanto più vengono accresciute le opportunità di scambio ed ampliate le opzioni di scelta dei soggetti agenti;

(ii)               al ricorso al processo di creazione, scoperta e trasmissione della conoscenza individuale (di tempo e di luogo) – posseduta separatamente dai singoli, dispersa e diffusa tra tutti i partecipanti allo scambio – che, se non adulterato, permette di equilibrare e coordinare in maniera soddisfacente i piani contraddittori degli individui, giungendo alla individuazione delle preferenze individuali e ad una loro sintesi mediante il sistema dei prezzi.

Sono in tal modo compromessi gli incentivi ad utilizzare in proprio le risorse legittimamente guadagnate, nonché a promuovere condotte tese allo sviluppo di frutti ulteriori ed incrementali, conseguibili solo in virtù della moltiplicazione delle occasioni di scegliere e di poter essere scelti, ed in forza dell’esercizio della libertà di contratto e della libertà di intrapresa.


Quanto è abbastanza? Chi deve pagare che cosa? Come devono essere effettuati i pagamenti? Poiché i cartellini dei prezzi non si trovano sulle singole unità di beni pubblici erogati, i sistemi fiscali sono concepiti per soddisfare i costi di somministrazione di tali beni. Ma, ancora una volta, quando tutti hanno parità di accesso alle stesse quantità dello stesso bene, come devono essere individualmente ripartite le imposte esatte per il loro sovvenzionamento? Nel mercato, i consumatori o gli acquirenti mettono a confronto i cartellini dei prezzi, in maniera tale da poter esperire il processo [eminentemente soggettivo, ndt] di valorizzazione. Così non è, al contrario, in ambito politico, in quanto non sussiste alcuna connessione diretta tra i costi e i benefici di un determinato bene o servizio. Di conseguenza, coloro che traggono i maggiori vantaggi dalla loro fruizione potrebbero non essere chiamati a versare alcun corrispettivo, mentre quelli che sopportano il maggior carico fiscale potrebbero esprimere uno scarso apprezzamento, o addirittura non beneficiare minimamente di quei beni o servizi [9].

 

Quel che si vede Quel che non si vede
Nella misura in cui il potere politico, attraverso l’interventismo e la regolamentazione, tende a prescrivere minuziosamente agli agenti le modalità di azione cui devono attenersi e a monopolizzare i mezzi utilizzabili in quel definito corso di azioni, esso potrà più facilmente imporre la sua particolare visione delle cose e il suo specifico punto di vista sul mondo, distillando ad libitum i fini particolari che – nella sua ottica autoreferenziale – devono essere necessariamente perseguiti. In un contesto di questo tipo (che Hayek non esiterebbe ad inquadrare utilizzando il concetto di “taxis”), i processi di cooperazione spontanea, fondati sullo schema “contratto-scambio” – schema che, per la sua inerente logica costitutiva, agevolerebbe ai proprietari-produttori il conseguimento dei propri fini individuali, promuovendo il coordinamento spontaneo e volontario tra attori che esplorano il mondo nelle più svariate direzioni – vengono soppiantati da vincoli di tipo egemonico: in base ai quali, obbedire per ottenere qualcosa da chi comanda diventa una strategia dominante rispetto ad impegnarsi per collaborare pacificamente ed in maniera più proficua con il prossimo, in vista della realizzazione di un “qualcosa in più” e di una effettiva creazione di valore. Nel momento in cui il cittadino produttivo, ingannato e sedotto dalla logica della rincorsa al privilegio, si rimette nelle mani del Leviatano, sarà quest’ultimo a stabilire quali fini debbano essere perseguiti e quali no, così come, di rimando, ad arrogarsi il diritto di decidere l’impiego dei mezzi più consoni per la loro realizzazione.La maggior richiesta di intervento dello Stato e la sua patologica espansione conducono così, inevitabilmente, ad un progressivo ma inarrestabile indebolimento della capacità dei soggetti agenti di esplorare il mondo.

Attratti dalle sirene dell’illusoria sicurezza che vorremmo vederci garantita in corrispettivo di una vita spesa in cattività, ed ormai incapaci di apprezzare e di cogliere le opportunità e le occasioni che si spalancherebbero di fronte a noi se solo desiderassimo riscoprire, fiduciosi, la causa della libertà responsabile, ci prodighiamo solamente per accaparrarci quelle soluzioni delimitate nell’ambito del canale politico.

Dimenticando, così facendo, una lezione fondamentale: che l’aggressione alla capacità individuale di esplorare il mondo <<non solo impedisce lo sfruttamento dell’opportunità di guadagno, ma addirittura la scoperta di tale opportunità. … Per questo motivo accade che, se una determinata area della vita sociale si trova ristretta a causa della coercizione sistematica, gli attori tendono ad adattarsi a tale situazione, la danno per scontata, e allora non creano, né scoprono, né si rendono conto delle latenti opportunità di guadagno [10]>>.

Stiamo manomettendo al contempo la nostra più ampia libertà di scegliere e di essere scelti,

(i)                 perché dismettiamo risorse, capacità ed energie che avremmo potuto impiegare in ben altre strategie cooperative: nel creare, produrre, comprare, vendere, scambiare, scartare beni e servizi senza vincoli di sorta e come meglio ci avrebbe aggradato e soddisfatto, in termini di profitto materiale e psicologico, nel rispetto delle libertà individuali e in accordo alle reciproche esigibilità;

(ii)               perché pregiudichiamo la propensione naturale a creare, scoprire e selezionare dinamicamente nuovi mezzi e nuovi fini, posto che l’uomo è una fabbrica inesauribile di desideri, i quali emergono in maniera incessante dalla sua fantasia e dalla sua capacità di immaginazione.
Confinati nel limitatissimo perimetro d’azione delineato, ex ante, da un impianto coercitivo monolitico e monopolistico, dobbiamo invece rinunciare alla prospettiva di accedere ad un ventaglio di nuove opportunità di scambio e di scelta, con le quali poter esaudire attitudini, gusti e preferenze individuali emergenti e in cerca di soddisfazione.
L’interventismo, pertanto, distrugge la possibilità di approfondire quello che veramente ci interessa o potrebbe interessarci in futuro: una volta limitati gli stimoli, le aspettative, o gli incentivi all’esplorazione, ci sarà sempre meno spazio per scoprire nuovi fini, la cui realizzazione non solo è passibile di appagare i desideri prefigurati, bensì è funzionale a trasformare tali fini in mezzi utili, a loro volta, per alimentare ulteriormente il processo creativo.

Coase ha spiegato chiaramente che le parti, anche in presenza di esternalità, potrebbero comunque raggiungere un accordo su chi debba qualcosa a qualcuno, allorquando i diritti di proprietà sono chiari e ben definiti sin dall’origine. Una chiara definizione dei diritti di proprietà è ciò che rende possibile le transazioni e le negoziazioni volontarie. In mancanza di diritti di proprietà, restano solo due soluzioni per contendersi delle risorse scarse: la violenza o la politica. La violenza conduce facilmente allo Stato di polizia, un contesto in cui la colpa, la punizione ed il privilegio sono determinati in segreto e vengono imposti i valori ed i fini dei comandanti in capo. La politica è più o meno la stessa cosa, atteso che il corpo politico impone la sua visione del mondo e sceglie di privilegiare una persona rispetto ad un’altra. Dopo tutto, una delle più famose definizioni della politica è quella di “allocazione autoritaria del valore”…I diritti umani inerenti al godimento dei beni, al loro possedimento in via esclusiva, e alla possibilità di disporne attraverso il dono o lo scambio volontario, sono fondamentali per una società ben funzionante. Essi <<eliminano la concorrenza distruttiva per il controllo di risorse economiche scarse. I diritti di proprietà ben definiti e adeguatamente tutelati rimpiazzano la concorrenza esercitata con mezzi violenti [i “mezzi politici”, come identificati dal sociologo ed economista Franz Oppenheimer, ntd], con la concorrenza esperita attraverso mezzi pacifici >> [i “mezzi economici” per Oppenheimer, ntd] (Alchian, 2008). I   “mezzi pacifici” includono il commercio, la compravendita, il dono – tutte attività che consentono di convogliare risorse da impieghi a minor utilità sociale verso utilizzi a maggior valore [11].

Alla fine di quest’analisi, ciò che emerge in maniera inequivocabile e palese è che la democrazia redistributiva cresce e prospera proprio sul terreno, scivoloso e contaminato, della “falsa coscienza” instillata nel pensiero degli sfruttati, nonché dell’inganno cognitivo alimentato dalle continue asimmetrie informative cui gli stessi sono sottoposti [12].

Insomma, quando gli sfruttati reputano più facile e proficuo ricercare un proprio specifico privilegio statale, anziché combattere contro le imposte estratte per foraggiarne la loro sequela infinita, ovvero quando sono indotti a prodigarsi in atteggiamenti lobbistici e parassitari, piuttosto che affidarsi alle logiche del libero scambio e della cooperazione mutualmente vantaggiosa, il paralogismo finisce per diventare pensiero razionale e condiviso, e la distopia realizzata finisce per essere concepita come l’identificazione di uno stato di cose desiderabile e del quale non si riesce più fare a meno.

Il gioco perverso, una vera e propria roulette russa alla luce dei risultati cui invariabilmente conduce, è ben descritto da Simmons, il quale a sua volta recupera un illuminante apologo raccontato da David Friedman.

Dissociare i costi [per intraprendere un’azione, ndt] dai rispettivi benefici, non solo induce, in ogni cittadino, un comportamento orientato al rent-seeking, bensì, nel lungo periodo, tramuta il processo democratico in una inesausta e constante ricerca di un pasto gratis. Ma, come Milton Friedman (1962), ci ha ammonito: TANSTAAFL!, ovvero “non esistono pasti gratuiti”, giacché vi è sempre qualcuno a cui viene presentato il conto.

David, il figlio di Milton Friedman (1989), descrive le dinamiche di ricerca della rendita parassitaria, attivate dal ricorso ai mezzi politici, attraverso questo mirabile parabola.

Del resto, la politica dell’ “interesse speciale” è un giochetto semplice. Vi sono un centinaio di persone sedute in cerchio, ognuna delle quali con le tasche piene di monetine. Un politico passeggia intorno alla parte esterna del cerchio, pretendendo un centesimo da ogni partecipante al gioco. Nessuno ci fa a caso: anche perché, chi farebbe mai a caso ad un centesimo? Quando ha concluso il suo giro attorno al cerchio, il politico in questione getta, nel vero senso del termine, cinquanta centesimi di fronte ad una persona, la quale resta straordinariamente sorpresa da questa manna inaspettata. Il gioco viene ripetuto più e più volte, e alla fine si conclude con un vincitore diverso. Dopo un centinaio di turni, tutti hanno perso un euro, guadagnato cinquanta centesimi, ma soprattutto … risultano felici e contenti [13].

Mai come in questo caso, potremmo adattare le avvertenze presenti su tutti i pacchetti di sigarette, frutto di quel paternalismo strumentale ed irresponsabile su cui lo statalismo campa e prospera:

“la democrazia redistributiva danneggia gravemente te e chi ti sta intorno”,

“la democrazia redistributiva crea un’elevata dipendenza, non iniziare”,

“la democrazia redistributiva uccide”.

Sono avvertenze tutte perfettamente applicabili: l’importante sarebbe capire, una volta e per tutte, quanto sia indispensabile farla finita con “l’assuefazione democratica”. Ne va, sempre più, della nostra salute.  

Saggio di Cristian Merlo

Lo scritto, in questa sede oggetto di integrazioni e di aggiornamenti rispetto alla  versione originaria, è in precedenza apparso sul sito del Movimento Libertario

 

Note

[1] Randy T. Simmons, Beyond Politics: The Roots of Government Failure, versione ebook di Amazon Kindle. La traduzione in italiano di alcuni passaggi del testo è stata eseguita a cura di chi scrive.

[2] Cfr. nota 1.

[3] Cfr. nota 1.

[4] Marco Bassani, La spending review di Leoni? Tagliare l’illusione statalista

[5] Marco Bassani, Ibidem.

[6] Frank Karsten, Karel Beckman, Oltre la democrazia, Usemlab, Massa 2012, p. 33.

[7] Cfr. nota 1.

[8] Cfr. nota 1.

[9] Cfr. nota 1.

[10] Jesus Huerta de Soto, Socialismo, calcolo economico e imprenditorialità, Edizioni Solfanelli, Chieti 2012, p. 93.

[11] Cfr. nota 1.

[12] Per l’analisi circostanziata di questi aspetti, ci sia consentito di rimandare a Cristian Merlo, Lo Stato illusionista – Una storia infinita di tasse e parassiti, Leonardo Facco Editore, Rende 2012 e precisamente al capitolo “I fattori che alimentano le illusioni e le conseguenze nefaste”, pp. 48-66.

[13] Cfr. nota 1.

 

Ti è piaciuto questo articolo?

Be the first to comment

Leave a Reply

L'indirizzo email non sarà pubblicato.


*