L’Unione dei bancarottieri

 di Guglielmo Piombini

L’unificazione politica permette però di ritardare il disastro e di proseguire per qualche tempo con gli stessi metodi, ed è quello che stanno facendo i paesi della UE. Alla fine però i nodi verranno al pettine anche per gli strafalliti sistemi assistenzialisti europei, i quali, se non si inverte decisamente la rotta, crolleranno miseramente proprio come il comunismo dieci anni fa. Poiché i problemi che hanno determinato la rovina del socialismo reale sono gli stessi, con mere differenze di grado, che oggi attanagliano le socialdemocrazie stataliste d’Occidente, si può presumere che anche il collasso del superstato socialista europeo, dovuto all’insostenibilità del sistema, sia solo una questione di tempo


Lo Stato è un’organizzazione che dispone del potere di decisione ultima e del monopolio della coercizione entro un dato territorio. Grazie a queste prerogative, esso può decidere unilateralmente l’ammontare delle risorse di cui abbisogna e imporne il pagamento ai propri cittadini, senza dover entrare in relazioni contrattuali con loro, mediante la tassazione. Partendo dal presupposto che i governanti siano guidati nelle loro azioni da motivazioni prevalentemente egoistiche, essi tenderanno a massimizzare le proprie entrate. Se non limitati in qualche modo, bisogna aspettarsi una crescente tendenza allo sfruttamento fiscale delle classi produttive e all’espansione dello Stato, sia all’interno che verso l’esterno. Stando così le cose, sembrerebbe ben difficile che un governo rinunci volontariamente a tutta o parte della propria sovranità, cedendola a un governo concorrente o entrando in un’unione sovrannazionale di stati.

In realtà storicamente il fenomeno non è per nulla raro, e spesso la ragione principale è stata la necessità di evitare un collasso economico o un fallimento finanziario. Vi sono fondati motivi di pensare che anche l’attuale processo di unificazione europea risponda a questa logica. La concentrazione del potere politico in un superstato di dimensioni continentali rappresenterebbe il tentativo delle socialdemocrazie europee, rovinate finanziariamente da decennali pratiche fondate su tasse e spese pubbliche elevatissime, indebitamento fuori controllo, e regolamentazioni pervasive, di continuare a mantenere lo status quo evitando temporaneamente il fragoroso fallimento dello Stato.

Infatti non è vero, come si dice generalmente, che “lo Stato non può fallire”. O meglio, questa affermazione è corretta solo nel senso che, a differenza delle imprese private, i governanti possono estorcere con la forza ai propri sfortunati sudditi tutte le risorse di cui necessitano per mantenere le proprie clientele, i propri privilegi e i propri sprechi. Tuttavia questa attività di saccheggio può incontrare numerosi ostacoli, primo fra tutti la resistenza attiva delle vittime, e non sempre riesce a svolgersi linearmente come le classi politiche vorrebbero.

Per aggirare questi spiacevoli inconvenienti, esse possono allora ricorrere alla più comoda alternativa dell’inflazione. Una volta dichiaratisi monopolisti legali nell’emissione monetaria, i governanti, come i peggiori falsari, possono impossessarsi dei beni dei propri sudditi in maniera subdola, riducendogli il potere d’acquisto attraverso la stampa di cartamoneta. Così, se un governante ha bisogno di 1000 miliardi per accontentare un gruppo di propri sostenitori, invece di ottenerli attraverso la via impopolare della tassazione può semplicemente stamparli, e – detta molto sommariamente – tutti i possessori di cartamoneta senza neanche accorgersene vedono calare di circa 1000 miliardi il proprio potere d’acquisto.

Una terza possibilità per i governi di mantenere o accrescere le proprie spese evitando la bancarotta è quella di ricorrere al debito pubblico. Tuttavia, poiché prima o poi i creditori chiederanno il pagamento, il governo è costretto a cercare risorse attraverso la tassazione o l’inflazione, rientrando così nei due casi precedenti. Se invece decidesse di non onorare il debito rischierebbe seriamente di non riceverebbe più alcun prestito in futuro.

Per queste ragioni, un governo non può continuare a spendere e a far debiti all’infinito senza fallire mai. Infatti, come tutti i predatori e i parassiti, anche lo Stato deve la propria esistenza ai produttori. Se lo Stato esagera nella propria attività di sfruttamento uccide la gallina dalle uova d’oro, e vede così essiccare la fonte delle proprie entrate. La storia conosce un’infinità di esempi di regni o di imperi che sono crollati perchè la tassazione e le regolamentazioni eccessive avevano completamente annientato le classi produttive e distrutto l’economia. Un solo esempio: l’Impero romano che, ricco e potente durante l’epoca più “liberale” di Cesare Augusto, è andato in rovina quando, nel tardo principato e in epoca dioclezianea, iniziò ad assumere caratteri ultraburocratici e statalisti molto simili a quelli dell’Urss.

In condizioni di bancarotta, uno Stato rischia non solo di essere rovesciato dall’interno da rivoluzioni popolari (come talvolta è avvenuto nei casi d’inflazione esplosiva, che rende impossibile la vita quotidiana agli abitanti), ma anche di perdere la propria sovranità nei confronti di Stati esterni, che lo invadono militarmente o lo inglobano nella propria sfera d’influenza. Come può allora lo Stato in rovina economica evitare queste due spiacevoli situazioni? Non essendo più percorribili le tre strade interne delle tasse, dell’inflazione, o del debito, esso può cercare all’esterno le proprie fonti da sfruttare: può cioè tentare di ampliarsi territorialmente, dato che l’acquisto di territori comporta anche l’acquisto di un maggior numero di sudditi da tassare. Questa è la via della guerra, che però è molto costosa e rischiosa, e può avere come esito la completa e definitiva disfatta.

Al governo in bancarotta rimane a questo punto un’ultima possibilità: impedire la concorrenza dei paesi esteri, che rischiano di portargli via base imponibile, accordandosi in una qualche sorta di unificazione politica. Se riesce a convincere i paesi vicini ad uniformare le loro regole con le proprie, allora vi saranno meno possibilità che i contribuenti e i capitali emigrino altrove, e potrà continuare ad imporre loro pesanti imposte e regolamentazioni, forse ancor più che in precedenza.

In un illuminante saggio sulle conseguenze economiche delle unificazioni politiche, l’economista libertario tedesco Jörg Guido Hülsmann ha dimostrato che gli avvenimenti europei dell’ultimo decennio confermano questa analisi. La Germania Est, uno Stato totalmente fallito non solo economicamente, ma anche ideologicamente, moralmente, e spiritualmente, non ha potuto fare altro che cedere la propria sovranità ad uno Stato vicino più ricco, la Germania Ovest. La riunificazione territoriale che ne è conseguita, però, ha portato come previsto ad un colossale aumento dello statalismo in Germania, sotto forma di tasse e debito pubblico per sussidiare l’Est. La Germania Ovest, che dopo la fine della Seconda guerra mondiale aveva una delle economie più ricche e libere d’Europa, è diventato così un paese statalista come la Francia e l’Italia, con problemi molto simili a questi.

Poichè in Europa tre paesi (Italia, Belgio, e Grecia) sono in piena bancarotta a causa del debito pubblico, dato che non riusciranno mai a pagarlo, e molti altri sono in condizioni solo un po’ migliori (Austria, Portogallo, Spagna, Svezia, Irlanda), tutti costoro – spiega Hülsmann – non hanno altra possibilità per far sopravvivere il sistema welfarista se non quella di cartellizzarsi in una vera e propria “unione di bancarottieri”, e affidare a qualche Stato relativamente più forte la soluzione dei propri problemi. Così come i paesi del Terzo Mondo o del Sudamerica in rovina riescono a salvarsi solo cedendo la propria sovranità finanziaria a qualche paese più ricco (solitamente gli Stati Uniti) o a qualche organismo sovrannazionale come il Fondo Monetario, allo stesso modo le socialdemocrazie bancarottiere d’Europa non hanno altra via che quella di cedere la propria sovranità economica e monetaria ad una unione guidata dalla Germania, anch’essa però in cattivo stato.

In conclusione, gli Stati possono fallire, perché oltre un certo limite non possono sfruttare indefinitamente la popolazione.

L’unificazione politica permette però di ritardare il disastro e di proseguire per qualche tempo con gli stessi metodi, ed è quello che stanno facendo i paesi della UE.

Alla fine però i nodi verranno al pettine anche per gli strafalliti sistemi assistenzialisti europei, i quali, se non si inverte decisamente la rotta, crolleranno miseramente proprio come il comunismo dieci anni fa.

Poiché i problemi che hanno determinato la rovina del socialismo reale sono gli stessi, con mere differenze di grado, che oggi attanagliano le socialdemocrazie stataliste d’Occidente, si può presumere che anche il collasso del superstato socialista europeo, dovuto all’insostenibilità del sistema, sia solo una questione di tempo.

 

Articolo di Guglielmo Piombini, originariamente apparso, nel dicembre 2000, sul num. 10 della Rivista libertaria Enclave“, e poi riproposto sul sito del Movimento Libertario

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