Il Re è nudo

 

di Cristian Merlo

È un problema psicologico, di convinzione: la degenerazione morale e la falsa coscienza hanno fatto in modo che nella mente dei cittadini si inculcasse l’idea che, al di fuori del perimetro tracciato dallo Stato, qualsiasi forma di cooperazione e collaborazione sarebbe di per sé impossibile, così come verrebbero meno le garanzie, per il consorzio civile, di poter disporre di beni e servizi ritenuti ormai essenziali


Il mito hobbesiano del “più Stato per maggior sicurezza”

Malgrado un’oggettiva analisi della realtà storica e una disincantata lettura dell’esperienza quotidiana non sembrino fornire troppi appigli a sostegno della sua ragion d’essere o della sua fondatezza, il mito hobbesiano del “più Stato per maggior sicurezza” risulta essere ancora una delle rappresentazioni ideali più forti e radicate nell’immaginario collettivo.

La convinzione che al di fuori del contesto organizzato dello Stato, per autoritario e liberticida che possa essere, vi sia esclusivo terreno di coltura per “uomini-lupo” che vivono in maniera egoistica e asociale, in una condizione ferina e in conflittualità permanente, è purtroppo qualcosa di più di un mero riflesso condizionato; stesso discorso per l’affidamento che il pubblico nutre circa i compiti che necessariamente debbano essere assolti dallo Stato.

A furia di inforcare gli occhiali deformati e deformanti della mistica statalista, si è infatti erroneamente portati a credere che oltre l’orizzonte visuale dello Stato non vi possa essere nulla.

Solo lo Stato può fornire i cosiddetti beni e servizi pubblici.

Solo lo Stato ed i suoi governanti sono in grado di sfruttare le economie di scala per fornire, più o meno efficacemente, protezione, giustizia ed una serie di altri beni fondamentali.

Solo l’intervento dello Stato può comunque assicurare la riduzione dell’incertezza e del rischio.

È un problema psicologico, di convinzione: la degenerazione morale e la falsa coscienza hanno fatto in modo che nella mente dei cittadini si inculcasse l’idea che, al di fuori del perimetro tracciato dallo Stato, qualsiasi forma di cooperazione e collaborazione sarebbe di per sé impossibile, così come verrebbero meno le garanzie, per il consorzio civile, di poter disporre di beni e servizi ritenuti ormai essenziali.

Ma in che cosa si concreterebbe, di fatto, l’inevitabile “trade- off” tra la consapevole limitazione della libertà individuale e l’accettazione di pretestuose politiche d’intervento, profuse da uno Stato in cerca di legittimazione?

Rifacendosi a Max Nordau, <<è uno scherzo di cattivo gusto l’affermare che bisogna limitare la libertà di qualcuno per tutelare i diritti di tutti: questa pretesa tutela non impedisce affatto la prepotenza di alcuni e toglie invece alla maggioranza una parte della propria libertà di azione>>.

E del resto, come sosteneva Franklin Benjamin Franklin, <<chi è pronto a dar via le proprie libertà fondamentali per comprarsi briciole di temporanea sicurezza non merita né la libertà né la sicurezza>>.

Checché se ne dica e qualunque cosa ci si possa inventare per sostenere il contrario, è ancora Nordau a rammentarcelo, <<lo Stato moderno, nonostante gli immani costi e sacrifici che comporta in termini di libertà, di risorse…per non parlare dei fiumi di sangue versato nelle sue guerre di massa…e soprattutto nelle repressioni interne, non riesce affatto a proteggere la vita e la proprietà dei cittadini, sebbene tragga da questa funzione tutta la sua legittimità>>.


Miti di Stato ed ideologia

In forza del preteso mito legittimante della offerta di protezione e sicurezza, lo Stato – un’invenzione comunque moderna, nei termini in cui lo conosciamo- ha potuto strumentalmente giustificare la cooptazione di un’enorme massa di persone, che sono state destinate, loro malgrado, a costituire la “base imponibile” e la “carne da cannone” per soddisfare le sue brame di monopolista territoriale di ultima istanza su tutto.

Se per l’antropologo Morton Fried la legittimità è il modo in cui l’ideologia si combina con il potere, la sua funzione è propriamente quella <<di spiegare e giustificare l’esistenza di un potere sociale concentrato nella mani di una parte della comunità e di fornire un relativo supporto a ordinamenti sociali specifici, cioè a particolari modi di allocare il potere sociale e indirizzarne il flusso>>.

E per raggiungere questo obiettivo, coloro che detengono le redini del potere, ovvero la casta dominante incistata nello Stato, ha sempre fatto uso con gran disinvoltura di tutti gli strumenti di propaganda utili per conservare e consolidare il proprio dominio sulle masse.

L’alleanza con gli intellettuali, a questo proposito, diveniva strategica: in qualità di soggetti dotati dell’abilità di forgiare l’opinione della società, e di disseminarla a piene mani in seno al corpo sociale attraverso il proprio pensiero, la propria parola, il proprio insegnamento, essi costituivano la vera e propria “guardia del corpo intellettuale dei governanti”. Cooptati all’interno dell’apparato ed adeguatamente prezzolati per i servigi resi, gli intellettuali dovevano sostanzialmente persuadere il popolo che il nuovo ordine rappresentava quanto di più grande e saggio si potesse ambire, che tale ordine consentiva di mettersi al riparo da una serie di mali cui, altrimenti, si sarebbe inevitabilmente stati esposti, e che, ad ogni modo, qualsiasi sistema alternativo di sviluppo non fosse nemmeno lontanamente concepibile.

Da questo momento, non è necessario avventurarsi nello studio di ardite elaborazioni filosofiche per avvedersi che la nascita e lo sviluppo incessante dello Stato moderno non possono essere disgiunti da un ulteriore processo, che li richiama e li alimenta: la sistematizzazione, in chiave territoriale, dei meccanismi di predazione. Se si leggesse con occhi disincantati un qualsiasi manuale di storia, non potrebbe sfuggire l’evidenza che una volta “territorializzata” una comunità in nome della ineludibilità della fornitura, in contropartita, del reclamato servizio di sicurezza, è la stessa contropartita a generare, d’ora in avanti, l’indiscusso ed indiscutibile appannaggio monopolistico degli enti statuali.

 

Il moderno mito legittimante della teoria economica dei “beni e dei servizi pubblici”

Soprattutto dopo la fine del XIX secolo, passando ad una seconda fase ancor più matura e subdola, lo Stato è riuscito a costruire un castello di finzioni, di menzogne e di illusioni create ad arte, elaborate al fine di consolidare l’espansione delle più disparate logiche di produzione monopolistica.

Rivolgendo il proprio sguardo a strumenti sempre più sofisticati e micidiali, ma al contempo scarsamente percepibili – quali i trasferimenti, i sussidi, il sostegno alle aziende protette, i dazi doganali e il protezionismo, la moltiplicazione dei posti pubblici, la proliferazione delle rendite parassitarie, il debito pubblico e l’inflazione – i governanti sono riusciti, da un lato, ad infittire le nebbie circa la reale portata della estorsione di ricchezza cui i produttori vanno incontro per sfamare la loro insaziabile bramosia di potere, e dall’altro a blandire e a coonestare agli stessi l’ineludibilità delle misure di intervento, che vengono spesso avvertite come l’unico ed inevitabile mezzo per far fronte ai bisogni di protezione e sicurezza, sempre più complessi e crescenti.

 

Etienne de la Boétie scrisse che una delle ragioni per cui le persone si sottomettono allo Stato è perché … sono educate a esserlo.

… Oltre a queste forze che inculcano la sottomissione, de la Boétie sosteneva che lo Stato ci sottomette tutti con l’inganno. Con il pane e con il circo. Se da un lato ci sono i giorni di festa per glorificare lo Stato con bandiere, fanfare, parate e discorsi patriottici, dall’altro ci sono i sussidi agli indigenti, le pensioni agli anziani e ai disabili, la costruzione di strade, la protezione civile, l’istruzione pubblica e tutta una serie di altri servizi. Così, lo Stato ingenera nella popolazione una dipendenza sempre maggiore basata sull’ingannevole credenza che lo Stato sia indispensabile. Certo, come ogni allevatore che si prende cura dei propri animali per mantenerli in buona salute, anche lo Stato, per il proprio benessere, si deve occupare della cittadinanza. E il modo più conveniente di farlo è rinforzare la devozione popolare nei confronti dello Stato e la credenza che tutti sarebbero allo sbando se non ci fosse.

…Lo Stato, mettendo in dubbio le nostre capacità, fa in modo che si abbia paura della libertà. (Harold B. Barclay)

 

Ed è nell’attuale regno del welfarismo democratico che queste logiche hanno decisamente preso il sopravvento e raggiunto il parossismo.

In questo contesto, l’apparato statuale- che si è nel corso degli ultimi decenni accresciuto in maniera spropositata ed ha esponenzialmente dilatato la pervasività della propria sfera di ingerenza- ha potuto consolidarsi ed espandersi affinando una nuova formula di legittimazione politica: l’acquisto del supporto e del consenso dei cittadini brandendo, a mo’ di clava e di grimaldello ideologico, la teoria economica dei “beni e dei servizi pubblici” e dei sottesi fallimenti del mercato.

La casta dei reggitori ha impunemente approfittato di questo precipitato di assunti del tutto indimostrati e spesso sconfessati dalla logica e dalla storia, e ha straordinariamente messo a frutto la potenzialità di queste formulazioni sospese a mezz’aria le quali, seppur dotate solo di un’apparente logicità formale, da svariati decenni fanno ormai da sfondo alle più ignobili giustificazioni del potere.

Mediante la costituzione di un sistema di trasferimenti diretti, la concessione ed il mantenimento di privilegi, di benefici, di scappatoie legali e di rendite di posizione in capo a clientele particolari e particolarmente influenti o, ancora, mediante l’erogazione e la fornitura di un ventaglio, sempre più sterminato, di specifiche provvisioni o di servizi generici ad accesso universale, la popolazione è stata ormai blandita, addomesticata e resa dipendente dalla conservazione e dalla continuazione di questo stato di cose. Forse per la prima volta nella storia dell’entità statuale, la massa delle persone al di fuori della cerchia dei governanti, per quanto allargata, è stata ed è truffaldinamente portata a credere di non avere valide alternative o altre soluzioni percorribili, all’infuori dell’accettazione, seppur rassegnata, “di quanto passa il convento”, il cui venir meno ingenererebbe degli scompensi inauditi e spesso insormontabili.

 
Il Re è nudo

Ma, come sovente accade nelle situazioni a forte caratterizzazione emozionale ed ideologica, si è al cospetto di una finzione, di una maschera per la quale sono in pochi a trarre un effettivo vantaggio, ma in troppi a ritenere, ed in ciò sbagliando clamorosamente, che non vi sia proprio nulla da perdere da un contesto così degenerato.

Senza necessità di scomodare le teorie di illustri sociologi, storici od economisti, per sconfessare le prerogative e i meriti arrogati dallo Stato in tema di protezione e sicurezza bastano solamente sano pragmatismo e comune buonsenso: è sufficiente guardare alla realtà quotidiana e calarsi nella triste cronaca giornaliera.

Tutti i giorni che Dio manda in terra possiamo constatare gli effetti e i risultati dei suoi interventi che, paradossalmente, reputiamo fondamentali ed imprescindibili per la conservazione del nostro benessere: che si traducono in sprechi colossali di risorse, in una regolamentazione asfissiante, in allucinanti eccessi burocratici funzionali al solo mantenimento dell’apparato, in una pressione fiscale sempre più intollerabile, in un’incertezza legislativa diffusa e paralizzante, in inefficienze operative e procedurali altrimenti inconcepibili, in una mala gestio sistemica e sistematica, per non parlare della corruzione siderale, delle mille ruberie ordinarie e degli incalcolabili extra costi straordinari.

Eppure …“se non ci fosse lo Stato, chi costruirebbe le strade?”.

La storia, la logica e gli sviluppi tecnologici potrebbero però suggerirci delle valide soluzioni alternative e indurci a riproporre la domanda: “se non ci fosse la formula di legittimazione politica delle strade, chi ancora sosterrebbe lo Stato, a meno di non far parte della sua schiera di amministratori, dipendenti, clienti o fornitori?

È ben tempo di ammettere che “il Re è nudo”.

Mutuando le parole dello studioso liberale Guglielmo Piombini,

del tutto pretestuosa, infatti, è l’idea che l’attuale livello esorbitante delle imposte sia necessario per finanziare i servizi pubblici. In realtà lo Stato offre servizi scadentissimi o inesistenti a costi stratosferici, che nessuna persona sana di mente acquisterebbe mai volontariamente sul mercato. È stato calcolato, ad esempio, che per l’istruzione di un alunno lo Stato spende tre-quattro volte più di una scuola privata; che la spesa pubblica pro-capite per la sanità permetterebbe di acquistare sul mercato tre assicurazioni sanitarie onnicomprensive a testa all’anno; che versando gli ingenti contributi pensionistici in una polizza o in un fondo, un lavoratore privato potrebbe riscuotere, al termine dell’attività lavorativa, una rendita vitalizia dieci volte più cospicua della pensione da fame che gli darà l’Inps.

Se i lavoratori autonomi e dipendenti del settore privato avessero libertà di scelta, e potessero rinunciare ai servizi pubblici trattenendo per sé le imposte pagate, si verificherebbe una fuga generalizzata dallo Stato. Tutti preferirebbero l’aumento del 70 per cento dei propri redditi alla fruizione degli attuali servizi pubblici di infimo livello. A quel punto la completa inutilità dello Stato italiano diventerebbe evidente a tutti. L’intera impalcatura statale e tutte le ideologie che la giustificano crollerebbero come castelli di carta.

 

Articolo di Cristian Merlo

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