Fenomenologia del Potere: un’analisi economica

 di Michael S. Rozeff, traduzione di Cristian Merlo

Il potere è male. Il potere politico si contrappone alla Vita, alla Libertà e al perseguimento della felicità. La sua detenzione viola l’esercizio individuale del diritto all’auto-proprietà.
Questo scritto cerca di spiegare le modalità con cui il potere dispiega tutto il suo arsenale malefico.
Una si ravvisa nel fatto che un governante non è mai così attento ad impiegare il denaro pubblico, come potrebbe esserlo con il proprio, in quanto è assodato che il potere di imporre coercitivamente delle tasse riduce il suo costo nel commettere degli sbagli, quando intraprende un’azione.
Una seconda forma si sostanzia nell’argomentazione addotta Lord Acton – il potere corrompe – il che è indubbiamente vero, atteso che il potere induce un cambiamento nella coscienza morale del sovrano, e abbassa il costo di agire in maniera corrotta.

La terza spiegazione è da ricondursi all’evidenza che anche quando un reggitore investito di potere cerchi di perseguire ciò che è buono, questi fallirà, perché dispone comunque di una conoscenza limitata delle preferenze e delle valorizzazioni dei suoi sudditi e di minori incentivi a scoprirli rispetto a quanto possano fare questi ultimi, anche se ne avesse l’opportunità


Il potere esercitato dall’uomo sull’uomo è un male in sé e per sé ed è un argomento che probabilmente necessiterebbe di ben poche spiegazioni, caso mai ve ne fosse bisogno. Per alcuni è quasi un’asserzione auto-evidente. Per altri è una inferenza del tutto elementare, desumibile da fatti oggettivi come i 55 milioni di morti o più cagionati dalla sola Seconda Guerra Mondiale. Molti di più, comunque, saranno coloro che obietteranno che il potere dello Stato è un mezzo funzionale al perseguimenti di un fine, quale può essere, ad esempio, la necessità di mantenere sicurezza ed ordine. Vi sono dunque gli individui che sono disposti a rinunciare ai diritti individuali per conseguire altri obiettivi tenuti in maggior considerazione, quali la protezione e la stabilità, ovvero che giustificano il potere dello Stato per ottenere la certezza di poter ottenere l’agognata sicurezza.

Se il potere dell’uomo sull’uomo fosse ampiamente concepito come un male non necessario, ci ritroveremmo forse a vivere nel tipo di mondo in cui viviamo, in cui gli Stati detengono un potere enorme? Certamente no. La maggior parte delle persone non reputa che il potere sia un male quando impiegato dagli Stati. Il potere dei criminali comuni è fermamente condannato. La potenza supposta del sistema capitalistico improntato al libero mercato è vividamente stigmatizzata, ma la glorificazione del potere statale non conosce limiti. Sembra che sia necessario ricorrere a molti più scritti capaci di mettere in luce gli aspetti negativi del potere statale, se proprio intendiamo veramente condizionare il pensiero dominante.

Molti autori, e molto meglio di me, hanno messo in evidenza i molteplici mali degli Stati: non ho quindi necessità, in questa analisi, di indirizzare i miei pensieri direttamente ad alcun male specifico. Intendo invece parlare delle tre modalità con cui si produce il male.

Vi sono altri approcci complementari che si sovrappongono a questa particolare chiave di lettura. Nell’ambito della concezione dei diritti naturali, ad esempio, il potere si configura come un male nell’istante stesso in cui viene utilizzato per violare i diritti di un individuo. E nei tre scenari che descriverò, invariabilmente possiamo sempre distinguere, in sottofondo, la presenza di tale violazione. Ma quante più soluzioni vengono impiegate per illustrare e comprendere come il potere sia un male in sé, tanto più è preferibile.

Nel mio contributo Bush’s Folly, ho sempre sostenuto che lo Stato aveva comunque fallito, sia in Iraq che altrove, anche nel conseguire la cosiddetta “sicurezza nazionale”, che viene sempre spacciata come un presunto “bene pubblico”. L’approccio qui utilizzato è in qualche modo simile. Sosterrò che il trasferire il potere ai governanti per ottenere la sicurezza, non solo costituisce, di per sé, una violazione dei diritti, bensì genera anche più errori, più corruzione, più discordia in merito a quello che le persone effettivamente desiderano e quello che invece gli Stati forniscono loro. In un  articolo supplementare dimostrerò che gli Stati in realtà assottigliano la sicurezza, ancorché i governanti sostengano esattamente il contrario.

 

La dissolutezza dello Stato

Utilizzerò la legge della domanda per dimostrare che qualsiasi decisione venga assunta dallo Stato sia peggiore di quella che, comparabilmente, si sarebbe potuta esercitare nella sfera privata. La legge della domanda, che costituisce un pilastro del pensiero economico, postula che quando il prezzo di un bene aumenta, la quantità domandata dello stesso inesorabilmente declina. E, di converso, quando il prezzo diminuisce, la quantità domandata aumenta. È possibile sostituire la parola “costo” con quella di “prezzo” se solo si considera quest’ultimo come l’equivalente monetario che dobbiamo sborsare per acquisire il bene, dato che in tal caso il prezzo corrisponde alla nostra spesa. (Alcune variabili vengono comunque ritenute costanti, anche quando si riscontri una variazione di prezzo).

Supponete quindi di essere un mercante che stia valutando l’opportunità di salpare in direzione della Cina, per sviluppare il commercio della seta. Il viaggio può essere rischioso. Se si persegue una strategia errata circa la rotta da seguire o circa le modalità di approvvigionamento o di salvaguardia del bastimento, la nave potrebbe affondare o essere attaccata, e molte persone potrebbe perire in questa avventura. Potreste essere spazzati via. La vostra scelta dipende dalla vostra limitata conoscenza. Ma dipende anche dalla possibilità che l’impresa possa rivelarsi di successo, nonché dall’analisi costi-benefici da effettuarsi comparando la consistenza della ricompensa in caso di riuscita dell’intrapresa rispetto alla probabilità di insuccesso e all’entità delle perdite in caso di fallimento. Non intendo fissarmi nell’insistere su questo punto, ma deve essere ben chiaro che converrà che vi informiate bene prima di decidere in un modo o nell’altro, giacché se la vostra teoria, sulla scorta delle vostre conoscenze attuali, risulterà sbagliata, non sarete poi più in grado di recuperare la perdita. Quindi, l’acquisire le informazioni necessarie prima di intraprendere una scelta, potrebbe rivelarsi oltremodo profittevole.

Ora supponiamo che il re di Francia consideri di affrontare lo stesso viaggio, ma finanziandolo con i soldi dei contribuenti. Questo costituisce già di per sé un male per una serie di motivazioni che sono già state argomentate altrove. Se la spedizione fallisce, il sovrano non sarà certo contento, ma non rischierà di essere detronizzato. Egli sosterrà che la causa dell’insuccesso è da attribuirsi alla natura avversa (il maltempo) oppure all’assalto dei pirati, o ancora all’incompetenza del capitano. Egli, probabilmente, tesserà lodi ancor più sperticate degli innegabili vantaggi che possono conseguirsi con il commercio della seta e cercherà di drenare ancora più denaro pubblico per riproporre la sua impresa.

Ora entra in gioco la legge della domanda. Prima di effettuare la spedizione, il costo (o prezzo) delle perdite per il re è sicuramente inferiore al costo (o prezzo) delle perdite per il mercante, in quanto il fardello per le intraprese del primo graverà interamente sulle spalle dei contribuenti. Pertanto, il re richiederà una maggiore quantità di beni (il viaggio) rispetto al mercante. Ciò postula che egli sarà più propenso a portare avanti il viaggio, costi quel che costi, ed anche meno incline ad acquisire le informazioni necessarie prima di porre in essere l’investimento. Sarà sicuramente più orientato ad assumersi i rischi in tale avventure, posto che i mercanti considereranno attentamente i costi ed i benefici implicati. Il re potrà anche permettersi di azzardare di più con i fondi dei contribuenti, se paragonato ai mercanti che devono invece agire con risorse proprie: proprio perché può sopportare meglio le perdite. Non sua la perdita, bensì vostra! Questo è fondamentalmente la prima argomentazione da mettere sul piatto.

Se dovessimo analizzare la rendicontazione dei progetti del re e quella dei progetti del mercante, ci accorgeremmo immediatamente che il primo ha commesso molti più errori ed errori molto più costosi. Questo non dipende dal fatto che il re sia meno intelligente, o sia dotato di un bagaglio etico o morale inferiore rispetto al mercante. Semplicemente, la legge della domanda sta facendo il suo corso. Il re, semplicemente, disponeva di minori incentivi per prestare attenzione a come venissero spesi i soldi degli altri, così come era meno incline ad imparare e a comprendere, o ad assumere le corrette determinazioni.

I contribuenti non possono contare sulle promesse del re o sulla sua buona volontà, sulla sua onestà o sulla sua serietà, per il semplice fatto che egli si trova in una posizione del tutto differente rispetto ad un mercante che sopporta in toto le conseguenze dei propri errori. Le decisioni del re, inevitabilmente, si riveleranno essere più dissennate, stupide, sciocche, insensate e balorde. Sto ovviamente cercando di fare un punto della situazione. Quante meno attività sono conferite al re, quanto meno gli è consentito fare, tanto meglio è per tutti. “L’ottimo paretiano” è pari a zero o prossimo allo zero, a seconda che voi siate degli anarchici (ovvero dei sostenitori dell’ auto -governo) o dei minarchici.

La distruzione in massa della vita umana e della proprietà, operata dallo Stato nel corso del XX secolo, si riflette nei suoi viaggi infernali. La portata è talmente vasta che molti sostengono di “farla finita con l’esperienza dello Stato omicida”. Ma la stragrande maggioranza delle persone sul pianeta non è così convinta di questi fatti, del tutto oggettivi. Coloro che beneficiano dei mali perpetrati dallo Stato sono sempre estremamente abili ad architettare e a selezionare delle contro-argomentazioni, volte a disinnescare il pericolo di qualsiasi diffuso sentimento anti-statale.

La guerra dell’uomo contro lo Stato lo vede comunque impegnato in molti campi di battaglia. Quindi cerchiamo di spingerci ancor più avanti nell’analisi e vediamo cosa ne può scaturire.

Il potere corrompe

Lord Acton è famoso per aver affermato che “il potere corrompe ed il potere assoluto corrompe in maniera assoluta”. Egli intendeva sostanzialmente dire che vi è una tendenza, insita nel potere, a svilire il senso della responsabilità morale individuale. Non sosteneva certo che via fosse una regola rigida che deve essere applicata ad ogni singolo, specifico caso in cui si concretizzi uno status di potere. Lo storico e politico inglese ha utilizzato un linguaggio persuasivo ed efficace per chiarire il suo punto di vista, ma non deve essere inteso come una regola infallibile di comportamento. In realtà, Lord Acton ha anche fornito una serie di esempi di governanti dispotici che, a suo parere, avrebbero fatto buone cose.

Vorrei ora applicare la legge della domanda a questa massima, così che si possa meglio comprendere il suo reale significato. Mi piacerebbe sviluppare una seconda storia per dimostrare, una volta di più, come il potere incarni il male.

Ci sono persone che possono essere collocate in posizioni tali da “non potere essere comprate”. Esse, pertanto, o non potranno essere corrotte, o le occasioni di corruzione saranno comunque difficili. Coloro che possono essere subornati mostreranno un maggior livello di scadimento nella loro coscienza morale ed etica. Saranno più propensi ad intraprendere decisioni dettate dai loro meri capricci ​​o dalla possibilità di ottenere un tornaconto personale, più che dal perseguimento dell’interesse pubblico. La corruttibilità varia tra gli individui. Dal momento che tutti prestano un giuramento, un indicatore può essere fornito dal loro comportamento passato, sebbene abbia una rilevanza quasi del tutto inutile nel prevedere e nel presagire i risultati futuri. Così come queste persone dovrebbero essere seriamente prese in considerazione per i discorsi che fanno. Che, molto spesso, rilevano più di quanto non si pensi. È una vera e propria vergogna che solo pochi uomini di potere hanno attribuito importanza al Mein Kampf, ma erano così avvezzi ai loro discorsi politici inconcludenti e così inclini a commettere un errore ancora più grande (quello della spiegazione) che non sono stati in grado di distinguere la sincerità dalla menzogna.

Tutti (compresi i pubblici ufficiali) hanno la capacità di perseguire tanto il bene quanto il male. Il carattere di ogni persona e la coscienza lo asseconderanno nello stabilire i suoi costi soggettivi nel compiere cose buone o cose cattive (prospettive come l’andare in Paradiso o all’Inferno, i buoni sentimenti che derivano dal fare la cosa giusta, o il senso di colpa che scaturisce dal fare la cosa sbagliata, etc.). Queste percezioni [individuali, ndt] si rinvengono nel regno delle “propensioni”, delle preferenze o della scale di valore, mutuando un termine caro agli economisti. Il senso comune vuole che tali fattori siano, con tutta probabilità, da considerarsi abbastanza stabili nel tempo, o che l’indole degli individui non cambi dalla sera alla mattina. Il leopardo non perde le macchie dal suo manto. Vi potrebbero però essere delle contingenze in cui il senso comune potrebbe anche abbandonarci, e il potere potrebbe benissimo rappresentare questa ipotesi.

Vi sono poi anche dei costi sociali che dobbiamo subire, qualora ci si spenda in comportamenti immorali, non o etici o illegittimi: vi è tutto uno spettro di casistiche che vanno dalla mancata accettazione all’ostracismo, dalla disapprovazione all’imbarazzo, dal discredito all’irrogazione di sanzioni, che possono sostanziarsi in multe o nella reclusione. Alcuni di questi costi incidono sulla psiche, altri sul portafoglio, altri ancora sullo stesso fisico. Se questi costi perdono rilevanza, noi “acquistiamo” oppure tendiamo ad indulgere maggiormente verso tali comportamenti. Un altro elemento da tenere in considerazione è la probabilità di essere scoperti. Un uomo senza scrupoli, non ha alcuna possibilità di arrestarsi per tempo, mentre un individuo con un forte senso etico non arriva a concretizzare l’azione. Se un ladro ruba e viene scoperto, questi paga. Il prezzo pagato, dipendendo dalla probabilità di essere catturati, misura il costo atteso.
Queste considerazioni ci suggeriscono che un ufficiale pubblico indulgerà in comportamenti tanto più immorali quanto più il costo di compiere tali azioni diminuisce, non importando quanto degna o indegna sia la sua indole originaria. Questa è la traduzione in linguaggio economico dell’assunto che tutti possono essere comprati, ancorché i relativi prezzi possano variare.

Per completare questa seconda storia che stiamo dispiegando, dobbiamo rappresentare come la detenzione del potere conduca alla riduzione del costo dei comportamenti immorali. Come può accadere che il potere di una carica consenta alla persona relativamente propensa al male o all’individuo senza scrupoli di fare ancora peggio, o di indulgere ancor di più in tali comportamenti? Come può accadere che il potere di una carica incoraggi anche la persona votata al bene a perdere la sua bontà e a compiere azioni dannose?

La posizione del politico è assimilabile a quella di un professionista che approfitti del suo rapporto con un cliente particolarmente vulnerabile, o di una guardia carceraria che, gettando alle ortiche la propria coscienza, abusi dei prigionieri. È indubbio che sussista una relazione empirica plausibile tra tutte queste casistiche in cui una persona detiene una posizione di potere su un’altra.

Ho realizzato che vi sono diversi modi in cui ciò può accadere. Il primo è che vi sia un allentamento dei vincoli morali del sovrano, ovvero che la sua coscienza sia soggetta a perturbazioni che la portino a corrompersi. Le preferenze non sono stabili. Un individuo al potere legifera e condiziona le altre persone che gli stanno intorno. Il sovrano impara a razionalizzare le proprie azioni. Comincia ad avvedersi che lui è diverso dai suoi sudditi, sta in una posizione di supremazia. Deve essere così perché egli li possa sovraintendere. Essi sono esseri deboli, facilmente controllabili e manipolabili. Estremizzando il concetto, la persona investita del potere considera i suoi sudditi come delle bestie o dei subumani. Non vi è alcun senso di colpa, o questo è sicuramente attenutato, se un atto sbagliato è esercitato nei confronti di un “non umano”. Vi può anche essere una sensazione di appagamento psichico nell’imporre la propria volontà su una simile creatura. Questo è uno dei modi in cui il potere corrompe. Si determina una inversione nelle preferenze del sovrano per gli atti benevoli e per quelli malvagi, che la sola detenzione del potere incoraggia. Ciò solo basta a spiegare quanto Lord Acton fosse nel giusto.

Ma c’è una seconda modalità con cui il potere conduce ad una corruzione ancora maggiore. E consiste nell’abbassare il prezzo della corruzione stessa.

La stessa esistenza di un sistema di soggetti governati e di governanti ingloba in sé degli ineludibili costi di conoscenza e di controllo, i quali non possono far altro che separare i secondi dai primi. I governanti sovrastano i loro sudditi, da lontano, senza poter essere osservati. I governati non possono certo conoscere tutte le azioni intraprese dal sovrano o che il sovrano si accinge ad intraprendere, né lo possono chiamare a rispondere di fatti di cui nemmeno sono a conoscenza, né tantomeno potrebbero chiamarlo in causa, senza pagarne il fio, per farsi rendere conto degli atti di cui essi sono convinti ne sia il responsabile. L’attività di vigilanza sui governanti è costosa, quindi non vi potranno mai essere, per i sudditi, né un perfetto controllo, né una piena responsabilizzazione del reggente. I governanti si dimostrano peraltro anche abili nell’attribuire ad altri le colpe e a generare disinformazione, il che, a sua volta, consente di aumentare oltremodo i costi per determinare le effettive responsabilità.
Una volta che il sistema di potere si è insediato, le leggi e la regolamentazione si moltiplicano a dismisura, ed i sudditi nemmeno ne conoscono la piena portata. Essi vengono tassati, manipolati e controllati da dietro le quinte, senza ve ne sia neppure contezza. Quando una legge abominevole viene loro imposta, è molto difficile (e costoso) riuscire nell’intento di emendarla o anche solo di conoscere chi ne sia stato l’effettivo artefice. Potremmo valutare la situazione in questo modo. Il sistema di potere permette al leader di godere di una maggiore libertà di manovra per incrementare le sue personalissime entrate; è uno degli aspetti che Lord Acton aveva in mente. Ricordiamoci poi che il profitto privato non contempla esclusivamente il denaro. Può anche significare assecondare i vostri specifici desideri, piuttosto che soddisfare i bisogni dei sudditi.

Il potere allora può corrompere perché il prezzo della corruzione scema grandemente per il sovrano. Questi si reputa comunque inattaccabile ed irresponsabile anche nel promulgare leggi e norme pessime. E quanto più ipertrofico diventa il sistema burocratico retto dalla legge “comando-obbedienza”, tanto più si realizza questa fattispecie. Se si verifica qualche grave incidente che si appalesa in maniera chiara ai governati, allora costoro possono anche reagire e provocare un cambiamento. Ciò capita veramente di raro, ma la guerra del Vietnam ne costituisce un esempio. Viene in mente la decisione del presidente Johnson di non candidarsi per la rielezione nel 1968, ma il risultato non fu comunque felice.

Intendo inoltre esporre una terza variante della storia per dimostrare che il potere incarna sostanzialmente il male. In questa versione, immaginiamo che i governanti si prodighino effettivamente per fare del bene. Il potere consente loro di esperire tutto ciò che personalmente concepiscono come benefico per i loro governati. Sono fermamente convinti di agire per il meglio, ma il bene a cui alludono è il bene degli elettori. Ma i governanti non conoscono quale sia il loro bene. Da un verso, perché la conoscenza del sovrano è limitata, ed acquisirla implica dei costi. Nessun sovrano potrà mai conoscere gli innumerevoli e svariati bisogni o i valori soggettivi dei suoi sudditi, cui ognuno ricorre a modo suo per conseguire il proprio personalissimo bene. Il bene è soggettivo per ogni individuo, e non è proprio di qualcun altro; non esiste alcun “benessere collettivo”.

Non possiamo che concludere che anche i progetti dei governanti meglio intenzionati debbano inevitabilmente andare incontro ad un sicuro fallimento. Anche quando essi cercano di fare del bene, finiranno per compiere del male o delle azioni cattive. Il sovrano che dispone del potere può anche essere mosso da motivazioni rispettabili e credere onestamente che proibire la droga sia l’azione migliore da intraprendere, ma, del caso, nulla crea più danni del tentativo di debellare il suo traffico se comparato a tutte le cose sbagliate che, in primo luogo, possono esistere.

Conclusioni

Il potere è male. Il potere politico si contrappone alla Vita, alla Libertà e al perseguimento della felicità. La sua detenzione viola l’esercizio individuale del diritto all’auto-proprietà.

Questo scritto cerca di spiegare le modalità con cui il potere dispiega tutto il suo arsenale malefico.

Una si ravvisa nel fatto che un governante non è mai così attento ad impiegare il denaro pubblico, come potrebbe esserlo con il proprio, in quanto è assodato che il potere di imporre coercitivamente delle tasse riduce il suo costo nel commettere degli sbagli, quando intraprende un’azione.

Una seconda forma si sostanzia nell’argomentazione addotta Lord Acton – il potere corrompe – il che è indubbiamente vero, atteso che il potere induce un cambiamento nella coscienza morale del sovrano, e abbassa il costo di agire in maniera corrotta.

La terza spiegazione è da ricondursi all’evidenza che anche quando un reggitore investito di potere cerchi di perseguire ciò che è buono, questi fallirà, perché dispone comunque di una conoscenza limitata delle preferenze e delle valorizzazioni dei suoi sudditi e di minori incentivi a scoprirli rispetto a quanto possano fare questi ultimi, anche se ne avesse l’opportunità.

“Ora vediamo attraverso uno specchio, in modo oscuro”. Cerchiamo di divincolarci dal velo di oscurità. Al di fuori della nostra condizione di ignoranza e debolezza, imploriamo gli uomini potenti di illuminare la nostra via: ma non ne sono in grado. Non possono far altro che condurci ulteriormente nelle tenebre più profonde. La nostra fede mal riposta nel loro potere porta la distruzione nelle nostre menti.

Saggio di Michael S. Rozeff su Mises.org

Traduzione di Cristian Merlo

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