Illusioni, mitologie e i sacerdoti dello statalismo

 di Cristian Merlo

Proprio in ragione del fatto che l’ideologia dei beni e dei servizi pubblici costituisce probabilmente il collante fondamentale per la tenuta del sistema, il ceto politico-burocratico al comando ha tutto l’interesse ad assecondarla quale straordinaria formula di legittimazione del suo operato. I governanti, pertanto, forniscono beni e servizi, qualificati come “pubblici”, la cui produzione, per lo più in regime di monopolio, deve essere in grado di soddisfare sostanzialmente due condizioni: da un lato, garantire, per loro e per le loro clientele, l’accaparramento predatorio del maggior numero di rendite parassitarie; dall’altro creare e generare illusioni che inducano l’opinione pubblica a ritenere che un’attività oggettivamente coercitiva e del tutto disproduttiva e rapace sia invece da considerarsi come perfettamente legittima e giusta


Quello che più stupisce è la naturalezza con la quale tutti oggi – dai più raffinati giuristi ai più incolti cittadini – evocano lo ‘Stato’, parlano dello ‘Stato’ come se fosse una creatura realmente esistente. Eppure sono passati quasi centocinquant’anni dacché Frédéric Bastiat ammonì ironicamente: <<l’Etat est la grande fiction à travers la quelle tout le monde s’efforce de vivre aux dépens de tout le monde>>.

Sempre in tema di ‘finzioni’, gli storici considerano un esempio insigne di tale categoria concettuale il mito del ‘Sacro Romano Impero’, che aleggiò sulle lotte politiche nei secoli di mezzo: una formula ideologica ‘irreale’ in nome della quale, e dietro la quale, intere classi dirigenti si batterono per il potere. Ma anche lo ‘Stato (moderno)’ – sempre dagli storici considerato l’antitesi ‘realistica’ per eccellenza di quel mito – è una formidabile ‘invenzione’. La verità è che la politica è fatta – e non può non essere fatta – che di idee astratte, cioè di fantasmi e di ‘maschere’.

A partire dal Seicento l’evoluzione del termine- concetto ‘Stato’ assume un ritmo sempre più serrato, coerente e mono-direzionale.

Se si guarda agli ‘inventori’ (e gestori) di questo strumento ideologico, si constata facilmente l’importanza decisiva assunta dalla estensione numerica del personale professionalmente impegnato nel sistema politico. Lo ‘Stato (moderno)’ è sempre più lo Stato dei ‘burocrati’. L’antica ristretta <<équipe di governo>> si allarga senza posa, associando a chi realmente ‘decide’ e comanda, chi soltanto ‘aiuta’ e ‘serve’, guidato, più che dal gusto del potere, dalla caccia alle ‘rendite politiche’ (paghe ‘garantite’, ed altri vantaggi ‘pubblici’).

Se si guarda invece alle idee, si constata che la vocazione alla impersonalità (e alla irresponsabilità) del comando, non si placa nell’idea astratta dello ‘Stato’; ma tende ormai alla spiaggia veramente ‘ultima’: cioè a quella concezione dello ‘Stato’ come puro ‘ordinamento’ mosso dalla forza dei suoi stessi automatismi normativi, in cui i tecnici del diritto d’Occidente, fra l’ Otto e il Novecento, condussero all’estreme, finali conseguenze le ‘dottrine’ implicite nel mito dello ‘Stato’.

Vengono qui in conto: l’idea dell’unità razionale della produzione normativa (codificazione, primato della funzione legislativa); e l’idea (che sta ancora più a monte) dell’unità di tutte le prerogative di governo come appannaggio della ‘sovranità’ [1].

La mitologia dello “Stato”, ammantandosi incessantemente di finzioni e di invenzioni, avvalendosi senza posa delle più svariate formule di legittimazione politica, da quelle più esplicite a quelle più scabrosamente insostenibili, nutrendosi ed alimentandosi senza ritegno dei più ignobili inganni cognitivi ed ideologici, ha forgiato nel corso dei secoli la più aberrante delle superstizioni, capace di fagocitare e inglobare ogni cosa. A cominciare dalla verità e dalla essenza dei fatti. Giacché non solo <<l’intera percezione contemporanea della realtà, non solo di quella politica, ma anche di quella morale, estetica e intellettuale della nostra esistenza, si forma largamente attraverso il prisma dello Stato>>[2], ma allo Stato medesimo si conferiscono mirabolanti meriti o si attribuiscono salvifiche funzioni e virtù miracolastiche che mal gli si attagliano, e che fanno letteralmente “a pugni” con ciò che invece emergerebbe, in maniera inesorabile, se solo ci si soffermasse ad una lettura, magari anche non del tutto disincantata, dei dati oggettivi che caratterizzano il mondo che ci circonda.

Il dramma dei nostri giorni è che la stragrande maggioranza dei cittadini (sudditi?) non solo nutre un cieco affidamento circa i compiti “naturali” che, per definizione, dovrebbero incontrovertibilmente competere allo Stato. E che possono essere condensati negli smithiani doveri <<di proteggere la società dalla violenza e dall’aggressione di altre società indipendenti>>,[3] <<di proteggere, per quanto possibile, ogni membro della società dall’ingiustizia e dall’oppressione di ogni altro membro della società stessa, cioè il dovere di instaurare un’esatta amministrazione della giustizia>>,[4] <<di erigere e conservare quelle pubbliche istituzioni e quelle opere pubbliche che, per quanto estremamente utili a una grande società, sono però di natura tale che il profitto non potrebbe mai rimborsarne la spesa a un individuo o a un piccolo numero di individui, sicché non ci si può aspettare che un individuo o un piccolo numero di individui possa erigerle o conservarle>>[5].

Ma non è tutto: quella stessa massa di cittadini pretenderebbe che il medesimo Stato, in virtù della sua peculiare natura e delle sue caratteristiche intrinseche, sia ontologicamente da considerarsi alla stregua di un padre amorevole. E così come ci si affida serenamente a quest’ultimo per risolvere tutti i problemi che affliggono la nostra esistenza, pare altrettanto scontato rivolgersi al primo per richiedere l’allargamento della sua area di intrapresa, con la speranza che, nel perimetro dei cosiddetti beni e servizi pubblici, venga immesso un novero di funzioni e di provvisioni sempre più sterminato, che dovrà essere ovviamente dispensato per via di erogazioni ad accesso universale, gratuito o semigratuito. Che si tratti di sanità, di istruzione, di assistenza, di previdenza, di telecomunicazioni, di trasporti, di cultura, di svago o di divertimento, non c’è ambito per il quale non si richieda l’intervento provvidenziale dello Stato. Salvo poi però lamentarsi per i costi mostruosi della fornitura, l’inefficienza proverbiale dei servizi, le iniquità inenarrabili della loro allocazione…

Dulcis in fundo, l’assurdità patologica della visione deformata e deformante che porta a ravvisare nello Stato una sorta di divinità (la cui sovranità superiorem non recognoscens), cui i cittadini devono prostrarsi per il solo fatto che Lui esista e sulle cui necessità essi devono modulare la propria condotta di vita, induce tanti, troppi di loro a concretizzare i propri bisogni attraverso la ricerca disproduttiva e disfunzionale di rendite e privilegi calati dall’alto. Frustrando così il ricorso a quei canali e a quegli strumenti effettivamente in grado di generare valore, per sé e per gli altri, e di rendere al contempo profitto economico e psicologico, che si sostanziano nella possibilità di produrre, di risparmiare, di investire, di scambiare, di avviare nuove libere intraprese.

Quando si osserva da vicino l’elaborarsi delle decisioni politiche si è costretti a constatare come, in linea di massima, il legislatore non insegua una maggioranza indistinta. Al contrario, la maggior parte delle norme è frutto dell’azione lobbistica di minuscoli gruppi che premono per ottenere la loro quota di risorse e privilegi. Una legge viene fatta per aiutare quanti producono la seta, un’altra per soccorrere una provincia, un’altra ancora per soddisfare le attese di chi pratica la pesca sportiva. Se siamo sempre meno liberi non è quindi perché il “popolo” ci opprime, ma perché la politica quotidiana è segnata da un costante assalto alla diligenza da parte di microscopiche realtà che danno il proprio contributo alla tessitura di una rete sempre più fitta.

La visione liberale punta quindi a tutelare i singoli: come soggetti che devono poter produrre, risparmiare, contrattare, avviare nuove iniziative. La pratica democratica finisce invece per utilizzare le specifiche attese di ogni corporazione, per trasformare l’intera società in un insieme di interessi i quali dipendono dal potere e attendono la soddisfazione delle proprie esigenze. In tale conflitto tra libertà e democrazia, tra principi ed interessi, è fatale che siano le ragioni di quanti vogliono ampliare il potere pubblico che più facilmente finiranno per prevalere [6].

Il punto, però, è che le conseguenze nefaste di questo modo malato di pensare e di relazionarsi con l’altro e con il mondo sono ormai del tutto auto evidenti ed innegabili: senza necessità di scomodare le teorie di Oppenheimer o di Nock, anziché le felici intuizioni di Bastiat o di Rothbard, per sconfessare le prerogative e i meriti attribuiti allo Stato bastano solamente sano pragmatismo e comune buonsenso: è sufficiente guardare alla realtà quotidiana e calarsi nella triste cronaca giornaliera. Gli esiti sono purtroppo sotto gli occhi di tutti, “ogni benedetto giorno che Dio manda sulla terra”: sprechi colossali, distrazione immane di risorse, distruzione di nuove opportunità e frustrazione di iniziative propositive, corruzione generalizzata, mala gestione, inefficienza sistemica e sistematica, oltre che penalizzazione della vocazione all’esplorazione e all’intrapresa e annientamento preventivo di numerose occasioni idonee a soddisfare i propri liberi progetti personali.

L’assurdità e gli effetti disastrosi di tale paralogismo saranno oggetto di indagine nelle pagine che seguono. Questa breve premessa ci consente comunque di trarre una considerazione, tanto elementare quanto purtroppo dimenticata, che non potrebbe essere confutata nemmeno dal più ardente sostenitore dello Stato e dello statalismo, a meno di non rivelarsi, una volta per tutte, per quello che effettivamente è: o un impenitente farabutto, ovvero, nella migliore delle ipotesi, un pazzo invasato di dogmi e tabù. Proprio perché l’ordine e la natura delle cose non possono mai essere sovvertiti:

Lo Stato si è retto grazie alle entrate e alle risorse che sono state prodotte nell’ambito della sfera privata in ragione del conseguimento di finalità private, e che sono state in seguito distratte da questa funzione con ricorso alla forza pubblica [7].

Proprio in ragione del fatto che l’ideologia dei beni e dei servizi pubblici costituisce probabilmente il collante fondamentale per la tenuta del sistema, il ceto politico-burocratico al comando ha tutto l’interesse ad assecondarla quale straordinaria formula di legittimazione del suo operato. I governanti, pertanto, forniscono beni e servizi, qualificati come “pubblici”, la cui produzione, per lo più in regime di monopolio, deve essere in grado di soddisfare sostanzialmente due condizioni: da un lato, garantire, per loro e per le loro clientele, l’accaparramento predatorio del maggior numero di rendite parassitarie; dall’altro creare e generare illusioni che inducano l’opinione pubblica a ritenere che un’attività oggettivamente coercitiva e del tutto disproduttiva e rapace sia invece da considerarsi come perfettamente legittima e giusta.

 

Estratto dalla Premessa de <<Lo Stato illusionista. Una storia infinita di tasse e parassiti>>, pubblicato da Cristian Merlo per la Leonardo Facco Editore nel 2012.

Il libro è eventualmente disponibile presso lo shop dello stesso editore, presso la Libreria del Ponte, ovvero presso la Libreria San Giorgio.

Note

[1] Gianfranco Miglio, Genesi e trasformazione del termine-concetto ‘Stato’, Morcelliana, Brescia 2007, pp. 76-77.

[2] Alessandro Vitale, “Introduzione” a Max Nordau, Burocrati e Parassiti, Scritti sulla realtà del governo, della democrazia parlamentare e dello sfruttamento burocratico, Leonardo Facco Editore, Treviglio 2006, pp. 48-49.

[3] Adam Smith, La ricchezza delle nazioni, Newton Editore, Roma 1995, Libro V, p. 572.

[4] Ibidem, p. 585.

[5] Ibidem, pp. 594-595.

[6] Carlo Lottieri, Se la “democrazia reale” è un assalto alla diligenza, rivista Liber@mente, Fondazione Vincenzo Scoppa, gennaio-febbraio 2009.

[7] Traduzione di un passo dell’economista Joseph Alois Schumpeter, ripresa e contenuta nel saggio di Murray Newton Rothbard, The Mith of Neutral Taxation (p. 68), disponibile all’indirizzo http://www.mises.org/rothbard/myth.pdf.

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