Lo Stato e la Democrazia

 di Luigi Marco Bassani

La democrazia europea si è affermata negli ultimi decenni perché ricalca e segue il lento ma continuo lavorio dello Stato moderno, la sua logica inflessibile tutta tendente all’accentramento, all’unità e alla creazione di un’unica sala di comando. Mentre le dottrine liberali appaiono come un relitto di un’epoca passata, il frutto della lotta contro le monarchia assolute e l’enorme concentrazione dei poteri che queste ultime avevano rappresentato, la teoria democratica si presenta invece come uno sprone e non un inciampo per il progredire dello Stato


La democrazia rappresentativa, essenzialmente intesa come garanzia di elezioni periodiche a liste concorrenti, appare oggi l’orizzonte ultimo e per molti versi definitivo della riflessione politica. La democrazia si salva dall’iconoclastia generale della nostra epoca, che colpisce un po’ tutti i sottoprodotti della politica di massa, partiti, magistrature, sindacati.

L’appetibilità assoluta del sistema democratico è servita recentemente anche per giustificare una guerra, almeno in seconda battuta, quando non sono state trovate “armi di distruzione di massa”. Chi critica la democrazia è un paria della comunità degli uomini e le nazioni che non la adottano sono dei reietti della comunità internazionale.

Il fatto è che i regimi totalitari del Novecento hanno fornito un’ottima reputazione a ciò che viene percepito come il loro contraltare. All’inizio del secolo scorso le cose ovviamente non stavano in questi termini: solo per restare al nostro paese, da Croce, a Pareto e Mosca, passando per i nazionalisti e i sindacalisti rivoluzionari, il Passatempo preferito degli intellettuali italiani che si occupavano di politica era quello di criticare il sistema democratico.

Diceva H. L. Mencken che la democrazia è la teoria secondo la quale il popolo sa quel che vuole e lo deve ottenere per intero, lungo e duro… Ma il tipo di democrazia che ha trionfato nell’Europa continentale è profondamente diversa da quella americana. Lungi dal proclamare che il popolo è il miglior giudice di se stesso, l’Europa ha sposato una concezione elitaria e mediata della democrazia, fondata sull’idea che molte delle decisioni importanti sulla comunità politica sono già state prese a monte da parte di coloro che se ne intendono e che il popolo debba essere chiamato periodicamente a decidere chi sono quelli che se ne intendono.

Quando, di tanto in tanto, le elite continentali chiamano improvvidamente il popolo ad esprimersi su cose più difficili, come ad esempio la Costituzione europea, il popolo “sbaglia” e si presenta il duro problema di aggirare questo uso nefasto della sovranità popolare. Quando in Italia gli elettori votarono per l’abolizione del Ministero dell’Agricoltura fu creato quello delle risorse agricole, all’abolizione del MISM seguì la costituzione dell’AgenSud, e così via.

Insomma, la teoria democratica europea tende a confinare i cittadini elettori nella scelta dei rapporti di forza in parlamento ed ogni sconfinamento da tale loro compito viene o ignorato o percepito come un errore. Il successo enorme di questo sistema di governo, innegabile, non deriva però dal fatto che esso risponde ai gusti e alle preferenze dei cittadini: un individuo medio di una democrazia avanzata passa (e per fortuna) più tempo a riflettere su dove troverà parcheggio piuttosto che sulle grandi e piccole questioni politiche.

La democrazia europea si è affermata negli ultimi decenni perché ricalca e segue il lento ma continuo lavorio dello Stato moderno, la sua logica inflessibile tutta tendente all’accentramento, all’unità e alla creazione di un’unica sala di comando. Mentre le dottrine liberali appaiono come un relitto di un’epoca passata, il frutto della lotta contro le monarchia assolute e l’enorme concentrazione dei poteri che queste ultime avevano rappresentato, la teoria democratica si presenta invece come uno sprone e non un inciampo per il progredire dello Stato. L’universo concettuale di riferimento dello Stato moderno, costruito secoli fa da Niccolò Machiavelli, Jean Bodin e Thomas Hobbes, si è dimostrato particolarmente ospitale nei confronti delle mutazioni democratiche della forma statuale.

Se lo “Stato” è il nocciolo permanente della politica moderna, la “sovranità”, suo puntello teorico, si è dimostrata un concetto flessibile, capace di trasmigrare dal corpo del monarca a quello (mistico) della Nazione mantenendo integre le sue potenzialità. La Nazione fu il potente cemento ideologico della tradizione democratica, mentre la difesa delle comunità nelle quali si incanala concretamente la vita degli individui diventò l’ultimo baluardo di un liberalismo al declino. I parlamenti democratici sono diventati gli eredi del monarca e il potere di un Lincoln, Bismarck, Giolitti, Reagan è limitato solo nel tempo, ma avrebbe fatto l’invidia di un Louis XIV.

 Articolo di Luigi Marco Bassani, originariamente apparso sulla rivista Liberamente, n. 1/2009

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