Bruno Leoni: un ritratto

 di Cristian Merlo

E gli effetti mortali di una tale minaccia erano e, col passare del tempo, sarebbero diventati sempre più devastanti: sostanziandosi in un dirigismo economico sempre più esasperato; in un burocratismo tanto inarrestabile quanto paralizzante; in una accentuazione progressiva del dispotismo arbitrario dello Stato padre, padrone e padreterno; nella inevitabile distruzione della certezza del diritto; nella erosione senza posa del benessere individuale e della società civile nel suo complesso. In un siffatto contesto, le libertà individuali ne sarebbero uscite a brandelli, annichilite


Nemo propheta in patria. E tanto più se le idee professate sono come quelle di Bruno Leoni, troppo scomode e raggelanti, nella loro cruda ovvietà, per i detentori del potere, oltre che per i troppi “intellettuali” che di quel sistema di potere sono, spesso, la diretta emanazione e al contempo le più solide cariatidi. E allora non bisogna di certo meravigliarsi se di colui <<che negli anni Sessanta, prima ancora di Sartori e di Bobbio, era il politologo italiano più conosciuto nel mondo>> [1], non vi sia sostanzialmente la benché minima traccia sino alla metà degli anni novanta [2]. Così come non bisogna meravigliarsi se le parole pronunciate da F.A.Hayek, nel discorso commemorativo tenutosi a Pavia nel 1967 all’indomani della tragica morte di Leoni, siano, per certi versi e purtroppo, ancora vividamente attuali: <<…mi pare tuttavia che quel suo libro Freedom and the Law che si trova solo in inglese e spagnolo, sia di gran lunga il più importante dei suoi lavori, …[e] nel suo tema centrale quel libro è così anticonformista e anche direttamente opposto a molte delle cose che oggi sono quasi universalmente accettate che c’è il pericolo che possa non essere considerato seriamente come merita o liquidato come capricciosa speculazione di un uomo in contrasto con il suo tempo>>[3].

Bruno Leoni nacque ad Ancona il 26 aprile 1913, da padre sardo e madre veneta, anche se si trasferì, sin da giovanissimo, a Torino; ed è qui che si formò intellettualmente, laureandosi talaltro in Giurisprudenza nel novembre 1935, con una tesi in filosofia del diritto discussa con Gioele Solari. Come sostenuto da Raimondo Cubeddu, Leoni <<appartiene, quindi, per genealogia, all’aristocrazia della cultura politica italiana>>[4].

Chiamato alle armi, partecipò alla guerra di liberazione non da “azionista”, ma militando nella prestigiosa “A Force”, un’organizzazione segreta alleata che si occupava del recupero dei prigionieri finiti in mano nemica e dell’assistenza ai piloti alleati abbattuti.

Nel 1942 fu nominato professore straordinario di dottrina dello Stato, presso la facoltà di scienze politiche dell’Università di Pavia; qualche anno più tardi, divenne anche ordinario della cattedra di filosofia del diritto, presso la facoltà di giurisprudenza della stessa università, che mantenne, contestualmente a quella di dottrina dello Stato, ininterrottamente sino alla morte.

Sempre nel 1945 Leoni cominciò ad intraprendere la professione di avvocato in quel di Torino.

Nel 1950, dando prova di essere, tra le altre cose, un <<organizzatore eccezionale e animatore fervido e geniale>>[5], fondò la rivista “Il Politico”; balzata agli onori delle cronache per essere assurta a prestigiosa fucina di idee, alla quale furono chiamati a collaborare eminentissimi personaggi, parecchi dei quali futuri premi Nobel, quali F.A. Hayek, M. Friedman, J.M.Buchanan, J.G. Stigler, nonché una miriade di altri illustri studiosi, esperti nei più svariati ambiti delle scienze sociali: dall’economia alla scienza politica, dal diritto alla sociologia. Ovviamente, tale pubblicazione si impose ben presto nel panorama nazionale e internazionale per la sua autorevolezza e per i suoi meriti scientifici. La pubblicazione leoniana ebbe l’indiscutibile merito di essere stata <<la prima rivista accademica italiana [a rompere] con gli schemi ottocenteschi …[e ad immettere] così, nella asfittica cultura italiana, quella che era la rivoluzionaria filosofia delle scienze sociali anglosassone della quale egli stesso fu un protagonista>>[6].

Ciò che di Bruno Leoni colpì fu l’originalità del suo carattere, nonché la sua vitalità esuberante. Sergio Ricossa, che lo conobbe ed operò a fianco di Leoni, lo ha descritto come una personalità estremamente eclettica e profondamente poliedrica, ed al contempo come un personaggio dotato di una genialità istintiva alla quale associava però una irrefrenabile pulsione per l’azione e per una sorta di stacanovismo intellettuale.  

Uno dei meriti di Leoni fu di essere aggiornatissimo in una pluralità di discipline, giuridiche e non giuridiche. In ciò fu favorito da una straordinaria curiosità intellettuale e dalla padronanza delle lingue, fra cui l’inglese, il francese e il tedesco. Si trovò a suo agio ovunque nel mondo [7].

Era sempre pregno di nuovi progetti, e la loro gestazione era rapida: se non si realizzavano immediatamente (ma per lo più si realizzavano), li dimenticava. I suoi scritti non facevano eccezione: dovevano nascere con rapidità, di getto. Ciò ricorda il modo di creare di alcuni artisti, e infatti Leoni era sensibile a molte forme d’arte. Da un uomo del genere non si può pretendere la pignoleria dell’uomo ordinato, sistematico [8].

 Dipinto e ricordato da molti come una persona altamente eccentrica, bizzara e talvolta irruenta,

era… un uomo pratico, dinamico, superattivo, che evocava la metafora del vulcano in eruzione. Parlava, agiva e rideva. Gli mancava pure del tutto la prosopopea di tanti intellettuali boriosi. Non era nemmeno il tipico musone piemontese: era cresciuto a Torino, ma non era di famiglia piemontese.

…Come Friedman, Leoni amava la polemica in cui era abilissimo, non senza una punta di testardaggine e qualche manifestazione di estremismo paradossale. Era talmente convinto dei difetti dell’economia comunista, da mettere in dubbio l’attendibilità dell’impresa spaziale sovietica di Gagarin nel 1961. In questo caso si sbagliava, però previde giusto il collasso dell’Urss, che sarebbe venuto a precipizio meno di tre decenni dopo [9].

Dopo aver elaborato delle prime ricerche in ordine alla natura “dell’irrazionalità del diritto” [10], Leoni pervenne alla conoscenza di quelle teorie scientifiche, caratterizzate da un impianto teorico, da impostazioni metodologiche e da opzioni epistemologiche del tutto rivoluzionarie, che segneranno per sempre la sua concezione esistenziale e che contraddistingueranno, da ora in avanti, la sua produzione scientifica.

Nel 1949, infatti, ebbe modo di fare l’incontro con le opere di Ludwig von Mises e di Friedrich A. von Hayek e, più in generale, di avvicinarsi agli insegnamenti e ai dettami della Scuola Austriaca di economia [11]. Leoni ne restò letteralmente folgorato: in essi scorgerà non solo l’orizzonte ideale in cui avrebbero potuto ridestarsi e rinvigorirsi gli assiomi indefettibili del liberalismo classico, ma anche un nuovo, formidabile armamentario di conoscenze e costrutti logici, di ardite elaborazioni filosofiche, di rivoluzionarie dimostrazioni economiche da impiegare per l’analisi, la comprensione e la risoluzione dei problemi di più stretta attualità, in svariati ambiti delle scienze sociali.

Con l’entusiastica adesione ai canoni ideali e scientifici prospettati dalla Scuola Austriaca e con l’inesauribile opera di divulgazione e di immissione degli stessi in un ambiente culturale retrivo ed immobilista come quello italiano, Leoni si proponeva essenzialmente due obiettivi: (i) la salvaguardia e la difesa ad oltranza di valori e di principi capitali ed irrinunciabili; (ii) la denuncia, serrata, caustica, intransigente dei pericoli che sempre più avrebbero minato al cuore l’esistere stesso di quei valori e di quei principi, recandone un pregiudizio mortale: la pianificazione economica e la soffocante legislazione statale.

I due aspetti, in effetti, sono complementari e si tengono l’un l’altro: l’indomita salvaguardia dei valori della libertà individuale, <<la consapevolezza dell’insanabile contrapposizione tra il potere e la ricerca filosofica>>[12] e la strenua resistenza di fronte alla crescita smodata del “potere sovrano” e alla volontà impositoria del potere politico, in netta contrapposizione con la volontà individuale, si compenetrano sinergicamente nella censura dei rischi che la nuova minaccia statalista, subdola e infida, avrebbe potuto arrecare.

Come per i liberali “Austriaci”, infatti, anche per Leoni

più che una difesa della tradizione liberale dalle critiche marxiste – ciò che a livello di teoria poco interessava tali pensatori, dato che ritenevano il marxismo una dottrina inconsistente a livello scientifico – il problema principale appare quindi la denuncia della minaccia che l’interventismo statale, esprimentesi tramite la legislazione e la pianificazione economica, rappresenta per la libertà individuale [13].

E gli effetti mortali di una tale minaccia erano e, col passare del tempo, sarebbero diventati sempre più devastanti: sostanziandosi in un dirigismo economico sempre più esasperato; in un burocratismo tanto inarrestabile quanto paralizzante; in una accentuazione progressiva del dispotismo arbitrario dello Stato padre, padrone e padreterno; nella inevitabile distruzione della certezza del diritto; nella erosione senza posa del benessere individuale e della società civile nel suo complesso. In un siffatto contesto, le libertà individuali ne sarebbero uscite a brandelli, annichilite.

Se è innegabile che Leoni, nel momento in cui aderì all’indirizzo “austriaco”, ne mutuò i suoi presupposti teorici e le impostazioni di metodo, e si ispirò altresì alle sue logiche di fondo – l’idea della formazione irriflessa della società e delle sue istituzioni, l’individualismo metodologico, il marginalismo economico, la teoria della razionalità limitata etc.- è pur tuttavia certo che la sua non fu un’adesione acritica o un adagiarsi pedissequo e conformistico alle altrui posizioni. Al contrario, egli si servì dello strumentario teorico “austriaco” anche per sviluppare e maturare talune intuizioni che, ancorché in nuce, erano già presenti nelle sue prime opere e formulare in tal modo quella che forse costituisce <<il più compiuto tentativo di sviluppare la tradizione austriaca nel campo della teoria del diritto>>[14].

Si sta facendo espresso riferimento allo sforzo leoniano di estendere la portata di talune delle dinamiche strutturali e costitutive dei processi economici di mercato (la cosiddetta catallassi) ad altri ambiti dell’agire umano. Ed in particolare, della volontà di statuire evidenti analogie ed affinità tra i meccanismi funzionali della catallassi e la sfera giuridica e politica, partendo dal concetto basilare di scambio e dall’applicazione generalizzata della teoria marginalista dei valori soggettivi.

Del resto, per Leoni il diritto è un fenomeno squisitamente sociale, connaturato indissolubilmente alla stessa esistenza umana: perché esso non è altro che il prodotto dell’azione concreta dei singoli individui interagenti, la risultante vera e propria del loro scambio di “pretese”, aventi un’alta probabilità di essere soddisfatte, purché capaci di promuovere comportamenti concreti che si prestino ad essere avvertiti come legittimi e giusti, nell’ambito del contesto di riferimento. E pertanto suscettibili di veicolare un accoglimento pressoché unanime. Nell’ottica leoniana, pertanto, il diritto diventa un qualcosa di profondamente diverso da ciò che siamo abitualmente indotti a pensare e a concepire: un concetto che è irriducibile a quel coacervo di norme e di disposizioni calate dell’alto, imposte da un legislatore che si pretende avveduto e sapiente, sganciate da qualsivoglia concetto di giustizia “naturalmente” intesa, ed orientate a regolare in maniera puntuale e sistematica le azioni e le interazioni di soggetti che si illudono di demandare ad altri la propria rappresentanza: investendo coloro che, in quanto e per quanto legittimati e consacrati dal rito delle libere elezioni democratiche, non possono non conoscere e non sapere.

Nel pensiero antipositivista, antiformalista ed antidogmatico di Bruno Leoni, invece, il diritto, evolutivo, scaturisce sì dall’incontro di pretese compatibili e conciliabili, riscontrabili in un dato momento storico; ma proprio perché è in grado di cogliere la logica che promana da quegli elementi e da quei principi costitutivi della realtà umana che ne conferiscono, in qualche modo, la caratteristica della stabilità e della certezza.

Come osserva Carlo Lottieri, dunque, se

esaminiamo da vicino la sua teoria della pretesa, possiamo scorgere in essa due distinte ´mosse`. Dapprima egli individua nella pretesa un dato oggettivo ed universale: semplice, intuitivo, vero. Per Leoni, muovendo da una condizione originaria di incertezza, non possiamo elaborare alcuna riflessione teorica sull’ordine giuridico senza focalizzare l’attenzione sull’iniziativa di chi pretende dagli altri taluni precisi comportamenti, proprio perché è a partire dalla pretesa che si sviluppa quell’interazione tra individui che conduce all’emergere di norme. È l’incontro tra le pretese, quale scaturigine delle norme, a sottrarre gli individui ad un’insicurezza altrimenti eccessiva. Ma a questa oggettività (e universalità) dell’universo normativo va accostata un’analisi che prenda in adeguata considerazione la soggettività delle preferenze, la contingenza delle situazioni, la peculiarità delle concrete iniziative umane. Per questa ragione, ad una prima `mossa´ prasseologica Leoni ne fa seguire una seconda che si preoccupa di tenere nella giusta considerazione il mondo esterno nella sua concretezza. È qui che Leoni mostra il suo interesse per la sociologia del diritto, specie quando definisce ´giuridiche` quelle pretese (e solo quelle) che hanno un’alta probabilità di essere soddisfatte, e che soprattutto sono state spesso soddisfatte nel passato [15].

Di più, l’incontro e lo scambio di quelle pretese compatibili e conciliabili è tanto più probabile ed efficace, quanto più esistono e vengono promosse soluzioni intese ad implementarli. Come ricorda ancora Lottieri, l’apprezzamento leoniano per il common law è ascrivibile proprio alla sua capacità di garantire la necessaria evoluzione del diritto in un quadro di sufficiente stabilità e certezza dei rapporti: proprio perché esso è costituito da un complesso di regole che

continuano a perdurare in quanto incontrano il gradimento di molti altri individui…

[Trattasi di] un diritto in cui l’universalismo del diritto naturale sa fare i conti con quella sempre imperfetta ricerca del ‘giusto’ che ha luogo, appunto, nei concreti atti di una vita sociale costantemente intessuta di elementi tradizionali e culturali.

… In questo senso, […] Leoni evidenzi[a] i legami tra il giusnaturalismo classico e la moderna sociologia del diritto, tra quel diritto naturale di tradizione aristotelico-tomista (per il quale solo pochi e generalissimi precetti possono essere considerati di portata universale) e una cultura giuridica capace di dare risposte puntuali ai problemi sollevati da controversie sempre particolari e ´situate`[16].

Quindi, se per un verso

chi pretende sul piano giuridico si trova in una situazione di fatto analoga a quella di chi domanda un bene sul piano economico: in entrambi i casi, chi domanda e, rispettivamente, chi pretende dà una valutazione positiva, in termini di interesse proprio […] dei beni e rispettivamente dei comportamenti domandati o pretesi [17].

D’altro canto

 …noi possiamo ravvisare l’oggetto di una scienza politica nello scambio dei poteri operato dagli individui come premessa e condizione indispensabile per ogni altro tipo di scambio: scambio di pretese, e scambio di beni o di servizi.…

Il fenomeno del ‘potere’ sta appunto, se non erro, alla base degli ‘stati’, anche se un tale scambio è stato finora poco studiato…Lo ‘stato’ è dunque contenuto in nuce nella prima coppia di individui che si scambiano, se così posso dire, il potere di farsi rispettare, o quanto meno il potere di far rispettare alcuni beni che essi considerano fondamentali, e senza la tutela dei quali gli individui stessi non potrebbero raggiungere alcuno dei loro scopi e neppure sopravvivere. Questo scambio crea una situazione (appunto: uno stato) di sicurezza e di prevedibilità (almeno relativa) nei rapporti tra gli individui considerati. La situazione, in breve, consente il manifestarsi delle pretese giuridiche, le quali hanno senso, e trovano soddisfazione esattamente in quanto la rispettiva situazione di potere in cui si trovano gli individui lo consente [18].

Insomma, come brillantemente esposto da Mario Stoppino, pare proprio che

La stella polare che guida l’itinerario intellettuale di Leoni, in modo via via più univoco, [sia]… evidente: il valore della libertà (assenza di coercizione) come fine, e il processo (o ordine) sociale spontaneo come mezzo… Come in economia il mercato è il risultato <<virtuoso>> dell’incontro spontaneo delle domande e delle offerte di innumerevoli individui, ciascuno dei quali cerca la propria utilità; così, secondo Leoni, l’<<ordinamento giuridico>>, inteso come diritto vivente, è il risultato <<virtuoso>> dell’incontro spontaneo delle <<pretese>> di innumerevoli individui, ciascuno dei quali persegue i propri scopi; così, ancora, lo <<stato>>, inteso come la situazione normale di coesistenza e coooperazione pacifica, è il risultato <<virtuoso>> dell’incontro spontaneo dei <<poteri>> di innumerevoli individui, ciascuno dei quali cerca garanzia per sé dei beni che considera fondamentali. Ne deriva un’immagine generale della società nella quale campeggia, dominatore e solitario, il valore della libertà individuale [19].

Elaborazione del bagaglio filosofico- teorico della Scuola Austriaca, concezione del diritto come “pretesa” e dello stato come “scambio di poteri” fra soggetti interagenti, critica inesorabile al normativismo kelseniano e alla filosofia giuridica sottesa, rivalutazione sostanziale del ruolo e della funzione della rule of law, valorizzazione del common law contro il civil law “continentale”: ecco quali sono i capisaldi del pensiero leoniano.

Un pensiero talmente irriducibile e non avvezzo ai compromessi che condusse lo studioso italiano, forse per primo, <<a esprimere la constatazione, oggi diffusa nell’ambito della tradizione Libertarian, che le scelte collettive sono incompatibili con la salvaguardia della libertà individuale, e che il costituzionalismo del Classic Liberalism non si è mostrato in grado di contenere e di controllare l’estensione del potere dei governanti e delle competenze dello Stato>>[20].

Forse, anche se non inquadrabile in tutto e per tutto nell’alveo dei teorici libertari – non fosse altro per le differenze che pure esistono tra i sostenitori del Rule of Law, come Leoni, e gli assertori del Natural Right, alla Rothbard – non vi è dubbio alcuno però <<che in quegli anni la sua critica allo Stato era, anche nell’ambito del Classical Liberalism, tra le più radicali e perspicue>>[21].

Un pensiero, quello di Leoni, che maturò e si completò alla luce dei principi e dei dettami del marginalismo austriaco, ma che, al contempo, fornirà delle utilissime indicazioni e degli spunti fecondi per l’ ”assestamento” della stessa concezione filosofica “austriaca”: giacché ebbe degli indiscutibili riflessi sullo sviluppo delle idee di alcuni suoi esponenti, primo fra tutti Friedrich A. Hayek. Fondamentali, a questo proposito, i rilievi e le critiche apportati dallo studioso italiano alla assimilazione originaria, da parte del nobel austriaco, del ruolo della “rule of law” a quello del “Stato di diritto continentale” (Rechtsstat), circa la supposta e similare capacità di garantire la certezza del diritto. Per Leoni, questo principio fondamentale, da intendersi come “stabilità dagli aggiustamenti arbitrari e repentini”, era sicuramente ben più assicurato dal diritto giurisprudenziale di matrice anglosassone, ancorato alla tradizione e ai precedenti, piuttosto che dal diritto positivo continentale, con il suo carico di leggi scritte, esplicite e note ai governati, ma ad ogni modo non immuni dai capricci estemporanei del legislatore di turno. Questa impostazione influenzerà, e molto, il successivo pensiero hayekiano [22].

Un rapporto, allora, quello tra Leoni e gli “Austriaci” che potrebbe essere qualificato come mutualmente vantaggioso e vicendevolmente produttivo.

La stima e l’apprezzamento reciproco furono tali che Leoni non solo divenne un membro autorevole della prestigiosa Mont Pelerin Society, fondata da Hayek nel 1947, bensì venne prima nominato segretario ed in seguito presidente della stessa.

La sera del 21 novembre 1967, in Alpignano (Torino), tragicamente e ancora nel pieno della sua maturità intellettuale e della sua produzione scientifica, <<la morte, tragica e stupida, lo portò via; e con lui portò via la speranza di una rinascita della cultura liberale italiana>> [23].


Saggio di Cristian Merlo

Lo scritto è originariamente apparso su Mises Italia

Note

[1] Raimondo Cubeddu, L’austro Liberale, in “Fondazione Liberal”, num. 9, dicembre-gennaio 2002, p.115.

[2] A giudizio di uno dei massimi conoscitori del pensiero leoniano, Raimondo Cubeddu, due furono le cause principali che determinarono il progressivo abbandono della conoscenza del pensiero dello studioso italiano, fino a che lo stesso declinò nel più completo abbandono: da una parte, l’imporsi della filosofia giuridica e politica kelseniana, di cui Leoni fu un fiero ed indomito avversario, dall’altra il graduale tramonto della portata e dell’incidenza del pensiero liberale in Italia. Anche se, ed è naturalmente da rimarcare, il liberalismo leoniano <<è molto diverso, per non dire agli antipodi, da quei liberalismi di ispirazione crociana o gobettiana che in Italia, e per lunghi anni, sono stati intesi come i soli esistenti>>. Raimondo Cubeddu nell’introduzione a La libertà e la legge, Macerata, Liberilibri 1995, p. X.

È proprio a partire dalla metà degli anni novanta che, per l’appunto, anche da noi si assiste ad una sorta di Leoni’s Renaissance, essendosi destato un profondo interesse per la riscoperta di una figura così eminente, eppure per troppi anni colpevolmente abbandonata negli angoli più bui e reconditi del dimenticatoio della storia.

[3] Friedrich A. von Hayek, Bruno Leoni lo studioso, Quaderni della rivista “Il Politico”, Milano, Giuffrè, num. 7, 1969, pp.23-32. Trattasi del discorso commemorativo pronunciato dal Nobel austriaco, ora rinvenibile anche in “Fondazione Liberal”, op. cit., pp. 118-121 con il titolo Le sfide di Bruno”

[4] Raimondo Cubeddu, L’austro Liberale, p.114.

[5] Sono parole di Pasquale Scaramozzino, contenute in un ritratto biografico che fa da premessa ai discorsi e agli scritti commemorativi, formulati all’indomani della morte dello studioso italiano; essi sono raccolti in Omaggio a Bruno Leoni, Quaderni della rivista “Il Politico”, Milano, Giuffrè, num. 7, 1969.

[6] Raimondo Cubeddu, L’austro Liberale, p.114.

[7] Sergio Ricossa nella prefazione a La sovranità del consumatore, Roma, Ideazione Editrice, 1997, p. 8.

[8] Sergio Ricossa, Ibid., p. 12.

[9] Sergio Ricossa, Ibid., pp. 11, 12, 14.

[10] Bruno Leoni, Per una teoria dell’irrazionale nel diritto, Casale Monferrato, Miglietta, Milano & C. 1943.

[11] In La sovranità del consumatore sono presenti i due saggi che Leoni elaborò per recensire due fra le più importanti opere dei citati economisti austriaci: con il primo, Una recensione a Hayek, pp. 23-50, si occupò di revisionare “Individualism and Economic Order”; con il secondo, Una recensione a von Mises, pp. 51-64, si preoccupò di recensire “Human Action”.

[12] Raimondo Cubeddu nell’introduzione a La libertà e la legge, pp. XII-XIII.

[13] Raimondo Cubeddu, Ibid., p. XVI.

[14] Raimondo Cubeddu, Ibid., p. XXII.

[15] Carlo Lottieri, Le ragioni del diritto – Libertà individuale e ordine giuridico nel pensiero di Bruno Leoni, Soveria Mannelli-Treviglio, Rubbettino-Leonardo Facco Editore 2006, p. 154.

[16] Carlo Lottieri, Ibid., pp. 332-333.

[17] Bruno Leoni, Scritti di scienza politica e teoria del diritto, (a cura di Mario Stoppino), Milano A. Giuffrè, 1980, p.209. Il brano qui riproposto è citato anche in Raimondo Cubeddu nell’introduzione a La libertà e la legge, pp. XXVI-XXVII.

[18] Bruno Leoni, “Oggetto e limiti della scienza politica”, contenuto in Le pretese e i poteri: le radici individuali del diritto e della politica, Milano, Società Aperta 1997, pp. 69-70.

[19] Mario Stoppino nell’introduzione a Le pretese e i poteri: le radici individuali del diritto e della politica,   p. XVII.

[20] Raimondo Cubeddu, L’austro Liberale, p.117.

[21] Raimondo Cubeddu, Ibid., p.117.

[22]  Per un approfondimento di queste notazioni, e per un ulteriore sviluppo della tematica, si rimanda a Alberto Mingardi, I grandi fratelli,  pp.126-131.

[23]  Raimondo Cubeddu, L’austro Liberale, p.115.

 

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