Il socialismo conduce alla stupidità

 di Manuel Lora, traduzione di Cristian Merlo

La mentalità statalista ottenebra anche le idee più luminose. Le scuse più comuni, del tipo ”non si può fare diversamente”, “così non funzionerebbe”, ovvero “cosa c’è di male nel modo in cui funzionano oggi le cose?” riflettono non solamente l’analfabetismo economico della maggior parte delle persone, ma anche il loro disprezzo per il prossimo perché si pongono, spesso abbastanza esplicitamente, in posizione di netto antagonismo rispetto alla cooperazione volontaria


“…impedendo in maggior o minor misura l’esercizio della funzione imprenditoriale, si rende impossibile agli imprenditori poter scoprire le situazioni di mancanza di coordinamento che emergono nella società. Impedendo coattivamente che gli attori approfittino delle opportunità di guadagno che la mancanza di coordinamento genera, tali opportunità di guadagno non vengono neppure percepite dall’attore che, pertanto, non si rende conto della loro esistenza e se le lascia sfuggire senza approfittarne; e anche se, casualmente, un attore sottoposto a coercizione si rendesse conto o percepisse un’opportunità di guadagno, ciò sarebbe irrilevante, per il fatto che la coercizione istituzionale gli impedirebbe di agire per approfittarne”.

Jesús Huerta de Soto, Socialismo, calcolo economico e imprenditorialità

Vi sono numerosi think tank, istituti, organizzazioni e blogger pro-market specializzati nel promuovere idee orientate alla difesa del capitalismo e della libertà, e nell’opporsi alle scellerate risultanze economiche e politiche indotte dal socialismo. Ma una zona d’indagine particolarmente interessante, che non viene sufficientemente esplorata, consiste in un’analisi più accesa e visibile delle conseguenze che il socialismo reca sulla stessa società, le sue istituzioni, le dinamiche e le interrelazioni sussistenti tra questi fattori. Lo scopo di questo scritto, pertanto, è quello di fornire delle brevi suggestioni circa alcuni degli effetti più devastanti del socialismo, che spesso vengono sottaciuti dalla tradizionale (ma non meno importante) analisi economica.

Nel suo “Socialismo, calcolo economico e imprenditorialità”, Jesus Huerta de Soto definisce il socialismo come la “istituzionalizzazione dell’aggressione contro il libero esercizio dell’azione imprenditoriale”. Questa definizione si può applicare, in maniera abbastanza appropriata, anche per lo Stato. In effetti, non vi è nulla di ciò che lo Stato compie o potenzialmente può compiere che non aggredisca l’esercizio del diritto alla libera intrapresa, e quindi gli inerenti diritti di proprietà. Anche lo stato minimo (“minarchia”) disporrebbe di un monopolio coercitivo della forza, in quanto si configurerebbe come la sola ed unica organizzazione suscettibile di essere ingaggiata per la risoluzione delle controversie. Indipendentemente da ciò che uno reputi essere il miglior assetto per la società, è nondimeno corretto riferirsi allo Stato come a un’entità che, in ultima analisi, non esprime null’altro se non la sua intima essenza “socialista”. Qualunque siano i fini perseguiti, i suoi mezzi sono aggressivi, collettivisti e la sua stessa natura è monopolistica per definizione.

Posta la questione in tal luce, questa “dis-educazione” o questa stupidità indotta, in mancanza di un termine più appropriato, diviene il risultato inevitabile dell’espansione dello Stato. Richard Hammer, a tal proposito, richiama l’idea di “strada verso un paesaggio alterato”, alludendo al processo di statalizzazione che viene introiettato in uno stato mentale. Egli usa quattro stadi esegetici per illustrare che:

  1. Prima chelo Stato assuma su di sé una funzione, la maggior parte delle persone che vivono nella società civile reputeranno soddisfacenti le istituzioni esistenti, nel cui ambito la funzione in parola viene esercitata privatamente. Ad esempio, la maggior parte degli americani non ha certo nulla da obiettare circa il fatto che i genitori possano decidere in autonomia quanti figli dare alla luce, e che le persone possano decidere da sé le qualità che si vogliono ritrovare in un marito o in una moglie.
  2. Immediatamente dopo che lo Stato si arroga l’esercizio della funzione, la maggior parte delle persone nella società sarà  d’accordo con il controllo statale della medesima, ma quasi tutti si ricorderanno che si era innescato un dibattito, e alcuni riconosceranno che erano state formulate delle argomentazioni plausibili contro l’occupazione da parte dello Stato. Ad esempio, la regolamentazione di ciò che le aziende del tabacco proclamano nei propri spot pubblicitari.
  3. Poche generazioni dopo che lo Stato si sia insinuato nella gestione della funzione, probabilmente l’80% o più della popolazione sarà ormai convinto che sia precipuo compito dello Stato assolverla, e solo i libertari saranno consapevoli del fatto che vi fosse sempre stato un dibattito sul tema. Ne siano ad esempio la scuola dell’obbligo e la zonizzazione del territorio nelle città.
  4. Centinaia di anni dopo l’acquisizione della funzione da parte dello Stato, praticamente tutti, nella società, saranno convinti sostenitori del fatto che l’assolvimento di quell’attività spetti inderogabilmente allo stesso. Anche la storia della precedente fornitura privata di quei medesimi beni e servizi sarà totalmente obliata da tutti, eccetto forse qualche studioso. Esempi di funzioni rientranti in questa categoria sono: le strade, il diritto penale, e la difesa dagli attacchi esterni.

Come caso paradigmatico, si può esaminare una vicenda specifica nel corso della storia e constatare come si arrivi alla integrazione di tutte e quattro le fasi sopra elencate. La domanda ovvia, allora, è cosa dovrebbe fare la società per riportare alla memoria, se solo volesse, ciò che un tempo era la regola? Per esempio, si analizzi un servizio basico, come la fornitura di acqua potabile corrente ad un’abitazione. In origine, questa era considerata un’attività che doveva essere necessariamente prevista e pianificata da tutti coloro che avevano intenzione di costruire una casa. Ad un certo punto, cambiarono gli standard e per la gestione della faccenda fu incaricata la municipalità in cui si risiedeva. Ai giorni nostri, per la maggior parte delle persone, ma in particolare per coloro che vivono in città, se lo Stato non provvedesse più all’erogazione del servizio, si materializzerebbe il rischio di morire di sete – naturalmente non prima che siano scoppiati tumulti e sommosse per strada, per accaparrarsi le bottigliette d’acqua presso i supermercati! Diventa chiaro dunque come lo Stato sia stato interiorizzato e si sia trasformato in una “condizione della mente”, per quanto concerne il bisogno di soddisfare necessità basilari, come la disponibilità di acqua potabile.

L’intervento dello Stato nell’economia si traduce inevitabilmente in sintomi di dipendenza acuta. Poiché le organizzazioni, le imprese e le altre istituzioni sono spiazzate dalla presenza delle agenzie governative, la dipendenza cresce. Ora, invece di avere i comuni cittadini o gli imprenditori responsabili della produzione di un bene o servizio, possiamo solo avvalerci dell’ “opzione” monopolistica dello Stato. In genere questa opzione viene spacciata come la scelta ottimale, quando in realtà è spesso l’unica scelta! E questa situazione diventa il terreno di coltura ideale per gli attacchi sferrati da parte dei vari gruppi di pressione, ognuno intento a cercare di estrarre dalle pieghe dello Stato, come fosse una piñata, qualche privilegio sovvenzionato con le imposte pagate da altri. Nel mercato, invece, dove non esistono barriere all’entrata, può operare contestualmente una moltitudine di fornitori, ognuno dei quali è stimolato ad offrire il miglior servizio al miglior prezzo. La concorrenza e il decentramento tendono ad accrescere la disponibilità e a migliorare la qualità di beni e servizi. Se non ci aggrada il modo in cui la società X sta gestendo le cose, c’è la possibilità di rivolgersi a Y o Z, che sarebbero ben liete di annoverarci tra i loro clienti. Al contrario, non esiste nulla di simile in un contesto socializzato. In una siffatta realtà, si è costretti, anche con l’uso della forza bruta se del caso, a finanziare tutto ciò che lo Stato dichiari essere necessario.

Dopo che lo Stato si è ingerito nell’esercizio di una determinata funzione, diventa sempre meno prioritario per il mercato fornire i servizi in quell’ambito e le persone incominciano a concepire l’ordine delle cose come un “diritto”, come un qualcosa cui esse possono ambire a prescindere da qualsiasi altra ulteriore considerazione. Che si tratti di assistenza sanitaria, di istruzione, di difesa, di trasporti o di alloggi: dal momento in cui lo Stato fornisce questi servizi da così tanto tempo, non deve certo sorprendere che la società presupponga che non vi sono altre modalità per far fronte alla loro erogazione. Un libero mercato nell’ambito della sanità, dell’istruzione, della difesa o dei trasporti costituisce semplicemente un anatema per il cittadino moderno, che sguazza in una pozza melmosa di putrida retorica social-democratica. Ora, si potrebbe anche sostenere che alcune funzioni – come nel caso della fornitura dell’acqua potabile – debbano necessariamente condurre ad un intervento dello Stato semplicemente in virtù dello sfruttamento delle economie di scala. Ovvero, poiché tutti necessitano del servizio, è meglio disporre di un unico fornitore accentrato. E dato che si può dipendere dallo Stato per la fornitura, ineludibile, dei servizi, la natura monopolistica dell’erogazione dell’acqua rappresenta l’evoluzione, non interventismo.

Si potrebbe anche essere tentati di accettare questa logica, se non fosse che lo Stato è pronto, disposto e in grado di precludere artificialmente l’accesso in mercati in cui la concorrenza altrimenti si innescherebbe, assicurandosi quindi una posizione di monopolio, in virtù della quale diviene l’unico detentore [legale, ndt] della facoltà di soddisfare le esigenze del pubblico. Uno dei più fulgidi esempi di questa pratica è sicuramente il servizio postale. Certamente, sono ben pochi negli Stati Uniti coloro che non devono avere normalmente a che fare con il Postal Service. In virtù di ciò, tutti accettano tranquillamente che sia lo Stato – e solo lo Stato – a recapitare la corrispondenza personale, vale a dire le lettere e documenti similari. (Ai fini dell’analisi, si ignori, per un momento, l’esistenza di servizi di spedizione e recapiti alternativi, quali i corrieri Federal Express e United Parcel Service.) Conformemente a tale logica, tutti sono disposti a consentire che un contenitore che viene normalmente acquistato, pagato, e manutenuto dal proprietario dell’immobile, divenga “di proprietà”, in un qual certo senso, del servizio postale pubblico. Nessun altro può legittimamente mettere della posta in quella casella! Ma quante persone sanno che una volta esisteva un servizio concorrente alla posta pubblica? Quante persone sanno che fu proprio in virtù di questa competizione che il costo di un francobollo venne letteralmente trascinato verso il basso? E quanti sanno che, in risposta a questa concorrenza, lo Stato approvò una legge che vietava a chiunque di competere con il medesimo nel settore della consegna della corrispondenza? Così abbiamo la prova provata che lo Stato non solo si impone sul mercato attraverso l’ “evoluzione” di una dipendenza indotta, bensì anche attraverso la legislazione. Un racket funzionale, non c’è che dire!

Cosa ci si può attendere, allora, quando i sostenitori della libertà e della civiltà sfidano apertamente il pensiero dominante? Non molto, purtroppo. La mentalità statalista ottenebra anche le idee più luminose. Le scuse più comuni, del tipo ”non si può fare diversamente”, “così non funzionerebbe”, ovvero “cosa c’è di male nel modo in cui funzionano oggi le cose?” riflettono non solamente l’analfabetismo economico della maggior parte delle persone, ma anche il loro disprezzo per il prossimo perché si pongono, spesso abbastanza esplicitamente, in posizione di netto antagonismo rispetto alla cooperazione volontaria. Immaginiamo che lo Stato abbia monopolizzato i mezzi di produzione per realizzare scarpe; trattasi dell’unico soggetto che, da lungo tempo ormai, si occupa della loro fabbricazione. Ciò significa che nessun vivente si è mai dedicato all’imprenditoria nell’ambito calzaturiero. Certo, lo Stato sta impiegando un manipolo di persone che sanno come produrre tecnicamente le scarpe, ma che non sono imprenditori, e men che meno capitalisti. Lo Stato si avvale della pianificazione centrale e della tassazione per fornire le calzature. Non deve rischiare pressoché nulla, né tantomeno rispondere ai desideri del mercato, in quanto semplicemente non esiste un mercato delle calzature. Prendere o lasciare! In un simile contesto, il cittadino medio sarebbe inorridito nel prendere solo in considerazione l’idea che possa esistere la “scarpa non di Stato”. Come dovrebbero essere fatte tali scarpe? In che quantità? Quanto costerebbero? Chi provvederebbe al loro smistamento? Chi le commercializzerebbe e dove? Che dire poi della qualità? Dei colori? Delle taglie? Pura follia!

Regolamentazione, tassazione e proibizionismo ci conducono a grandi passi verso uno Stato socialista, in cui solo a pochi eletti viene conferito il potere di accedere al mercato. Queste condizioni promuovono l’ignoranza e la pigrizia mentale. Con ogni singola misura di legislazione interventista, si reprime l’incentivo a fornire un prodotto o un servizio. Il risultato ineluttabile coincide con il declino e la povertà, nonché con un mondo caratterizzato da un numero sempre minore di specialisti, da una quantità sempre più esigua di imprenditori e da un limitato accumulo di capitale.

Il socialismo è un passo sicuro verso la barbarie e si pone contro la civiltà ed il progresso. Ed il suo agente, lo Stato, tende ad instupidire. Rigetta il proprio progresso e nega il vostro consenso.

 

Articolo di Manuel Lora su Lewrockwell

Traduzione di Cristian Merlo

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