Lo Stato

di Frédéric Bastiat

 Io affermo che questa personificazione dello STATO è stata nel passato e sarà nell’avvenire una fonte feconda di calamità e di rivoluzioni


Mi piacerebbe che si istituisse un premio, non di cinquecento franchi, ma di un milione di franchi, con corona, croce e nastro, in favore di colui che fornisse una buona, semplice e intellegibile definizione di una parola: lo STATO.

Che immenso servizio avrebbe reso alla società!

Lo STATO: che cosa è? dove sta? che cosa fa? che cosa dovrebbe fare? Tutto quello che sappiamo è che si tratta di un personaggio misterioso; ma il più sollecitato, il più tormentato, il più affaccendato, il più consigliato, il più accusato, il più invocato e il più provocato che ci sia al mondo.

Perché, Signor mio, anche se non ho l’onore di conoscervi, scommetto dieci contro uno che da sei mesi voi fabbricate delle utopie; e se voi create utopie, scommetto dieci contro uno che incaricate lo STATO di realizzarle.

Anche voi, Signora mia, sono certo che anche voi desiderate dal profondo del cuore di guarire tutti i mali di questa triste umanità, e che non vi sentireste per nulla imbarazzata se lo STATO volesse prestarsi a farlo.

Ma lo sfortunato STATO, come Figaro, non sa né chi ascoltare, né da che parte girarsi. Le centomila bocche della stampa e della tribuna gridano tutte insieme: «Organizzate il lavoro e i lavoratori».

«Estirpate l’egoismo».

«Reprimete l’insolenza e la tirannia del capitale».

«Fate esperimenti sul letame e sulle uova».

«Coprite il paese di ferrovie».

«Irrigate le pianure».

«Rimboschite le montagne».

«Fondate delle fattorie modello».

«Costruite delle fabbriche a misura d’uomo».

«Colonizzate l’Algeria».

«Allattate gli infanti».

«Istruite la gioventù».

«Soccorrete la vecchiaia».

«Mandate nelle campagne gli abitanti delle città».

«Equilibrate i profitti di tutte le industrie».

«Prestate denaro, senza interesse, a chi lo chiede».

«Liberate l’Italia, la Polonia e l’Ungheria».

«Allevate e perfezionate il cavallo da sella».

«Incoraggiate l’arte, formateci dei musicisti e delle ballerine».

«Proibite il commercio e contemporaneamente date vita ad una marina mercantile».

«Scoprite la verità e gettate nelle nostre teste un granello di ragione. Lo Stato ha come missione di illuminare, sviluppare, ingrandire, fortificare, spiritualizzare e santificare l’anima dei popoli».

«Ehi! Signore e Signori, un po’ di pazienza – risponde lo STATO con aria abbacchiata. Io proverei a soddisfarvi tutti, ma per farlo mi servono delle risorse. Avrei predisposto dei progetti su cinque o sei imposte del tutto nuove e tra le migliori al mondo. Vedrete che piacere a pagarle».

Allora un gran grido si alza:

«E dagli! Bel merito fare le cose con le risorse altrui! Non varrebbe la pena di chiamarsi STATO. Non provate neppure ad imporci nuove tasse, anzi, vi intimiamo di ritirare le vecchie. Sopprimete:

«l’imposta sul sale»;

«l’imposta sulle bevande»;

«l’imposta sulle lettere»;

«i dazi»;

«le licenze»;

«le prestazioni obbligatorie».

In mezzo a questo tumulto, e dopo che il paese aveva cambiato due o tre volte il suo STATO per non avere soddisfatto tutte queste richieste, io ho voluto far osservare che esse erano contraddittorie.

Di che cosa sono andato ad impicciarmi, buon Dio! Non potevo tenere per me questa malaugurata osservazione? Eccomi screditato per sempre; ed è ormai noto che io sono un uomo senza cuore e senza fegato, un filosofo arido, un individualista, un borghese, e, in una parola, un economista della scuola inglese o americana.

Perdonatemi, scrittori sublimi che nulla ferma, nemmeno le contraddizioni. Io ho torto, senza dubbio, e mi tiro indietro volentieri. Io non chiedo di meglio, siatene certi, che voi abbiate davvero scoperto, fuori di noi, un essere caritatevole e inesauribile, di nome STATO, che ha pane per tutte le bocche, lavoro per tutte le braccia, capitali per tutte le imprese, credito per tutti i progetti, unguenti per tutte le piaghe, balsami per tutte le sofferenze, consigli per tutte le perplessità, soluzioni per tutti i dubbi, verità per tutte le intelligenze, distrazioni per tutte le noie, latte per gli infanti, vino per gli anziani, che provvede a tutti i nostri bisogni, che previene tutti i nostri desideri, che soddisfa tutte le nostre curiosità, corregge tutti i nostri errori, tutte le nostre mancanze, e ci risparmia ormai dal dover usare previdenza, prudenza, giudizio, sagacia, esperienza, ordine, economia, temperanza, attività.

E perché io non dovrei desiderare tutto ciò? Dio mi perdoni, più ci rifletto e più trovo che la cosa sia ben comoda, e non vedo l’ora di avere, anch’io, alla mia portata, questa fonte inesauribile di ricchezza e di conoscenza, questo medico universale, questo tesoro senza fondo, questo consigliere infallibile che chiamate lo STATO.

È per questo che io chiedo che me lo si mostri, che me lo si definisca; è per questo che propongo l’istituzione di un premio per il primo che scoprirà questa fenice. Perché, infine, mi si riconoscerà che questa scoperta preziosa non è ancora stata fatta, dal momento che, fino ad oggi, tutto ciò che si presenta con il nome di Stato, è ben presto condannato dal popolo, proprio perché non soddisfa le condizioni un po’ contraddittorie del suo programma.

Bisogna dirlo? Io temo che noi siamo, a questo riguardo, dei gonzi vittime di una delle più bizzarre illusioni che mai abbiano abitato lo spirito umano. L’uomo rifiuta la fatica e la sofferenza. E tuttavia è condannato per natura alla sofferenza della privazione, se non si prende la fatica del lavoro. Non vi è dunque scelta che tra due mali. Come fare per evitarli entrambi? Fino ad oggi non si è trovato, e non si troverà mai, che un solo mezzo: godere del lavoro altrui; quello di fare in modo che la fatica e la soddisfazione non tocchino a ciascuno secondo proporzione naturale, ma che tutta la fatica sia per alcuni e tutta la soddisfazione per altri.

Da qui proviene la schiavitù, da qui ancora la spoliazione, qualunque forma essa assuma: guerre, imposture, violenze, restrizioni, frodi, ecc., abusi mostruosi, ma coerenti con il pensiero che li ha originati. Gli oppressori bisogna combatterli: non si può dire loro che sbagliano nel ragionare.

La schiavitù, grazie al Cielo, sta finendo; d’altra parte la nostra disposizione a difendere i nostri beni, fa sì che la spoliazione diretta e ingenua, non sia proprio facile. Ciononostante qualcosa è rimasto. È questa maledetta inclinazione primitiva, che tutti gli uomini portano in sé, a dividere in due parti l’insieme complesso della vita, gettando la fatica sugli altri e tenendo la soddisfazione per sé. Resta da vedere sotto quale nuova forma si manifesta questa triste tendenza. L’oppressore non agisce più direttamente con le proprie forze sull’oppresso. No, la nostra coscienza è diventata troppo meticolosa per permetterci di fare questo. Ci sono ancora il tiranno e la vittima, ci sono: ma tra loro si piazza un intermediario che è lo STATO, cioè la legge stessa. Che cosa è più adatto a far tacere i nostri scrupoli e, cosa forse più apprezzata, che cosa è più adatta per vincere le resistenze? Allora, tutti, a qualunque titolo, con un pretesto o con un altro, ci rivolgiamo allo STATO e gli diciamo: «Io non trovo che ci sia, tra i miei godimenti e il mio lavoro, una proporzione che mi soddisfi. Vorrei, per stabilire l’equilibrio che desidero, prender qualcosa dei beni altrui. Ma questo è pericoloso. Non potresti tu, STATO, rendermi la cosa più facile? Non potreste darmi un buon impiego? O intralciare il lavoro dei miei concorrenti? O ancora darmi gratuitamente dei capitali che avrai sottratto ai loro possessori? O allevare i miei figli a spese della collettività? O accordarmi degli incentivi economici? O assicurarmi il benessere quando avrò cinquant’anni? In questo modo, io raggiungerò il mio obiettivo in tutta tranquillità di coscienza, poiché la legge stessa avrà agito per mio conto, ed io avrò tutti i vantaggi della spoliazione senza sobbarcarmi né i rischi né essere odiato!».

Poiché mi sembra certo che da un lato noi tutti rivolgiamo allo STATO qualche richiesta simile, e che dall’altro è assodato che lo STATO non può dare soddisfazione agli uni senza aumentare il lavoro degli altri, in attesa di un’altra definizione di “STATO”, mi sento autorizzato a dare qui la mia.

Chissà che non ottenga il premio? Eccola:

Lo STATO è la grande finzione attraverso la quale tutti si sforzano di vivere sulle spalle di tutti.

Infatti, oggi come sempre, ognuno di noi, chi più chi meno, vorrebbe usufruire del lavoro altrui. Questo desiderio non osiamo ostentarlo, lo dissimuliamo persino a noi stessi; e allora cosa facciamo? Immaginiamo un intermediario, ci rivolgiamo allo STATO, ed ogni classe sociale a proprio turno dice: «Tu, STATO, che puoi prendere legittimamente, onestamente, prendi alla comunità, e noi divideremo».

Ahimè! Lo Stato ha fin troppa inclinazione naturale a seguire il diabolico consiglio; perché è composto di ministri e di funzionari, di uomini insomma, che, come tutti gli uomini, portano nel proprio cuore la cupidigia e colgono sempre con premura ogni occasione per veder aumentare le loro ricchezze o la loro influenza. Lo STATO comprende dunque in fretta e bene i vantaggi che può trarre dal ruolo che la gente gli assegna. Sarà l’arbitro, il padrone di tutti i destini: prenderà molto, perciò molto resterà per lui stesso; moltiplicherà il numero dei suoi funzionari, allargherà la cerchia dei suoi compiti; finirà per raggiungere dimensioni schiaccianti.

Ma ciò che bisogna rimarcare, è la stupefacente cecità della gente in tutto questo. Quando dei soldati fortunati riducevano i vinti in schiavitù, erano dei barbari, ma non erano assurdi. Il loro scopo, come il nostro, era quello di vivere a spese degli altri e, come noi, non lo evitavano. Ma che cosa dobbiamo pensare di un popolo al quale non passa per la testa di dubitare che il saccheggio reciproco non sia meno saccheggio perché reciproco; che non sia meno criminale solo perché viene eseguito legalmente e con ordine; che non aggiunga nulla al benessere totale; che al contrario lo diminuisca di tanto quanto costa quell’intermediario spendaccione che chiamiamo STATO?

E questa grande chimera noi l’abbiamo piazzata, per edificare il popolo, sul frontespizio della Costituzione. Ecco le prime parole del preambolo: «La Francia si è costituita in Repubblica per […] chiamare tutti i cittadini a un grado sempre più elevato di moralità, di progresso intellettuale e di benessere». Così, è la Francia, l’astrazione, che chiama i Francesi, cioè la realtà, alla moralità, al benessere, ecc. Non è esagerare il senso di questa bizzarra illusione quello ci conduce ad attenderci tutto da una forza diversa dalla nostra? Non è dare ad intendere che ci sia, a fianco e al di sopra dei Francesi, un essere virtuoso, illuminato, ricco, che può e deve riversare su di loro la sua benevolenza? Non è supporre, e ben gratuitamente, che vi sia tra la Francia e i Francesi, tra la semplice denominazione abbreviata, astratta, di tutte le individualità, e queste stesse individualità, un rapporto da padre a figlio, da tutore a pupillo, da professore a scolaro? So bene che talvolta si dice metaforicamente che la patria è una tenera madre. Ma per sorprendere in flagrante reato di insignificanza la proposizione costituzionale, è sufficiente dimostrare che essa può essere ribaltata, non dico senza inconvenienti, ma addirittura con dei vantaggi. Ne avrebbe a soffrire l’esattezza se il preambolo dicesse: «I Francesi si sono costituiti in Repubblica per chiamare la Francia a un grado sempre più elevato di moralità, di progresso intellettuale e di benessere?». Ora, qual è il valore di una proposizione nella quale il soggetto e il complemento oggetto possono essere scambiati reciprocamente senza inconvenienti? Tutti capiscono se diciamo: la madre allatterà il bambino. Ma sarebbe ridicolo dire: il bambino allatterà la madre. Gli Americani si sono fatti un’altra idea delle relazioni tra i cittadini e lo Stato, quando hanno messo in cima alla loro costituzione queste semplici parole:

«Noi, il popolo degli Stati Uniti, per formare un’unione perfetta, stabilire la giustizia, assicurare la tranquillità interna, provvedere alla difesa comune, aumentare il benessere generale e assicurare i benefici della libertà a noi stessi e ai nostri figli, decretiamo, ecc.».

In queste parole non c’è nessuna creazione chimerica, nessuna astrazione alla quale i cittadini domandino tutto: non si aspettano nulla se non da loro stessi e dalla loro propria forza.

Se mi sono permesso di criticare le prime parole della nostra Costituzione, è perché non si tratta, come si potrebbe credere, di una pura sottigliezza metafisica. Io affermo che questa personificazione dello STATO è stata nel passato e sarà nell’avvenire una fonte feconda di calamità e di rivoluzioni.

Ecco la gente da una parte e lo Stato dall’altra, considerati come due esseri distinti, il secondo tenuto ad espandersi sul primo e il primo avente il diritto di reclamare dal secondo il torrente delle felicità umane. Che cosa deve succedere?

Di fatto lo Stato non è disattento e non può esserlo. Ha due mani, una per ricevere e l’altra per dare, o, come si dice, la mano dura e la mano dolce. L’attività della seconda è necessariamente subordinata all’attività della prima. A rigore lo Stato potrebbe prendere e non rendere. Ciò si è ben visto, e si spiega con la natura porosa e assorbente delle sue mani, che trattengono sempre una parte e talvolta tutto ciò che toccano. Ma ciò che non si è mai visto, ciò che non si vedrà mai e che nemmeno si riesce a concepire, è che lo Stato renda alla gente più di quanto esso gli abbia preso. È quindi oltremodo folle assumere di fronte a lui l’attitudine dei mendicanti, perché gli è matematicamente impossibile conferire un vantaggio particolare ad alcuni individui che costituiscono la comunità, senza infliggere un danno superiore alla comunità intera.

Lo Stato si trova allora, a causa delle nostre esigenze, in un circolo vizioso manifesto.

Se rifiuta il bene che esigiamo da lui, è accusato di impotenza, di cattivo volere, di incapacità.

Se prova a realizzarlo, si riduce a colpire il popolo con tasse raddoppiate, a far più male che bene, e ad attirarsi insomma la disaffezione generale.

Così è: tra la gente troviamo due speranze, nel governo due promesse: molti benefìci e niente tasse. Speranze e promesse che, essendo contraddittorie, non si realizzano mai.

Non è qui la causa di tutte le nostre rivoluzioni? Perché tra lo Stato, prodigo di promesse impossibili, e la gente, che si è nutrita di speranze irrealizzabili, si interpongono due classi di uomini: gli ambiziosi e gli utopisti. Il loro ruolo scaturisce da questa situazione. A questi cortigiani della popolarità è sufficiente gridare alle orecchie del popolo: «Il potere ti inganna; se noi fossimo al suo posto, ti riempiremmo di benefìci e ti libereremmo dalle tasse».

E il popolo crede, il popolo spera, il popolo fa una rivoluzione.

I suoi amici non sono più pronti agli affari di quanto non siano quando ricevono l’ordine di obbedire. «Datemi dunque del lavoro, del pane, dell’aiuto, del credito, dell’istruzione, delle colonie – dice il popolo – e allo stesso tempo, secondo le vostre promesse, liberatemi dalla morsa del fisco».

Il nuovo STATO non è però meno imbarazzato del vecchio STATO, perché, quanto a cose impossibili, se ne può promettere quante se ne vuole, ma non mantenerle. Cerca quindi di prendere tempo, gliene occorre per far maturare i suoi grandi progetti. Prima fa qualche timido tentativo: da una parte estende un tantino l’istruzione primaria; dall’altra ritocca un po’ l’imposta sulle bevande (1830). Ma la contraddizione gli si para sempre davanti: se vuole essere filantropo, è costretto a rimanere fiscale; se rinuncia alla fiscalità, bisogna che rinunci alla filantropia. Queste due promesse si scontrano sempre e necessariamente l’una con l’altra. Consumare credito, cioè divorare l’avvenire, è certamente un mezzo di moda per conciliarle; si cerca di fare un po’ di bene nel presente caricandosi di molto male nell’avvenire. Ma questo processo evoca lo spettro della bancarotta che allontana il credito. Che fare dunque? Allora il nuovo STATO prende le proprie difese con coraggio; riunisce delle forze per mantenersi, soffoca l’opinione pubblica, diventa dispotico, ridicolizza le sue vecchie idee, dichiara che non può amministrare senza essere impopolare; in breve, si dichiara “governativo”. Ed è là che altri cortigiani della popolarità l’aspettano al varco. Sfruttano la stessa illusione, percorrono la stessa via, ottengono lo stesso successo, e sprofondano presto nello stesso baratro.

È così che siamo arrivati al Febbraio. A quell’epoca, l’illusione di cui si parla in questo articolo era penetrata più che mai nelle idee del popolo, condottavi dalle dottrine socialiste. Più che mai ci si attendeva che lo Stato, in forma repubblicana, aprisse al massimo la fonte dei benefìci e chiudesse quella delle imposte. «Mi hanno spesso ingannato, diceva il popolo, ma vigilerò io stesso affinché non mi si inganni ancora una volta».

Che poteva fare il governo provvisorio? Ahimè! Quello che si fa sempre in situazioni simili: promettere, e guadagnare tempo. Non si astenne dunque dal farlo e per dare alle sue promesse più solennità, le fissò in dei decreti.

«Aumento del benessere, diminuzione del lavoro, aiuto, credito, istruzione gratuita, colonie agricole, e, allo stesso tempo, riduzione della tassa sul sale, sulle bevande, sulle lettere, sulla carne, tutto sarà accordato… arriva l’Assemblea Nazionale». L’Assemblea Nazionale è arrivata, e siccome non può realizzare due cose in contraddizione tra loro, il suo compito, il suo triste compito, si è ridotto a ritirare, il più silenziosamente possibile, uno dopo l’altro, tutti i decreti del governo provvisorio.

Tuttavia, per non rendere il disinganno troppo crudele, si è dovuto transigere un po’. Alcuni impegni sono stati mantenuti, altri hanno avuto un minimo avvio di esecuzione. Nel frattempo l’amministrazione attuale si sforza di immaginare dove può mettere nuove tasse.

Adesso porto il mio pensiero in avanti nel futuro di qualche mese, e mi chiedo, con la tristezza nel cuore, ciò che succederà quando nuovi agenti del fisco andranno nelle nostre campagne a prelevare le nuove imposte sulla successione, sui redditi, sui profitti delle attività agricole. Che il Cielo smentisca i miei presentimenti, ma là vedo ancora un ruolo da giocare per i cortigiani della popolarità.

Leggete l’ultimo Manifesto dei Montagnardi, quello che hanno emesso a proposito delle elezioni presidenziali. È un po’ lungo ma, dopo tutto, si riassume in poche parole: lo STATO deve dare molto ai cittadini e prendere poco.

È sempre la stessa tattica, o, se vogliamo, lo stesso errore.

«Lo Stato deve dare gratuitamente l’istruzione e l’educazione a tutti i cittadini».

Deve: «Garantire un insegnamento generale e professionale quanto più possibile appropriato ai bisogni, alla vocazione e alle capacità di ogni cittadino».

Deve: «Insegnargli i doveri verso Dio, verso gli uomini e verso sé stesso; sviluppare i suoi sentimenti, le sue attitudini e le sue facoltà, dargli infine la formazione per il suo lavoro, la comprensione dei suoi interessi e la conoscenza dei suoi diritti». Deve: «Mettere alla portata di tutti le lettere e le arti, il patrimonio del pensiero, i l tesoro dello spirito, tutte le gioie intellettuali che elevano e fortificano l’anima».

Deve: «Riparare ogni incidente, gli incendi, le inondazioni, eccetera (questo “eccetera” dice più della sua effettiva dimensione) di cui il cittadino sia vittima». Deve: «Intervenire nei rapporti del capitale col lavoro e farsi regolatore del credito». Deve: «Incoraggiare seriamente l’agricoltura e proteggerla efficacemente».

Deve: «Nazionalizzare le ferrovie, i canali, le miniere» e senza dubbio amministrarle con quella capacità imprenditoriale che lo caratterizza.

Deve: «Sostenere le imprese generose, incoraggiarle e aiutarle attraverso tutte le risorse capaci di farle trionfare. Regolatore del credito, finanzierà largamente le associazioni industriali e agricole, al fine di assicurarne il successo».

Lo Stato deve fare tutto ciò, senza penalizzare i servizi ai quali oggi fa fronte; bisogna poi che mantenga sempre nei confronti degli stranieri un atteggiamento minaccioso; perché, dicono i firmatari del programma, «legati da questa sacra solidarietà e dai precedenti della Francia repubblicana, noi portiamo le nostre voci e le nostre speranze al di là delle barriere che il dispotismo eleva tra le nazioni: il diritto che noi vogliamo per noi stessi, lo vogliamo per tutti coloro che sono oppressi dal giogo della tirannia; vogliamo che la nostra gloriosa armata sia ancora, se ve ne fosse bisogno, l’armata della libertà».

Vedrete che la mano dolce dello Stato, questa buona mano che dà e dispensa, sarà molto occupata sotto il governo dei Montagnardi. Credete forse che lo sarà di meno la mano rude, quella mano che penetra e attinge nelle nostre tasche? Disilludetevi. I cortigiani della popolarità non eserciterebbero il loro mestiere, se non possedessero l’abilità di nascondere la mano rude mentre mostrano la mano dolce. Il loro regno sarà sicuramente il giubileo del contribuente.

«È il superfluo, dicono, non il necessario quello che le imposte devono colpire».

Non sarebbe un bel momento quello nel quale il fisco, per colmarci di benefici, si accontenterà di intaccare il superfluo?

Ma non è tutto. I Montagnardi aspirano a che «l’imposta perda il suo carattere oppressivo e sia solo un atto di fratellanza».

Bontà del cielo! Io sapevo bene che è di moda ficcare la fratellanza dappertutto, ma non immaginavo che la si potesse mettere anche nel bollettino dell’esattore. Venendo ai dettagli, i firmatari del programma dicono:

«Noi vogliamo l’abolizione immediata delle imposte che colpiscono i generi di prima necessità, come il sale, le bevande, eccetera. Noi vogliamo la riforma delle imposte fondiarie, dei dazi e delle licenze. Noi vogliamo la giustizia gratuita, vale a dire la semplificazione delle procedure e la riduzione delle spese».

Così imposta fondiaria, dazi, licenze, bolli, sale, bevande, poste, tutto vi rientra. Questi signori hanno scoperto il segreto per dare un’attività frenetica alla mano dolce dello Stato paralizzandone completamente la sua mano rude.

Ebbene, io chiedo al lettore imparziale, non è questo infantilismo, e, per di più, infantilismo pericoloso?

Come pretendere che il popolo non farà rivoluzione su rivoluzione, se una volta per tutto si è deciso di non fermarsi se non quando si sarà trovata la soluzione a questa contraddizione: «Non dare niente allo STATO ma riceverne molto»?

Qualcuno pensa che se i Montagnardi arrivassero al potere, non sarebbero le vittime degli stessi mezzi che impiegano per raggiungerlo?

Cittadini, in ogni tempo si sono avuti due sistemi politici, e tutti e due si possono sostenere con delle buone ragioni.

Secondo il primo sistema lo STATO deve fare molto, ma molto deve anche prendere.

Secondo il secondo sistema la sua doppia azione deve farsi sentire il meno possibile.

Bisogna scegliere fra questi due sistemi.

Ma quanto al terzo sistema, miscuglio degli altri due, e che consiste nell’esigere tutto dallo STATO senza dargli niente, esso è assurdo, puerile, contraddittorio, pericoloso.

Coloro che lo sbandierano, per darsi il piacere di accusare tutti i governi d’impotenza ed esporli così ai vostri colpi, vi illudono e vi ingannano, o per lo meno si ingannano da soli.

Quanto a noi, noi pensiamo che lo STATO è, o dovrebbe essere, solo la forza comune istituita, non per essere uno strumento di oppressione e spoliazione reciproca tra tutti i cittadini, ma, al contrario, per garantire a ciascuno il suo, e fare regnare la Giustizia e la Sicurezza.

 

Scritto di Frédéric Bastiat, Journal des Débats, 25 settembre 1848

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