Sociologia della tassazione

 di Hans Hermann Hoppe, traduzione di Cristian Merlo

Sembrerebbe che un cambiamento di rotta verso la menzogna richieda l’introduzione sistematica di forze esogene: una vera ideologia è in grado di sostenere sé stessa per il solo fatto di essere vera. Una ideologia falsa, al contrario, richiede il supporto di fattori condizionanti esterni, con un chiaro, tangibile impatto sulle persone, nell’ottica di riuscire a generare e a sostenere un clima di corruzione intellettuale.
Ed è a questi fattori tangibili, intesi a supportare l’ideologia e a darle forza, che bisogna rivolgere lo sguardo, per comprendere il declino dell’etica della proprietà privata ed il corrispondente aumento dello statalismo nel corso degli ultimi 100 – 150 anni


Non vi può essere alcun dubbio, quindi, che le tasse invariabilmente contraggono la produzione e, di riflesso, lo standard di vita del consumatore. In qualunque modo si voglia porre la questione, non si può sfuggire alla conclusione, incontrovertibile, che la tassazione sia solo un mezzo per ostacolare la formazione della ricchezza e, di conseguenza, per generare un impoverimento relativo.

Questo mi conduce ad affrontare il secondo tema d’indagine: la sociologia della tassazione.

Se la tassazione è uno strumento per distruggere la costituzione di ricchezza, allora dobbiamo porci una serie di quesiti fondamentali, volti ad indagare: i motivi che spieghino la sussistenza del fenomeno; la sua incessante crescita; le ragioni che ci hanno condotto a sperimentare, in particolare durante l’ultimo secolo, un costante aumento, non solo in termini assoluti, del livello relativo di tassazione; le motivazioni per cui le istituzioni che spingono sempre più per l’affermarsi di un tale ordine di cose, gli Stati- tassatori del mondo occidentale, abbiano contemporaneamente assunto posizioni sempre più influenti nel campo della politica internazionale ed oltremodo esercitano un predominio sul resto del mondo.

Con queste domande si esce dal campo della teoria economica. La scienza economica, in buona sostanza, risponde alla domanda: “quali sono le conseguenze che si ingenerano se vengono introdotte tasse e imposte?”. Si può dedurne la risposta partendo dalla comprensione del significato delle azioni, nonché del significato della tassazione come un particolare tipo di azione.

Al contrario, indagare i motivi per i quali sussiste la tassazione è una problematica che inerisce ai campi della psicologia, della storia, o della sociologia. L’economia, o meglio ancora la prasseologia, riconosce che tutte le azioni traggono la propria origine dalle idee, giuste o sbagliate, buone o cattive che siano. Ma non cerca di spiegare cosa siano queste idee, né tanto meno come gli agenti cerchino di farle proprie o di modificarle. Piuttosto, le assume come dati di fatto, e mira a spiegare le conseguenze logiche che discendono dall’agire in base a quelle, qualunque esse siano. La storia e la sociologia si domandano invece quali siano queste idee, come le persone giungano ad abbracciarle, e perché si comportano in un certo qual modo. [16]

A un livello molto astratto, vi è una risposta alla domanda concernente i motivi per cui si debba assistere ad un inarrestabile incremento del livello di tassazione: la causa principale si deve rinvenire nel lento ma drammatico stravolgimento dell’idea di giustizia, che ha avuto luogo in seno all’opinione pubblica.

Mi spiego meglio. Si può acquisire la proprietà attraverso l’appropriazione originaria (c.d. “homesteading”), la produzione, e lo scambio, oppure attraverso l’espropriazione e lo sfruttamento dei proprietari, dei produttori, o dei contraenti. Non ci sono altri modi. [17] Entrambi i metodi sono del tutto naturali per gli uomini. Accanto alla produzione ed allo scambio, si è sempre ravvisato un processo di acquisizione parassitaria, disproduttivo e non contrattuale. Così come le imprese produttive possono svilupparsi e costituirsi in aziende e società, così il business dell’espropriazione e dello sfruttamento sistematico può avvenire su larga scala e si organizza erigendo governi e Stati. [18] Pertanto, che la tassazione in quanto tale esista, e che vi sia una tendenza verso un suo incremento crescente, non dovrebbe affatto sorprendere. Giacché l’idea dell’appropriazione non produttiva e non contrattuale è antica quasi quanto l’idea dell’appropriazione produttiva, e tutti – il parassita di certo non meno che il produttore – preferiscono un reddito più alto ad uno più basso.

La questione decisiva è questa: cosa controlla e limita la dimensione e la crescita di un tale business?

Dovrebbe essere chiaro che i vincoli sulla dimensione delle imprese nel settore dell’espropriazione dei produttori e dei contraenti sono di una natura diametralmente differente rispetto a quelli volti alla limitazione della dimensione delle imprese impegnate nel mercato. Contrariamente a quanto sostenuto scuola di “Public Choice”, lo Stato e le imprese private non svolgono certo lo stesso tipo di attività. Essi sono impegnati in tipologie di azioni categoricamente divergenti fra loro. [19]
La dimensione di un’impresa produttiva è vincolata, da un lato, dalla domanda dei consumatori (che impone un limite fisiologico al totale dei ricavi conseguibili), e dall’altro lato dalla concorrenza di altri produttori, che costringe continuamente ogni impresa ad operare contenendo quanto più i propri costi, se si vuole continuare a rimanere sul mercato. Per una simile impresa, crescere nelle dimensioni equivale a cercare di soddisfare nella maniera più efficiente possibile i bisogni più urgenti del consumatore. Niente, se non gli acquisti liberi e volontari di quest’ultimo, possono sostenere la sua dimensione.

I vincoli operanti sull’altra tipologia di impresa, sia essa pubblica o sia essa lo Stato, sono del tutto diversi. Per prima cosa, è assurdo sostenere che la sua dimensione sia determinata dalla domanda, negli stessi termini in cui ciò avviene nell’ambito di un’impresa privata. Non si può certo affermare, se non mediante un grande sforzo di immaginazione, che i proprietari, i produttori e i contraenti, che devono coercitivamente conferire parte delle loro risorse allo Stato, abbiano esplicitamente richiesto un tale servizio. Al contrario, essi sono forzatamente indotti ad accettare, e questo costituisce la prova più evidente del fatto che il servizio non è affatto condizionato dalla legge della domanda. Quindi, questa non può essere considerata come un limite alla dimensione dello Stato. Nella misura in cui cresce, esso lo fa agendo in aperta contraddizione con la legge della domanda.
D’altra parte, lo Stato non deve nemmeno sottostare alla concorrenza, come accade invece per un’impresa privata. A differenza di quest’ultima, lo Stato non deve limitare e contenere al minimo i propri costi, ma può benissimo operare al di sopra di quel minimo, proprio perché è in grado di scaricare la maggior entità di questi sui concorrenti, tassando o regolamentando le loro condotte. In tal modo, la dimensione dello Stato non può certo essere considerata come limitata dalla concorrenza sui costi. Nella misura in cui cresce, questi lo fa nonostante l’evidenza della sua assoluta inefficienza.

Ciò, tuttavia, non significa che la dimensione dello Stato non sia soggetta ad alcun vincolo, e che le fluttuazioni storiche nella dimensione degli Stati possano configurarsi come dei meri accidenti di percorso. Molto semplicemente, i vincoli che incidono sull’impresa “Stato” devono possedere una natura diametralmente differente.

Invece di essere limitate da fattori quali il costo e la domanda, la crescita e l’espansione di una impresa dedita allo sfruttamento sono invece vincolate dalla pubblica opinione: [20] questa non è supportata volontariamente, ma, per sua stessa natura, non può che ricorrere alla coercizione. Dall’altro lato della medaglia, la coercizione implica la creazione di vittime, e le vittime non sono i sostenitori, bensì i resistenti, attivi o passivi, allo sviluppo dell’impresa. È certo possibile che questa resistenza possa essere duramente fiaccata dall’impiego della forza nel caso si tratti un solo soggetto, o di un gruppo di soggetti, intenti a sfruttare uno, due o tre altri individui, o al limite un altro gruppo caratterizzato all’incirca dalla stessa consistenza numerica. È però inconcepibile immaginare che la forza, da sola, possa spiegare la soppressione di ogni resistenza nel contesto, per noi alquanto familiare, di piccole minoranze che esercitano la loro attività di espropriazione e sfruttamento nell’ambito di popolazioni che sono decine, centinaia o migliaia di volte più numerose. [21] Affinché ciò possa accadere, una simile impresa deve sicuramente vantare anche il sostegno del pubblico, in aggiunta all’esercizio della sua forza coercitiva.

La maggioranza della popolazione deve accettare un siffatto operato come legittimo. Questa accettazione può variare dall’entusiasmo attivo alla rassegnazione passiva. Ma sempre di accettazione si tratta, nella misura in cui la maggioranza ha abdicato all’idea di resistere, attivamente o passivamente, a qualsiasi tentativo di affermazione delle acquisizioni parassitarie, disproduttive e non contrattuali. Invece di mostrare indignazione per tali azioni, di mostrare disprezzo per tutti coloro che sono coinvolti in tale attività, e di non fare nulla per contribuire a spianare la strada per il loro successo (e non stiamo parlando di azioni dirette, intese a boicottare tali condotte), la maggioranza, o in maniera attiva, o in maniera passiva, accondiscende a tutto ciò. Solo alla luce di un atteggiamento del genere, possiamo spiegarci che i pochi siano in grado di imporsi sui molti. L’opinione pubblica che offre sostegno alla causa dello Stato deve controbilanciare la resistenza dei cittadini produttivi e dei proprietari, vittime delle sue azioni predatorie, in modo tale che la resistenza attiva appaia del tutto inutile.

La situazione dell’opinione pubblica impone anche un vincolo sulla dimensione dello Stato, per un altro rispetto. Ogni impresa, specializzata nel business su larga scala dell’espropriazione forzosa, deve naturalmente tendere ad imporsi come un monopolista in un territorio definito, perché le garanzie di prosperare in una simile attività possono essere tali sino a che rimane qualcosa da espropriare. Ma, qualora fosse ammessa la concorrenza in quest’ambito, non resterebbe ovviamente più niente da spartire. Pertanto, se si vuole rimanere sul “mercato”, è necessario essere dei monopolisti.

Anche se non c’è concorrenza interna, la competizione tra Stati che insistono su diversi territori esiste ancora, ed è questa che impone limiti severi alla dimensione dello Stato. Da un lato, infatti, si apre la possibilità che le persone possano “votare con i piedi” in opposizione alle politiche praticate da uno Stato, e lasciare così il suo territorio, non appena si incominci ad intravvedere che altri territori sono in grado di garantire condizioni di vita meno vessatorie. Naturalmente, ogni Stato non può far altro che considerare la problematica in questione come cruciale, atteso che esso vive letteralmente alle spalle dei propri cittadini, e l’eventuale perdita di popolazione si traduce in una inevitabile perdita di potenziale base imponibile. [22] Di nuovo, anche in tal caso, la struttura dell’opinione pubblica è determinante per il mantenimento della condizione di sfruttamento. Solo se lo Stato riesce a rassicurare la cittadinanza circa il fatto che nel suo territorio sussistano condizioni favorevoli di vita, o quanto meno in linea con quelle presenti in altri territori, questi sarà in grado di garantire e di consolidare le proprie prerogative.

L’opinione pubblica gioca un ruolo decisivo anche nel caso di aggressioni fra Stati. Pur non essendo logicamente necessario, la natura dello Stato come impresa di sfruttamento ancora rende altamente probabile (non da ultimo, a causa del problema appena affrontato relativo ai movimenti della popolazione) che esso si prodigherà in una campagna aggressiva nei confronti di un territorio “straniero”, ovvero che sarà, al contrario, impegnato a difendersi da aggressioni apportate da altri Stati.[23] Inoltre, per uscire con successo da tali guerre tra Stati o da tali azioni di belligeranza, uno Stato deve disporre di sufficienti (in termini relativi) risorse economiche, suscettibili di rendere le sue azioni sostenibili.

Tuttavia, queste risorse possono essere fornite esclusivamente dai cittadini produttivi. Pertanto, per assicurarsi i mezzi necessari a vincere le guerre ed evitare di trovarsi di fronte ad un deterioramento della produzione, durante una guerra, l’opinione pubblica si configurerà, ancora una volta, come la variabile decisiva in grado di condizionare le dimensioni dello Stato. Solo se esiste il supporto popolare alla causa, si più pensare di sostenere il conflitto e uscirne vincitori.

Da ultimo, la natura dell’opinione pubblica è in grado di limitare la dimensione dello Stato in una terza maniera. Mentre lo Stato mantiene la sua posizione nei confronti della popolazione sfruttata attraverso la coercizione e una gestione efficace delle idee prevalenti, per mantenere il proprio ordine interno, inteso a regolare i rapporti tra i vari rami del governo e i suoi dipendenti, non vi è nient’altro a sua disposizione, se non appunto il ricorso a queste ultime: è ben evidente, di fatto, che non vi è nulla al di fuori dello Stato che potrebbe imporgli il rispetto delle sue stesse regole interne. Piuttosto, l’attuazione delle condotte deve essere realizzata esclusivamente per mezzo del sostegno dell’opinione pubblica, tra dipendenti statali operanti nei vari ambiti di governo. [24] Detto altrimenti, il Presidente non può costringere il generale ad andare in guerra, perché la maggiore forza fisica starebbe probabilmente dalla parte di quest’ultimo; di rimando, il generale non può costringere i propri soldati ad andare in battaglia e morire- giacché questi potrebbero boicottarlo in qualsiasi momento.

Il Presidente e il generale possono avere successo solo in virtù del supporto espresso dall’opinione pubblica nelle relazioni interne, e solo nella misura in cui la stragrande maggioranza dei dipendenti statali sostiene, almeno passivamente, le loro condotte, stimate come legittime. Se, nei vari dipartimenti del governo, la maggior parte di questi si coalizza contro l’applicazione della politica presidenziale, non si potrebbe certo pensare di metterla in pratica con un qualche successo. Il generale che reputasse che la maggioranza delle sue truppe considera la guerra come illegittima, o che ritenesse che il Congresso, l’Amministrazione finanziaria, un gran numero di insegnanti pubblici e dei cosiddetti operatori dei servizi sociali valutano una siffatta condotta come scandalosa, manifestando una aperta contrarietà, si troverebbe ad affrontare un compito impossibile, a prescindere dal suo personale appoggio al disposto presidenziale. [25]

Una volta che sono state individuate nell’opinione pubblica le forze suscettibili di vincolare le dimensioni dello Stato, in luogo dei vincoli di domanda e di costo, ho la possibilità di ritornare alla mia spiegazione originaria relativamente alle cause dell’impressionante crescita della tassazione, da ricondursi ad un “semplice” cambiamento nelle idee prevalenti.

Se è l’opinione pubblica che, in ultima analisi, limita le dimensioni di un’impresa dedita allo sfruttamento, allora una spiegazione della sua crescita in termini puramente ideologici è giustificata. In buona sostanza, qualsiasi altra interpretazione, elaborata non assecondando la logica dei cambiamenti ideologici, ma quella delle variazioni di condizioni “oggettive”, deve essere considerata erronea. La dimensione di uno Stato non aumenta per via di eventuali cause oggettive, sulle quali le idee non possono nulla; e certamente non aumenta perché si registri una domanda per una siffatta crescita. Cresce, semplicemente, perché sono nel frattempo mutate le idee che prevalgono nell’opinione pubblica, circa ciò che è giusto e ciò che è sbagliato. Quello che una volta era considerato dalla percezione collettiva dominante come un oltraggio, da trattare e da considerare come tale, è sempre più accettato come legittimo.

Ma allora, che cosa è successo alla concezione che la gente nutre della giustizia? [26]
In seguito alla caduta dell’impero romano, l’Europa occidentale imboccò la strada di un sistema altamente anarchico, caratterizzato da territori amministrati da governi feudali di piccole dimensioni. Favorito da questa anarchia internazionale, che tendeva a ridurre la potenza interna di ogni singolo governo e a rendere più semplice la possibilità di migrazione della popolazione, [27] e pervaso dall’ideologia del giusnaturalismo e dei diritti naturali, che è emersa come una teoria sempre più influente in seno alla élite intellettuale della Chiesa cattolica, l’istinto inconfondibile dell’uomo, in base al quale solo la proprietà privata è compatibile con la propria natura di essere razionale, riuscì a trovare piena realizzazione. [28] Cominciarono a fiorire e a prosperare piccoli centri, laddove il potere governativo era stato gradualmente ridimensionato, in misura sino ad allora sconosciuta: parliamo delle città del nord Italia, su tutte Venezia; di quelle della Lega Anseatica, come Lubecca e Amburgo; delle città delle Fiandre e dei Paesi Bassi, in particolare, Anversa e Amsterdam. Lì, in quei contesti, le idee feudali di schiavitù, di servitù, e di una società gerarchicamente stratificata in classi rigidamente separate, furono soppiantate da un’opinione pubblica che invece sostenne con forza la libertà, l’uguaglianza, i diritti di proprietà, e le relazioni contrattuali. Questa opinione pubblica guadagnò costantemente slancio, a fronte di un continuo afflusso di nuova popolazione, ispirata da idee simili e attratta dalla prosperità senza pari che la libertà stava dando prova di generare. [29]

Tuttavia, le idee di razionalità umana, di libertà e di proprietà privata non erano ancora abbastanza diffuse. Radicate solo in poche aree disperse, i poteri feudali, più o meno distanti, i quali naturalmente avevano riconosciuto tali sviluppi come una minaccia reale alla propria stabilità, ebbero nuovamente la possibilità di ricompattarsi. Consolidando i loro territori in un lungo processo di lotte tra feudi e di guerre, su più larga scala, tra Stati, nonché concentrando e centralizzando le loro forze, uscirono vincitori nel conculcare la concorrenza dell’idea di libertà, che stava nel frattempo sbocciando in talune aree, e nel ristabilire le proprie logiche di sfruttamento, imponendole con pugno ancor più duro. Era incominciata l’era dell’assolutismo, e con esso l’era di un super-potere feudale, la monarchia che accentrò, con estremo successo, il sistema di sfruttamento feudale sui territori, i quali per la prima volta raggiunsero le dimensioni dei familiari, moderni Stati nazionali. Con l’affermarsi dell’assolutismo, i territori competitivi delle città libere ripiombarono nel circuito vizioso del declino economico e della stagnazione, che in alcuni casi durò per secoli. [30]

Ma questa vittoria non riuscì a sconfiggere le idee di libertà e di proprietà privata. Al contrario, queste idee trovarono un’eco sempre più potente e sempre più ispirarono l’opinione pubblica. Influenzata dall’imporsi inarrestabile della tradizione dei diritti naturali, un’altra tradizione intellettuale secolarizzata emerse e affascinò le menti: la tradizione di quella scuola di pensiero che più tardi diverrà nota come “liberalismo classico”, la quale era ancora più decisamente incentrata sulla nozione di libertà individuale e di proprietà, a cui consacrò la propria giustificazione intellettuale. [31] In più, stimolato dalle recenti esperienze di una prosperità senza pari, ottenuta in condizioni di libertà e contrattualismo, fece grandi passi anche lo sviluppo del pensiero economico. Le dottrine stataliste, che divennero ortodosse solo in seguito, quelle del mercantilismo, del cameralismo, e delle scienze politiche, vennero intellettualmente demolite da un accresciuto numero di nuovi economisti politici, i quali sistematicamente tentarono di spiegare, con grande accuratezza ed esaustività, il ruolo indispensabile della proprietà privata e del contrattualismo per il processo di produzione e di formazione della ricchezza, propugnando, di conseguenza, una politica di radicale laissez-faire. [32]

All’incirca dal 1700 in poi, l’opinione pubblica era affascinata da queste idee, a tal punto che le condizioni per una rivoluzione germogliarono all’interno delle monarchie assolutiste dell’Europa occidentale. L’Inghilterra era già passata attraverso un certo numero di rivoluzioni nel corso del diciassettesimo secolo, che infransero gravemente i poteri dello Stato assolutista. Il diciottesimo secolo si concluse così con i cataclismi delle rivoluzioni americana e francese. Poi, fino a circa metà del diciannovesimo secolo, una serie costante di sconvolgimenti eliminò gradualmente lo sfruttamento governativo, a tutti i livelli, in tutta l’Europa occidentale.

L’idea, che aveva conquistato l’opinione pubblica e che aveva contribuito a rendere possibile il ridimensionamento del potere di governo, postulava che la libertà individuale e la proprietà privata fossero principi di per sé giusti, auto-evidenti, naturali, inviolabili e sacri; e che qualsiasi trasgressore di tali diritti, fosse esso un agente governativo, non meno (o anche più) di un offensore privato, sarebbe stato considerato e trattato come uno sprezzante reietto.
Ad ogni passo successivo verso la liberazione, il movimento si fece più forte. Inoltre, la cosiddetta rivoluzione industriale, che era stata introdotta da questi cambiamenti ideologici e che aveva determinato un inaudito tasso di crescita economica, sostenendo per la prima volta una popolazione in regolare aumento, e garantendo contestualmente un graduale ma costante incremento del livello generale di vita, generò un clima di ottimismo quasi smisurato. [33] A dire il vero, in Europa occidentale si riscontrava ancora una grande concentrazione di dispotismo feudale e di assolutismo, rimasto anche durante la prima metà del XIX secolo, quando l’ideologia della libertà, della proprietà privata e della vigilanza anti-statalista aveva raggiunto il culmine della sua popolarità; ma il progresso verso una erosione, sempre più importante, dei poteri parassitari del governo e verso la libertà e la prosperità economica sembrava quasi inarrestabile. [34] Inoltre, esisteva ormai l’America indipendente, non condizionata da un passato feudale e quasi del tutto sprovvista di un governo, capace di assumere un ruolo similare a quello delle città libere del Medioevo: quello di porsi, cioè, come una fonte di ispirazione ideologica e come un centro di attrazione, ma su una scala molto più ampia. [35]

Oggi è rimasto ben poco di questa etica della proprietà privata e della sua vigilanza nei confronti dello Stato. Anche se ora avvengono su una scala dimensionale molto più grande, le appropriazioni statali della proprietà privata altrui ​​sono, in maniera soverchiante, considerate come legittime. Non esiste più un’opinione pubblica generale che ravvisa nello Stato una istituzione antisociale, basata sulla coercizione e sulla appropriazione indebita, a cui opporsi e a cui farsi scherno, in ogni dove e in qualsiasi frangente, per motivi di principio. Allo stesso modo, non è più generalmente considerato come moralmente spregevole il propagare o, peggio ancora, il partecipare attivamente alla esecuzione degli atti di espropriazione; così come non è più nemmeno opinione condivisa che un soggetto non dovrebbe intrattenere rapporti ​​di alcun tipo con le persone che sono dedite a tali attività.

Al contrario, invece di essere derisi con una sonora risata o trattati con aperta ostilità o passiva indignazione, questi individui sono stimati come fossero persone decenti e oneste. Il politico che sostiene attivamente il consolidamento dell’attuale sistema di regolamentazione e di tassazione coercitiva della proprietà, o che invoca addirittura la sua espansione, è trattato ovunque con deferenza, piuttosto che con disprezzo. L’intellettuale che giustifica la tassazione e la regolamentazione riceve il riconoscimento di pensatore profondo e acuto agli occhi del pubblico, invece di essere esposto come un imbonitore da due soldi. L’agente dell’amministrazione finanziaria è considerato come un uomo che fa un lavoro tanto giusto e legittimo quanto il vostro ed il mio, e non come un reietto che non si vorrebbe nemmeno avere come parente, amico, o vicino di casa.

Ma come è riuscito lo Stato a compiere una simile impresa, e a generare un cambiamento nell’opinione pubblica, tale da consentire la rimozione del precedente vincolo sulla sua dimensione, garantendo invece (e continuando a garantire) la sua crescita inesausta, sia in termini assoluti che relativi? [36]

Non vi può essere alcun dubbio che l’elemento chiave di questo giro di volta, in seno all’opinione pubblica – elemento che ha iniziato ad attecchire, nell’Europa occidentale, intorno alla metà del XIX secolo, verso la fine di quel secolo negli Stati Uniti, e poi ad un ritmo costante di accelerazione, dopo la fine della Prima Guerra Mondiale, in tutto il mondo [37], sia stato l’emergere di nuove attraenti ideologie stataliste: sia implicitamente che esplicitamente.

In realtà, gli Stati hanno sempre avuto la consapevolezza dell’importanza decisiva di ideologie che ne sostenessero l’operato, per stabilizzare e consolidare la loro azione di sfruttamento su una data popolazione; e, proprio in ragione di questa consapevolezza, hanno sempre tentato di esercitare il loro controllo, specialmente sulle istituzioni vocate all’istruzione. Anche agli Stati più deboli, sembrerebbe del tutto naturale osservare di profondere particolare impegno nelle attività dedite alla “corretta” istruzione ideologica, e di concentrare tutti i loro poteri in funzione della completa distruzione degli istituti di insegnamento indipendenti, intervenendo altresì per consegnarli nelle mani del monopolio pubblico. Di conseguenza, al fine di riacquistare il sopravvento nella lotta permanente delle idee, a partire dalla metà del XIX secolo si impose un costante processo di nazionalizzazione, o di socializzazione, delle scuole e delle università (uno degli esempi più recenti può riscontrarsi nel tentativo fallito, da parte del governo Mitterand, di sottomettere le scuole cattoliche francesi), nonché di prolungamento del periodo di istruzione obbligatoria. [38] [Si tenga presente che il saggio oggetto di traduzione fu pubblicato nel 1993, ndt].

Eppure, il sottolineare questo aspetto ed i fatti connessi all’alleanza sempre più stretta che si ravvisa tra lo Stato e gli intellettuali [39], nonché il rimaneggiamento della storia da parte di questi ultimi, in conformità alle ideologie stataliste, permette di porre semplicemente il problema ben a fuoco. In effetti, quando si sente parlare dell’occupazione del sistema di istruzione, ad opera dello Stato, forse ci si dovrebbe immediatamente chiedere come potrebbe invece essere la situazione se l’opinione pubblica aderisse, in maniera esplicita, ad un’etica più incline alla proprietà privata! Una simile presa di posizione presuppone allora un cambiamento nell’opinione pubblica. Come si è potuti arrivare a tanto, soprattutto se si considera che una simile trasformazione postula l’accettazione di idee manifestamente errate, e quindi può essere difficilmente giustificata alla stregua di un processo, endogenamente motivato, di avanzamento intellettuale?
Sembrerebbe che un cambiamento di rotta verso la menzogna richieda l’introduzione sistematica di forze esogene: una vera ideologia è in grado di sostenere sé stessa per il solo fatto di essere vera. Una ideologia falsa, al contrario, richiede il supporto di fattori condizionanti esterni, con un chiaro, tangibile impatto sulle persone, nell’ottica di riuscire a generare e a sostenere un clima di corruzione intellettuale.
Ed è a questi fattori tangibili, intesi a supportare l’ideologia e a darle forza, che bisogna rivolgere lo sguardo, per comprendere il declino dell’etica della proprietà privata ed il corrispondente aumento dello statalismo nel corso degli ultimi 100 – 150 anni. [40]

Vorrei discutere ora di quattro specifici fattori e spiegare la loro funzione corruttiva per l’opinione pubblica. Si configurano tutti come alterazioni nella struttura organizzativa dello Stato.

Il primo elemento è l’adeguamento strutturale del potere centrale sovrano, il quale si è evoluto da uno Stato militare o di polizia ad uno Stato redistributore. (Il prototipo di tale cambiamento organizzativo è il paradigma, spesso emulato, della Prussia di Bismarck). In luogo di una struttura di governo caratterizzata da una classe dirigente di dimensioni contenute, che utilizza le risorse, di cui si è appropriata per via dello sfruttamento parassitario, quasi esclusivamente per il puro consumo dell’establishment, ovvero per il mantenimento del suo apparato militare e delle forze di polizia, gli Stati, oggigiorno, sono sempre più impegnati in una politica di acquisizione attiva del consenso tra le persone che operano al di fuori dell’apparato governativo medesimo. In forza di un sistema di trasferimenti, di concessioni, e di privilegi assegnati a clientele ben definite, nonché attraverso la produzione e la provvisione pubblica di certi beni e servizi “collettivi” (come, per esempio, l’istruzione), la popolazione è stata resa sempre più dipendente dal consolidamento e dalla perpetuazione del potere statale. Le persone al di fuori dell’apparato governativo, in misura sempre maggiore, riscontrano un interesse finanziario tangibile nella sua esistenza e potrebbero subire un pregiudizio, per lo meno nel breve periodo e in alcuni ambiti della loro esistenza, qualora lo Stato dovesse perdere potere. È naturale, questa dipendenza tende a ridurre la resistenza e ad aumentare il sostegno. Lo sfruttamento può ancora sembrare riprovevole, ma lo si avverte in minor misura se, in ultima analisi, si dispone dell’opportunità di diventare, per certi rispetti, beneficiari di tali azioni.

In osservanza di questa influenza corruttrice sulla pubblica opinione, quindi, lo Stato si è ritrovato sempre più impegnato nell’esercizio delle politiche redistributive. La quota di spesa pubblica per l’assistenza, rispetto alle spese militari e ai costi vivi della macchina statale, è cresciuta. Queste ultime voci di spesa sono, invero, suscettibili di aumentare ancora costantemente in termini assoluti, e così è stato, praticamente ovunque, fino ad oggi, ma perdono progressivamente importanza, in tutto il mondo, se comparate alle spese destinate alle misure redistribuzionistiche. [41]

A seconda delle particolari condizioni espresse dall’opinione pubblica, tali politiche redistributive assumono tipicamente, allo stesso tempo, una delle due forme e capita frequentemente, come nel caso della Prussia che vengano rivestite congiuntamente entrambe. Da un lato, ci si imbatte nel modello della Sozialpolitik, delle cosiddette riforme del welfare, che in genere postulano una redistribuzione del reddito dai “proprietari”, espressione dei produttori, ai “non proprietari”; d’altro canto, si ha invece a che fare con la costituzione di cartelli nell’industria e con la regolamentazione, le quali in genere implicano un ricorso alla redistribuzione dai cittadini produttivi che “non hanno”, o che “non hanno ancora”, verso la categoria consolidata dei privilegiati che “già hanno”.

Con l’introduzione di un modello di Sozialpolitik si fa appello ai sentimenti di egualitarismo, e una sua parte sostanziale può essere corrotta dall’accettazione di condizioni di sfruttamento, perpetrate dallo Stato, in cambio della realizzazione, sempre ad opera di questo, della “giustizia sociale”.

Di converso, con l’introduzione di una politica di cartellizzazione e di regolamentazione, si fa leva su opinioni tipicamente conservatrici, in particolare diffuse tra l’establishment borghese, e si può essere portati ad accettare le appropriazioni parassitarie e non-contrattuali dello Stato, in luogo della sua promessa di conservazione dello status quo.

Socialismo egualitario e conservatorismo sono così trasformati e ricondotti nell’alveo delle ideologie stataliste. Sono in competizione tra di loro, nel senso che essi sostengono modelli di redistribuzione per certi rispetti divergenti, ma i loro sforzi competitivi convergono e si integrano sinergicamente nel fornire supporto alla causa statalista e al redistribuzionismo pubblico.

Il secondo adeguamento strutturale che ha contribuito a favorire la frustrazione dell’etica della proprietà privata si sostanzia in un cambiamento nelle costituzioni degli Stati. In risposta alla sfida lanciata da quest’etica, gli Stati hanno mutato le loro costituzioni, passando da una autocrazia monarchica o da una oligarchia aristocratica, al modello, per noi ormai familiare, della cosiddetta democrazia liberale.[42] Invece di porsi come un’istituzione che limita le possibilità di accesso al suo proprio interno e/o che blinda il conseguimento di particolari posizioni di comando mediante un sistema di legislazione di casta o di classe, è stata adottata una costituzione che, in linea di principio, spalanca l’accesso alle cariche pubbliche a chiunque, e garantisce uguali ed universali diritti di partecipazione e concorrenza nella realizzazione di politiche statali. Tutti – e non solo la “nobiltà” – ricevono ora una sorta di quota di partecipazione legale nello Stato, e la resistenza al suo dominio tende a ridursi di conseguenza. Mentre lo sfruttamento e l’espropriazione possono aver assunto anche la parvenza di un male, così facendo vengono di molto sfumati. Del resto, il genere umano si dimostra per quello che è, specie quando viene data la possibilità di partecipare a tale processo: mentre un tempo le ambizioni di potenziali aspiranti al potere, nell’ambito della massa del pubblico, dovevano andare frustrate, ora questi si vedono schiudere le porte di un outlet istituzionalizzato.

Quale scotto da pagare per la democratizzazione della sua costituzione, lo Stato corrompe una parte sostanziale dell’opinione pubblica, dissimulando progressivamente il fatto fondamentale che un atto di sfruttamento e di espropriazione rimane tale, in tutte le sue manifestazioni e in tutte le sue conseguenze, a nulla importando come, e da chi, lo stesso sia deliberato e messo in pratica. Lo Stato lusinga invece le persone ad assecondare l’opinione che tali atti siano di per sé legittimi, fintanto che viene loro garantita la possibilità di avere voce in capitolo, e fintanto che, in qualche modo, venga assicurata la partecipazione alla selezione del personale statale. [43]

Questa funzione corruttrice della democratizzazione, da intendersi come uno stimolo per la rinascita del potere dello Stato, è stata descritta con grande perspicacia da Bertrand de Jouvenel:

Dal XII al XVIII secolo l’autorità dello Stato è cresciuta in maniera costante. Il processo è stato avvertito da tutti coloro che lo hanno visto prender corpo; e questo li incitò alla protesta incessante e ad una reazione violenta. In tempi più recenti, il suo sviluppo è proseguito a un ritmo accelerato, e la sua estensione ha determinato una corrispondente espansione del ricorso alla guerra. Ma ora non abbiamo più cognizione del processo, non protestiamo nemmeno più, non abbiamo più reazioni. La nostra quiescenza è un fenomeno nuovo per la storia, per la quale il Potere deve ringraziare la cortina di fumo in cui trova riparo. Nei tempi passati si poteva vedere, si manifestava nella persona del sovrano, che non disconosceva di essere il padrone assoluto, e nella cui figura le passioni umane erano ben distinguibili. Ora, dissimulato nelle pieghe dell’anonimia, esso sostiene di non avere un’esistenza propria, e rivendica di essere espressione di nient’altro, se non dello strumento impersonale e senza passione della volontà generale. Ma ciò è chiaramente una finzione …. Oggi, come sempre, il Potere è nelle mani di un gruppo di uomini che controllano la “stanza dei bottoni” …. L’unica cosa che è cambiata è che ora è più semplice per i governati cambiare il personale che compone la categoria della classe dominante detentrice del Potere. Se lo si analizza da questo angolo visuale, questo aspetto indebolisce il Potere, perché le volontà che controllano la vita di una comunità possono, sulla base del capriccio di questa, essere sostituite dall’affermarsi di altre volontà, in cui tale comunità nutre ora maggior fiducia. Ma, spalancando la prospettiva del Potere a tutti gli animi bramosi, questa inclinazione rende l’espansione del potere molto più agevole. Sotto l’ancien regime, gli spiriti più irrequieti della comunità, che, come ben si sapeva, non avevano la benché minima possibilità di conseguire delle posizioni di Potere, si affrettavano a denunciare anche il suo più piccolo abuso. Ora, invece, quando tutti possono potenzialmente ambire a diventare ministro, nessuno si preoccupa di ridimensionare un ufficio a cui anch’egli potrebbe un giorno aspirare, o di mettere sabbia negli ingranaggi di una macchina che anch’egli ha intenzione di sfruttare, quando verrà il suo turno. Quindi, la verità è che, nell’ambito della cerchia politica di una società moderna, si riscontra una diffusa complicità che favorisce l’espansione del Potere. [44]

Gli altri due aggiustamenti apportati dallo Stato, al fine di superare la crisi di popolarità in cui versava e di avanzare verso le sue dimensioni attuali, hanno a che vedere con le relazioni interstatali. Per prima cosa, come spiegato in precedenza e testé accennato di nuovo da de Jouvenel, gli Stati, in qualità di sfruttatori monopolistici, tendono a farsi coinvolgere nella guerra con gli altri Stati. Allorquando il loro potere di sfruttamento interno si indebolisce, di rimando cresce il desiderio di compensare queste perdite per via di una espansione esterna. Tuttavia, questo desiderio è frustrato dalla mancanza di supporto interno. Il sostegno viene acquisito attraverso una politica di redistribuzione, di regolamentazione industriale e di democratizzazione. (Di fatto, gli Stati che non adottano queste misure sono destinati a perdere e ad uscire sconfitti da ogni guerra di lunga durata!). È questo il supporto che viene utilizzato come una leva straordinaria per la realizzazione delle mire espansionistiche dello Stato.

Questo rinnovato supporto si avvantaggia del fatto che la redistribuzione, la regolamentazione e la democratizzazione implicano una maggior, tangibile identificazione della popolazione con uno Stato specifico e quindi, quasi automaticamente, conducono ad una espansione delle tendenze protezionistiche, se non addirittura di quelle caratterizzate da un aperto antagonismo verso “l’esterno”; tanto che, in particolare, i produttori privilegiati dallo Stato risultano essere per loro natura ostili alla concorrenza “straniera”. Questo sostegno è trasformato dallo Stato e dai suoi ascari intellettuali in un parossismo di nazionalismo, e fornisce la struttura intellettuale per l’integrazione dei sentimenti di egualitarismo socialista, conservatorismo e democratismo. [45]

Sostenuti da un simile afflato nazionalista, gli Stati hanno iniziato così il loro corso espansionista. Per più di un secolo, ha preso corpo una serie quasi ininterrotta di guerre e di spedizioni imperialiste, ognuna delle quali più brutale e distruttiva di quella precedente, e che ha visto il coinvolgimento sempre più preponderante della popolazione civile. Questo processo culmina con i due conflitti mondiali, ma non si esaurisce con quelli. In nome della comunità politica socialista, conservatrice, o democratica, e per mezzo della forza bellica, gli Stati hanno ampliato i loro territori, raggiungendo dimensioni in confronto alle quali anche l’Impero Romano appare insignificante, e hanno effettivamente annientato o sottomesso un numero progressivamente crescente di nazioni, caratterizzate da una cultura propria e distinta. [46]

Tuttavia, non solo l’espansione esterna del potere dello Stato è condizionata dall’ideologia nazionalista. La guerra, come naturale conseguenza del nazionalismo, si configura anche come uno strumento per rafforzare la potenza interna dello Stato finalizzata allo sfruttamento e all’ espropriazione. Di fatto, ogni guerra si pone di per sé come una situazione di emergenza interna, e una situazione di emergenza richiede e sembra legittimare l’accettazione incondizionata del potenziamento dei poteri ispettivi e di controllo, da parte dello Stato, sulla propria popolazione. Un simile potere di controllo, acquisito in forza della creazione di situazioni di emergenza, si riduce in tempo di pace, ma non si ridimensiona mai sino a raggiungere i suoi livelli prebellici. Piuttosto, ogni guerra terminata con successo (e solo i governi che hanno avuto successo sono in grado di sopravvivere) viene impiegata come grimaldello dai governanti e dagli intellettuali di “corte”, ai fini di propagare l’idea che solo grazie alla vigilanza nazionalistica e agli ampliati poteri di governo è stato possibile respingere gli “aggressori stranieri” e salvare, in tal modo, il Paese: pertanto, se si desidera essere pronti e preparati per far fronte all’emergenza successiva, ci si deve “mettere il cuore in pace” e conservare questa ricetta di successo. Fomentata da un siffatto nazionalismo “dominante”, ogni guerra di successo culmina con il raggiungimento di un nuovo periodo di pace, caratterizzato da un sempre più elevato livello di ingerenza governativa; il che, pertanto, rafforza ulteriormente l’appetito del governo per predisporsi ad affrontare in maniera vincente la successiva emergenza internazionale. [47]

Ogni nuovo periodo di pace significa un accresciuto livello di interferenza statale rispetto al precedente: internamente, sotto forma di maggiori restrizioni della gamma delle opzioni di scelta esperibili dai proprietari, relativamente all’esercizio dei diritti di proprietà; ed esternamente, per quanto riguarda i rapporti con l’esterno, sotto forma di rafforzate barriere commerciali e di restrizioni sempre più severe ai movimenti demografici (in particolare ai flussi emigratori ed immigratori). Non meno importante, poiché questo livello di interferenza si basa su un’accresciuta discriminazione nei confronti degli stranieri e del commercio estero, ogni periodo di pace reca con sé l’aumentato rischio di un prossimo conflitto internazionale, o condiziona fortemente i governi interessati a porre in essere accordi bilaterali o multilaterali tra Stati, volti alla cartellizzazione delle loro rispettive strutture di potere; una sorta di “joint venture” dedita allo sfruttamento congiunto e all’espropriazione, ciascheduno per sé, delle altrui popolazioni. [48]

Infine, il quarto aggiustamento è imposto necessariamente dagli altri tre, e ancora una volta a causa del processo di concorrenza interstatale, delle crisi, e della guerra. Esso non è propriamente il sottoprodotto dello Stato, rispetto a quanto lo siano la redistribuzione, la democratizzazione e la propensione alla guerra; così come, a sua volta, non costituisce assolutamente un suo sottoprodotto il fatto che vi sia una concorrenza tra Stati. Piuttosto, utilizzando una terminologia hayekiana piuttosto in voga, esso si pone come la conseguenza imprevista e non voluta di un fattore che compromette i progetti di dominazione mondiale di un solo Stato (che è, ovviamente, il sogno di ognuno di essi!): l’esistenza di altri Stati continua, in effetti, a esercitare un vincolo significativo per la crescita dimensionale e per la struttura di ognuno di essi.

Tanto se previsto, quanto se imprevisto, questo adeguamento strutturale deve essere comunque tenuto in debita considerazione se si vuole comprendere appieno lo sviluppo che ci ha condotto al grado di statalismo attuale. Ed è anche solo rifacendoci a questo elemento che si riesce a rispondere agevolmente al quesito del perché lo “Stato- tassatore” abbia imposto, a livello planetario, il suo predominio .
Diventa abbastanza agevole spiegare come, attraverso una serie di guerre nazionalistiche nel corso del XIX e del XX secolo, gli Stati dell’Europa occidentale e del Nord America siano giunti a dominare il resto del mondo e a lasciare la loro impronta indelebile su di esso. Nonostante il relativismo culturale, ai giorni nostri in piena espansione, la ragione di questo si ravvisa nel semplice fatto che questi Stati erano il residuato di società caratterizzate da una superiore tradizione intellettuale – quella del razionalismo occidentale – che poneva al centro delle proprie elaborazioni di pensiero le idee di libertà individuale e di proprietà privata; e che questa tradizione aveva gettato le basi per la creazione di una ricchezza economica di gran lunga superiore a quella mai registrata in qualsiasi altro luogo della terra. Perché questi Stati hanno attinto parassitariamente a tale fonte primaria di ricchezza economica, non deve affatto sorprendere che essi siano stati poi in grado di fronteggiare tutti gli altri in maniera vittoriosa.

È anche del tutto evidente il motivo per cui, con la notevole eccezione di un certo numero di Paesi dell’area del Pacifico, gran parte di questi Stati non occidentali, sconfitti e ricostituiti, abbiano sino ad oggi del tutto fallito a rilanciare in modo significativo la propria statura internazionale, o anche solamente a tentare di eguagliare quella degli Stati nazionali occidentali; specie, per non essere riusciti a farlo dopo aver raggiunto l’indipendenza politica dall’imperialismo occidentale. In assenza di una tradizione “endemica” di razionalismo e di liberalismo cui ispirarsi, tali Stati hanno naturalmente espresso la propensione ad imitare o ad adottare, in maniera pedissequa, le “vittoriose” importazioni ideologiche del socialismo, del conservatorismo, del democratismo e del nazionalismo: le medesime ideologie a cui le élite intellettuali di questi Paesi sono state esposte, in maniera quasi esclusiva, durante i loro studi presso le università di Oxford e Cambridge, di Londra, Parigi, Berlino, Harvard e Columbia. Come conseguenza inevitabile, un mix di tali e di tutte quelle ideologie stataliste, non imbrigliate da una significativa tradizione di etica della proprietà privata, ha come risultato il disastro economico, e tale fatto preclude in partenza, in maniera più o meno importante, l’assunzione di qualsiasi ruolo di primo piano nella politica internazionale. [49]

Ma come può spiegarsi tutto ciò – ed è questa la risposta al quesito che può apparire meno scontata – se gli Stati occidentali si combattono tra di loro? Cosa determina il successo in questi conflitti, e cosa, al contrario, è invece destinato a provocare la sconfitta?
Naturalmente, la redistribuzione, la democratizzazione e il nazionalismo non possono essere chiamati in causa di nuovo, ancorché si possa supporre che questi Stati abbiano già adottato tali politiche con la finalità, in primo luogo, di riconquistare la forza interna e di prepararsi per la guerra con gli altri Stati. Piuttosto, così come è la tradizione, relativamente più radicata, dell’etica della proprietà privata che favorisce il predominio di questi Stati su quelli del mondo non occidentale, parimenti, ceteris paribus, è una politica relativamente più liberale che può condizionare il loro successo, al lungo termine, nella lotta per la sopravvivenza tra gli Stati occidentali stessi. Tra questi, quegli Stati che hanno adeguato le loro politiche redistribuzioniste interne, così da diminuire l’importanza degli interventi di regolamentazione economica orientati al conservatorismo, rispetto all’incidenza delle politiche di tassazione più vocate al socialismo, tendono a superare i loro concorrenti nell’arena della politica internazionale.

La regolamentazione mediante la quale quegli Stati obbligano, anziché proibiscono, determinate transazioni tra due o più adulti consenzienti, proprio come gli atti di imposizione fiscale, si sostanzia, né più né meno, come una violazione dei diritti di proprietà privata. Nel perseguire entrambi i tipi di politica redistribuzionista, i rappresentanti di Stato incrementano il loro reddito a scapito di una corrispondente riduzione del reddito altrui. Tuttavia, mentre per un verso non è certo meno distruttiva, per la produzione, del fenomeno impositivo, la regolamentazione possiede la caratteristica peculiare di richiedere il controllo dello Stato sulle risorse economiche: e questo perché possa esplicare la sua funzione esecutiva, senza che vi sia la contestuale necessità di dover aumentare le risorse a sua disposizione. In pratica, questo per dire che la regolamentazione prevede il comando dello Stato in aggiunta alla spesa pubblica: così facendo essa non produce reddito monetario per lo Stato, se non nella forma della soddisfazione della pura avidità di potere (può succedere, ad esempio, che A, ancorché non ne consegua materialmente dei profitti personali, trovi soddisfazione nel bandire il comportamento di B e C, i quali si stanno nel frattempo prodigando l’un con l’altro per dar luogo a scambi commerciali reciprocamente vantaggiosi).

D’altra parte, la tassazione e una redistribuzione delle risorse conforme al principio “da Pietro a Paolo” accrescono i mezzi economici a disposizione dello Stato, almeno per quanto concerne la componente dei “costi di gestione” dell’atto di redistribuzione stessa; ma tali interventi non generano certo soddisfazioni incrementali (a parte, eventualmente, il maggior apprezzamento di Paolo), rispetto a quelle che potrebbero effettivamente trarre i legittimi proprietari delle risorse economiche estorte, se solo potessero metterle a frutto in base alle proprie legittime aspettative. [50]

Chiaramente, i conflitti interstatali e le guerre richiedono mezzi economici, e tante più risorse verranno assorbite, quanto più frequenti e duraturi sono tali eventi. In effetti, gli Stati che controllano una maggior quantità di risorse economiche, suscettibili di essere impiegante nello sforzo bellico, tenderanno, ceteris paribus, ad imporsi nel conflitto.
Quindi, dal momento che una politica di tassazione, e di tassazione senza regolamentazione, frutta un ritorno monetario superiore allo Stato, rispetto ad una politica di mera regolamentazione, oppure di tassazione unita alla regolamentazione, gli Stati, obtorto collo, devono muoversi nella direzione di un’economia relativamente deregolamentata e di un modello caratterizzato da un apparato fiscale intrusivo e micidiale, al fine di evitare la sconfitta internazionale.

Ed è proprio questo vantaggio relativo nella politica internazionale degli “Stati- tassatori”, rispetto agli “Stati- regolamentatori” che può spiegare l’ascesa degli Stati Uniti al rango di prima potenza imperiale del mondo. [51] Questo approccio spiegherebbe anche la sconfitta di Stati caratterizzati invece da una iper- regolamentazione, quali la Germania- nazista e l’Italia -fascista, nonché la relativa debolezza dell’Unione Sovietica e dei suoi alleati rispetto ai Paesi della NATO, e le recenti manovre simultanee verso la deregolamentazione economica e verso un rafforzamento dei livelli di aggressione imperialista del governo Reagan e, in misura minore, di quello della Thatcher [si tenga sempre presente che il saggio oggetto di traduzione fu pubblicato, per prima volta nel 1993, ndt].

Con questa riflessione si conclude il mio studio, basato su un’analisi prasseologica dell’evoluzione dell’odierno contesto mondiale pervaso di statalismo, nonché del potenziamento, in particolare, del moderno Leviatano fiscale. Sulla scorta di tale approccio, mi sia concesso di terminare con alcune brevi osservazioni relative a come sia possibile superare l’attuale scenario, dominato dalla presenza totalizzante dallo “Stato- tassatore”.

Questo non può essere combattuto per via di un semplice boicottaggio, come si potrebbe fare se ci trovassimo di fronte ad un business privato; perché un’istituzione dedita alle attività di espropriazione e sfruttamento non rispetta minimamente il verdetto negativo sancito dai boicottaggi. Inoltre, questa situazione non può semplicemente essere osteggiata contrastando la aggressività dello Stato con la violenza difensiva, in ragione del fatto che la sua aggressione è sostenuta e supportata dall’opinione pubblica. Così, il cambiamento di paradigma postula una rivoluzione di pensiero nell’opinione pubblica.

L’etica della proprietà privata – l’idea che la proprietà privata sia, in re ipsa, un’istituzione giusta, oltre che l’unico mezzo per creare prosperità economica, e lo Stato sia invece avvertito come un’istituzione criminale, oltremodo distruttiva della formazione della ricchezza – deve essere ravvivata e deve ancora ispirare la mente e il cuore delle persone. Con le rampanti ideologie stataliste del nazionalismo, del democratismo, del redistribuzionismo (sia nella sua variante socialista, che in quella conservatrice), questo intendimento sembra prefigurarsi a volte come una pia illusione. Ad ogni modo, le idee sono cambiate rispetto al passato e possono essere soggette a nuovi cambiamenti anche in futuro. In realtà, le idee possono cambiare istantaneamente. [52] Inoltre, il concetto di proprietà privata ha una forza attrattiva decisiva: essa, e solo essa, si pone come il vero riflesso della natura dell’uomo inteso come essere razionale. [53]

Saggio di Hans Hermann Hoppe, pubblicato su Mises.org ed estratto dal secondo capitolo di “Economics and Ethics of Private Property

Traduzione di Cristian Merlo

La traduzione del presente scritto è stata rivista e riadattata rispetto alla versione originaria, comparsa a puntate sul sito del  Mises Italia

Vai al link della prima parte del saggio

Note

[16] Operare questa distinzione tra economia e storia o sociologia non significa affermare, naturalmente, che l’economia non sia di alcuna importanza per queste ultime discipline. Di fatto, la scienza economica è indispensabile per tutte le altre scienze sociali. Mentre così non è per il caso contrario, l’economia può essere sviluppata e avanzata senza avvalersi di una specifica conoscenza storica o sociologica. L’unica controindicazione di un siffatto modo di operare è che tali analisi economiche non sarebbero probabilmente molto interessanti, in quanto elaborate senza tener conto di esempi reali o di casi pratici di applicazione (come se ci si mettesse ad indagare gli aspetti economici della tassazione, senza mai riferirsi ad un esempio concreto ed attuale); il che equivarrebbe a formulare qualcosa che molto probabilmente potrebbe non realizzarsi nemmeno nel mondo sociale, o che dovrebbe accadere purché siano pienamente soddisfatte determinate condizioni. Ciò premesso, qualsiasi spiegazione storica o sociologica è logicamente vincolata da precise leggi, per come esposte dalla teoria economica, e qualsiasi indagine, prodotta da uno storico o da un sociologo, che violi tali leggi deve essere considerata, in ultima analisi, come confusa. Sul rapporto sussistente tra teoria economica e la storia si veda anche Ludwig von Mises, Theory and History (Auburn, Ala.: Ludwig von Mises Institute, 1985); Hans-Hermann Hoppe, Praxeology and Economic Science (Auburn, Ala.: Ludwig von Mises Institute, 1988).

[17] Sul punto, si veda anche Franz Oppenheimer, The State (New York: Vanguard Press, 1914) esp. pp. 24–27; Rothbard, Power and Market, chap. 2; Hoppe, A Theory of Socialism and Capitalism, chap. 2.

[18] Sulla teoria dello Stato, come sviluppata nelle pagine a seguire, si veda in particolare – in aggiunta alle opere citate alla nota 17- Herbert Spencer, Social Statics (New York: Schalkenbach Foundation, 1970); Auberon Herbert, The Right and Wrong of Compulsion by the State (Indianapolis: Liberty Fund, 1978); Albert J. Nock, Our Enemy, the State (Tampa, Fla.: Hallberg Publishing, 1983); Murray N. Rothbard, For a New Liberty (New York: Macmillan, 1978); idem, The Ethics of Liberty (Atlantic Highlands, N.J.: Humanities Press, 1982); Hans-Hermann Hoppe, Eigentum, Anarchie und Staat (Opladen: Westdeutscher Verlag, 1987); Anthony de Jasay, The State (Oxford: Blackwell, 1985).

[19] L’idea centrale della scuola di “Public Choice” è stata espressa dai suoi principali rappresentanti nel modo seguente:

Tanto la relazione economica, quanto il rapporto politico costituiscono un processo di cooperazione tra due o più individui. Il mercato e lo Stato sono entrambi dei meccanismi attraverso i quali la cooperazione è organizzata e resa possibile. Gli individui cooperano per mezzo dello scambio di beni e servizi, che ha luogo in mercati organizzati, e tale cooperazione postula dei mutui benefici. L’individuo accede ad un rapporto di scambio in cui promuove il proprio interesse, fornendo quei prodotti o quei servizi che sono suscettibili di arrecare beneficio ad un altro individuo, che ha deciso di addivenire alla transazione. Di fondo, l’azione politica o collettiva sotto la visione individualistica dello Stato è più o meno la stessa cosa. Due o più persone reputano vantaggioso unire le forze per conseguire determinati scopi comuni. Molto pragmaticamente, questi “scambiano” e destinano risorse alla costruzione del bene comune. (James M. Buchanan and Gordon Tullock, The Calculus of Consent [Ann Arbor: University of Michigan Press], p. 192).

Sicuramente, la cosa più sorprendente di tale “nuova teoria della politica” è che qualcuno la prenda anche sul serio. Riguardo a simili teorizzazioni, Joseph A. Schumpeter si è così espresso:
La teoria che interpreta le tasse sulla base di una loro analogia con le quote di un club, o con la corresponsione di un servizio, per esempio quello di un medico, dimostra soltanto quanto lontana sia questa parte delle scienze sociali da un habitus mentale scientifico. (Capitalism, Socialism and Democracy [New York: Harper, 1942], p. 198).

E H.L. Mencken ebbe a dire queste parole, in merito ad un assunto simile a quello sostenuto da Buchanan e Tullock:

 L’uomo medio, qualunque siano i suoi errori sotto altri punti di vista, almeno vede chiaramente che lo Stato è qualcosa che sta al di fuori di sé e della generalità dei suoi simili – che è un potere separato, indipendente e spesso ostile, solo parzialmente sotto il suo controllo, e capace di arrecargli grande danno. È forse un fatto senza significato che rubare allo Stato sia considerato ovunque un crimine di minor importanza, rispetto al derubare un altro individuo, o anche un’impresa? …. Quando un privato cittadino è derubato, un uomo del tutto rispettabile viene privato dei frutti della sua industria e della sua parsimonia; quando è lo Stato ad essere derubato, il peggio che può accadere è che alcune canaglie e fannulloni abbiano meno denaro da spendere, rispetto a prima. L’assunto che essi abbiano guadagnato quel denaro non viene mai nemmeno preso in considerazione; gli uomini più avveduti lo troverebbero ridicolo. Essi sono semplicemente dei mascalzoni che, per puro caso di legge, godono di una sorta di diritto, più che dubbio, ad acquisire una parte dei guadagni dei propri simili. Quando tale quota viene diminuita dall’intrapresa privata, l’attività diventa, nel suo complesso, molto più commendevole (A Mencken Chrestomathy [New York: Vintage Books, 1949] pp. 146–47).

[20] A tal proposito, si rimanda anche a Murray N. Rothbard, “The Anatomy of the State” in idem, Egalitarianism as a Revolt Against Nature and Other Essays (Washington, D.C.: Libertarian Review Press, 1974), esp. pp. 37–42.

[21] Si potrebbe pensare che lo Stato possa realizzare una simile impresa, semplicemente implementando le armi a sua disposizione: con la minaccia di bombe atomiche, in luogo di pistole e fucili, per così dire. Tuttavia, dato che realisticamente si deve presumere che il know-how tecnologico di tali armi, così perfezionato, difficilmente potrebbe essere tenuto segreto, soprattutto se di fatto venisse adottato, allora nello stesso modo in cui si fanno più sofisticati gli strumenti dello Stato per instillare paura, di rimando si perfezionerebbero anche le contromosse a disposizione delle vittime, tra i mezzi impiegabili per resistere alle minacce. Quindi, questi progressi non devono essere considerati come una spiegazione plausibile per ciò che deve essere spiegato.

[22] Lo testimoniano gli esempi, sin troppo numerosi, di Stati che sono arrivati al punto di sparare, senza pietà, a tutti coloro la cui unica colpa è stata quella di cercare di lasciare il suo territorio e di trasferirsi altrove!

[23] Circa l’intimo rapporto sussistente tra lo Stato e la guerra, si veda l’importante studio di Ekkehart Krippendorff, Staat und Krieg (Frankfurt/M.: Suhrkamp, 1985); nonché Charles Tilly, “War Making and State Making as Organized Crime” in Peter Evans et al., eds., Bringing the State Back In (Cambridge: Cambridge University Press, 1985).

[24] Questa intuizione (che smentisce tutti i discorsi circa l’impossibilità dell’anarchismo nel mostrare che le relazioni intra-governative sono, di fatto, una fattispecie di “anarchia politica”) è stata formulata in un articolo molto importante da parte di Alfred G. Cuzán, “Do We Ever Really Get Out of Anarchy,” Journal of Libertarian Studies 3, no. 2 (1979).

Ovunque, su questa Terra, i governi si siano insidiati o esistano, l’anarchia è ufficialmente vietata per tutti i membri della società, qualificati di solito come sudditi o cittadini. Non possono più porre in essere, tra di loro, interazioni libere e volontarie, in base a condizioni che stiano bene a tutti …. Piuttosto, tutti i membri della società devono accettare un “terzo soggetto” esterno un governo – che si insinui nelle loro relazioni, un terzo soggetto dotato di poteri coercitivi per imporre le proprie decisioni e per punire i detrattori …. Tuttavia, l’ordinamento predisposto da questa “terza parte”, valido per la società nel suo complesso, è del tutto inesistente per coloro che esercitano il potere di governare su sé stessi. In altre parole, non esiste un “terzo”, deputato a decidere e a far rispettare quelle determinazioni, tra i singoli membri che compongono quel medesimo terzo soggetto. I governanti permangono ancora in uno stato di anarchia nei confronti di ogni altro individuo. Essi possono risolvere le controversie tra di loro, a prescindere dall’esistenza di un Governo (un ente allotrio ed esterno ad essi). L’anarchia, quindi, esiste ancora. Se, in assenza di governo, essa si identifica con la mano invisibile del mercato o con l’ anarchia naturale, ora essa si trasforma invece in anarchia politica, un’anarchia nell’ambito dei rapporti di potenza. (Cuzán, pp 152-53).

[25] Uno degli esponenti classici di questa idea è David Hume. Nel suo saggio, “Of The First Principles of Government”, scrive:

Per coloro che sono avvezzi a considerare gli affari umani con occhio filosofico, nulla appare più sorprendente della facilità con cui i molti sono governati dai pochi; e della implicita sottomissione, con cui gli uomini dismettono i propri sentimenti e le proprie passioni in favore di quelle espresse dai loro governanti. Quando cerchiamo di indagare in che modo questo prodigio possa aver luogo, troveremo che, così come la forza è sempre dalla parte dei governati, i governanti non hanno nulla che li possa sostenere, se non la pubblica opinione. Un governo, quindi, non può che essere fondato sull’opinione: e questa massima si applica tanto ai governi più dispotici e bellicosi, quanto a quelli più liberi e democratici. Il sultano d’Egitto, o l’imperatore di Roma, potrebbe trattare i propri sudditi indifesi come bestie, contro i loro stessi sentimenti e le loro inclinazioni: ma questi, almeno, deve considerare i suoi mammalucchi, o il suo stuolo di pretoriani, come uomini, assecondandone l’opinione. (Essays, Moral, Political and Literary [Oxford: Oxford University Press, 1971], p. 19)

[26] Per gli argomenti che verranno trattati in appresso, si rimanda anche a Murray N. Rothbard, “Left and Right: The Prospects for Liberty” in idem, Egalitarianism as a Revolt Against Nature and Other Essays.

[27] L’importanza dell’anarchia internazionale per l’erosione del feudalesimo e per la nascita del capitalismo è stata giustamente sottolineata da Jean Baechler, The Origins of Capitalism (New York: St. Martin’s Press, 1976), specialmente nel cap. 7. Egli scrive:

La costante espansione del mercato, tanto in ampiezza quanto in intensità, fu il risultato di una mancanza di un ordine politico capace di estendersi su tutta l’Europa occidentale (p. 73). L’espansione del capitalismo deve la sua origine e la sua ragion d’essere all’anarchia politica …. Il collettivismo e la pianificazione statale si sono affermati esclusivamente nei libri di testo scolastici (p. 77).

Tutto il potere tende verso l’assoluto. Se non è assoluto, è solo perché qualche tipo di limitazione è subentrato… coloro che ricoprono le posizioni chiave di comando hanno cercato indefessamente di erodere queste limitazioni. Essi non hanno mai avuto successo per la ragione che, anche a mio avviso, pare essere connessa alla natura stessa del sistema internazionale: una limitazione del potere all’azione esterna e la costante minaccia di un’aggressione straniera (le due caratteristiche di un sistema multipolare) implicano che il potere è limitato anche internamente e deve poter contare su centri autonomi di decisione, così da potersene avvalere in maniera del tutto limitata. (p. 78)

[28] La caratteristica centrale della tradizione moderna del giusnaturalismo (come rappresentata da S. Tommaso d’Aquino, Luis de Molina, Francisco Suarez, dagli Scolastici spagnoli tardo-cinquecenteschi, dal protestante Ugo Grozio) è da ravvisarsi nel suo radicale razionalismo: la sua idea dei principi di condotta umana universalmente validi, assoluti ed immutabili, che – in ultima analisi, ed a prescindere da qualsivoglia credenza teologica – devono essere scoperti e fondati nella e dalla sola ragione. Come scrive Frederick C. Copleston, [Aquinas (London: Penguin Books, 1955), pp. 213–14]

L’uomo non può leggere, per così dire, la mente di Dio … (ma) egli può discernere le tendenze fondamentali e le esigenze della sua natura, e riflettendo su di esse si può venire a conoscenza della legge morale naturale …. Ogni uomo possiede … la luce della ragione, per mezzo della quale egli può riflettere … e promulgare a sé stesso la legge naturale, che si identifica con la totalità dei precetti universali dei dettami della retta ragione, concernenti il ​​bene che deve essere perseguito e il male che deve essere rifuggito.

Sulla origine e sullo sviluppo della dottrina dei diritti naturali e sulla sua idea di giustizia e di proprietà (comprese tutte le fallacie stataliste e gli sbagli dei suoi summenzionati eroi) si rimanda a Richard Tuck, Natural Rights Theories (Cambridge: Cambridge University Press, 1979); in merito al carattere rivoluzionario della idea di legge naturale, si veda Lord (John) Acton, Essays on Freedom and Power (Glencoe, Ill.: Free Press. 1948); in qualità di eminente filosofo contemporaneo dei diritti naturali, si faccia riferimento a Henry Veatch, Human Rights (Baton Rouge: Louisiana State University Press, 1985).

[29] Sull’ascesa delle città, si veda C.M. Cipolla, Before the Industrial Revolution: European Society and Economy 1000–1700 (New York: Norton, 1980), cap. 4. Scrive Cipolla,

[L’Europa intorno all’anno 1000] era povera e primitiva … fatta di tanti microcosmi rurali – le curtes …. La società era dominata da uno spirito di rinunica, di sospetto e di paura verso il mondo esteriore …. Lo stato delle arti, l’istruzione, il commercio e la divisione del lavoro erano ridotti a livelli minimi. L’uso della moneta era quasi interamente scomparso. La popolazione era scarsa, ma la produzione ancora più scarsa e la povertà massima. Le strutture sociali erano primitive. C’era chi pregava, chi combatteva e chi lavorava. E chi lavorava era considerato servo… In questo mondo depresso e deprimente, l’ascesa delle città tra il X e il XIII secolo costituì un elemento di novità che cambiò, per sempre, il corso della storia. (p. 144)

Alla base del fenomeno cittadino vi fu un massiccio movimento migratorio. (p. 145)
La città sta alla gente dei secoli XI e XIII in Europa come l’America sta agli Europei del secolo XIX. La città era la <<frontiera>>: un mondo dinamico e nuovo in cui la gente riteneva di poter rompere con i vincoli del passato, dove la gente avvertiva o immaginava nuove possibilità di riuscita economica e sociale, dove le fortune si venivano creando e plasmando premiando l’iniziativa, l’audacia e il rischio(p. 146). Se nel mondo feudale prevalse un’organizzazione tipicamente verticale della società dove il rapporto tra uomini era dettato dai binomi fedeltà-protezione e omaggio-investitura, nelle città trionfò l’organizzazione orizzontale, la cooperazione tra uguali… (p. 148)

Si rimanda anche a Henri Pirenne, Medieval Cities (Princeton, N.J.: Princeton University Press, 1952), cap. 5; Michael Tigar and Madeleine Levy, Law and the Rise of Capitalism (New York: Monthly Review Press, 1977).

[30] A tal proposito, si rimanda a Carolyn Webber and Aaron Wildavsky, A History of Taxation and Expenditure in the Western World (New York: Simon and Schuster, 1986), pp. 235–41; Pirenne, Medieval Cities, pp. 179–80, pp. 227f.

[31] Come esponente di spicco di questa tradizione, si veda John Locke, Two Treatises of Government, ed. Peter Laslett (Cambridge: Cambridge University Press, 1960).

Ogni uomo possiede la proprietà della propria persona. Su questa nessuno può vantare alcun diritto, all’infuori di lui. Il lavoro del suo corpo e l’opera delle sue mani, possiamo dire, sono propriamente suoi. Qualunque cosa, pertanto, egli tolga dallo stato in cui la natura l’ha creata e lasciata, alla quale egli incorpori il proprio lavoro e vi unisca qualcosa che gli appartiene, con ciò se ne appropria. Rimuovendo quell’oggetto dalla condizione ordinaria in cui la natura lo ha posto, egli vi ha incorporato, col suo stesso lavoro, qualcosa che esclude il comune diritto degli altri uomini. E poiché tale lavoro costituisce, di fatto, una indiscutibile proprietà del lavoratore, nessun altro che lui può aver diritto a ciò cui esso è stato mescolato. (p. 305)

Si veda anche Ernest K. Bramsted and K.J. Melhuish, eds., Western Liberalism (London: Longman, 1978).

[32] Si vedano, su questi sviluppi della teoria economica, Marjorie Grice- Hutchinson, The School of Salamanca: Readings in Spanish Monetary History (Oxford: Clarendon Press, 1952); Raymond de Roover, Business, Banking, and Economic Thought (Chicago: University of Chicago Press, 1974); Murray N. Rothbard, “New Light on the Prehistory of the Austrian School” in Edwin Dolan, ed., The Foundations of Modern Austrian Economics (Kansas City: Sheed and Ward, 1976); per quanto concerne gli scritti più eminenti, in particolare di Richard Cantillon and A.R.J. Turgot si veda Journal of Libertarian Studies 7, no. 2 (1985) (che è dedicato all’opera di Cantillon) e Murray N. Rothbard, The Brilliance of Turgot (Auburn, Ala.: Ludwig von Mises Institute, Occasional Paper Series, 1986); si veda altresì Joseph A. Schumpeter, A History of Economic Analysis (New York: Oxford University Press, 1954).

[33] In ordine alla rivoluzione industriale e alla sua interpretazione travisata da parte della storiografia ortodossa (testi scolastici), si veda F.A. Hayek, ed., Capitalism and the Historians (Chicago: University of Chicago Press, 1963).

[34] In effetti, anche se il declino del liberalismo iniziò intorno alla metà del XIX secolo, l’ottimismo che aveva generato sopravvisse fino all’inizio del XX secolo. Così, John Maynard Keynes aveva potuto osservare [The Economic Consequences of the Peace (London: Macmillan, 1919)]:

Che straordinario episodio, nel progresso dell’umanità, l’epoca che si è conclusa nell’agosto del 1914! La maggior parte della popolazione, è vero, lavorava duramente e viveva con un basso tenore di vita, ma nonostante tutto, a quanto pare, si contentava della propria sorte. Ma, per un uomo di talento o dal carattere fuori dal comune, era possibile emanciparsi e riscattarsi socialmente, entrando a fare parte del ceto medio e superiore: a cui la vita riservava, ad un basso costo e con il minimo impiccio, praticità, comfort e benessere, ben al di là della portata che sarebbe stata immaginabile anche dai monarchi più ricchi e potenti di altre epoche …. Ma, più importante di tutto, egli [l’uomo] stimava questo stato di cose come normale, certo e permanente, fatti salvi i percorsi che conducessero verso un ulteriore miglioramento; qualsiasi deviazione da questa regola era invece da considerarsi come aberrante, scandalosa ed evitabile. I progetti e la politica del militarismo e dell’imperialismo, delle rivalità razziali e culturali, dei monopoli, delle restrizioni e dell’esclusione, che assumevano il ruolo del serpente in questo paradiso, costituivano poco più che dei diversivi nell’ambito delle sue letture quotidiane, e non sembravano esercitare quasi alcuna influenza sull’ordinario svolgimento della vita sociale ed economica, la cui internazionalizzazione, nella pratica, si era ormai quasi del tutto realizzata. (pp. 6-7)

Per simili rilievi, si veda anche J.P. Taylor, English History 1914–15 (Oxford: Clarendon Press, 1965), p. 1.

[35] Descrivendo il diciannovesimo secolo dell’America, Robert Higgs (Crisis and Leviathan [New York: Oxford University Press, 1987]) scrive:

C’è stato un periodo, molto tempo fa, in cui l’americano medio, nell’esercizio dei propri affari quotidiani, difficilmente avrebbe potuto rendersi conto della presenza del governo, specie di quello federale. In qualità di contadino, commerciante, o produttore, poteva stabilire che cosa, come, quando, e dove produrre e vendere le sue merci, essendo limitato da poco altro che dalle forze di mercato. Pensate: nessun sussidio all’agricoltura; nessun sostegno dei prezzi; o nessun controllo delle superfici in acri; nessuna commissione federale per il commercio; nessuna legge antitrust; nessuna commissione per il commercio interstatale. In qualità di datore di lavoro, di lavoratore, di consumatore, di investitore, di mutuante, di mutuatario, di studente o di insegnante, egli poteva agire in base al proprio giudizio. Basti pensare: nessun comitato nazionale per le politiche del lavoro; nessuna legge federale per la “protezione” del consumatore; nessuna commissione per la sicurezza e per i traffici; nessuna commissione per le pari opportunità sui luoghi di lavoro; nessun dipartimento per la salute e i servizi sociali. In mancanza di una banca centrale che stampasse moneta-fiat, la gente comunemente utilizzava le monete d’oro per fare acquisti. Non vi era traccia di imposte generali sulle vendite; nessun contributo per la previdenza sociale; nessuna imposta sul reddito. Anche se i funzionari governativi erano corrotti, allora come oggi – e forse anche di più – essi avevano molte meno occasioni per essere corruttibili. I privati ​​cittadini spendevano circa quindici volte di più di tutti i governi statali messi assieme. (p. IX)

[36] Sulle tematiche seguenti, si rimanda in particolare a A.V. Dicey, Lectures on the Relation Between Law and Public Opinion in England (New Brunswick, N.J.: Transaction Books, 1981); Elie Halevy, A History of the English People in the 19th Century, 2 vols. (London: Benn, 1961); W.H. Greenleaf, The British Political Tradition, 3 vols. (London: Methuen, 1983–87); Arthur E. Ekirch, The Decline of American Liberalism (New York: Atheneum, 1976); Higgs, Crisis and Leviathan.

[37] Sugli eccessi dello statalismo, registrati in tutto il mondo a partire dalla Prima Guerra Mondiale, si fa rinvio a Paul Johnson, Modern Times: The World from the Twenties to the Eighties (New York: Harper and Row, 1983).

[38] Circa le correlazioni tra Stato ed istruzione, si veda Murray N. Rothbard, Education, Free and Compulsory: The Individual’s Education (Wichita, Kans.: Center for Independent Education, 1972).

[39] Sul rapporto tra Stato ed intellettuali, si veda Julien Benda, The Treason of the Intellectuals (New York: Norton, 1969).

[40] Per quanto verrà esposto in seguito, si veda in particolare Hoppe, Eigentum, Anarchie, und Staat, chaps. 1, 5; idem, A Theory of Socialism and Capitalism, chap. 8.

[41] Su questo orientamento, si rimanda a Webber and Wildavsky, A History of Taxation and Expenditure in the Western World, pp. 588f.; sui processi redistributivi in genere, si rinvia a de Jasay, The State, chap. 4.

[42] A tal proposito, si veda Reinhard Bendix, Kings or People (Berkeley: University of California Press, 1978).

[43] Sulla psicologia sociale della democrazia, si rimanda a Gaetano Mosca, The Ruling Class (New York: McGraw Hill, 1939); H.L. Mencken, Notes on Democracy (New York: Knopf, 1926); sulla tendenza della regola democratica a “degenerare” in una regola oligarchica, si rinvia a Robert Michels, Zur Soziologie des Parteiwesens (Stuttgart: Kroener, 1957).

[44] Bertrand de Jouvenel, On Power (New York: Viking Press, 1949), pp. 9–10.

[45] Sui concetti di nazionalismo, imperialismo, colonialismo – e sulla loro incompatibilità con il liberalismo classico – si veda Ludwig von Mises, Liberalism (San Francisco: Cobden Press, 1985); idem, Nation, State and Economy (New York: New York University Press, l983); Joseph A. Schumpeter, Imperialism and Social Classes (New York: World Publishing, 1955); Lance E. Davis and Robert A. Huttenback, Mammon and the Pursuit of Empire: The Political Economy of British Imperialism 1860 – 1912 (Cambridge: Cambridge University Press, 1986).

[46] Si veda, a tal riguardo, Krippendorff, Staat und Krieg; Johnson, Modern Times.

[47] Questo processo è il tema centrale di Higgs, Crisis and Leviathan.

[48] Il più perverso di tali accordi consiste probabilmente nel limitare l’accesso per coloro che non sono criminali e desiderano immigrare in un determinato territorio – nonché la possibilità per coloro che vivono in questo territorio di offrire loro lavoro – e nell’estradizione nei loro Paesi d’origine.

[49] Sulle problematiche del cosiddetto “Terzo Mondo”, si veda Peter T. Bauer and B.S. Yamey, The Economics of Under-Developed Countries (London: Nisbet and Co., 1957); P.T. Bauer, Dissent on Development (Cambridge, Mass.: Harvard University Press, 1972); idem, Equality, The Third World and Economic Delusion (Cambridge, Mass.: Harvard University Press, 1981); Stanislav Andreski, The African Predicament (New York: Atherton Press, 1969); idem, Parasitism and Subversion (New York: Pantheon, 1966).

[50] Sulla regolamentazione e sulla tassazione, quali differenti forme di aggressione nei confronti della proprietà privata e circa i loro aspetti economici e sociologici, si rimanda a Rothbard, Power and Market; Hoppe, A Theory of Socialism and Capitalism.

[51] Sulla politica estera imperialistica, in particolare quella degli Stati Uniti, si veda in particolare Krippendorff, Staat und Krieg, chap. III, p. 1; e Rothbard, For a New Liberty, chap. 14.

[52] Si veda anche Etienne de la Boétie, The Politics of Obedience: The Discourse of Voluntary Servitude, ed. Murray N. Rothbard (New York: Free Life Editions, 1975).

Decidete una volta per tutte di non essere più servi, e sarete liberi. Non vi chiedo di scacciare il tiranno, di rovesciarlo giù dal trono, ma soltanto di smettere di sostenerlo; allora lo vedreste crollare a terra e andare in frantumi per il suo stesso peso, come un colosso a cui è stato tolto il piedistallo. (pp. 52–53)

[53] Sulla – aprioristica – giustificazione razionale dell’etica della proprietà privata si rimanda a Hans-Hermann Hoppe, “From the Economics of Laissez Faire to the Ethics of Libertarianism,” in Walter Block and Llewellyn H. Rockwell, Jr., eds., Man, Economy, and Liberty: Essays in Honor of Murray N. Rothbard (Auburn, Ala.: Ludwig von Mises Institute, 1988); idem, “The Justice of Economic Efficiency,” Austrian Economics Newsletter (Winter, 1988); infra capitoli 8 e 9.

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