La Secessione nel pensiero di Mises

  di Hans Hermann Hoppe, traduzione di Cristian Merlo

Mises ha spesso sviluppato delle comparazioni e delle analogie tra le dinamiche del voto e quelle del mercato. Ma era ben consapevole del fatto che votare sul mercato significa esprimere una preferenza con la tua proprietà. Il peso del tuo voto è conforme, in tal caso, con quello del tuo valore produttivo. Nell’arena politica, al contrario, non si vota con la tua proprietà: si esprime una preferenza generica in ordine alla proprietà di tutti, compresa la vostra


Una nazione, pertanto, non può rivendicare alcun diritto nell’imporre ad a una provincia: “Tu mi appartieni; ed Io ti annetterò”. Una provincia è costituita da suoi stessi abitanti. E se qualcuno, in questo caso, vanta un diritto di essere preso in considerazione, sono proprio questi abitanti. Le controversie sui confini dovrebbero essere risolte mediante libere votazioni. (Omnipotent Government, p. 90)

Nessun popolo, così come nessun gruppo ad esso appartenente, dovrebbe essere trattenuto a forza, contro la sua stessa volontà, in un contesto politico ed istituzionale che esso non sente proprio. (Nation, State, and Economy, p. 34)

Il liberalismo non conosce conquiste, e nemmeno annessioni; proprio come è del tutto indifferente verso lo Stato stesso, così il problema delle sue dimensioni appare del tutto insignificante. Inoltre, il liberalismo non costringe nessuno contro la sua volontà nella gabbia dello Stato. Chi vuole emigrare, non è trattenuto a forza. Quando una parte dei suoi cittadini desidera abbandonare i confini, non è certo il liberalismo ad impedirlo. Se le colonie vogliono diventare indipendenti, è sufficiente che lo facciano. Alla nazione, intesa come entità organica, non vengono recati né vantaggi, né svantaggi dai cambiamenti di Stato; il mondo, nel suo complesso, non ne trarrà né giovamento, né pregiudizio. (Nation, State, and Economy, pp. 39–40)

La dimensione del territorio di un Stato, pertanto, non riveste la benché minima importanza. (Nation, State, and Economy, p. 82)

Il diritto di autodeterminazione, per quanto concerne la questione dell’appartenenza allo Stato, non significa che questo: ogniqualvolta gli abitanti di un dato territorio- a prescindere che si tratti di un singolo villaggio, di un’intera regione, o di una serie di regioni contigue- hanno espresso, mediante il ricorso a libere votazioni, il desiderio di non voler più far più parte dell’ordinamento statale cui al momento appartengono, bensì di ambire alla costituzione di uno Stato autonomo, ovvero di venire a fare parte di un altro Stato, di queste volontà bisogna naturalmente tener conto. Questo è l’unico modo praticabile ed efficace per prevenire rivoluzioni, guerre civili e conflitti internazionali. (Liberalism, p. 109)

E se, al limite, fosse possibile concedere a ogni singolo cittadino questo diritto di autodeterminazione, bisognerebbe intervenire senza indugio. (Liberalism, pp. 109–10)

La situazione di dover soggiacere ad uno Stato al quale non si desidera affatto appartenere, non è certo meno tollerabile da sopportare, per il mero fatto che essa sia il risultato di libere elezioni, anziché la conseguenza di una conquista militare. (Liberalism, p. 119)

Non fa alcuna differenza dove siano tracciati i confini di un Paese. Nessuno può nutrire un effettivo interesse materiale nel prodigarsi per l’espansione del territorio dello Stato in cui vive; nessuno può soffrire delle perdite qualora una parte di questa area venisse separata dallo Stato. È inoltre irrilevante se tutte le regioni del territorio statale siano geograficamente contigue, o se siano invece separate tra di loro per via di un’enclave che appartiene a un altro Stato. Così come non ha alcuna importanza economica se il Paese abbia degli sbocchi sul mare, o meno. In un simile contesto, i cittadini di ogni singolo villaggio o distretto potrebbero decidere, per via di libere elezioni, a quale Stato essi vogliono appartenere. (Omnipotent Government, p. 92)

 

Il presente brano è un estratto di un’intervista ad Hans-Hermann Hoppe, tratto da Austrian Economics Newsletter:

AEN: Relativamente alle questioni dello Stato, in che cosa si distingueva la visione di Mises rispetto a quella dei liberali classici?

HOPPE: Mises pensava che fosse necessario disporre di una istituzione che mettesse in condizioni di non nuocere quelle persone che non sono in grado di tenere una condotta appropriata nella società: quelle persone, cioè, che costituiscono un pericolo, perché dedite al furto e all’omicidio. Egli definisce questa istituzione “governo”.
Ma egli aveva anche una singolare idea di come tale governo dovesse funzionare. Per tenere a freno la sua potenza, ogni gruppo e finanche ogni individuo, se possibile, devono avere il diritto di secedere dal territorio dello Stato. Egli qualifica questo come diritto di auto-determinazione: che deve pertenere non alle singole nazioni, come quelle appartenenti all’Organizzazione delle Nazioni Unite, ma a distinti villaggi, regioni e gruppi di qualsiasi dimensione. In Liberalism and Nation, State, and Economy, Mises esalta la secessione quale principio cardine del liberalismo classico. Se fosse possibile concedere il diritto di autodeterminazione ad ogni singola persona, sostiene Mises, questo dovrebbe essere fatto. Così lo Stato democratico diventa, ai suoi occhi, un’organizzazione volontaria.

AEN: Eppure, Lei ha sferrato una delle più devastanti critiche al concetto di “democrazia”…

HOPPE: Certamente, per come questo termine è generalmente inteso. Ma, in funzione del significato peculiare che Mises conferisce all’accezione, “democrazia” sta a significare autogoverno o auto-determinazione nel suo senso più letterale. Tutte le organizzazioni sociali, tra cui lo stesso governo, dovrebbero essere il risultato di interazioni libere e volontarie.
In un certo qual senso, si può affermare che Mises fosse alquanto vicino alle posizioni espresse dagli anarchici. Se egli, tutt’a un tratto, smise di rivendicare il diritto di secessione individuale, fu solamente a causa di motivi ostativi, che lui considerava tali su un piano eminentemente tecnico. Nelle democrazie moderne, esaltiamo il metodo della regola di maggioranza come mezzo eletto per selezionare i governanti di un sistema monopolistico e coercitivo di tassazione.
Mises ha spesso sviluppato delle comparazioni e delle analogie tra le dinamiche del voto e quelle del mercato. Ma era ben consapevole del fatto che votare sul mercato significa esprimere una preferenza con la tua proprietà. Il peso del tuo voto è conforme, in tal caso, con quello del tuo valore produttivo. Nell’arena politica, al contrario, non si vota con la tua proprietà: si esprime una preferenza generica in ordine alla proprietà di tutti, compresa la vostra. La gente, in buona sostanza, non esercita un diritto di voto suscettibile di riflettere, in qualche modo, il proprio valore produttivo.

AEN: Eppure Mises si è prodotto in attacchi all’anarchismo senza mezzi termini.

HOPPE: I suoi bersagli sono gli utopisti di sinistra. Attacca la loro teoria, in base alla quale l’uomo sarebbe un essere eminentemente morale e buono, a tal punto da non aver bisogno di una difesa organizzata contro i nemici della civiltà. Ma questo non è esattamente ciò a cui credono gli anarco-capitalisti. Naturalmente, gli assassini e i ladri esistono. E c’è bisogno di una istituzione che tenga a bada questa gente, e reprima le azioni compiute da questi soggetti. Mises qualifica tale istituzione come “governo”, mentre le persone che non vogliono, in alcun modo, lo Stato tra i piedi, puntualizzano che tutti i servizi essenziali di difesa potrebbero essere svolti più efficacemente da imprese in concorrenza nel mercato. Nulla vieta, se così più ci aggrada, che tali imprese possano essere chiamate “governo”.

 

Articolo di Hans Hermann Hoppe, pubblicato su Mises.org 

Traduzione di Cristian Merlo

Lo scritto è originariamente apparso su Mises Italia

 

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