Lo Stato è il più grande consumatore di ricchezza: parola di Destutt de Tracy

 di Sheldon Richman, traduzione di Cristian Merlo

Come altri economisti liberali, propugnatori del libero mercato della Francia degli inizi del XIX secolo, Tracy concepiva lo Stato essenzialmente come un predatore, un distruttore di ricchezza, nonché come scaturigine assoluta di ogni conflitto di classe


Destutt de Tracy, come ho avuto modo di esporre nello scritto di giugno, è stato un economista francese, per il quale Thomas Jefferson fece di tutto al fine di portare alla ribalta le sue idee in America. La prima parte del Trattato di Economia politica di Tracy (1817), di cui Jefferson curò la traduzione, è un testo imprescindibile in ambito economico, sicuramente in grado di soddisfare qualsiasi appassionato di economia austriaca. Esso delinea una teoria dello scambio e delle interazioni sociali basate sul commercio, facendo propria una nozione di valore che trova il suo fondamento nella utilità soggettiva e utilizzando altresì un metodo d’analisi prasseologico.

Nel trattato di Tracy si discute anche della natura e degli effetti economici dell’interventismo statale. E la lucidità della discussione tocca punte sorprendenti! In confronto, molte analisi moderne sullo Stato impallidiscono, per quanto appaiono infantili.

Lo Stato distrugge ricchezza

Oggigiorno i commentatori ortodossi considerano lo Stato come una fonte di investimento per la società. Nell’ambito di tutto lo spettro politico, se si trascurano piccole differenze di dettaglio, non vi è nessuno che non concordi sul fatto che la spesa pubblica, quantomeno a un certo livello, generi valore.
Tracy non la pensava esattamente in questo modo. Come altri economisti liberali, propugnatori del libero mercato della Francia degli inizi del XIX secolo, Tracy concepiva lo Stato essenzialmente come un predatore, un distruttore di ricchezza, nonché come scaturigine assoluta di ogni conflitto di classe. (Il che non equivale a dire che egli reputasse che lo Stato dovrebbe essere eliminato).
In ogni società lo Stato è il più grande dei consumatori”, scrisse Tracy. Solo questo lo pone in netto contrasto con la maggior parte delle credenze che circolano sull’argomento ai nostri giorni.

La spesa pubblica, insisteva, non crea ricchezza alcuna.

Né stimola gli individui a crearne di nuova, una fede che pare essere invalsa nell’immaginario collettivo odierno. La prosperità non può essere conseguita attraverso il consumo, sosteneva Tracy, tanto che non credeva ad alcun “moltiplicatore”.

Coloro che si lasciano persuadere dal fatto che i consumi possano essere fonte diretta di ricchezza, sostengono che i prelievi forzosi effettuati dallo Stato, aggredendo le risorse degli individui, stimolino prepotentemente l’industria; che tali spese siano del tutto utili, accrescendo i consumi; che rimettano in circolo la ricchezza; e che tutto ciò sia assolutamente benefico per la prosperità pubblica. Per avvederci chiaramente dei vizi inerenti a questi sofismi, dobbiamo sempre seguire il medesimo filo rosso e cominciare ad indagare in maniera oggettiva i fatti.

Egli ha pertanto confutato la teoria Keynesiana con largo anticipo – ben 119 anni prima della pubblicazione della “Teoria generale dell’occupazione, dell’interesse e della moneta”.

La spesa pubblica non genera il benché minimo valore aggiunto. Non esprime nemmeno la sostenibilità dal punto della redditività dei capitali investiti. Posso concludere, pertanto, che si tratta di consumo reale e definitivo; che il lavoro impiegato e remunerato resta del tutto improduttivo; e che le risorse cui la spesa pubblica ricorre, le quali avevano un’esistenza propria, vengono consumate e distrutte nel momento stesso in cui vengono drenate … 

In altre parole, è solamente l’investimento effettivo riscontrabile in un libero mercato, posto in essere da imprenditori orientati a soddisfare i bisogni dei consumatori, i quali – ed è il punto cruciale – sono liberi di “rispondere picche”, che è in grado di produrre valore, come peraltro testimoniato dai profitti che ne derivano. Solo così abbiamo contezza che i prodotti e i servizi trasformati sono maggiormente apprezzati dal pubblico rispetto ai fattori produttivi originari impiegati nella loro produzione. La spesa pubblica è un qualcosa di completamente diverso.

Ma cosa possiamo dire a riguardo della spesa pubblica in infrastrutture, di quei “progetti indifferibili” tanto amati dai campioni dello “stimolo” ingenerato dalla stessa? Tracy smarca l’argomento in maniera intelligente, dando l’impressione – di primo acchito – di approvare questa tipologia di spese. A differenza degli sprechi riscontrati in altri comparti della spesa pubblica, così si esprime a riguardo:

[La questione] è abbastanza differente per le risorse impiegate in quelle opere pubbliche di utilità generale, quali ponti, porti, strade, canali, strutture utili e monumenti. Tali spese sono sempre ben viste, quando non eccessive. Di fatto, contribuiscono in maniera determinante alla prosperità pubblica.

E tuttavia,

non possono essere considerate come direttamente produttive, nelle mani dello Stato, dal momento che non generano un profitto percepibile o dei frutti suscettibili di rappresentare l’interesse del capitale impiegato…

Inoltre, scrive Tracy, anche i progetti pubblici che mirano a creare valore tendono a deprimere le iniziative private, che avrebbero potuto essere assai più efficienti.

Dobbiamo così concludere che gli individui, a parità di condizioni, avrebbero potuto conseguire i medesimi risultati, se solo fosse stato concesso loro di trattenere per sé le risorse che sono state forzosamente prelevate per realizzare quegli stessi obiettivi; ed è oltretutto alquanto probabile che ne avrebbero fatto un uso più intelligente e parsimonioso.

Anche la spesa per la ricerca scientifica sarebbe sicuramente migliore se lasciata in mano ai privati.

Infine, possiamo trarre le medesime conclusioni per la spesa pubblica orientata a promuovere la scienza e le arti. Le somme veicolate sono sempre abbastanza limitate e la loro utilità è il più delle volte alquanto discutibile. Perché è del tutto pacifico che, nel complesso, l’incentivo più potente che si possa fornire all’industria di ogni genere e settore è quello di lasciar fare, e di non ingerirsi in alcun modo nei suoi affari. L’ingegno umano progredirebbe molto rapidamente se solo non fosse trattenuto; esso sarebbe esclusivamente guidato dal principio inteso a soddisfare i bisogni emergenti ed essenziali, in qualsiasi evenienza. Dirigerlo artificiosamente in una direzione anziché in un’altra, equivale ordinariamente a condurlo fuori strada e non a indirizzarlo.

Sterile e Improduttivo

Ora Tracy affonda decisamente il colpo:

Dall’analisi di quanto precede, si può quindi concludere che il complesso di tutta la spesa pubblica dovrebbe essere catalogato nella categoria delle spese giustamente qualificate come sterili ed improduttive; e conseguentemente tutto ciò che viene devoluto allo Stato, non importa se a titolo di imposta o di prestito, non è altro che il frutto del lavoro utile in precedenza esercitato, il quale deve reputarsi interamente consumato e annientato nel momento stesso in cui viene incamerato dall’erario. Ancora una volta, lo ripeto, non si va qui dicendo che questo sacrificio non sia necessario, o addirittura indispensabile. . . . Ma [ogni cittadino] dovrebbe essere consapevole dei sacrifici a cui si sottopone; del fatto che quello che conferisce è immediatamente perso, tanto per il bene collettivo che per se stesso; in una parola, ciò costituisce una spesa e non un investimento.

La morale? Per Tracy lo Stato dovrebbe essere assolutamente ridimensionato e alquanto limitato nelle sue capacità di spesa. Si noti inoltre il colpo che sferra ai “più grandi statisti”.

Alla fine, non si dovrebbe essere così ciechi da credere che le spese di qualsiasi tipo siano la diretta conseguenza dell’accrescimento della ricchezza; inoltre, ogni persona dovrebbe ben sapere che anche per le intraprese politiche, al pari delle società commerciali private, un regime dispendioso è di per sé disastroso: essendo invece tanto migliore quanto più è parsimonioso. In generale, questa è una di quelle verità che il buon senso della gente ha percepito molto tempo prima che fosse chiaro ai più grandi statisti.

 

Articolo di Sheldon Richman su the Freeman

Traduzione di Cristian Merlo

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