Prima dello Stato. Il Medioevo della libertà

di Guglielmo Piombini

Mentre oggi abbiamo un unico modello politico, lo Stato, che dall’Europa si è imposto in tutto il globo, ed è così onnipervasivo che non riusciamo neanche più ad immaginarci un ordine politico non statuale, il Medioevo fu invece il periodo della massima sperimentazione politica. Nel 1400 solo in Germania esistevano 400 unità politiche indipendenti di diversa natura: impero, principati laici, feudi ecclesiastici, città libere, confederazioni di città (hanse). Grazie all’assenza di questo soggetto così ingombrante, la società medievale si sbizzarrì in mille combinazioni, proponendo quel paesaggio di infinite figure politiche, associative e corporative che sono il contrassegno del volto medievale, il quale ha conosciuto un’infinità di identità politiche, ma non ha mai permesso a nessuna di queste entità di consolidarsi in Stato. Al potere medievale mancavano infatti i tre requisiti indispensabili della statualità: il monopolio legittimo della forza, la sovranità e la territorialità


Il mito dei secoli bui

Sul Medioevo continua a gravare un pregiudizio negativo difficile da rimuovere, malgrado la storiografia contemporanea abbia dimostrato da tempo l’infondatezza della tradizionale raffigurazione del Medioevo come parentesi oscura e stagnante tra l’antichità classica e il Rinascimento. Negli ultimi decenni le ricerche dei grandi medievalisti francesi, come Marc Bloch, Georges Duby, Jacques Le Goff, Fernand Braudel, hanno demolito numerosi stereotipi infondati riguardanti lo ius primae noctis, la paura per la fine del mondo nell’anno mille, la servitù della gleba, l’economia chiusa, la scomparsa delle città e del commercio.

Questi storici hanno dimostrato che quella medievale, lungi dall’essere un’epoca buia fu una delle società più ricche di inventiva che la storia abbia mai conosciuto. Durante i presunti secoli bui l’Europa raggiunse infatti, in pochi secoli, un livello di meccanizzazione sconosciuto a tutte le millenarie società antiche, grazie a una serie ininterrotta di innovazioni. Gli uomini medievali realizzarono infatti una rivoluzione nei metodi di coltivazione che aumentò enormemente la produzione rispetto all’epoca romana. Scoprirono infatti l’aratro pesante con il vomere, il collare rigido imbottito che permetteva anche al cavallo di trainare l’aratro con un raddoppio di potenza rispetto al bue, la rotazione delle colture e il maggese. I mulini ad acqua e a vento divennero una presenza tipica delle campagne medievali, mentre i romani conoscevano solo la ruota idraulica, ma l’utilizzarono pochissimo perché preferivano utilizzare l’energia muscolare degli schiavi che avevano in grande abbondanza. Grazie a migliaia di mulini a vento che pomparono acqua giorno e notte, nel Medioevo furono recuperate e rese coltivabili ampie distese di terreno del Belgio e dei Paesi Bassi che in epoca romana erano sott’acqua. Questa rivoluzione agricola fece sì che la maggior parte delle persone mangiasse molto meglio rispetto al passato. Gli esami sui reperti scheletrici dimostrano che l’uomo medievale europeo era più sano e più forte rispetto all’individuo medio vissuto nell’antica Roma o in qualsiasi altra parte del mondo.

Gli innovatori medievali migliorarono nettamente anche i trasporti, realizzando carri con il freno e lo sterzo che i romani non avevano; nel trasporto su barche migliorarono molto la tecnica antica inventando, tra le tante cose, il timone centrale. Anche nella lavorazione dei metalli e nelle armi i medievali superarono nettamente tutte le civiltà precedenti, creando spade più potenti, armature e corazze. Utilizzarono inoltre la staffa, sconosciuta ai romani, che permetteva ai cavalieri medievali di combattere e caricare da cavallo. Nel Medioevo vennero inventate inoltre armi micidiali come la balestra, lo schioppo (a metà del ‘300) e l’archibugio (nel 1410).

Altre innovazioni furono l’orologio meccanico, gli occhiali, gli ospedali, il libro, la stampa, le banche, la ragioneria, la partita doppia, tutte le nuove pratiche commerciali e l’università, la prima delle quali sorse probabilmente a Bologna nel 1088. Questa originalissima invenzione medievale non nacque per volontà dell’autorità, ma sorse dal basso per l’iniziativa di gruppi di studenti che assumevano i loro professori. Le università riuscirono quasi sempre ad ottenere un’autonomia praticamente totale dall’autorità civile. In molti casi gli uomini medievali migliorarono significativamente invenzioni provenienti da fuori. I cinesi conoscevano già la polvere da sparo, ma solo gli europei la utilizzarono per le armi da fuoco e non solo per i fuochi d’artificio; i cinesi conoscevano già l’ago magnetico, ma solo gli europei medievali utilizzarono estensivamente la bussola per la navigazione; in Cina e nel mondo arabo si usava già la carta, ma gli europei furono gli unici a produrla in maniera meccanizzata: le cartiere di Fabriano, per le quali questa cittadina delle Marche è ancora oggi nota, risalgono al ‘200.

Dopo cinque o sei secoli l’Europa medievale si era già dimostrata molto più avanzata dal punto di vista tecnologico di tutte le millenarie civiltà antiche, e dopo altri cinque secoli, all’inizio dell’era delle grandi scoperte geografiche, aveva già raggiunto la supremazia mondiale. Veramente possiamo credere che fosse buia e sottosviluppata un’epoca che ha prodotto buona parte delle bellezze artistiche che ancora possiamo ammirare nelle nostre città, le cattedrali, la notazione musicale, la polifonia, la pittura di Giotto, la filosofia di San Tommaso, la letteratura di Dante o la religiosità di San Francesco?

È evidente che il Medioevo è stato un periodo storico a lungo diffamato. Ma perché la cosiddetta Età di Mezzo ha sofferto così a lungo di tanta cattiva stampa tra gli intellettuali? Sicuramente sul Medioevo hanno pesato i pregiudizi anticattolici della letteratura protestante o laicista, anche se il giudizio negativo sul Medioevo comminato dall’Illuminismo era in gran parte viziato dal fatto che molte delle ingiustizie dell’ancien régime messe sotto accusa si erano invece affermate nel Seicento e nel primo Settecento, durante il processo di consolidamento dell’assolutismo moderno. L’impressione, tuttavia, è che il giudizio negativo sul Medioevo sia stato perpetuato dagli studiosi che avevano la necessità di presentare il nascente Stato moderno come una forma politica superiore rispetto all’ordine politico pre-statuale del Medioevo. L’intellettuale moderno ha dovuto magnificare l’edificazione della statualità, contrapponendo l’ordine, la pace e la civiltà garantite dallo Stato al caos, alla violenza e alla barbarie dell’epoca precedente. Il ristabilimento della verità storica sul Medioevo comporta quindi anche delle importanti conseguenze di filosofia politica.

Il dispotismo orientale

Alcuni giudizi storici consolidati sono stati quindi completamente rivisti dagli studiosi contemporanei. Il sociologo americano Rodney Stark ha affermato, nella sua ultima voluminosa opera La vittoria dell’Occidente che l’impero Romano ha rappresentato una pausa, una battuta d’arresto, nell’ascesa dell’occidente. L’impero romano, ad avviso di Stark, soffocò il progresso culturale e tecnologico, perché già a partire dal terzo secolo aveva assunto tutti i caratteri dispotici tipici dell’oriente. Che cos’è il dispotismo asiatico? È il sistema in cui è vissuta la stragrande maggioranza dell’umanità fin dagli albori della civiltà. Il primo impero sorse in Mesopotamia più di seimila anni fa, poi ne sorsero tanti altri in Egitto, in Persia, in Cina, in India, nel mondo arabo-ottomano, a Bisanzio, in Russia, in America con gli imperi incas e azteco.

Tutti questi sistemi presentano caratteristiche simili. Il potere politico, il potere economico e il potere religioso sono completamente saldati tra loro. Nulla sfugge al controllo del despota, che è padrone assoluto di tutti i beni del regno. La proprietà dei sudditi non è sicura, e può essere confiscata in ogni momento. Le élite dominanti si impossessano di qualsiasi surplus di produzione, e ogni accenno di resistenza viene brutalmente represso. La popolazione è sottoposta non solo a una tassazione da confisca, ma al lavoro forzato per la costruzione di immense opere pubbliche (canali, muraglie, piramidi, palazzi). Il dispotismo è una forma di dominio capace di stroncare sul nascere la formazione di ogni forza sociale autonoma. Non meraviglia quindi che queste forme di dispotismo condannino la società alla stagnazione e all’arretratezza. Per esempio, nel XX secolo la maggioranza dei contadini cinesi ed egiziani continuavano a usare gli stessi attrezzi e le stesse tecniche che avevano usato per oltre tremila anni.

La provvidenziale caduta dell’Impero romano d’Occidente

Anche l’Occidente conobbe un’esperienza analoga a quella delle società orientali. La riorganizzazione di Diocleziano diede vita a un esercito e una burocrazia smisurata, in cui il numero dei controllori e degli agenti del fisco divenne superiore a quello dei contribuenti. Le testimonianze dell’epoca descrivono la tortura dei contribuenti come una pratica diffusa. Nel quinto secolo, per sfuggire a questo sistema fiscale totalitario, molti abitanti dell’impero cominciarono a fuggire verso le terre dei goti, e addirittura a combattere insieme ai barbari invasori e liberatori. Come hanno messo in luce molti storici, fu dunque l’aumento della popolazione improduttiva in proporzione al numero delle persone produttive che determinò il crollo dell’impero. Il peso in tasse e in affitti che di conseguenza fu scaricato sulle spalle dei coltivatori risultò troppo gravoso e la popolazione agricola gradualmente si ridusse di numero, fino al collasso finale.

La disgregazione dell’impero romano però offrì ai popoli europei la straordinaria opportunità di edificare sulle sue macerie una nuova civiltà. In tal senso la fine della civiltà antica, a giudicarla con il senno di poi, fu un evento fortunato, quasi provvidenziale. Secondo Rodney Stark la caduta di Roma fu di fatto l’evento che ebbe le conseguenze più benefiche nell’ascesa della civiltà occidentale, perché diede il via a numerosi cambiamenti forieri di progresso. L’Europa usufruì di una duratura mancanza di unità, e tutti i periodici tentativi di restaurare l’impero, prima con Carlo Magno poi con gli imperatori germanici, fallirono. La mancanza di unità consentì un’estesa sperimentazione sociale su piccola scala e scatenò una creativa competizione tra centinaia di unità politiche indipendenti, competizione che a sua volta produsse un rapido e profondo progresso.

L’anarchia feudale

Quasi senza eccezioni, tutti i maggiori indagatori della storia economica europea sono giunti ad individuare nelle condizioni politiche pressoché uniche che il vecchio continente sperimentò durante il Medioevo le ragioni del “miracolo europeo”, cioè di quel processo di fenomenale progresso culturale, scientifico, economico e tecnologico che ha permesso a questa piccola estremità del continente eurasiatico di surclassare ogni altra civiltà e di arrivare, agli inizi del XX secolo, a dominare quasi interamente il pianeta.

Eppure, secondo le convinzioni oggi dominanti nel dibattito politico, mille anni fa la situazione europea doveva sembrare quasi senza speranza. L’Europa era divisa infatti tra centinaia di principati locali senza un governo unificante, senza una moneta comune e senza una lingua comune. Se un uomo politico di oggi avesse dovuto indovinare il luogo di nascita della rivoluzione industriale, molto difficilmente avrebbe preso in considerazione l’Europa. La Cina, con un governo unitario e un sistema legale uniforme, sarebbe stata considerata probabilmente il luogo più favorevole alla nascita di una rivoluzione scientifica e industriale. E invece lo sviluppo economico capitalistico non nacque nell’ordinato ambiente cinese, ma in quello considerato ‘caotico’ dell’Europa. Proprio gli aspetti della vita medievale oggi disapprovati furono necessari per il decollo dell’economia, che ebbe la possibilità di fiorire liberamente. Il sistema centralizzato cinese mandò invece in cortocircuito il processo spontaneo di scoperta.

La situazione di uniformità politica, in Cina, era tale che la decisione di un despota poteva cambiare o bloccare per sempre uno sviluppo promettente della tecnologia, come la produzione industriale del ferro, il commercio con l’esterno e la navigazione oceanica; oppure impedire a un’utile invenzione (la stampa, l’artiglieria, gli orologi meccanici nel Cinquecento; la ferrovia o il telegrafo, nell’Ottocento) di mettere radici e diffondersi sul suolo cinese. I mandarini di corte ritenevano che qualsiasi contatto con l’esterno potesse destabilizzare l’ordine sociale. I cinesi si rinchiusero in un isolazionismo disastroso, e quando nel XIX secolo entrarono in contatto con gli inglesi, il divario era divenuto abissale, al punto che l’impero cinese subì continue umiliazioni dalle potenze europee.

Un bel contrasto con il desiderio frenetico dell’Occidente medievale di adottare le tecnologie adottate altrove. Il medioevo europeo fece incetta di innovazioni provenienti da tutto il mondo, migliorandole sempre in maniera significativa. In Europa, se una scoperta o un’invenzione erano rifiutati da un’istituzione o da un’autorità, ve n’era comunque un’altra pronta a vagliarla ed eventualmente a farla propria. Si pensi, innanzi tutto, ai problemi militari. Costantemente minacciati dai loro rivali, i sovrani europei hanno dovuto aggiornarsi di continuo sugli sviluppi che avvenivano in questo campo, pena la disfatta e la perdita del potere. La concorrenza politica e militare è stata un notevole stimolo a tenere i propri armamenti sempre al passo con i tempi, fino al punto in cui questa eccezionale potenza bellica ha potuto riversarsi verso l’esterno.

Anche la storia di Colombo illustra l’importanza della disunità politica nel progresso dell’Europa. Se tutta l’Europa fosse stata governata da un imperatore, un unico rifiuto avrebbe significato che Colombo non sarebbe mai salpato verso ovest. Al contrario, Colombo poté esporre il proprio piano a diversi sovrani (portoghese, inglese, spagnolo) e la competizione con gli altri re sembra aver influenzato la regina di Spagna Isabella facendole cambiare idea. In Europa, se un’opera non era gradita a un’autorità, poteva sempre essere pubblicata altrove; al contrario, nell’impero ottomano il sultano riuscì per secoli a imporre il divieto della stampa a caratteri mobili, che arrivò per la prima volta in Egitto nel 1798 con i francesi. «Nessuno mai – ha scritto Jared Diamond – in Europa poté spegnere la luce».

Le città medievali: il primo motore

Non è facile intravedere degli spazi di libertà nel sistema feudale basato sull’assoggettamento dei contadini al signore, sulla servitù della gleba, sulla limitatezza degli scambi. Il feudalesimo però presentava due aspetti positivi, che alla lunga hanno favorito l’avvento del capitalismo: innanzitutto la condizione dei servi era di gran lunga migliore di quella degli schiavi della società antica. Sarebbe semplicistico descrivere in termini di pura coercizione il rapporto tra il signore e il servo che lavora la terra. Si trattava invece di un mutuo contratto, in virtù del quale il servo accettava di lavorare per il signore in cambio di servizi di protezione e di giustizia. I termini della relazione non potevano essere modificati dal signore secondo il suo arbitrio, ma erano fissati una volta per tutte dalla consuetudine (la durata ad esempio poteva essere ventinovennale o vitalizia). A parte questo vincolo con la terra, il servo medievale era una persona, che poteva sposarsi, formare una famiglia, trasmettere ai figli in eredità la terra e tutti i suoi beni. Lo schiavo antico invece non aveva il diritto di sposarsi né di fondare una famiglia, né gli era concessa alcuna dignità umana. Era un oggetto che si poteva acquistare o vendere e su cui il potere del padrone era senza limiti.

Il secondo aspetto vantaggioso del feudalesimo fu il suo carattere estremamente decentralizzato. Dopo il 476 d.C. gli invasori barbarici, una volta conquistate le terre dell’impero defunto, non si impossessano della sua macchina amministrativa e fiscale ma la privatizzano. Il re si divide, insieme ai suoi compagni di avventura, il patrimonio statale, le terre e le rendite. Il potere politico quindi si polverizza in migliaia di feudi e unità indipendenti, e nessun tentativo di unificazione imperiale ha successo. In particolare, la lunga Guerra delle Investiture fra potere politico e potere religioso rappresentò un punto di svolta decisivo, perché il movimento comunale non sarebbe riuscito a prendere corpo senza la furiosa lotta fra il Papato e l’Impero. La loro rivalità creò una situazione favorevole all’emancipazione delle città: armi in pugno, in lotte durate anche centinaia d’anni, gli abitanti delle città si sottrassero al dominio signorile, ecclesiastico e imperiale e iniziarono la ricostruzione della società partendo dal basso, governandosi da sé. Si formarono quindi delle isole non-feudali, le città, in mari feudali. Le città medievali furono dunque realtà doppiamente rivoluzionarie, sul piano politico e sul piano economico.

Sul piano politico il comune nasce da un’associazione di cittadini volontaria, privata, basata sul vincolo di un giuramento (la conjuratio). L’iniziativa di questi cittadini si sostituisce piano piano all’autorità del feudatario o del vescovo. La città è anche un’oasi di libertà che permette un grandioso processo di emancipazione degli sfruttati dal dominio feudale. “L’aria delle città rende liberi” era un detto d’origine tedesca molto diffuso nel basso medioevo. La città medievale diventa quindi un irresistibile polo di attrazione per i servi della gleba che vogliono sottrarsi al gioco dei loro padroni, per i mercanti e gli artigiani che vogliono commerciare e produrre liberamente, per i cavalieri decaduti che sperano di migliorare la loro condizione sociale. La città offre protezione, libertà, possibilità di guadagno e un forte senso d’appartenenza cementato dalla lotta permanente contro i signori.

La città fu anche rivoluzionaria sul piano economico. Gli abitanti dei Comuni si orientarono verso l’economia e non verso la politica perché, a differenza degli abitanti delle città-stato antiche, non avevano a disposizione una massa di schiavi da utilizzare quali strumenti di lavoro, né terre da coltivare, dato che queste erano in gran parte proprietà dei signori; furono quindi obbligati a guadagnarsi da vivere con l’attività manifatturiera e con il commercio, dilatando così l’orizzonte dell’economia di mercato rispetto all’angusto mondo feudale. Pare corretta quindi l’osservazione di Adam Smith, Max Weber, Henri Pirenne, Fernand Braudel, Luciano Pellicani e di numerosi altri studiosi che hanno associato il movimento comunale alla nascita del capitalismo. I comuni e le repubbliche marinare furono il “primo motore” dell’economia capitalistica.

La nascita della città medievale rappresentò dunque un fatto di capitale importanza nella storia dell’Europa occidentale. Nulla di simile era mai accaduto, in Europa come nel resto del mondo. Fuori dall’Europa, infatti, le città non avevano alcuna autonomia politica o economica dallo Stato centrale, dove i mercanti e gli artigiani lavoravano solo per soddisfare i bisogni delle élites del potere. Marco Polo rimase colpito dal fatto che le città cinesi, a differenza delle multiformi città europee, fossero tutte uguali e tutte squadrate. Questa struttura infatti favoriva il controllo dal potere centrale sulla città. In Asia il contadino che scappava dalle campagne non aveva nessuna possibilità di ottenere la libertà rifugiandosi in città, come accadeva in Europa, perché le città erano entità burocratiche presidiate dall’esercito imperiale.

Nelle città medievali nasce dunque la borghesia, che avrà un ruolo fondamentale nell’evoluzione storica della società europea. Il borghese medievale è dunque quella figura eroica a cui riesce per la prima volta il miracolo della moltiplicazione della ricchezza: non con i metodi, in auge fin dall’antichità, della guerra, del saccheggio e della pirateria, ma con i mezzi pacifici dell’invenzione, del lavoro, della produzione e dello scambio. A lui si devono le creazioni dei moderni strumenti del capitalismo, come l’impresa, le filiali, il sistema bancario, la contabilità, il credito, la lettera di cambio. L’opulenza e la potenza acquisita dalla classe borghese medievale era tale, che molti uomini d’affari potevano trattare alla pari con i re, e persino con l’Imperatore e il papa. In molte occasioni le monarchie si trovarono alla dipendenza finanziaria delle grandi compagnie, come quando i Bardi e i Peruzzi prestarono un milione e mezzo di fiorini al re d’Inghilterra Edoardo III, sulla garanzia delle entrate reali. Questo è un fatto inaudito, mai visto in nessun’altra civiltà. Vi immaginate un umile mercante egiziano, cinese o indiano che osa trattare da pari a pari le condizioni di un prestito con il Faraone, con l’Imperatore della Cina o con il Gran Mogol indiano?

L’assenza dello Stato nel Medioevo

Mentre oggi abbiamo un unico modello politico, lo Stato, che dall’Europa si è imposto in tutto il globo, ed è così onnipervasivo che non riusciamo neanche più ad immaginarci un ordine politico non statuale, il Medioevo fu invece il periodo della massima sperimentazione politica. Nel 1400 solo in Germania esistevano 400 unità politiche indipendenti di diversa natura: impero, principati laici, feudi ecclesiastici, città libere, confederazioni di città (hanse). Grazie all’assenza di questo soggetto così ingombrante, la società medievale si sbizzarrì in mille combinazioni, proponendo quel paesaggio di infinite figure politiche, associative e corporative che sono il contrassegno del volto medievale, il quale ha conosciuto un’infinità di identità politiche, ma non ha mai permesso a nessuna di queste entità di consolidarsi in Stato. Al potere medievale mancavano infatti i tre requisiti indispensabili della statualità: il monopolio legittimo della forza, la sovranità e la territorialità.

Il potere medievale era privo del monopolio legittimo della forza, perché diviso e limitato da altre forze, nel loro ambito autonome. I re di quest’epoca potevano talvolta godere di una supremazia indiscussa riguardante l’uso della forza entro un certo territorio, ma mai di un monopolio legale, come dimostrato chiaramente dalla liceità della faida e della guerra privata, e dalla libertà di appellarsi ad un giudice prescelto per risolvere le controversie: poteva così accadere che un signore dichiarasse legittimamente guerra al proprio re nel caso ritenesse di aver subito un torto; che un contadino o un mercante angariato si appellasse a un altro signore per avere protezione, e così via: un po’ come nel modello basato su molteplici agenzie private di protezione in concorrenza tra loro elaborato dai teorici libertari americani.

Sotto il secondo punto di vista, nel Medioevo esistevano, accanto a ordini politici quasi statali di natura territoriale, un gran numero di poteri politici non territoriali, come l’impero, la chiesa, i feudi, gli ordini cavallereschi, le hanse. L’impero infatti è un potere a vocazione universale, così come la Chiesa; l’ordine feudale si basava su rapporti personali tra re e vassalli, più che su una delimitazione territoriale; gli ordini cavallereschi, come i Templari, gli Ospitalieri, i Cavalieri di Malta, agivano come entità politiche sovranazionali, ma non avevano una base territoriale delimitata; le hanse erano federazioni di città mercantili che avevano delle basi in alcuni porti dell’Inghilterra e in altri paesi, entro i quali esercitavano la propria giurisdizione nelle controversie di natura commerciale.

I monarchi, quale che fosse la loro autorità, non possedevano infine altri due attributi fondamentali del potere sovrano, il potere legislativo e il potere tassazione. Fino alle soglie della Rivoluzione francese, infatti, il potere politico non fu mai inteso come legislatore. I rari editti dei re medievali si limitavano a raccogliere le costumanze del regno, senza che il monarca avesse la possibilità di modificarle. Il monarca medievale era visto come un supremo giudice, non come un legislatore.

Fino alla fine del ‘200 nei regni medievali non esisteva una vera e propria tassazione regolare. Le entrate del re derivavano dalle rendite terriere, dalle obbligazioni feudali, e dai pedaggi. In caso di emergenza il principe, oltre ad invocare l’obbligo dei suoi vassalli di combattere al suo servizio, poteva chiedere loro qualche sussidio supplementare. Se voleva raccogliere mezzi più ampi, era escluso che potesse imporre tributi. Il re doveva cercare di rastrellare le entrate aggiuntive recandosi successivamente nei principali centri del reame per radunare il popolo, esporgli i suoi bisogni e chiedere il suo aiuto.

La guerra quindi assumeva modeste proporzioni perché il potere non disponeva di due leve essenziali: l’obbligo militare e il diritto di levare imposte. Questo spiega la modestia spesso incredibile delle risorse militari a disposizione dei re e degli imperatori. La guerra feudale era forse più frequente di quella antica e di quella moderna, ma meno costosa e pericolosa, e certamente meno mortale. A Bouvines (1214), una delle più sanguinose e decisive battaglie del Medioevo, solo 170 cavalieri francesi perdettero la vita.

L’affermazione dello Stato moderno e la fine del Medioevo

Il primo passo nella costruzione della sovranità statuale moderna avviene quando un membro dell’aristocrazia riesce con la forza, e malgrado l’opposizione degli suoi pari, a monopolizzare le funzioni di pacificatore entro un dato territorio, costringendo tutta la popolazione a rivolgersi esclusivamente a lui invece che ad altri nobili. Nel lungo processo di edificazione dello Stato moderno dall’ordine medievale il sovrano ha dovuto quindi realizzare una serie di obiettivi: 1) sottomettere tutti i propri concorrenti interni, cioè gli altri nobili; 2) sottomettere gli altri corpi sociali autonomi, come le città, le corporazioni, le università; 3) sconfiggere le pretese dei poteri sovranazionali come quelli dell’impero o della chiesa; 4) espandersi territorialmente a danno dei sovrani vicini con qualche guerra vittoriosa; 5) realizzare un sistema regolare di tassazione; 6) creare una burocrazia permanente; 7) creare un esercito permanente; 8) disporre di un corpo di intellettuali al proprio servizio che giustificano le pretese di sovranità dello Stato. Ecco, solo quando il Potere riesce a realizzare tutto questo, nasce lo Stato moderno, burocratizzato e centralizzato.

Un momento decisivo per la nascita del primo embrione della statualità moderna si ha all’inizio del XIV secolo. Mentre fino al ‘200 c’era stato un equilibrio tra la Chiesa e il potere secolare, nel Trecento questo equilibrio si rompe a vantaggio del nascente Stato nazionale. Tuttavia, il battesimo dello Stato, lungi dall’essere pacifico, si realizzò attraverso spregiudicate azioni di violenza, guerra e rapina. Fu nella Francia di Filippo IV il Bello che lo Stato inizia a farsi prepotentemente largo tra le istituzioni medievali. Il re di Francia, per finanziare le sue guerre dinastiche, attaccò ed espropriò i mercanti (distruggendo di fatto le fiere con le sue tasse e regolamentazioni), gli ebrei, i Templari (fino all’annientamento dell’ordine), e la Chiesa. Nei decenni successivi la monarchia francese e quella inglese riusciranno a imporre per la prima volta una crescente quantità di tasse, devastando il continente con guerre ininterrotte per più di un secolo (la guerra dei cento anni dal 1337 al 1453). Il popolo non si adattò mai a considerare queste tasse come permanenti e insorse contro di esse tanto in Francia (le jacqueries del 1358) come in Inghilterra (la rivolta contro l’introduzione del testatico del 1381).

Agli inizi del Cinquecento la partita fra lo Stato moderno e i modelli politico-istituzionali concorrenti (l’impero, i comuni, le confederazioni, le Hanse, gli ordini cavallereschi), iniziata due secoli prima, era ancora tutta da giocare, e non vi erano motivi per pensare che il primo avrebbe avuto la meglio. Tuttavia a seguito della pace di Westfalia del 1648, lo Stato prende definitivamente il sopravvento. Ma anche questa vittoria definitiva dello Stato moderno non fu pacifica e senza contrasti. Intorno alla metà del Seicento si verifica in Europa una crisi rivoluzionaria generale, che trova espressione nella rivoluzione inglese, nella Fronda francese e nella rivolta di Masaniello a Napoli, provocata dallo sforzo delle tre grandi monarchie d’Occidente per aumentare le imposte, e dalla violenta reazione dei popoli maggiormente colpiti dall’aumento del fiscalismo necessario all’espansione dei primi apparati statali.

Le ragioni della vittoria storica dello Stato moderno sul mondo medievale sono state analizzate ampiamente dagli storici, i quali in genere hanno indicato ragioni militari, cioè la superiore capacità dello Stato di concentrare armi, uomini e risorse finanziarie per le sue guerre. In realtà gli stati territoriali infatti non hanno mai dimostrato una schiacciante superiorità militare sulle altre realtà politiche. La storia medievale è anzi ricchissima di esempi di piccole entità che, grazie alla temporanea confederazione e mutua difesa, mediante trattati di difesa, patti, leghe e alleanze, riuscirono a vincere contro nemici apparentemente molto più potenti: basti pensare al modo in cui resistettero alle pretese di re, principi e imperatori le leghe lombarde, toscane, anseatiche, svizzere e olandesi. Non dobbiamo dimenticare inoltre che le città della lega anseatica o i comuni italiani non subirono mai alcuna sconfitta decisiva sul campo, sul genere di quanto accadde agli imperi precolombiani crollati sotto i colpi dei conquistadores spagnoli. Piuttosto, queste realtà finirono col subire un lento e progressivo processo di centralizzazione sia all’interno (il passaggio dal comune alla signoria e poi al principato) che dall’esterno (in Italia i comuni più forti si espandono diventando realtà politiche di dimensione regionale).

E’ del tutto probabile che, ancora una volta, il fattore decisivo dei cambiamenti storici sia stato giocato dalle idee, dal generale mutamento di opinioni politiche avvenuto durante il Cinquecento nella società europea. Lo Stato moderno acquisì infatti in questo periodo un forte sostegno intellettuale da due parti: gli apologeti dell’assolutismo da un lato (Bodin, Machiavelli e successivamente Hobbes), e i riformatori protestanti dall’altro: non il papato, ma lo Stato rappresentava per Lutero lo strumento di Dio, e pertanto i sudditi gli dovevano la più assoluta obbedienza. Come hanno messo in luce gli studi di un grande giurista tedesco come Carl Schmitt, lo Stato moderno si afferma solo quando viene marginalizzata la religione tradizionale, e sostituita con una sorta di nuova religione laica in cui tutti le caratteristiche metafisiche di Dio (l’onnipotenza, l’eternità, l’unicità) vengono attribuite allo Stato, divenuto unica fonte di salvezza per gli uomini.

Conclusioni: il Medioevo fu liberale?

Ci sono delle evidenti analogie tra gli avvenimenti che segnarono l’inizio del Medioevo e i tempi nostri. Le nostre socialdemocrazie assomigliano sempre di più alla Roma fiscalista e burocratica del tardo impero, che perseguitava i produttori privati per mantenere nel lusso le elite politiche e dare assistenza (panem et circensem) a grandi masse di popolazione improduttiva; proprio come un tempo i governanti chiamavano i barbari per sostenere le fatiscenti strutture statali dell’Impero romano in crisi demografica, i nostri uomini politici contano sull’arrivo delle masse di immigrati dal Terzo Mondo perché finanzino le pensioni e l’assistenza sociale alle vecchie generazioni autoctone; la costruzione di un superstato burocratizzato di dimensioni continentali, l’Unione Europea, sembra infine seguire la stessa spirale centralizzatrice e statalista del basso impero.

Il processo di concentrazione del potere che ha dato origine allo Stato moderno ha raggiunto il suo culmine con i totalitarismi novecenteschi. Oggi gli aspetti negativi della concezione unitaria, sovrana e accentrata del potere appaiono sempre più evidenti in ogni parte del mondo, dove gli stati unitari e burocratici sono diventati macchine fiscali insaziabili, indebitate e fuori controllo, che consumano in maniera inesorabile le ricchezze prodotte dalla società. Ciò che rende difficile ogni tentativo di riforma o limitazione del potere statale è proprio la sua natura accentrata e gerarchica. Negli ultimi anni della sua vita il professor Gianfranco Miglio aveva perso ogni illusione riguardo la possibilità di migliorare la macchina statale lasciando intatta la sua struttura di fondo. Si era rivolto quindi allo studio di quei sistemi politici alternativi, basati su logiche pattizie, contrattuali e decentralizzate, storicamente sconfitti dall’avanzata dello Stato moderno, come le città libere medievali, la Lega Anseatica, le Province Unite olandesi, la Confederazione Elvetica. Il professore lombardo chiamò queste esperienze, trascurate dalla quasi totalità degli studiosi obnubilati dallo Stato moderno, “l’altra metà del cielo”.

I retaggi delle istituzioni medievali ancora oggi sopravvivono in quelle piccole realtà come il Principato di Monaco, il Liechtenstein, San Marino, Andorra, o nei cantoni svizzeri dove si pratica la democrazia diretta e il livello dell’imposizione fiscale è deciso dalle popolazioni locali. Queste istituzioni ci mostrano alcune peculiari virtù “premoderne” come il sospetto verso ogni forma di potere centralizzato; il rispetto per i corpi sociali intermedi, le comunità locali e le aristocrazie naturali, capaci di contrastare l’innata tendenza espansiva del potere; la deferenza verso le tradizioni storiche e le consuetudini, invece che verso la mutevole volontà del legislatore. Le istituzioni dell’epoca medievale, per la loro estraneità alle concezioni stataliste della modernità, rappresentano quindi un ricchissimo archivio storico dal quale possiamo attingere per immaginare nuovi sistemi politici più decentralizzati, più liberi, fondati su basi pattizie.

Si può allora concludere sostenendo che quella medievale fosse una società liberale? In realtà il liberalismo classico è una dottrina moderna, anche se dal contenuto antimoderno. Come ha spiegato Carlo Lottieri, il liberalismo classico rappresenta una reazione al dominio statuale, ed esprime la resistenza dei proprietari, delle tradizioni e delle comunità di fronte ad una sovranità che già si pretende assoluta e si appresta a diventare totalitaria. La teoria liberale emerge proprio a difesa della società civile, minacciata e oppressa dal trionfo dello Stato moderno. Se prima della modernità non c’era una teoria liberale non significa che il mondo fosse dominato dalla tirannia e dall’oppressione, ma che di tale teoria non se ne sentiva il bisogno. Non c’era lo Stato come lo conosciamo noi, e quindi non vi era l’esigenza di reagire al suo monopolio. Il Medioevo non era propriamente liberale, ma era una società che godeva di spazi di libertà oggi scomparsi. In ogni caso, era molto più libera di quello che crediamo noi moderni.

Contributo di Guglielmo Piombini, originariamente apparso sul sito della Libreria del Ponte

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