Il capitalismo produce povertà? Una replica a Bergoglio

di Ricardo Hausmann, traduzione di Cristian Merlo

La cifra distintiva dei Paesi più poveri al mondo non è certo da ricercarsi in una fiducia ingenua nel capitalismo, quanto piuttosto nella più totale diffidenza verso lo stesso, il che conduce progressivamente ad un grado di interventismo pubblico viepiù marcato e ad una regolamentazione dei commerci sempre più pervasiva. In un siffatto contesto operativo, il capitalismo non può prosperare e le economie ristagnano nella povertà


Ai nostri giorni, il capitalismo viene messo sul banco degli imputati per parecchie questioni: la povertà, la disuguaglianza, la disoccupazione, e persino il riscaldamento globale. Come Papa Francesco si è pronunciato in un recente discorso tenuto in Bolivia: <<Questo sistema ormai non è più tollerabile: i contadini lo trovano intollerabile, gli operai lo trovano intollerabile, le comunità lo trovano intollerabile, i popoli lo trovano intollerabile. La terra stessa – la nostra sorella, la Madre Terra, come direbbe San Francesco – lo ritiene intollerabile>>.

Ma i problemi che tanto sconvolgono Francesco sono la conseguenza di ciò che egli chiama “capitalismo sfrenato”? O sono invece ingenerati da un sorprendente fallimento del capitalismo nel realizzare ciò che ci si aspetta da quello? Un programma che si proponesse di promuovere la giustizia sociale dovrebbe fondarsi sulla volontà di imbrigliare il capitalismo ovvero sull’eliminazione delle barriere che ne ostacolano le sua espansione?

La risposta per quanto concerne l’America Latina, l’Africa, il Medio Oriente e l’Asia è ovviamente la seconda opzione. Per averne una conferma, è utile richiamare alla memoria come Karl Marx immaginava il futuro.

Per il filosofo tedesco, il ruolo storico del capitalismo si sostanziava nel riorganizzare la produzione. Ben presto sarebbero scomparse le aziende a conduzione familiare, i distretti artigianali, e la “nazione di bottegai”, secondo la formula spregiativa che è attribuita a Napoleone per qualificare la Gran Bretagna. Tutte queste attività piccolo-borghesi sarebbero state ben presto soppiantate dagli equivalenti attuali di Zara, Toyota, Airbus o Walmart.

Di conseguenza, i mezzi di produzione non sarebbero più stati detenuti da coloro che svolgono materialmente l’attività, che sia l’azienda familiare o la bottega artigiana, ma dal “capitale”. I lavoratori avrebbero continuato esclusivamente a possedere la propria forza lavoro, suscettibile di essere forzatamente scambiata per un salario misero. Cionondimeno, essi sarebbero stati più fortunati rispetto all’ “esercito industriale di riserva” – un bacino di lavoratori inoccupati abbastanza grande da incutere negli altri la paura di perdere il proprio posto di lavoro, ma sufficientemente piccolo per non dilapidare il plusvalore che potrebbe essere estratto facendoli lavorare.

Allorché tutte precedenti classi sociali sarebbero state trasformate in classi di proletari, e tutti i mezzi di produzione confluiti nelle mani di un gruppo sempre più ristretto di “capitalisti”, una rivoluzione proletaria avrebbe condotto l’umanità ad un mondo di giustizia perfetta: <<da ciascuno secondo le sua capacità, a ciascuno secondo i suoi bisogni>>, conformemente ad una celebre enunciazione di Marx.

Evidentemente, il poeta e filosofo Paul Valéry aveva ragione: <<il futuro, come tutto il resto, non è più quello di una volta>>. Ma non dobbiamo prendere troppo in giro i ben noti errori di predizione di Marx.

Dopo tutto, come il fisico Niels Bohr ironicamente ha osservato, <<le previsioni sono difficili, specie se rivolte al futuro>>.

Noi ora sappiamo bene che mentre l’inchiostro del “Manifesto del Partito Comunista” si stava ancora asciugando, sia in Europa che negli Stati Uniti i salari incominciavano una lunga parabola ascendente, che perdura da 160 anni, che rese i lavoratori parte integrante del ceto medio, in grado di permettersi automobili, di contrarre mutui, di accedere alle pensioni e di concedersi le preoccupazioni tipiche della piccola borghesia. I politici oggi promettono di creare posti di lavoro – ovvero maggiori opportunità di essere sfruttati dal capitale – e non di requisire, prendendoli in consegna, i mezzi di produzione.

Il capitalismo fu in grado di conseguire questa trasformazione perché la riorganizzazione della produzione ha consentito un inaudito e sensazionale aumento della produttività. La divisione del lavoro all’interno e tra le stesse imprese, che Adam Smith aveva già previsto nel 1776 quale motore della crescita, ha promosso una divisione di know-how tra gli attori economici, il che, a sua volta, ha permesso al “tutto” di avere maggiori conoscenze rispetto alle singole parti e di costituire un network di scambi e relazioni in costante sviluppo.

Una impresa moderna ha al suo interno esperti in ogni fase e settore: nella produzione, nella progettazione, nel marketing, nelle vendite, nella finanza, nella contabilità, nella gestione delle risorse umane, nella logistica, nella gestione amministrativa, nella contrattualistica e così via. La moderna produzione non si sostanzia solamente in una accumulazione di edifici e di attrezzature, detenute dal “capitalista”, che possono essere azionati meccanicamente da lavoratori fungibili. Piuttosto, è una rete coordinata di persone che possiedono differenti skill e differenziate tipologie di “capitale umano”. Nel mondo sviluppato, il capitalismo ha trasformato quasi tutti in lavoratori salariati, ma ha anche consentito di emanciparli completamente, garantendo loro una prosperità che Marx non avrebbe potuto nemmeno immaginare.

Certo, questa non è stata l’unica questione che Marx ha completamente mancato nelle sue previsioni. In maniera ancor più sorprendente, la riorganizzazione di produzione capitalistica si è esaurita nei Paesi in via di sviluppo, lasciando la maggior parte della forza lavoro al di fuori del suo controllo. I numeri sono sbalorditivi. Mentre solo un individuo su nove negli Stati Uniti è un lavoratore autonomo, la percentuale in India sale a 19 su 20. In Perù, meno di un quinto dei lavoratori sono impiegati nel tipo di imprese private che Marx aveva in mente. In Messico, circa uno su tre.

Anche all’interno degli stessi Paesi, il grado di benessere è fortemente associato alla misura in cui la forza lavoro viene impiegata nei processi di produzione capitalistica. Nello stato messicano di Nuevo León, i due terzi dei lavoratori sono dipendenti di imprese commerciali private, mentre in Chiapas tale rapporto scende a uno su sette. Non c’è affatto da stupirsi, allora, se il reddito pro capite sia più di nove volte superiore in Nuevo León che in Chiapas. In Colombia, il reddito pro capite a Bogotà è quattro volte superiore a quello registrato in Maicao. Non deve certo sorprendere che la quota degli occupati nelle imprese capitaliste sia di sei volte superiore a Bogotà.

Nella Bolivia affranta dalla povertà, Bergoglio ha però criticato <<la mentalità del profitto ad ogni costo, senza alcuna preoccupazione per l’esclusione sociale e la distruzione della natura>>, insieme a <<una fiducia rozza e ingenua nella bontà di coloro che detengono il potere economico e nel funzionamento sacralizzato del sistema economico imperante>>.

Ma questa spiegazione del fallimento del capitalismo non coglie nel segno. Le società più redditizie al mondo non stanno sfruttando la Bolivia. Semplicemente nemmeno vi stanno in Bolivia, in quanto non vi sono i presupposti basilari per poter operare. Il problema fondamentale dei Paesi in via di sviluppo è che il capitalismo non ha riorganizzato né la produzione né l’occupazione nelle aree e nelle regioni più povere, non inglobando nel suo perimetro funzionale la gran parte della forza lavoro.

Come Rafael Di Tella e Robert MacCulloch hanno dimostrato, la cifra distintiva dei Paesi più poveri al mondo non è certo da ricercarsi in una fiducia ingenua nel capitalismo, quanto piuttosto nella più totale diffidenza verso lo stesso, il che conduce progressivamente ad un grado di interventismo pubblico viepiù marcato e ad una regolamentazione dei commerci sempre più pervasiva. In un siffatto contesto operativo, il capitalismo non può prosperare e le economie ristagnano nella povertà.

Papa Bergoglio è sicuramente nel giusto allorché intende catalizzare l’attenzione dell’opinione pubblica sulla difficile situazione che sta affliggendo i più poveri del mondo. La loro miseria, però, non è la conseguenza del capitalismo sfrenato, quanto di un capitalismo che è stato imbrigliato nella maniera più inadeguata.

Articolo di Ricardo Hausmann su Project Syndicate

Traduzione di Cristian Merlo

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