Bruxelles, il grande inganno

di Gianfranco Miglio e Alessandro Vitale

L’Europa di Maastricht appare sempre più come un cadavere vivente. Essa è destinata a tramontare in quanto figlia della base dottrinale dello Stato moderno, che sta recedendo nel processo storico con la sua soffocante staticità, l’immobilità della sua imponente presenza, l’unitarietà delle sue istituzioni ingessate. Come lo Stato moderno, proprio per le sue eccessive dimensioni e per la sua ossessione dell’unità-omogeneità, anch’essa non è in grado di soddisfare i bisogni diversificati in continua espansione e che sfuggono a tutte le pretese di uniformità ben visibili nella spesso umoristica ipertrofia legislativa delle istituzioni legislative europeo-comunitarie. Maastricht, fondato sull’accordo fra governi nazionali, è stato un grosso affare per le classi politiche che guidano gli Stati nazionali e che ottengono una nuova legittimità, a livello superiore, a irreggimentare, a comandare, a tassare


Nella pubblicistica corrente ma anche accademica e soprattutto italiana, si continua ad associare come fosse cosa ovvia il federalismo all’idea e alla pratica istituzionale dell’Europa comunitaria. Eppure la costruzione europea attuale presenta aspetti inquietanti di riproduzione, a livello sovranazionale, della logica unitaria e omogeneizzante dello Stato moderno nazionale, che ha soppresso (o ha cercato di sopprimere definitivamente), nel corso della sua coerente e drastica evoluzione, tutte le forme istituzionali federali che hanno preceduto per migliaia di anni la formazione di quell’autentica eccezione storica che è appunto lo Stato «sovrano», nel quale proprio la «sovranità», per sua natura indivisibile, è l’esatto opposto del principio federale. L’opinione prevalente, diffusa anche da eminenti giuristi e politologi, è in netto contrasto con la realtà dei rapporti politici esistenti. Il collegamento acritico fra federalismo e costruzione istituzionale dell’Europa comunitaria non è una novità. In parte si tratta di una delle tante maschere con le quali si occulta la realtà della politica e della concentrazione del potere (si fa passare cioè per costruzione federale una struttura prodottasi come cartello di Stati nazionali unitari che aborrono qualsiasi differente organizzazione politica pluralista del continente), in parte deriva (questo sul piano accademico) dalla mitologia giuspubblicistica dello «Stato federale»: un ossimoro con il quale si cerca di conciliare il federalismo, le particolarità, il pluralismo, l’elemento volontario e contrattuale che finisce oggi per prevalere nei rapporti politici, con strutture e concetti statuali moderni, che ne sono proprio l’esatto opposto. Soprattutto i giuristi infatti, ossessionati dalla ricerca del luogo di collocazione della sovranità, non sanno concepire altro che classificazioni rigide basate su quel concetto unitario e assoluto. Anche i politologi, tutti incentrati sul modello unitario e centralizzato centro-periferia, ne sono influenzati: si pensi all’attuale sterile dibattito formalistico sulle forme pseudo-federali che assumerà la costruzione europea (Foederatio, Confoederatio, Consortio, Condominium e via schematizzando sulla base della collocazione della sovranità) o, peggio ancora, sul tema della «sussidiarietà», che mantenendo uno schema gerarchico-verticale non altera minimamente lo schema statuale moderno, trasposto a livello continentale. Per non parlare degli economisti. Tutti tacciono la premessa sottostante ai loro discorsi, cioè l’idea ossessiva di unità e di sovranità, l’idea che l’unificazione sia sempre meglio della pluralizzazione. L’unificazione monetaria non sfugge a questa logica. Gli economisti hanno continuato a decantare le virtù di tale unificazione senza andare a verificare, come dovrebbero invece fare storici dell’economia, se le unificazioni monetarie siano state nella storia vantaggiose per le economie. Si pensi alla disastrosa unificazione monetaria avvenuta in Italia, che è coincisa con la crisi più spaventosa dell’economia meridionale, che invece aveva già raggiunto notevoli livelli di sviluppo. O si pensi all’unificazione monetaria condotta nel Commonwealth britannico e alle sue conseguenze depressive.

La costruzione europea attuale assomiglia invece molto più a una compagine politica di tipo «asiatico», nel senso inteso da Montesquieu. Il problema della confusione fra federalismo ed Europa istituzionale contemporanea va poi letto soprattutto in chiave internazionale. Il «macro-stato» europeo in fieri viene costruito sul mito ideologico del federalismo sovranazionale, che è legato a filo doppio alla logica del sistema interstatuale moderno. Sebbene infatti anche il federalismo europeo parta dalla premessa della crisi degli Stati nazionali e dall’esigenza di creare nuove istituzioni a livello allargato sul piano internazionale, per il solo fatto di proporsi come forma di integrazione «sopranazionale» o «supernazionale», implicitamente esso ammette l’organizzazione di un «ordine internazionale» che per sua natura rimane basato sulle «nazioni» inventate all’atto dei processi di unificazione nazionale. L’ordine d’importanza degli obiettivi del federalismo europeo parte dal tetto della costruzione federalistica: prima creare le strutture della federazione europea e poi raggiungere anche nelle realtà territoriali particolari un assetto federale. Tuttavia il crollo dell’assetto internazionale bipolare (ma anche in precedenza, poiché il federalismo europeo in epoca di sovranità limitata era condannato a uno sterile esercizio retorico), ha dato un colpo definitivo alla prospettiva del federalismo «sopranazionale». Infatti le stesse «nazioni» in quanto invenzioni degli Stati nazionali hanno rivelato tutta la loro inconsistenza (per il moltiplicarsi delle relazioni di scambio che superano il significato delle barriere e dei confini, la crescita di relazioni intessute fra regioni periferiche appartenenti a Stati diversi, la formazione di regioni «a interessi convergenti», il riemergere o il formarsi di nuovi, minuti reticoli di molteplici affinità e di radicate abitudini quotidiane, ecc.), liberando le potenzialità di nuove convivenze. È lo stesso piano «internazionale» ad aver perso progressivamente di significato, poiché la richiesta di sostituire al rigido modello statale-unitario i vincoli flessibili degli assetti contrattuali e federativi e l’aspirazione a nuovi ordinamenti istituzionali che consentano alle popolazioni di stabilire fra di loro e di gestire liberamente tutte le relazioni che esse ritengano opportune e necessarie, al di sopra dei vecchi confini statal-nazionali, permettono di partire anziché dal tetto (decisione di istituzioni sopranazionali «federanti»), dal basso, per la riorganizzazione di convivenze che non siano vincolate ad alcun piano sopraordinato. Si pensi invece alla natura gerarchica e rigida dell’Unione, alla mitologia dei «confini comunitari», a come già oggi questi ultimi vengano rafforzati in modo abnorme e con dispendio di ingenti risorse economiche in molte zone del continente, in particolare fra i nuovi Stati dell’Europa orientale aspiranti all’ingresso consentito dall’«allargamento» e quelli destinati a rimanerne fuori. Senza considerare il fatto, oltre tutto, che l’Europa orientale è il futuro dell’Europa, in quanto portatrice di un’alternativa radicale a rigidi e ossessivi principi westfaliani come quelli del confine moderno.

Il federalismo europeo è figlio del mito dell’unità (essenziale allo Stato nazionale unitario), in quanto pretende di far convergere in un’unità superiore entità che sono ormai insofferenti a inglobamenti coatti in sintesi politiche che li sovrastino e li dirigano. Il problema del federalismo odierno infatti non è più come nel vecchio federalismo quello di creare l’unità, ma quello di pluralizzare. Non è un caso che il federalismo europeo miri all’unità del Continente (ma un’unità vecchia, ancora figlia del periodo bipolare e dell’Europa spaccata a metà), seppur frazionata in «autonomie», che sono appunto un ammennicolo della concezione unitaria dello Stato moderno. Occorre infatti domandare ai federalisti europei: unione con chi? Chiunque possieda anche soltanto pochi rudimenti di Scienza della politica sa che le unioni vengono fatte sempre contro qualcuno e a esclusione di una porzione di umanità che ne sta al di fuori.

Gli italiani sono stati diseducati in questo modo a pensare in senso federalista, poiché hanno imparato a parlare di «federazione» solo quando questa prospettiva veniva riferita all’ambito internazionale, come sogno di un mondo idilliaco, in cui le genti smettano di farsi concorrenza (e soprattutto sia possibile far risolvere dagli altri le proprie difficoltà). L’Europa è solo un concetto culturale e come tale arriva oggi da Lisbona a Vladivostok. I federalisti europei mirano invece in realtà a ricalcare la falsariga delle istituzioni europee bipolari ancora esistenti e sopravvissute al crollo della divisione est-ovest e pur credendo di raggiungere la pace superando le divisioni statal-nazionali, creano inconsapevolmente costanti motivi di conflitto sul suolo europeo. Cacciata dalla porta la guerra, rientra dalla finestra. Si pretende infatti di far coesistere due aspetti contrapposti, la «fratellanza universale» europea e l’idea di nazione, all’interno di una concezione che esclude l’elemento conflittuale, dimenticando che la dialettica amicus-hostis (amico-nemico politico) è costitutiva del «politico». Occorre qui ribadire che è nell’essenza della sintesi politica il perseguimento dell’unità attraverso l’eliminazione delle differenze e il raggiungimento dell’eguaglianza, quest’ultima essendo un principio squisitamente politico. Il problema è che oggi questa prevalenza della politica va scemando a fronte dell’affermarsi di nuove tendenze nell’economia internazionale. Caratteristica saliente del federalismo europeista diventa comunque il decidere chi sta «dentro» e chi sta «fuori»: ma a seguito di una decisione calata dall’alto. I disegni «europeisti» implicano la negazione della qualifica di «europei» ad alcuni popoli, inventando nuovi motivi di esclusione (spesso per ignoranza della realtà storica). Le unioni si definiscono del resto anche ex negativo. Per comprendere la natura dell’unione chi ne sta fuori conta come chi ne fa parte. Solo la struttura federale «interna» fra convivenze libere (che quindi rispetti anche il diritto naturale di secessione) può permettere un ottimale ruolo articolato sul piano che ancora oggi viene definito «internazionale». Il federalismo europeo in realtà, con il suo mito dell’unità, ha sempre segretamente creduto che ogni struttura federativa fosse qualcosa di imperfetto, che si sarebbe perfezionata nell’unità. Non è un caso che esso abbia preso piede così largamente in Italia, dove il mito dell’unità rimane forte e schiacciante rispetto all’idea federalista, volutamente alterata, distorta. Nella vecchia logica dello Stato moderno si cercava ciò che poteva unire le nazioni e si rifiutava ciò che le divideva. Tuttavia oggi la gente incomincia a rifiutare questa maniera di ragionare. I federalisti europeisti vivono invece nella fede nell’unificazione politica, che oggi non è più agognata come nel XIX secolo. Essi immaginano un’unificazione continentale come riduzione progressiva delle variazioni interne; l’Europa come una nuova «nazione», possibilmente monolingue e uniforme. Cioè l’esatto opposto del federalismo e della pluralità, ricchezza immensa dell’Europa storica. L’unità sognata dal federalismo europeista è quella di un solo settore dell’Europa organizzato in macro-Stato. Ma quel che è più significativo è che in questo settore si riproduce la stessa logica dello Stato nazionale: un «superstato» che si rafforza nell’esclusione di tutto ciò che sta fuori e che finisce per contrapporglisi. La logica dello Stato nazionale è chiarissima in questa visione: «Tutto l’ordine dentro l’Europa comunitaria e tutto il disordine confinato all’esterno»: law and order all’interno e all’esterno la legge della giungla. Ma questo lo si era già visto con la formazione dello Stato moderno e si è visto anche in seguito a quali conflitti questa concezione ha portato.


L’alleanza degli esclusi

La pattuglia più nutrita nel settore del federalismo europeista è costituita da utopisti, euroburocrati poco versati nella teoria politica. Infatti la riproduzione della stessa logica dello Stato nazionale in dimensioni ingigantite non viene nemmeno percepita. Si tratta di burocrati i quali si arrogano il diritto di stabilire chi è «ammissibile» in Europa e chi deve starne fuori, chi ha diritto di farne parte perché ha raggiunto una fase «sufficiente» di stabilizzazione interna (law and order come presupposto dello Stato moderno) e chi invece deve essere confinato nell’area del disordine.

La pretesa di costituire un’Europa federata e ordinata al suo interno sulle basi dell’attuale Europa comunitaria, presuppone una contro-risposta analoga da parte di chi ne sta fuori: una situazione che favorisce la ricompattazione interna degli esclusi (si pensi al rischio che si è corso di una minacciosa alleanza degli esclusi, stretta attorno alla Serbia) e una politica di potenza, per evitare di essere definitivamente divorati dal disordine e dal caos al quale, per il solo fatto di essere confinati all’esterno dell’Europa ricca, ordinata e civile, si è stati condannati. Sul piano economico, inoltre, il protezionismo europeo, che ha creato gravi danni alle economie dei Paesi europei esclusi più poveri, è un altro fenomeno di chiarissima impronta e derivazione statuale moderna, un figlio diretto di quel mito statalista del Geschlossener Handelstaat (Stato commerciale chiuso) che Fichte aveva teorizzato all’inizio del XIX secolo.

Il federalismo sovranazionale è irto di contraddizioni, al punto tale da uscire dalla logica stessa del principio federale. La realtà è che il federalismo europeista versa, dopo la fine del periodo bipolare, in uno stato pietoso, poiché continua a discettare di Stati unitari che dovrebbero cedere quote di sovranità, restando quindi prigioniero non solo dell’idea ossessiva della sovranità, ma anche, per conseguenza, della vecchia logica dell’equilibrio europeo (balance of power) fondato sugli Stati nazionali. Esso coincide con l’idea di un grande Stato nazionale europeo, magari governato dall’alto dagli «eurocrati» di Bruxelles. Si tratta poi di una dottrina auto-contraddittoria perché pretende di creare un’unione di entità in decomposizione come sono gli Stati nazionali (anche per il venir meno del legame individui-territori) dando vita a un’identica creatura artificiale, ma di dimensioni maggiori. Se lo Stato moderno è in crisi perché incapace di gestire i compiti che si è autoattribuito per legittimarsi (anche la sicurezza e la giustizia), a maggior ragione lo sarà un’entità più grande che ne ricalca la struttura. Ma la contraddizione lampante del federalismo europeista risulta dal fatto che mentre i sistemi «federali» classici (risultanti dal distruttivo e impossibile compromesso fra jus publicum europaeum e principio federale, per sua natura opposto ai miti statalisti) hanno come massimo attuale problema quello dell’indipendenza delle entità federate contro lo strapotere del governo centrale, favorito dall’inesorabile concentrazione del potere che le strutture statuali moderne producono, l’Europa politica è vista dal federalismo europeo come colei che deve vincere le resistenze degli apparati degli Stati, assoggettandoli al potere di un centro decisionale unico, di una Banca Centrale unificata, di una burocrazia che pretende di dare impossibili risposte al crescere dei bisogni dei cittadini. In questo senso questo «federalismo» è destinato a tramontare con il mito dell’unità trasformato in valore supremo e con l’entità a cui esso fa capo e dalla quale deriva: lo Stato nazionale unitario accentrato.

Da Fichte al bipolarismo

L’Europa di Maastricht appare sempre più come un cadavere vivente. Essa è destinata a tramontare in quanto figlia della base dottrinale dello Stato moderno, che sta recedendo nel processo storico con la sua soffocante staticità, l’immobilità della sua imponente presenza, l’unitarietà delle sue istituzioni ingessate. Come lo Stato moderno, proprio per le sue eccessive dimensioni e per la sua ossessione dell’unità-omogeneità, anch’essa non è in grado di soddisfare i bisogni diversificati in continua espansione e che sfuggono a tutte le pretese di uniformità ben visibili nella spesso umoristica ipertrofia legislativa delle istituzioni legislative europeo-comunitarie. Maastricht, fondato sull’accordo fra governi nazionali, è stato un grosso affare per le classi politiche che guidano gli Stati nazionali e che ottengono una nuova legittimità, a livello superiore, a irreggimentare, a comandare, a tassare. Quello che non hanno capito europeisti ed eurocrati è però che va oggi in crisi la nozione di unità dei macroaggregati politici e l’idea dell’irreggimentazione definitiva dei cittadini in un determinato e uniforme contesto istituzionale. Il federalismo invece è un modello contraddistinto dalla relatività dei vincoli politici, da contratti a termine che regolano e variano la dimensione delle convivenze istituzionali e il loro inserimento in strutture pattizie, volontarie, temporanee. Si tratta non solo del grande modello federale di Althusius, ma dell’esperienza già vissuta dalle città libere fra il Cinquecento e il Seicento in Europa, quando vi fu il massimo di espansione possibile del contratto e del privato sul «politico», prima che si imponesse lo statalismo delle monarchie assolute, il prototipo dell’epoca che oggi si sta concludendo.

Il federalismo dunque è stato un elemento costitutivo ed estremamente diffuso nell’Europa storica. Potrà tornare a svolgere quel suo classico ruolo, distorto dall’avvento dello Stato moderno che ha cercato di asservirlo alla sua logica, rendendolo innocuo per chi detiene il potere statale. Il federalismo si è consolidato in Europa prima di emigrare in America. Le basi contrattuali del federalismo americano risiedono nella tradizione delle Province unite, nelle idee di Althusius, nell’esperienza europea dei coloni americani. L’Europa di domani avrà tutt’altro aspetto rispetto a quello preteso dagli europeisti attuali e dai dottrinari dell’evoluzione «federale» dell’Europa comunitaria. Riemergerà, come appare già in modo lampante oggi, un forte ruolo delle grandi regioni, ma soprattutto delle grandi metropoli, che con le prime hanno fatto la ricchezza dell’Europa storica. Saranno questi i soggetti della futura convivenza europea. All’interno di questo nuovo dispiegarsi dell’Europa ci sarà ampio spazio per vasti rapporti tra macroregioni, che saranno molto più facili da sviluppare di quelli tra Stati nazionali. Nell’ormai vecchio studio sulla Padania, svolto dalla Fondazione Agnelli nel 1992, alcuni studiosi olandesi e tedeschi avevano descritto la mappa di un’Europa settentrionale organizzata regionalmente: la megalopoli formata dall’insieme delle città dei Paesi Bassi (Ranstad Holland) è al tempo stesso una comunità politica e una macroregione; il nord della Ruhr è una macroregione indipendente dai Länder; così come le metropoli, che stanno tornando a essere quello che erano nei secoli XVII-XVIII, sebbene naturalmente in forme parzialmente differenti. Il tessuto dell’Europa di domani sarà formato quindi da grandi regioni e da indipendenti megalopoli (nel senso originario che Gottman aveva dato a questo termine, con una visione molto più acuta di quella dei geopolitici contemporanei). Il ruolo delle città, come risulta dagli attuali studi sull’Hansa germanica, era stato trascurato anche da un grande federalista come Otto von Gierke, ma oggi tornerà a imporsi con le sue straordinarie peculiarità istituzionali. La trasformazione verso cui si avvia lo spazio europeo sarà la conseguenza di una trasformazione altrettanto radicale delle forme del «politico». Fino all’avvento dello Stato moderno, infatti, la comunità internazionale era dominata dal «contratto». Su questo aspetto i maggiori studiosi non ritornano nemmeno più, considerandolo ormai come definitivamente provato. I rapporti politici erano infatti rapporti contrattuali: il vocabolario della lingua latina medioevale non comprendeva termini politici, ma solo termini di diritto privato che riguardavano la giudicatura e i rapporti privatistici. La politica si faceva con mezzi privati, era l’età del Jurisdiktionstaat, l’organizzazione politica che opera per mezzo di tribunali: la genesi del Parlamento inglese è stata anche e soprattutto una genesi giurisdizionale. I grandi costituzionalisti erano dei giudici ed era nella giurisdizione che si esprimeva la politica. Poi a poco a poco le due entità si separano: nasce lo Stato moderno che politicizza tutto ciò che è politicizzabile e così solo in seguito viene in uso il lessico moderno e contemporaneo della politica e si verifica la trasformazione della Communitas gentium. Si separa una porzione della popolazione e le si dà un ordinamento chiuso, con i giudici, la certezza del diritto e law and order all’interno. Fino alla teorizzazione di Fichte, appunto, dello Stato nazionale chiuso anche dal punto di vista economico. Fuori dai confini c’è il disordine e ci sono i nemici: con i nemici bisogna combattere e il disordine bisogna gestirlo con relazioni non contrattuali ma di potenza. È l’origine del Machtstaat. Il conflitto condotto fuori dai confini si intensifica qualitativamente e quantitativamente nelle guerre condotte dagli Stati nazionali rispetto alle guerre medievali. Questo processo è andato avanti ed è culminato nel sistema bipolare postbellico che coinvolgeva e legava tutte le sintesi politiche: nel bipolarismo si ha il massimo di politicizzazione attraverso la verticizzazione. La tensione fra le due superpotenze ha tenuto ordinata tutta la comunità internazionale degli Stati: o di qui o di lì, non c’è altra scelta, e attraverso la contrapposizione, venivano regolate tutte le controversie. Quando però è venuta meno la coerenza ideologica interna, è caduto il sistema comunista e con la fine dell’Unione Sovietica è finito anche l’ordinamento internazionale del periodo bipolare e la comunità internazionale è tornata alla situazione che precedeva la modernità. Non c’è spazio per un’autorità internazionale, per espandere il ruolo dell’Onu e così via. Tra i soggetti politici vige il principio superiorem non recognoscitur. Si torna dunque, nella loro pluralità, alla molteplicità dei conflitti ma anche, specularmente, a un ordine retto da contratti che risolvono quei conflitti e alla convenienza di rispettare la regola pattuita, che viene osservata appunto per pura convenienza, non per un’imposizione o per un principio trascendente.

Bisogna quindi guardare alla situazione antecedente all’epoca moderna, non pensando che essa si riproponga nell’identica maniera, ma per collegare degli spunti e delle possibilità. Allora esisteva una pluralità di soggetti politici, diversi nella forma, nella sostanza e negli obiettivi: l’Impero, la Chiesa, le città libere, le federazioni di città. È necessario oggi assumere un’attitudine dinamica nei rapporti e nelle relazioni fra i soggetti politici, considerarli a priori come transitori e legati a una temporalità limitata, tanto nelle relazioni internazionali che nelle costituzioni intese a regolare la convivenza. Soprattutto però si assiste al declino della comunità interstatale moderna e al riaffiorare di una comunità inter gentes innervata dal riemergere dell’individuo dalle macerie del collettivismo statalista, dal ritorno dei contratti, dell’adesione volontaria agli accordi fra convivenze, dalla risoluzione dei problemi mediante una pluralità di statuti, cioè l’esatto opposto del modello centralista e gerarchico di Bruxelles e dei suoi sostenitori, che difendono unguibus et rostris la pianificazione globale, il mito dell’unità. In un mondo in cui il primato tocca all’economia, la politica dovrà mutuare i suoi modelli dall’organizzazione economica. Andiamo incontro a difficoltà enormi, a problemi drammatici; tuttavia adottare un modello neo-federale significa ricostruire tutto ex novo. Lo jus publicum europaeum è finito e il pendolo della storia oscilla adesso verso concezioni non-politiche e orientate sul «contratto» e sul «privato»; ciò diventerà evidente nella struttura che finiranno per assumere gli Stati attuali e la comunità delle genti.

In alcuni ambiti dell’Europa in particolare (ad esempio quella orientale), come si vede bene oggi, non c’è alternativa. L’ossessione della costruzione di Stati nazionali ha fatto riesplodere colà un tessuto che con essi era strutturalmente e del tutto incompatibile. Si pensi al ruolo non solo delle differenze etniche, ma anche dell’énclave, che del resto era la normalità fino al XVIII secolo anche nell’Europa occidentale e che finirà per essere riscoperto anche qui. In esso il rapporto di relazione, fondato su interessi comuni, sostituisce la delimitazione territoriale e collega le entità al di là della contiguità spaziale, stabilendo di volta in volta l’ordine gerarchico di decisione sulla base della qualità dei problemi da affrontare. Del resto i criteri di gestione dei grandi interessi economici, che conservano strette relazioni anche se operano in aree differenziate e a grande distanza l’una dall’altra, pur limitando la propria collaborazione al conseguimento di obiettivi specifici, costituiscono una base sulla quale dovranno ridisegnarsi i processi politici. Temo però che i giuristi siano impotenti di fronte alle grandi trasformazioni ormai avviate, perché rimangono legati, ormai privi di immaginazione, a un mondo che esce dalla storia. Solo i giovani europei potranno comprendere e guidare i processi di trasformazione in atto se sapranno liberarsi delle mitologie prodotte da generazioni ormai al tramonto.

Saggio di Gianfranco Miglio e Alessandro Vitale, originariamente apparso, nel dicembre 2000, sul num. 3 del bimestrale Liberal“, e poi riproposto sul sito della Fondazione Liberal

5 (100%) 2 votes

Be the first to comment

Leave a Reply

L'indirizzo email non sarà pubblicato.


*