Il fascismo e la sua inerente politica economica socialista

di Lawrence K. Samuels, traduzione di Cristian Merlo

In estrema sintesi, la rivisitazione del marxismo operata da Lenin culminò in politiche di “socialismo edulcorato”, le quali contribuirono a ispirare Mussolini nel modellare il suo modello fascista, innervato da alcuni elementi di socialismo nazionalista. Così, non pare peregrino identificare la politica di Lenin come il prototipo moderno del fascismo e dello Stato corporativo


I principi sottesi alla politica economica del fascismo italiano vengono spesso ignorati o banalizzati, perché gran parte di questi si riscontrano nelle economie del mondo di oggi. Si considerino solo alcuni dei fattori caratterizzanti l’economia fascista: la pianificazione centrale, i rilevanti sussidi statali, il protezionismo (tariffe consistenti), gli avanzati livelli di nazionalizzazione, il clientelismo dilagante, gli ampi deficit, una spesa pubblica elevata, i salvataggi pubblici di banche e di industrie, una burocrazia elefantiaca, i programmi assistenziali di massa, uno schiacciante debito nazionale, le fiammate inflazionistiche e “una integrata struttura economica nazionale altamente regolamentata e multiclasse”[1].

In più di un’occasione, Benito Mussolini ha identificato le sue politiche economiche con il termine “capitalismo di Stato” – la medesima definizione che Vladimir Lenin utilizzò per inaugurare la sua Nuova Politica Economica (NEP). Lenin scrisse: <<Il capitalismo di Stato si configurerebbe come un passo in avanti rispetto alla situazione attuale nella nostra Repubblica Sovietica>>[2]. Dopo che l’economia russa collassò nel 1921, Lenin consentì la privatizzazione e l’iniziativa privata, e lasciò la possibilità alle persone di commerciare, comprare e vendere per realizzare profitti individuali [3]. Lenin stava muovendo verso un’economia mista. Richiese altresì che le imprese statali operassero in conformità ai principi contabili degli utili e delle perdite [4]. Lenin ammise che non ebbe alternative dal deflettere dal socialismo integrale, permettendo certe forme di capitalismo.

Mussolini seguì l’esempio di Lenin e procedette a stabilire un modello economico integralmente guidato dallo Stato anche in Italia. In buona sostanza, il fascismo di Mussolini era semplicemente una emulazione della “terza via” proposta da Lenin, un ibrido inteso a combinare alcuni meccanismi tipici del mercato e il socialismo: un qualcosa di molto simile al “socialismo di mercato” della Cina Rossa. In estrema sintesi, la rivisitazione del marxismo operata da Lenin culminò in politiche di “socialismo edulcorato”, le quali contribuirono a ispirare Mussolini nel plasmare il suo modello fascista, innervato da alcuni elementi di socialismo nazionalista. Così, non pare peregrino identificare la politica di Lenin come il prototipo moderno del fascismo e dello Stato corporativo.

L’economista Ludwig von Mises, il quale era sfuggito alla conquista nazista dell’Europa, ha sostenuto che il <<programma economico del fascismo italiano non differiva affatto dal programma del socialismo inglese delle gilde, come propagandato dai più eminenti socialisti britannici ed europei>>[5-6].

Nella Concise Encyclopedia of Economics, Sheldon Richman afferma in maniera lapidaria: <<come sistema economico, il fascismo non è nient’altro che socialismo ammantato di una patina capitalista>> [7]. Egli sostiene che il socialismo cerca di abolire il capitalismo a titolo definitivo, mentre il fascismo, in maniera speciosa, tende a mostrarsi come una economia di mercato, anche se si regge sostanzialmente su una pesante pianificazione centralizzata di tutte le attività economiche. Secondo gli autori Roland Sarti e Rosario Romeo, <<sotto il fascismo lo Stato aveva il più ampio margine di manovra per il controllo dell’economia rispetto a qualsiasi altro paese di quel periodo, tranne che l’Unione Sovietica>> [8].

È interessante notare che Mussolini trovò molti principi espressi dalle teorie economiche di John Maynard Keynes coerenti con il fascismo, affermando: <<il fascismo concorda interamente con il signor Maynard Keynes, nonostante la sua prominente figura venga associata a quella di un liberale. Di fatto, il suo eccellente “The End of Laissez-Faire” (1926) potrebbe, nel complesso, servire come un’utile introduzione all’economia fascista. In esso, vi è ben poco da eccepire e molto a cui applaudire>> [9].

Dopo la Grande Depressione che coinvolse praticamente tutto il mondo, Mussolini divenne più esplicito nelle sue rivendicazioni, dichiarando apertamente che il fascismo rigettava in toto gli elementi capitalistici dell’individualismo economico e del liberalismo improntato al laissez-faire[10]. Nella sua “Dottrina del fascismo”, Mussolini scrisse: <<La concezione fascista della vita accetta l’individuo nella sola misura in cui i suoi interessi coincidano con quelli dello Stato… Il fascismo riafferma i diritti dello Stato. Se il liberalismo classico vuol dire individualismo, il fascismo vuol dire Stato>>. Nella sua autobiografia, edita nel 1928, Mussolini rese ancor più chiara la sua avversione per il capitalismo liberale: <<Il cittadino nello Stato fascista non è più un individuo egoista che detiene il diritto antisociale di ribellarsi contro ogni legge della Collettività>> [11].

Poiché gli effetti della Grande Depressione si protrassero, il governo italiano promosse fusioni e acquisizioni, salvò imprese decotte e <<sottopose a confisca le quote di capitale sociale delle banche che detenevano importanti partecipazioni>> [12]. Il governo acquisì il controllo le società in bancarotta, promosse i cartelli tra imprese, aumentò il livello di spesa pubblica, ampliò l’offerta di moneta, e fece esplodere i deficit [13]. Promosse altresì l’industria pesante <<nazionalizzandola, anziché lasciare che le aziende fallissero>> [14].

I leader fascisti consideravano le imprese italiane come “rivoluzionarie” e sostenevano che lo Stato corporativo avrebbe “garantito il progresso economico e la giustizia sociale”[15]. Le teorie dei fascisti italiani relativamente al corporativismo scaturirono dal sindacalismo rivoluzionario e nazionalista, che spesso trovava una corrispondenza nell’attività dei sindacati, delle corporazioni dei mestieri e delle organizzazioni professionali. Lo stesso Mussolini riconobbe il debito che il fascismo vantava nei confronti del socialismo, quantomeno relativamente alle sue radici e alle sue influenze. Ammise altresì che [il suo impianto ideologico, ndt] fu influenzato, tra gli altri, dal marxista francese Georges Sorel e dal sindacalista rivoluzionario, sempre d’oltralpe, Hubert Lagardelle [16]. Inoltre, Mussolini era un sindacalista: decretò il sindacalismo obbligatorio per tutti i lavoratori italiani. È altrettanto vero che egli mise al bando gli scioperi, ma Lenin fece la stessa cosa in Unione Sovietica.

Sotto il corporativismo dello Stato fascista, <<i comitati di pianificazione centralizzata fissarono le linee e i livelli di produzione, i prezzi, i salari, le condizioni di lavoro, e la dimensione degli insediamenti produttivi. Le licenze erano onnipresenti; nessuna attività economica avrebbe potuto essere intrapresa senza il benestare del governo>>. Queste misure limitarono e contrassero la nascita e lo sviluppo di nuove imprese [17] [18]. Inoltre, <<i livelli di consumo erano determinati dallo Stato, e il reddito “in eccesso” doveva essere devoluto a titolo di imposta o di “prestito”>>[19].

Dalla metà degli anni 1930, lo statalismo corporativo e la concentrazione di regolamentazione arrivarono a “tenere in scacco” il sistema creditizio italiano, sottoposto <<alla sorveglianza dello Stato e di agenzie parastatali >> e, dalla fine degli anni ‘30, circa l’80 per cento del credito disponibile era <<controllato direttamente o indirettamente dallo Stato>> [20]. Approssimandosi la guerra d’Abissinia, il governo italiano impose il controllo dei prezzi, fissò le quote di produzione e delle tariffe più elevate. Si venne a creare un enorme deficit commerciale, che a sua volta condusse a una recrudescenza delle restrizioni sulle importazioni, a dei controlli più serrati sugli scambi con l’estero, e a dei maggiori controlli sulla allocazione delle materie prime [21]. Non appena Mussolini si indirizzò verso l’ ”autarchia”, od autosufficienza, imponendo delle leggi ancora più orientate al protezionismo, in Italia <<la spesa pubblica esplose e il deficit di bilancio aumentò di ben sette volte tra il 1934 e il 1937>> [22] [23].

Con la promulgazione della legge di riforma bancaria del 1936, la Banca d’Italia e la maggior parte delle altre grandi banche divennero di fatto delle aziende pubbliche [24]. L’espropriazione del capitale ebbe luogo solo un anno prima, quando specifiche disposizioni imposero che tutte le banche, le imprese e i privati ​​cittadini cedessero le azioni e le obbligazioni, da loro detenute ed emesse all’estero, alla Banca d’Italia [25].

Mussolini raddoppiò il numero dei burocrati italiani convogliati in seno a un gigantesco apparato di comitati. Nel 1934, un italiano su cinque era impiegato per lo Stato [26]. Si era istituito un labirinto <<di burocrazie sovrapposte, in cui gli ordini di Mussolini venivano costantemente smarriti o deliberatamente disguidati>> [27].

Nel mese di maggio del 1934, non appena l’Istituto per la Ricostruzione Industriale (IRI) iniziò ad acquisire il controllo delle attività bancarie, Mussolini dichiarò: <<tre quarti dell’economia italiana, industriale ed agricola, è nelle mani dello Stato>> [28] [29]. Nel 1939, l’Italia riscontrò il più alto tasso di imprese nazionalizzate del mondo, eccettuata l’Unione sovietica [30]. In quell’anno, lo Stato <<controllava oltre quattro quinti del trasporto marittimo e della cantieristica italiana, tre quarti della sua produzione di ghisa e quasi la metà di quella dell’acciaio>> [31].
 
Nel settembre del 1943, Mussolini era a capo di uno Stato fantoccio nazista, denominato Repubblica Sociale Italiana (RSI), per il quale egli propose un’ulteriore “socializzazione dell’economia”. Cominciò a mostrare un rinnovato interesse per il suo precedente radicalismo. Rivendicando di non aver mai abbandonato i suoi ideali di sinistra [32], <<Mussolini ritornò a un tipo di socialismo che, ancora una volta, aveva come bersaglio principale il capitalismo>>, nel suo tentativo di <<annientare le plutocrazie parassitarie>> [33]. Nel febbraio del 1944, il governo di Mussolini mise a punto una “ legge di socializzazione” volta a conseguire un maggior grado di nazionalizzazione dell’industria e una maggior partecipazione dei lavoratori alla gestione delle fabbriche e delle imprese, unitamente alla realizzazione di una riforma agraria [34]. La Repubblica Sociale Italiana <<enfatizzava in maniera ossessiva>> lo sforzo per la socializzazione e per una <<concezione dell’egualitarismo fascista e per un pervasivo Stato assistenziale fascista>> [35].

In buona sostanza, l’economia del fascismo italiano può ben essere qualificata come marxista ed ispirata ai principi del sindacalismo, oltre che alquanto più affine alla sinistra socialista rispetto alla politica economica intrapresa oggigiorno da molti paesi occidentali, i quali abbracciano un’economia mista di socialismo, assistenzialismo e tradunionismo. Ora, sarebbe assai opportuno se solo gli economisti e gli storici cominciassero a riconoscere, ancorché tardivamente, questi fatti!

Contributo di Lawrence K. Samuels su Library of Economics and Liberty

Traduzione di Cristian Merlo

Note

[1] Stanley G. Payne, A History of Fascism 1914-1945, Madison: Wisconsin, University of Wisconsin Press, 1995, p. 7.

[2] V. I. Lenin, “The Tax in Kind”, written April 21, 1921, Lenin’s Collected Works, 1st English Edition, Progress Publishers, Moscow, 1965, Volume 32, pp. 329-365.

[3] V. N. Bandera “New Economic Policy (NEP) as an Economic System” , The Journal of Political Economy, Vol. 71, No. 3 (June, 1963), 265-79: p. 268.

[4] V. N. Bandera “New Economic Policy”, p. 268.

[5] Sidney and Beatrice Webb, Constitutions for the Socialist Commonwealth of Great Britain, London: UK, London, New York, Longmans, Green & Co. 1920.

[6] Ludwig von Mises, Planned Chaos, Foundation for Economic Education, Irvington-on-Hudson: NY, 1970, p.73, prima pubblicazione del 1947.

[7] Sheldon Richman, “Fascism” in David R. Henderson, ed., The Concise Encyclopedia of Economics, 2nd ed., (Indianapolis, Indiana: Liberty Fund, 2008). Testo reperibile anche sul sito della Library of Economics and Liberty.

[8] Franklin Hugh Adler, Italian Industrialists from Liberalism to Fascism: The Political Development of the Industrial Bourgeoisie, 1906-1934, New York: NY, Cambridge University Press, 1995, p 347; fonte originale: Rosario Romeo, Breve Storia della grande industria in Italia 1861/1961, Bologna, 1975, pp.173-4; Roland Sarti, Fascism and the Industrial Leadership in Italy, 1919-40: A Study in the Expansion of Private Power Under Fascism, 1968, p. 214.

[9] James Strachey Barnes, Universal Aspects of Fascism, Williams and Norgate, London: UK, 1929, pp. 113-114.

[10] Gaetano Salvemini, Under the Axe of Fascism, London: UK, Victor Gollancz, LTD, 1936, p. 134.

[11] Mussolini, My Autobiography, New York: NY, Charles Scribner’s Sons, 1928, p. 280.

[12] Michael E. Newton, The Path to Tyranny: A History of Free Society’s Descent into Tyranny, 2nd edition, New York: NY, Routledge, 1994, p. 170.

[13] Jeffrey Herbener, “The Vampire Economy: Italy, Germany, and the US”, Mises Institute, October 13, 2005.

[14] Newton, Path to Tyranny, p. 171.

[15] Martin Blink Horn, Mussolini and Fascist Italy, 2nd edition, New York: NY, Routledge, 1994, p. 29.

[16] Sternhell, Zeev, Neither Right nor Left: Fascist Ideology in France, edizione inglese ed., Princeton: NJ: Princeton University Press, 1986, p. 203.

[17] Richman, “Fascism”.

[18] Gaetano Salvemini, Under the Axe of Fascism, London: UK, Victor Gollancz, LTD, 1936, p. 418.

[19] Richman, “Fascism”.

[20] A. James Gregor, Italian Fascism and Developmental Dictatorship, Princeton: NJ, Princeton University Press, 1979, p. 158.

[21] Alexander J. De Grand, Italian Fascism: Its Origins & Development, Lincoln: NE, University of Nebraska Press, 1982, p. 106.

[22] Michael E. Newton, The Path to Tyranny: A history of Free Society’s Descent into Tyanny, 2nd edition, New York: NY, Routledge, 1994, p. 173.

[23] Alexander J. De Grand, Italian Fascism: Its Origins & Development, p. 108.

[24] Alexander J. De Grand, Fascist Italy and Nazi Germany: The “Fascist” Style of Rule, second edition, New York, NY, Routledge, p. 52.

[25] Jeffrey Herbener, “The Vampire Economy: Italy, Germany, and the US”, Mises Institute, October 13, 2005.

[26] George Seldes, “The Fascist Road to Ruin: Why Italy Plans the Rape of Ethiopia”, The American League Against War and Fascism, 1935.

[27] Jim Powell, “The Economic Leadership Secrets of Benito Mussolini”, Forbes, Feb. 22, 2012.

[28] Gianni Toniolo, editor, The Oxford Handbook of the Italian Economy Since Unification, Oxford: UK, Oxford University Press, 2013, p. 59; Mussolini’s speech on May 26, 1934.

[29] Carl Schmidt, The Corporate State in Action, London: Victor Gollancz Ltd., 1939, pp. 153-76.

[30] Patricia Knight, Mussolini and Fascism (Questions and Analysis in History), New York: Routledge, 2003, p. 65.

[31] Martin Blink Horn, Mussolini and Fascist Italy, 2nd edition, New York: NY, Routledge, 1994, p. 35.

[32] Denis Mack Smith, Mussolini: A Biography, New York: NY, Vintage Books, p. 31.

[33] Stephen J. Lee, European Dictatorships 1918-1945, 3rd edition, New York: NY, Routledge, 2008, p. 17.

[34] Stephen J. Lee, European Dictatorships, p. 171-172.

[35] R.J.B. Bosworth, Mussolini’s Italy: Life Under the Fascist Dictatorship,1915-1945, New York, NY, Penguin Press, 2006, p. 523).

 


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