La ricerca del profitto è incompatibile con la ricerca della rendita parassitaria

di Sandy Ikeda, traduzione di Cristian Merlo

La differenza sussistente tra la ricerca del profitto e il rent-seeking è pertanto simile a quella che esiste tra il commercio pacifico e la rapina a mano armata. Entrambi richiedono tempo, energia, e abilità, ma in un caso si crea ricchezza, nell’altro la si distrugge; uno incoraggia la cooperazione spontanea, l’altra la mina alla radice


I lettori del sito spesso si imbattono in riferimenti al termine “rent-seeking”. Di solito, contestualizzando il contenuto, è palese che ci si riferisce a qualcosa di indesiderato: ma a che cosa si allude, nello specifico?

Quella di “rendita” è sicuramente una nozione invalsa da tempo in ambito economico. Nell’economia tradizionale ci si riferisce al corrispettivo spettante al proprietario di un fattore produttivo fisso, a compenso delle qualità inerenti ed eccedenti il suo “costo opportunità”, vale a dire il differenziale che si potrebbe ottenere impiegando il fattore nella sua destinazione più redditizia. Nel caso della terra, ad esempio, qualsiasi pagamento, corrisposto al proprietario di un particolare fondo, superiore ai costi di bonifica e di livellamento dello stesso o per le “qualità permanenti e indistruttibili del suolo”, veniva tradizionalmente considerato una rendita.[1]

Vi sono coloro, tra cui anche Henry George, [economista e ndt] critico sociale del XIX secolo, che ritengono che tali pagamenti siano uno spreco perché (1) avrebbero potuto essere utilizzati per produrre altri beni, come le case o il cibo, invece di essere spesi esclusivamente per trasferire la proprietà di una risorsa già esistente da un soggetto ad un altro, e (2) non incidono affatto sull’aumento dell’offerta del fattore fisso.

Questo significa allora che la ricerca di una rendita sia da reputarsi una cosa negativa, in quanto in sé e per sé uno spreco? Certamente no, almeno in questo caso.

Esaminiamo il primo argomento. Il pagamento corrisposto a mero titolo di rendita per un fattore fisso come la terra, qualora effettuato in rate progressive ovvero una tantum in un’unica soluzione, non si limita a trasferire un bene da un soggetto ad un altro. (In realtà, con la terra non è nemmeno possibile realizzare un tale spostamento in quanto non è un fattore mobile, eccettuati forse alcuni appezzamenti collocati nei pressi della faglia di Sant’Andrea, dove occasionalmente certi episodi possono realizzarsi). È indubbio, infatti, che la corresponsione della rendita favorisca il passaggio di mano della proprietà della terra, ri-orientandone lo sfruttamento dagli impieghi meno redditizi verso quelli più profittevoli: si pensi, ad esempio, al cambio di destinazione da un piano di lottizzazione edilizio ad un utilizzo agricolo, nel caso in cui la coltivazione dei fondi dovesse rivelarsi più vantaggiosa rispetto ad un progetto di edificazione. In tal modo, il trasferimento, e quindi la rendita stessa, costituisce parte integrante di un processo teso a generare ricchezza.

Dobbiamo renderci conto che il concetto di produzione in economia non ha necessariamente nulla a che vedere con la trasformazione fisica o con la movimentazione dei beni, quanto piuttosto con la creazione di valore, che possiede una natura squisitamente soggettiva. Per esempio, se John e Mary, senza ricorrere né alla forza né alla frode, si scambiano i titoli di proprietà di una mela e di un’arancia, entrambi si attendono di migliorare la propria condizione di partenza (se così non fosse, almeno uno di loro non avrebbe acconsentito allo scambio), atteso che ognuno dovrà rinunciare a qualcosa che viene apprezzato meno per un bene cui si attribuisce maggior valore. Il guadagno netto insito nel processo di valorizzazione stimato da ogni soggetto interagente costituisce una ricchezza di nuova costituzione. Nelle società sviluppate questo è precisamente il sistema che consente di produrre più ricchezza: il libero scambio.

Parimenti, i consumatori di prodotti agricoli garantiscono per il proprietario terriero un flusso di entrate nette ben superiore a quello assicurabile dai potenziali consumatori delle case che avrebbero potuto essere edificate su quel terreno. La rendita è pertanto la corresponsione di un prezzo fisso al proprietario per l’impiego della terra in un modo maggiormente produttivo, in termini di disponibilità a pagarla.

E come è possibile stabilire quale sia la modalità di impiego più produttiva, in questo senso? Nessuno può saperlo con certezza, ma l’imprenditore-proprietario del terreno ha un forte incentivo per decidere correttamente chi dovrebbe disporre della facoltà dell’utilizzo finale della risorsa, se i consumatori di prodotti agricoli o gli inquilini, perché egli si trova nella condizione di realizzare un profitto, nel caso effettuasse la scelta giusta, ovvero di subire una perdita, optando per quella sbagliata. Le risorse che gli imprenditori spendono nella ricerca di una rendita, nella misura in cui sono funzionali ad implementare le loro possibilità di intraprendere decisioni passibili di generare una ricchezza incrementale, non costituiscono certo uno spreco.

Il secondo argomento impugnato contro la nozione di rendita risiede nel fatto che le rendite non aumentano l’offerta di terra. Tuttavia, gli economisti pensano in maniera dinamica (o almeno dovrebbero), e questo significa che, tenendo conto di ciò che accade nel corso del tempo, l’impredicibilità del futuro può diventare parzialmente intelligibile nel presente. Da questo punto di vista, è possibile configurare la rendita che un particolare lotto garantisce al suo proprietario come un elemento che potrebbe benissimo indurre altri imprenditori, alla ricerca di profitto, ad investire nella bonifica o nella messa a disposizione di più terreno, quando lo spazio utilizzabile diventa piuttosto scarso. Cioè, la rendita può servire da incentivo per produrre una maggior quantità di spazi, nei quali poter collocare ulteriori attività passibili di generare valore aggiunto.

Quindi, tanto dal punto di vista dell’allocazione efficiente degli spazi esistenti utilizzabili che della creazione di nuovi spazi, la rendita promuove la creazione di ricchezza.

Definire il concetto di “ricerca della rendita parassitaria”

rent3Da dove deriva allora la cattiva connotazione del termine “ricerca della rendita parassitaria”?
Gordon Tullock, uno dei pionieri nello sviluppo della teoria del “rent-seeking”, ne ha dato una precisa definizione: “l’impiego delle risorse, da parte di taluni soggetti, con lo scopo di conseguire delle rendite rivenienti da determinate attività che sono caratterizzate da un valore sociale negativo” [2].
Abbiamo visto come le rendite che si generano in un libero mercato possiedano un “valore sociale” positivo, nella misura in cui si convenga che la creazione di valore sia una buona cosa.[3] In tal modo, non si dovrebbe attribuire alcuna connotazione negativa alla nozione di “ricerca della rendita di mercato”, che si sostanzia nella spendita di risorse per l’acquisizione di una rendita fondiaria o di qualsiasi altra rendita acquisibile privatamente. Tullock si riferisce espressamente a quelle attività che distruggono ricchezza. Tuttavia, spesso e volentieri le persone manifestano un certo disagio quando hanno a che fare con il libero mercato, in quanto non sono affatto in grado di distinguere tra la ricerca del profitto e la ricerca (disfunzionale) di una rendita parassitaria.

In conformità al principio dell’azione umana che Ludwig von Mises impiegò quale principio cardine ed ineludibile di ogni intrapresa economica, l’individuo agisce al fine di migliorare la propria situazione, in base ad una sua specifica valutazione personale. Una delle importanti lezioni sostenute da Mises, e successivamente da molti degli esponenti della scuola di Public Choice, sulle orme di Tullock e di James Buchanan, è che, mentre il principio di azione umana è da ritenersi universale, le azioni particolari che vengono di volta in volta intraprese, così come le conseguenze che da queste originano, dipendono in maniera cruciale dalle “regole del gioco” che vengono adottate.

Se le regole stabiliscono che il modo ammissibile per migliorare la propria condizione è quello di fornire un prodotto o un servizio che i consumatori saranno disposti a pagare di più rispetto al costo opportunità delle risorse destinate alla sua realizzazione, si tenderà ad adeguare conformemente la propria condotta operativa. In tal caso, se non commetterete errori, e se riuscirete a competere con i vostri concorrenti per ottenere la preferenza espressa dal denaro dei consumatori, la vostra azione avrà sicuramente contribuito a generare valore aggiunto nella società. Siamo qui al cospetto della ricerca del profitto.

D’altro canto, se le regole stabiliscono che è del tutto normale avvalersi dei mezzi politici il potere pubblico con cui viene legittimato l’avvio dell’esercizio di aggressioni violente e di azioni fraudolente per estrarre delle rendite, impedendo ad altri di competere con voi o acquisendo forzosamente la ricchezza prodotta da altri, gli agenti tenderanno naturalmente a spendere risorse preziose per ottenere l’accesso a tali canali. Siamo qui al cospetto della ricerca della rendita parassitaria.

Ma a differenza della ricerca del profitto, il rent-seeking non genera affatto del valore, bensì si limita a trasferirlo da un soggetto ad un altro. Chi ottiene delle rendite parassitarie impiegando i mezzi politici può anche stare meglio, ma gli altri, i potenziali concorrenti ma soprattutto i consumatori, staranno di fatto decisamente peggio. Questi ultimi pagheranno il fio di prezzi più elevati, otterranno beni e servizi di qualità inferiore, o disporranno di un ventaglio più limitato di scelte disponibili, giacché i mezzi politici sono molto efficaci nel disincentivare la concorrenza imprenditoriale. I frutti della ricerca delle rendite parassitarie soffocano altresì il processo competitivo di scoperta ed esplorazione, così che i consumatori sconteranno la contrazione delle opportunità di venire a conoscenza di metodi più efficienti o di fornitori migliori. [4]

Così le risorse che i cercatori di rendite parassitarie, in competizione tra loro, consumano nell’intercettare questi “diritti artificiali” creati politicamente [dalla mano del Principe, ndt], sono davvero sprecate, in quanto vengono impiegate per produrre un risultato che non è suscettibile di generare il benché minimo valore. Pertanto, la ricerca di rendite di questo tipo distrugge esclusivamente ricchezza.

Rent-Seeking versus Rule of Law

rent1Finora abbiamo appurato che la ricerca della rendita parassitaria è un fenomeno indesiderabile perché costituisce uno spreco. Oltre a ciò, però, visto che di solito si sostanzia sotto forma di   restrizioni alla concorrenza o all’esercizio dei diritti di proprietà, l’aspirazione ad acquisire tali rendite attraverso il canale politico distorce il funzionamento del processo di mercato. E tali distorsioni, in special modo nel momento in cui impattano sui tassi di interesse e sui prezzi dei beni e dei servizi, rendono più difficile la progettazione futura per consumatori e produttori, aumentando le possibilità di commettere errori di valutazione.

Ma un problema ancora più grave, che si registra a livello delle norme sociali, è che la ricerca della rendita parassitaria tende nel tempo ad incoraggiare un numero crescente di persone a prodigarsi in essa, nel tentativo di acquisire il potere politico o di ottenere vantaggi rispetto a coloro che ne sono sprovvisti, ovvero ancora di promuovere delle rivendicazioni a fronte dell’aumento dei privilegi o del predominio politico degli altri. Pertanto, tale processo mette in moto una dinamica inquietante che, nel corso del tempo, tende ad erodere progressivamente il rispetto per il rule of law, il governo limitato, e la proprietà privata.

Il rule of law vincola il governo attraverso norme caratterizzate da certezza e predeterminazione, che non sono volte a beneficiare o a danneggiare degli individui o dei gruppi in particolare. Ad esempio, una regola che vieta a chiunque di diffondere della pubblicità ingannevole è in totale accordo con lo spirito del rule of law, mentre una regola che garantisce la concessione di un privilegio monopolistico ad una particolare azienda ne rinnega la ratio. Esattamente come la proprietà privata, il rule of law serve a proteggere gli individui contro gli interventi arbitrari dello Stato, e come tale è uno dei pilastri della libertà personale, del governo limitato, e del libero mercato.

Le regole del gioco che generano il rent-seeking sono delle chiare violazioni del rule of law, in quanto arbitrariamente privilegiano alcuni a scapito degli altri. Questo processo, a sua volta, fornisce agli individui un incentivo a dissipare le risorse per coalizzarsi con i vincitori, ovvero per prendere le distanze dai perdenti. L’aspirazione a catturare rendite generate politicamente è una ragione fondamentale per le violazioni interventiste del rule of law. Allo stesso tempo, il rent-seeking tende a prevalere nella misura in cui i cittadini permettono allo Stato di violare i principi del rule of law. Un sistema politico-economico che rispettasse rigorosamente il rule of law sarebbe necessariamente costretto a bandire le dinamiche di ricerca della rendita parassitaria.

La differenza sussistente tra la ricerca del profitto e il rent-seeking è pertanto simile a quella che esiste tra il commercio pacifico e la rapina a mano armata. Entrambi i sistemi richiedono tempo, energia, e abilità, ma in un caso si crea ricchezza, nell’altro la si distrugge; uno incoraggia la cooperazione spontanea, l’altro la mina alla radice.

Contributo di Sandy Ikeda su Foundation for Economic  Education

Traduzione di Cristian Merlo

Note

[1] Ludwig von Mises e Murray Rothbard hanno definito la rendita in maniera diversa, qualificandola semplicemente come il corrispettivo per i servizi resi da un qualsiasi bene durevole. Dal momento che il presente scritto è inteso a far luce sulla natura non della rendita in sé, ma del concetto di rent seeking, il quale è incentrato su teorizzazioni tipiche della economia mainstream, non sarebbe opportuno trattare tali impostazioni divergenti in questa sede. Sul punto, comunque, si faccia riferimento a Ludwig von Mises, Human Action, 4th rev. ed. (Irvington-on-Hudson, N.Y.: Foundation for Economic Education, 1996 [1949]), pp. 635–37, e a Murray N. Rothbard, Man, Economy, and State (Los Angeles: Nash, 1970 [1962]), p. 249.

[2] Gordon Tullock, Gordon Brady, and Arthur Seldon, Government Failure (Washington, D.C.: Cato Institute, 2002), p. 43.

[3] Tullock usa il termine valore “sociale”, ma si sta semplicemente riferendo alla nuova ricchezza di cui ogni individuo può fare esperienza, vista nel suo complesso. Se gli economisti tentano di conferire qualche significato particolare o ulteriore al termine, stanno probabilmente commettendo un grosso errore.

[4] Qualsiasi tentativo di competere con coloro che sono protetti da un simile privilegio costituisce una sfida al potere dello Stato. È un dato di fatto: posto che i ricercatori della rendita parassitaria confidano nell’autorità statale per intraprendere quelle che si configurano come vere e proprie aggressioni e/o delle frodi, i loro guadagni sono essenzialmente il frutto di una rapina a mano armata.

 

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