Libertà e potere: un rapporto difficile

di Lorenzo Infantino

Il “segreto” della civiltà di cui noi cogliamo i frutti sta quindi nella limitazione della sfera d’intervento del potere pubblico. Senza tale limitazione, non ci può essere libertà individuale. Ecco perché, ogni volta che imploriamo i governanti di concederci favori o privilegi, mettiamo in moto un meccanismo che va contro i nostri interessi. Estende la presa della mano pubblica sulla società civile, allarga cioè la sua ingerenza nella nostra vita, e restringe l’ambito della nostra scelta


La vita umana si nutre di numerose presunzioni. Una di esse consiste nel credere che la civiltà sia un prodotto della nostra ragione e della nostra progettazione.

E tuttavia non è così. La stessa crescita della nostra razionalità è qualcosa di cui beneficiamo, ma che non possiamo intenzionalmente perseguire. Se lo potessimo, vorremmo tutti essere un Leonardo da Vinci o un Pico della Mirandola. Il che appartiene al regno delle cose a noi impossibili. Riflettere su ciò potrebbe portare un po’ di umiltà nella vita di ciascuno di noi. E potrebbe simmetricamente condurci a una migliore comprensione del significato delle istituzioni che fanno da base alla nostra convivenza.

La Grande Società, la società aperta, non è stata l’esito della programmazione umana.

Ci troviamo a vivere in un contesto istituzionale che è il prodotto di un lungo processo storico-sociale, ma che non è stato da noi progettato. Come sottolineava Adam Smith, la società capitalistica è nata dall’«anarchia feudale», dal fatto cioè che durante il feudalesimo è mancato un forte potere politico centrale. Il che ha reso possibile l’autonomizzazione della società, il suo porsi come contropotere nei confronti dei governanti. I quali sono stati man mano assoggettati a un complesso sistema di controllo. Tutto ciò vuol dire che il potere politico è stato circoscritto, limitato. Non è stato più in grado di imporre i propri fini ai governati. Anzi, è addirittura accaduto che quest’ultimi abbiano non solo deciso individualmente le proprie finalità, ma anche posto al loro servizio il potere politico. Il “segreto” della civiltà di cui noi cogliamo i frutti sta quindi nella limitazione della sfera d’intervento del potere pubblico.

Senza tale limitazione, non ci può essere libertà individuale.

Ecco perché, ogni volta che imploriamo i governanti di concederci favori o privilegi, mettiamo in moto un meccanismo che va contro i nostri interessi. Estende la presa della mano pubblica sulla società civile, allarga cioè la sua ingerenza nella nostra vita, e restringe l’ambito della nostra scelta.

Di più. Il sistematico interventismo pubblico non minaccia solamente la sfera dell’autonomia individuale; compromette anche il nostro benessere. Le decisioni centralizzate impediscono infatti al processo sociale di dispiegarsi in tutta la sua estensione, di mobilitare le risorse e conoscenze disperse all’interno della società. Viene così bloccato quel grandioso procedimento di esplorazione dell’ignoto e di correzione degli errori che conferisce alla nostra civiltà una potente capacità di innovazione e di irradiazione planetaria.

Nello strato più profondo dell’identità occidentale, si trova pertanto la limitazione del potere politico. Sta qui la “formula” che ha prodotto tutto quello che abbiamo. Come diceva  Benjamin Constant, l’«astratto riconoscimento della sovranità popolare non incrementa in nulla la libertà dei singoli». Infatti, «se attribuiamo alla sovranità un’estensione che essa non deve avere, la libertà può essere persa malgrado quel principio o addirittura per il suo tramite». Il che mostra quanto ingenuo sia l’atteggiamento di coloro che pensano che sia sufficiente sostituire gli uomini al potere, con altri uomini, per avere il mutamento. Tale sostituzione è sicuramente gradita ai beneficiari. Ma ciò di cui la crescita sociale ha bisogno è un restringimento della sfera d’intervento della mano pubblica, una sicura limitazione del potere politico.

 

Articolo di Lorenzo Infantino, originariamente apparso sulla rivista Liberamente, n. 1/2010

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