Socialismo e guerra: un binomio indissolubile

di Steven Horwitz, traduzione di Cristian Merlo

Rimpiazzare il mercato ed il libero scambio con la programmazione postula una riorganizzazione dell’economia che evochi un univoco set di fini da perseguire, il quale dovrà porsi come una “stella polare” per i pianificatori nell’ambito di ogni processo di allocazione delle risorse.  Piuttosto che essere connessi ed interrelati gli uni con gli altri in virtù di un condiviso set di mezzi, come succede laddove siano rispettati la proprietà privata, i contratti e l’economia di libero scambio, i pianificatori mettono in connessione gli individui imponendo loro un  set di fini condiviso. È inevitabile che ciò conduca al verticismo gerarchico e alla militarizzazione


La pianificazione [economica] non traligna accidentalmente nella militarizzazione dell’economia; è essa stessa militarizzazione dell’economia… Quando la storia della sinistra è letta in questa luce, l’idea stessa della pianificazione economica comincia ad apparire non solo incidentalmente, ma intrinsecamente reazionaria. La teoria della pianificazione si è conformata, sin dal principio, al paradigma delle organizzazioni feudali e militariste. Si è cercato di trasformarla in un programma radicale con elementi di sinistra, e di integrarla in una visione rivoluzionaria progressiva. Ma ovviamente non può funzionare. I tentativi di implementazione di questa teoria invariabilmente rivelano la loro vera natura. La pratica della pianificazione non è altro che militarizzazione dell’economia.

—Don Lavoie, National Economic Planning: What Is Left?

 

I libertari hanno a lungo disorientato i nostri amici liberali e conservatori per essere al tempo stesso sia degli strenui sostenitori del libero mercato che dei fieri oppositori del militarismo e dell’interventismo bellico. Nel mondo convenzionale della “destra” e della “sinistra”, questa combinazione contrastante non ha alcun senso. I libertari sono spesso pronti a sottolineare le modalità con cui il libero scambio, sia all’interno che all’esterno dei confini nazionali, sia in grado di generare delle interdipendenze cooperative virtuose tra coloro che partecipano alla transazione, riducendo così le probabilità di conflitto. La antica tradizione liberale classica annovera tra le proprie fila una moltitudine di pensatori che hanno ravvisato la connessione tra il libero scambio e la pace.

Ma c’è un’altra faccia della medaglia in questa storia: ovvero, che il socialismo e la pianificazione economica presentano una radicata e stretta connessione con la guerra e la militarizzazione.

Come Don Lavoie argomenta con profondità di analisi nel suo meraviglioso e sottovalutato libro del 1985,  National Economic Planning: What Is Left?, qualsiasi tentativo di sostituire il mercato con la pianificazione economica (tanto se integrale e centralizzata, quanto se frammentata e decentralizzata), innesca inevitabilmente un processo di militarizzazione e di irreggimentazione della società. Lavoie sottolinea che queste risultanze non sono accidentali. Gran parte della letteratura che sostiene tesi a favore della pianificazione economica si fonda sull’elaborazione di  modelli militaristi. Il “successo” dell’economia programmata associata agli eventi bellici della Prima Guerra mondiale ha fornito, a tutti i pionieri della pianificazione del XX secolo, un preciso paradigma storico da prendere a riferimento.

Questa connessione non dovrebbe certo sorprendere coloro che hanno ben chiaro come l’idea del mercato postuli un ordine spontaneo. Come tutti i buoni economisti, da Adam Smith a F.A. Hayek e altri dopo di loro, hanno avuto modo di apprezzare, i mercati sono il prodotto dell’azione umana, ma non del disegno umano. Nessuno è in grado di dirigere scientemente un’economia. Infatti, come in particolare Hayek ha sostenuto, questo è un concetto che può adattarsi non solo dell’economia, bensì alla società in generale: le società commerciali più avanzate si configurano come degli ordini spontanei multi-dimensionali.

Le economie di mercato non devono perseguire delle finalità proprie, o – per dirla con Hayek- sono “indipendenti dai fini”. I mercati sono semplicemente dei mezzi di cui gli individui, concordando sull’utilizzo, si avvalgono per conseguire i propri personalissimi obiettivi o quelli del gruppo di appartenenza. Io e te non abbiamo bisogno di accordarci sugli scopi che meritano di essere raggiunti, se intendiamo partecipare al mercato.

Lo stesso vale per gli altri ordini spontanei. Consideriamo la lingua. Possiamo utilizzare l’inglese per comunicare qualsiasi pensiero, e quindi anche per esprimere concetti diversi, o addirittura contraddittori tra loro.

Un ovvio corollario di considerare l’economia un ordine spontaneo è l’assenza di una “finalità collettiva”. Non esiste un’univoca scala di valori che ci sovraintende quasi come fosse un tutto organico, così come non si riscontra alcun processo attraverso il quale le risorse, comprese quelle umane, possano essere canalizzate, in ottica costruttivista, per il perseguimento di finalità collettive.

L’assenza di un siffatto scopo collettivo o di una scala di valori condivisa è un fattore che ben spiega la connessione tra la guerra e il socialismo. Essi condividono l’aspirazione di surrogare l’ordine spontaneo della società con un’organizzazione che è portatrice di un’univoca scala di valori, o di uno scopo specifico. In una guerra, l’obiettivo generale di sconfiggere il nemico annulla l’indipendenza dei fini del mercato ed impone che venga esercitato un controllo gerarchico, affinché le risorse possano essere canalizzate verso quell’unica finalità condivisa, che si sostanzia nel vincere il conflitto.

Friedrich August von Hayek_Col socialismo, vale lo stesso principio. Rimpiazzare il mercato ed il libero scambio con la programmazione postula una riorganizzazione dell’economia che evochi un univoco set di fini da perseguire, il quale dovrà porsi come una “stella polare” per i pianificatori nell’ambito di ogni processo di allocazione delle risorse.  Piuttosto che essere connessi ed interrelati gli uni con gli altri in virtù di un condiviso set di mezzi, come succede laddove siano rispettati la proprietà privata, i contratti e l’economia di libero scambio, i pianificatori mettono in connessione gli individui imponendo loro un set di fini condiviso. È inevitabile che ciò conduca al verticismo gerarchico e alla militarizzazione, poiché il conseguimento di quei fini richiede l’impegno di forzare le persone  a comportarsi in maniera tale che la loro condotta sia funzionale alla loro realizzazione. E, come ha ben messo in evidenza Hayek nel suo “La via della schiavitù”,  ciò solleciterà anche lo Stato ad utilizzare la propaganda per convincere il pubblico a condividere un insieme di valori associati con il perseguimento dei fini imposti. Questa tattica la vediamo bene all’opera sia in guerra che nel socialismo.

Come ancora Hayek ha sottolineato, si tratta di un’aspirazione atavica. È un tentativo di cercare di recuperare il mondo del nostro passato evolutivo, in cui si viveva in piccoli gruppi omogenei ed in cui era concepibile una organizzazione gerarchica finalizzata ad uno scopo comune. Nel profondo del nostro istinto morale vi è una pulsione innata a solidarizzare condividendo un fine collettivo e ad organizzare le risorse in un modo tale da consentire il suo perseguimento.

Il socialismo e la guerra esercitano un fascino straordinario nei confronti di tanti individui perché entrambi fanno appello a un desiderio, evolutosi  nel tempo, di esser parte integrante di un ordine sociale, che si configura alla stregua di una famiglia allargata: il clan o la tribù. Non per nulla, i soldati sono definiti “bande di fratelli” e i socialisti, non a caso, parlano di “fratellanza fra uomini”. In entrambi i casi si fa ricorso alla medesima metafora perché funziona. Siamo piuttosto sensibili alle sue suggestioni perché la maggior parte della nostra storia di esseri umani è stata caratterizzata dalla presenza costante di clan familistici organizzati in tal modo.

Parimenti, chi rivendica una pianificazione centralizzata su scala più ridotta  fa sempre leva sul nostro impulso alla solidarietà, e lo fa cercando di imbellettare la propria causa come l’equivalente morale della guerra. Ciò vale sia a sinistra che a destra. Abbiamo avuto la “guerra” alla povertà, la “guerra” alla droga, e, non da ultimo, la “guerra” al terrore. E ovviamente noi stiamo “lottando”, “combattendo” una sorta di guerra con il nostro clima, che si suppone stia cambiando – per tacere di coloro che sono convinti di essere responsabili di questo cambiamento. La metafora della guerra rappresenta il canto delle sirene di chi vorrebbe sostituire il potere decentralizzato e l’interazione pacifica con il verticismo gerarchico e il militarismo.

Tanto il socialismo quanto la guerra sono fenomeni reazionari, non certo progressisti. Sottendono l’aspirazione per un passato evolutivo ormai lontano, un’epoca peraltro in cui gli esseri umani conducevano un’esistenza di gran lunga peggiore rispetto a quella cui siamo abituati oggigiorno.

In verità, il pensiero progressista riconosce i limiti della capacità umana nel modellare e nel controllare ingegneristicamente il mondo sociale. È segno di umiltà constatare come le norme sociali, le regole e le istituzioni  che non abbiamo edificato in maniera deliberata ci consentano di coordinare le azioni di miliardi di attori anonimi, in forme tali da permettere di creare cose di incredibile complessità, nonché di generare prosperità e pace.

La destra e la sinistra non si rendono conto che stanno entrambe commettendo lo stesso errore.

I libertari comprendono che i processi condivisi degli ordini spontanei – come la lingua e il mercato – possono consentirci di raggiungere molti dei nostri traguardi individuali, senza necessità di prescrivere determinati valori e/o finalità agli altri. Al contrario, la destra e la sinistra condividono il desiderio di imporre il proprio set di valori su tutti noi, e quindi di modellare il mondo a propria immagine e somiglianza.

Non ci si deve pertanto sorprendere che non ci capiscano.

 

Articolo di Steven Horwitz su Foundation for Economic Education

Traduzione di Cristian Merlo

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