Redistribuzione? 19 motivi per dire basta!

di Robert Higgs, traduzione di Cristian Merlo

Nella società  redistributiva, la gente non solo è più povera, ma risulta anche meno soddisfatta, meno responsabile, più rancorosa e politicizzata. Gli individui partecipano con molta meno frequenza alle attività di volontario promosse a livello della comunità, ma sono senz’altro più attivi nel partecipare ad aspre contese politiche. Le comunità autentiche non possono respirare l’atmosfera ammorbata e mefitica tipica dei contesti redistributivi. Ma ancor più importante, la società che concede al suo governo di porre in essere dei processi redistributivi sempre più vasti sacrifica ineluttabilmente gran parte della propria libertà


Ancorché sia praticamente assodato che qualsiasi intervento intrapreso dallo Stato determini una redistribuzione personale del reddito, è pur vero che taluni specifici programmi governativi, volti ad accordare denaro, beni o servizi a persone che in contropartita non hanno corrisposto alcunché, costituiscono la forma più invasiva ed assoluta di redistribuzione della ricchezza.

Fino al ventesimo secolo, i governi americani non erano così avvezzi ad avvalersi di queste forme di “trasferimento di ricchezza”. È vero che il governo federale stanziava le pensioni ed assegnava, [con finalità indennitarie, ndt], delle terre  ai veterani;  ed è altrettanto vero che i governi locali assistevano le persone indigenti, fornendo loro vitto e alloggio. Ma i primi (i trasferimenti erogati a favore dei veterani) potevano configurarsi come dei pagamenti differiti per i servizi militari prestati, mentre le seconde (le provvidenze stanziate a livello locale) non ammontavano certo ad importi stratosferici.

Dal momento in cui venne istituito il sistema di Sicurezza Sociale, nel 1935, ed in particolare nel corso degli ultimi 30 anni, il montante della ricchezza coattivamente redistribuita è cresciuto in maniera drammatica e vertiginosa. Nel 1960, i trasferimenti statali, ascrivibili a misure  di assistenza personale,  ammontavano a 29 miliardi di dollari, pari al 7 per cento del reddito personale. Nel 1993, l’importo totale era ormai giunto a 912 miliardi di dollari, corrispondente a quasi il 17 per cento del reddito personale. [1]  In altre parole, un dollaro su sei, percepito dal cittadino come introito, assume ora la forma di provvidenze rivenienti da pensioni di vecchiaia, di prestazioni economiche erogate ai superstiti, agli invalidi, nonché corrisposte a titolo di assicurazione sanitaria (438 miliardi di dollari); di  provvidenze legate ad indennità di disoccupazione  (34 miliardi di dollari), di attribuzioni corrisposte ai veterani (20 miliardi di dollari), di prestazioni pensionistiche riservate ai dipendenti pubblici (115 miliardi di dollari), di sussidi a favore  delle famiglie con figli a carico (24 miliardi dollari), di una miscellanea di altre svariate tipologie di trasferimenti statali (280 miliardi di dollari), quali le sovvenzioni federali  al settore agricolo e l’assistenza pubblica, statale e locale, per gli indigenti.

Mito versus realtà

Si è portati ad intendere i trasferimenti redistributivi in maniera del tutto sovrasemplificata: una persona, il contribuente C, ci rimette una determinata somma di denaro;  un altro soggetto, il destinatario D, contestualmente guadagna lo stesso importo; e tutto il resto rimane invariato. Quando la gente valuta il processo redistributivo in questo modo tende a formulare un giudizio circa la mera opportunità/desiderabilità del trasferimento, prendendo semplicemente in considerazione chi fra i soggetti coinvolti, tra C e D,  ne sia più meritevole. Di solito, soprattutto quando la problematica viene discussa nei media o alla presenza dei politici della sinistra liberale, D è ritratto come un rappresentante dei poveri e degli oppressi, mentre C viene invariabilmente associato all’immagine del cittadino ricco o delle grandi corporation.  I detrattori dei trasferimenti redistributivi vengono a tale stregua dipinti come soggetti insensibili e totalmente indifferenti nei confronti dei meno fortunati.

In realtà, la stragrande maggioranza – più dell’85 per cento –  di tutti i trasferimenti posti in essere dal governo non sono assoggettati ad una verifica di accertamento delle condizioni economiche, all’integrasi delle quali dovrebbe essere riconosciuto il sussidio; detto altrimenti, la redistribuzione non va a favore dei cittadini che ne hanno realmente più bisogno. [2] La quota preponderante è assorbita dalle persone più anziane, sotto forma di prestazioni pensionistiche o sanitarie (programma Medicare): tant’è che tutti coloro che hanno più di 65 anni di età, non importa se ricchi o poveri, possono beneficiare di tali erogazioni. Al giorno d’oggi, gli over 65 dispongono del reddito e del livelloRedistributionofWealthDuringObamaPresidency123013 di ricchezza pro-capite più elevati,  se comparati a quelli di tutte le altre fasce di popolazione, suddivise per età, che vivono negli Stati Uniti. Le sovvenzioni federali agli agricoltori  costituiscono un caso ancor più eclatante di assegnazioni conferite a coloro che si ritrovano già in una posizione relativamente agiata. Nel 1989, per esempio, il governo federale ha stanziato circa 15 miliardi di dollari agli agricoltori, sotto forma di sovvenzioni dirette alle coltivazioni, e il 67 per cento di quella somma è andata ai proprietari delle aziende agricole più importanti, pari al 17 per cento del totale:  in molti casi i sussidi agli agricoltori non sono altro che manna per milionari. [3]  Il più delle volte, l’assunzione che lo Stato prenda ai ricchi per dare ai poveri non è altro che una bufala. Anche coloro che credono nell’innocenza della redistribuzione “à la Robin Hood” dovrebbero essere turbati nel constatare le vera essenza del processo,  per come attuato dai governi nell’ America del giorno d’oggi .

Ma a prescindere dalle inquietanti questioni morali sollevate dall’operare dei processi redistributivi, la questione si presenta molto più complicata di quanto si possa ordinariamente pensare. Al di là del fatto lapalissiano che C paga le tasse allo Stato e  quest’ultimo sovvenziona beni, servizi o altre risorse a D, vi sono almeno altre 19 conseguenze che si manifestano quando lo Stato si occupa di redistribuire il reddito.

Ciò che non si vede

  1. La tassazione finalizzata ad alimentare i processi redistributivi scoraggia i produttori dal prodigarsi in ulteriori sforzi produttivi, suscettibili di accrescere il reddito imponibile o di incrementare il valore dei beni soggetti ad imposta, mediante la messa in cantiere di nuovi investimenti. Gli individui che rischiano di perdere parte dei frutti del proprio lavoro non faranno altro che adeguarsi ad un sistema di incentivi alterati. Come conseguenza, essi produrranno una minor quantità di beni e servizi ed accumuleranno meno ricchezza rispetto a ciò che si sarebbe altrimenti potuto realizzare in assenza di interventi distorsivi. È sin troppo evidente che la società ne risulterà alquanto impoverita, sia nell’immediato che nel lungo periodo.
  2. I trasferimenti redistributivi scoraggiano i beneficiari dal porre in essere attività produttive, nonché dall’investire nel proprio potenziale, sì da promuovere un percorso volto alla futura riabilitazione finanziaria. Le persone rispondono ad un accresciuto costoopportunità, costituito dalla rinuncia ai benefici di una vita oziosa, propendendo per un ozio ancor maggiore. Quando si riesce ad ottenere del reddito senza guadagnarselo, essi saranno incentivati a profondere meno sforzi possibili per la sua acquisizione. Quando gli individui possono attendersi di estrarre un reddito futuro senza il benché minimo sforzo, diventa razionale investire la minor quantità possibile di risorse in istruzione, in formazione, in esperienze professionali, in previdenza, in opportunità migratorie, e in altre forme di investimento del capitale umano, passibili di aumentare il loro potenziale di generare reddito futuro. Ne consegue che la società sarà ancor più povera, sia nel breve che nel lungo termine, rispetto a ciò che avrebbe potuto essere, per la semplice ragione che la tassazione pregiudica il livello produttivo attuale e disincentiva gli investimenti in corso, impattando sui contribuenti che finanziano i trasferimenti redistributivi.
  3. I destinatari dei trasferimenti redistributivi tendono a compromettere la propria autosufficienza e a diventare oltremodo dipendenti dai sussidi pubblici. Quando le persone possono ottenere un reddito senza esercitare le proprie capacità di scoprire e di esplorare le reali opportunità di guadagno che sorgono loro intorno, quelle abilità si atrofizzano. Tali persone dimenticano, semmai lo abbiano mai imparato, come aiutare se stesse, e alla fine alcune di esse semplicemente si rassegnano al proprio stato di impotenza. Non è un caso che tanto la deprivazione materiale quanto l’accidia siano cifre distintive di coloro che sono assuefatti a vivere di sussidi, quali i programmi di aiuti alle famiglie con figli a carico ( programma AFDC).
  4. I destinatari dei trasferimenti rappresentano per giunta un cattivo esempio per gli altri, compresi i loro figli, i parenti e gli amici, i quali percepiranno che si possono ricevere beni, servizi o denaro da parte dello Stato, senza fare alcunché per guadagnarseli. È pertanto alquanto facile che tali “spettatori” si adeguino di conseguenza, conformando la propria condotta a quei requisiti, il cui rispetto consente di diventare, a propria volta, titolari di un diritto al mantenimento. Essi, di fatto, dispongono di pochi esempi di persone laboriose, orgogliose ed autonome, nella propria cerchia familiare o nel proprio quartiere. Quindi, la cultura dell’assuefazione all’assistenzialismo può diventare pervasiva quando molte persone, in una determinata area, facciano esclusivo affidamento sui trasferimenti e sui sussidi per riuscire a sopravvivere o semplicemente per vivere meglio.
  5. Poiché alcuni trasferimenti sono più consistenti rispetto ad altri, alcune classi di destinatari avvertono una sorta di “ingiustizia” nella distribuzione delle risorse elargite. 888Ecco che di conseguenza sorgono i conflitti politici. I rappresentanti dei gruppi insoddisfatti mirano a politicizzare la determinazione degli importi che devono essere oggetto di intermediazione e sono occupati in incessanti manovre intese ad accrescere alcuni tipi di trasferimento, a discapito di altri, se necessario. Ne siano ad esempio le inesauste attività della Associazione Americana dei Pensionati (American Association of Retired Persons), probabilmente una delle  lobby più potenti a Washington, impegnata a procacciarsi un aumento delle contribuzioni pensionistiche e delle prestazioni assistenziale di Medicare, o l’Associazione Nazionale per la Promozione dello Sviluppo della Gente di Colore (National Association for the Advancement of Colored People), che punta ad incrementare i sussidi in favore della popolazione nera. Tali manovre politiche creano o aggravano i conflitti tra gruppi, definiti in base alla loro idoneità a proporsi come possibili assegnatari di provvidenze: anziani contro giovani, neri contro bianchi, abitanti delle campagne contro cittadini, femmine contro maschi, Nord contro Sud, proprietari di immobili contro affittuari, e così via, senza alcun limite apparentemente visibile.  La società diventa pertanto sempre più tormentata.
  6. Così come i beneficiari sono ingaggiati in lotte micidiali, parimenti lo sono i contribuenti, i quali mal sopportano i gravami sproporzionati cui sono sottoposti per finanziare i trasferimenti. Per esempio, i giovani avvertono ben presto che i loro contribuiti sociali finiscono direttamente nelle tasche dei pensionati, i quali, considerati a livello di gruppo, non se la passano certo male. I giovani contribuenti avvertono altresì che probabilmente non riusciranno mai a recuperare quanto da loro versato, a differenza degli attuali pensionati, che, al contrario, hanno realizzato un tasso di rendimento effettivo sulle contribuzioni corrisposte straordinariamente elevato. (Attualmente una coppia media sposata si vede retrocedere le somme sborsate, comprensive di interessi, in poco più di quattro anni). [4] I lavoratori di colore che versano i contributi sociali intuiscono ben presto che, a causa della loro aspettativa di vita più bassa, non potranno attendersi di ricevere un reddito da pensione comparabile a quello della media delle persone bianche. I contribuenti che si considerano penalizzati in maniera sproporzionata manifestano una crescente insofferenza nei confronti di questa pervasiva propensione allo sfruttamento, attivata dalle logiche del sistema “tutto tasse e sussidi”. Pertanto, essi forniranno ben più volentieri il loro sostegno a quei politici che si sono spesi in difesa dei loro portafogli contro la rapina legalizzata, e si impegneranno a fondo per evitare o eludere le tasse.
  7. Come risultato dei due precedenti effetti, l’intera società si sviluppa in modo sempre più disgregato e conflittuale. Proprio perché vi sarà sempre meno spazio per l’affermarsi di una comunità coesa e autentica. Piuttosto, la sua struttura sarà soggetta ad una balcanizzazione in sottogruppi alquanto aggressivi, caratterizzati da una forte contrapposizione, innescata dal fatto di identificarsi l’uno come oppressore dell’altro. Le persone perdono il proprio senso di appartenenza ad una comunità politica condivisa, contraddistinta dall’esistenza di interessi collettivi e da responsabilità comuni. Al contrario, esse si vedranno vicendevolmente o come dei gonzi, oppure come degli scrocconi, e nutriranno istintivamente dell’ostilità personale nei confronti di coloro che sembrano essere i vincitori netti alla riffa del tavolo redistributivo. Alcuni, a dire il vero, sviluppano delle vere e proprie forme di odio verso quei soggetti che sono percepiti come degli approfittatori. Lo testimonia l’ostilità palpabile che gli acquirenti, in fila alla cassa del supermercato per il pagamento, riserverebbero verso gli utilizzatori dei buoni-alimentari per effettuare i propri acquisti.
  8. Tra i destinatari dei trasferimenti, le istituzioni orientate alla promozione del “self-help” languono. In passato, l’onere di prendersi cura dei meno fortunati, al di fuori della famiglia, veniva sostenuto principalmente dagli amici e dai vicini di casa, i quali agivano congiuntamente attraverso le chiese, le case di assistenza, i sindacati, i circoli e altre associazioni di volontariato. Quando gli individui possono beneficiare dell’assistenza fornita direttamente dallo Stato, le associazioni private che svolgono lo stesso ruolo tendono ad appassire e alla fine muoiono, o quanto meno le loro funzioni, finalizzate al sostegno del prossimo, vengono progressivamente meno. E quando non si può più fare affidamento su di loro, le persone che hanno realmente bisogno di aiuto non hanno più nessuno a cui rivolgersi, ad eccezione dello Stato: il che è un vero peccato, sotto molteplici aspetti, visto che la carità statale non è esattamente la stessa cosa di quella promossa dai privati. E non raggiunge lo stesso grado di efficienza, soprattutto nel lungo periodo, allorché le associazioni private hanno molto più successo nel promuovere la riabilitazione morale e finanziaria delle persone coinvolte.
    Un osservatore ha notato che all’indomani del grande terremoto di Los Angeles, <<migliaia di derelitti, individui atomizzati, non fecero altro che attendere il demiurgo onnisciente: il governo federale. L’America è stata mortificata da un sistema di solidarietà coatta, che pretende semplicemente che le vere comunità non abbiano alcuna facoltà di ingerenza, in modo che l’altruismo possa diventare esclusiva materia per i cosiddetti esperti>>. [5]
  9. Così come le istituzioni dedite alla promozione del “self-help” languono laddove vi sono i bisognosi, la stessa cosa può dirsi delle istituzioni filantropiche fra coloro che stanno meglio. Perché quando le agenzie governative si mostrano pronte ad intervenire, con il pretesto di risolvere qualsivoglia problema che si possa immaginare in seno alla società, le persone che per sensibilità sono spiccatamente propense ad aiutare i meno fortunati dispongono di meno incentivi per organizzarsi a farlo. Del resto, non è del tutto peregrino affermare: “pago le tasse, ed anche in misura esagerata. Che intervenga lo Stato ad occuparsi del problema”. Se si volesse contribuire direttamente con ottica caritatevole, si pagherebbe due volte la prestazione per raggiungere lo stesso obiettivo. Quindi i trasferimenti redistributivi mettono al bando le provvidenze private. La coercizione, esercitata attraverso il sistema fiscale, esautora la fornitura assistenziale volontaria e mortifica le istituzioni private di beneficenza.
  10. Visto che i cittadini rinunciano a lasciarsi coinvolgere in progetti finalizzati a promuovere assistenza e solidarietà, lasciando che lo Stato prenda il sopravvento, essi progressivamente diventano sempre meno autonomi e responsabili e si rassegnano ad accettare qualsiasi tipologia di attività intrapresa da chi li governa. In tal modo, quando qualcuno propone che lo Stato si prenda in carico funzioni precedentemente svolte esclusivamente nell’alveo della sfera privata, i cittadini non ne restano scioccati; del resto, non sono nemmeno poi così diffidenti circa le capacità dello Stato di svolgere efficientemente quella attività. Dopo tutto, il settore pubblico ai giorni nostri si occupa di ogni genere di cose: dalla socializzazione dei bambini in età prescolare, all’assistenza ai bisognosi, passando per l’assicurazione delle spese mediche degli anziani. Pertanto, che importa se lo Stato assume su di sé altre ed ulteriori incombenze? Mentre un tempo si guardava con diffidenza alla dilatazione ipertrofica dell’ingerenza pubblica, al giorno d’oggi si indulge alla rassegnazione, quando non addirittura alla accettazione, della sua irrefrenabile espansione in nuove aree.
    Nel XIX secolo, coloro che si opponevano alla proposta di nuovi programmi governativi avrebbero fatto fronte comune, sollevando questo genere di obiezione: “lo Stato non ha titolo per farlo!”. Ai giorni nostri, è ben difficile sentire qualcuno che si opponga ad iniziative del genere, avvalendosi degli stessi argomenti. Il fatto che vi possa pur essere una sfera privata entro cui lo Stato non dovrebbe mai ingerirsi costituisce una categoria di pensiero quasi del tutto estinta, giacché i governi hanno esteso a dismisura i propri programmi e le proprie attività; per tacere poi della sempre più pervasiva regolamentazione della vita “privata”, presente in ogni interstizio della vita sociale.
  11. Quindi la gente non si mobilita prontamente per “erigere delle barricate” quando vengono proposti nuovi programmi di intervento statale. Di fronte a delle resistenze sempre meno convinte, gli assertori dei nuovi programmi hanno buon gioco nel trionfare politicamente. I programmi in parola proliferano più velocemente, talvolta imbrigliati dai vincoli di bilancio, ma non certamente da obiezioni ideologiche fondamentali. Secondo un recente sondaggio del Wall Street Journal /NBC, <<nel momento in cui agli americani è stato chiesto se fosse giusto limitare i diritti quesiti per ridurre il deficit, il 61%  degli intervistati ha risposto affermativamente. Ma quando agli stessi soggetti è stato chiesto loro se i programmi previdenziali ed assistenziali, quali la Social Security, Medicare, Medicaid e i sussidi all’agricoltura dovessero essere tagliati, il 66 % ha fornito una riposta negativa>>. [6] Evidentemente, la maggior parte delle persone si indigna per il fatto di dover  pagare per i programmi, ma non nutre alcuna obiezione nei confronti della loro bontà.
  12. La tasseredistribuzione coinvolge più che altro C, il contribuente esatto, e D, il destinatario dei trasferimenti. Nel mezzo troviamo però anche B, la burocrazia, il soggetto che determina l’ammissibilità di tali misure, ne definisce i controlli, traccia le evidenze contabili, e spesso fa molto di più, inframmettendosi nella vita personale dei cittadini. Le burocrazie volte ad intermediare risorse “pubbliche” in realtà dissipano enormi quantità di fattori produttivi – dal lavoro al capitale –  assorbendo gran parte dei costi complessivi per il funzionamento della macchina redistributiva.  Lo Stato,  per trasferire un dollaro a D, non si accontenta di estorcere esattamente quel dollaro a C. No: di fatto, deve essere versata una pesante “commissione” anche per sostenere B. Da un punto di vista sociale, si deve riconoscere che il lavoro e il capitale drenati dagli apparati burocratici non possono essere proficuamente utilizzati per la produzione di beni e servizi, capaci di generare valore per i consumatori. Anche in questo caso, pertanto,  la società ne esce impoverita.
  13. Una volta che una struttura burocratica è stata istituita, i suoi membri costituiranno un irriducibile gruppo di interesse, politicamente organizzato, strategicamente posizionato per difendere il proprio personale budget di spesa e per perorare l’espansione delle proprie attività. Dopo tutto, chi meglio può conoscere le pressanti necessità di aumentare il flusso di risorse da destinarsi ad un ufficio, per implementarne le dotazioni e l’organico, più di coloro che in quell’ufficio svolgono le proprie attività? I burocrati sono portatori di un punto di vista e di informazioni rilevanti e mostrano una apparente competenza nel trattare qualsiasi problematica cui devono far fronte. Pertanto essi dispongono di enormi vantaggi nell’ambito del processo politico, nel momento in cui cercano di condizionare il livello delle risorse di cui possano beneficiare. Si troverà sempre qualche esperto dell’agenzia burocratica pronto a spergiurare che tutti coloro che se ne stanno al di fuori “semplicemente nemmeno possono immaginarsi quanto grave sia, in realtà, il problema”.Spesso e volentieri, una struttura burocratica costituisce un solo vertice di quell’inscalfibile “triangolo politico”,  che è altresì composto dalle influenti clientele organizzate, rappresentative del secondo vertice, e dalle commissioni del Congresso, dotate di competenza legislativa o di responsabilità nella supervisione, che formano il terzo vertice. Quando la struttura burocratica si incista politicamente nel sistema in tal modo, come spesso avviene, il declino della società può proseguire in maniera inarrestabile, senza una seria sfida politica.
  14. I contribuenti di solito non sborsano inermi i denari per finanziare i trasferimenti redistributivi, senza cercare di difendersi in qualche modo. Molti di loro dedicano tempo, fatica e risorse per ridurre al minimo l’impatto della compliance fiscale o per evadere le imposte. All’uopo, acquistano libri o software. Arruolano consulenti finanziari, avvocati e commercialisti. Di tanto in tanto si organizzano movimenti politici per promuovere sgravi fiscali, sulla falsariga della Proposition 13 della California [trattasi di un emendamento alla costituzione dello Stato della California, promulgato nel 1978 a fronte dell’attivazione di un’iniziativa popolare, inteso a limitare e a contenere il livello di tassazione sulla proprietà privata, ndt]. Ad ogni buon conto, tutti gli sforzi profusi ed il capitale impiegato per approntare la resistenza fiscale non sono più disponibili per produrre quei beni e quei servizi suscettibili di essere apprezzati maggiormente dai consumatori. La società è più povera, e resterà tale finché le persone saranno indotte a destinare delle risorse per difendersi dal Moloch fiscale. (Tuttavia, nella misura in cui la resistenza fiscale riuscirà a favorire un trend di riduzione delle aliquote, rispetto al livello che si sarebbe altrimenti registrato, ciò susciterà, almeno nel lungo periodo, una maggior creazione di ricchezza).
  15. In buona sostanza, molti cittadini pagheranno le tasse per finanziare i trasferimenti. Anche se nessuno cercasse di resistere fiscalmente o di modificare la propria condotta nell’impiegare i fattori produttivi (lavoro e capitale), il costo per i singoli contribuenti sarà più di un dollaro per ogni singolo dollaro estorto loro dal governo, posto che il processo è tanto più dispendioso quanto più si intende essere conformi alle leggi fiscali. I contribuenti devono tener traccia delle registrazioni contabili, individuare le norme fiscali, compilare moduli, per non parlare di tutti gli altri adempimenti. Queste attività richiedono tempo e fatica, che non possono così essere impiegati in utilizzi alternativi ben più profittevoli. Molte persone, quantunque non intendano far altro che essere pienamente aderenti alle disposizioni cogenti, si avvalgono dell’assistenza di esperti contabili e di competenti fiscalisti – ma le norme in materia sono così complicate e astruse che i comuni mortali non vi possono far fronte. Ed impiegare le risorse per essere ligi ai doveri fiscali impoverisce oltremodo la società.
    Sulla base di uno studio condotto da James L. Payne, il costo sborsato dai contribuenti per assicurarsi la compliance fiscale, unitamente alla spesa di bilancio e di amministrazione dell’IRS [l’agenzia per l’esazione delle imposte del governo federale americano, ndt], ammonta a 270 milioni di dollari per ogni miliardo di dollari di spesa pubblica intermediata dal governo federale. [7]
  16. Proprio come i contribuenti cercano di non subire passivamente l’imposizione, rent1così i destinatari e i potenziali destinatari dei trasferimenti redistributivi non se ne stanno con le mani in mano, aspettando che la fortuna possa arridere loro. Agiscono anche politicamente. Costituiscono organizzazioni, partecipano agli incontri, assoldano giornalisti e lobbisti, nonché forniscono supporto alla campagna dei candidati politici che si ripromettono di sostenere i loro obiettivi. Ma, di nuovo, il lavoro e le risorse investite in questa attività di “rent-seeking” vengono distratti alla produzione di beni e servizi suscettibili di generare valore per i consumatori. La società diviene più povera e resterà tale finché gli individui non smetteranno di destinare risorse alla ricerca di rendite parassitarie.
  17. Proprio come i contribuenti devono impiegare risorse per conformarsi alle leggi fiscali, parimenti i destinatari dei trasferimenti devono impiegare risorse per comprovare e mantenere la propria idoneità ad essere portatori di un diritto al sussidio. Ad esempio, i destinatari delle indennità di disoccupazione devono presentarsi presso il dipartimento di sicurezza del lavoro e sostenere lunghe attese per certificare che sono ancora sprovvisti di un impiego. A volte, questi soggetti devono recarsi da un posto all’altro per rispondere ad una domanda di lavoro, che magari non hanno la benché minima intenzione di accettare, al solo fine di dimostrare che essi sono ancora “inoccupati”. I beneficiari delle prestazioni erogate dalle assicurazioni, a fronte di invalidità, hanno l’obbligo di presentarsi dai medici e da altri professionisti sanitari per acquisire la certificazione che attesti la loro effettiva situazione. In ogni caso, quante più risorse vengono dissipate, tanto più la società ne risulterà impoverita.
  18. Con l’adozione di programmi volti alla redistribuzione di rilevanti quote di reddito, una nazione si assicura che il proprio governo diverrà sempre più potente ed invasivo in altri modi. Proprio perché il governo stesso costituisce il gruppo di interesse più minaccioso che opera in seno alla società, non ci possiamo certo attendere nulla di buono da questa situazione, ed anzi non può che scaturirne un inevitabile maleficio. Come, più di due secoli fa, ebbe modo di osservare James Madison, <<un intervento legislativo non è che il primo anello di una lunga catena di reiterazioni, posto che ogni interferenza successiva viene inevitabilmente generata quale effetto della precedente>>. [8] Quando il governo, nel 1965, istituì i programmi assistenziali di Medicare e Medicaid, per esempio, mise in moto una serie di eventi che condussero inesorabilmente alla successiva “crisi”innescata da costi sanitari crescenti,  e di lì  a poco alla costituzione del governo più invasivo di sempre, attualmente saldato dagli sforzi del Congresso, tesi ad affrontare questa inevitabile crisi artificiale.
  19. La creazione di un governo sempre più potente e pervasivo postula che le libertà dei cittadini diminuiranno di conseguenza. I diritti di cui si godeva in precedenza verranno mortificati. Per lungo tempo, i cittadini americani hanno beneficiato di ampi diritti, da intendersi ovviamente in un’ottica di libertà negativa – vale a dire il diritto di essere lasciati in pace sia dallo Stato che da altre persone le quali intendessero ingerirsi nelle loro vite. Tutti gli individui possono godere di tali diritti in maniera simultanea. Con l’affermarsi delle logiche redistributive, i cittadini americani hanno gravitato sempre più lontano dalla sfera dei diritti negativi e sono stati invece sempre più attratti dall’influenza di quelli positivi, i cosiddetti “diritti sociali”: i quali non sono altro che rivendicazioni sulle risorse detenute dagli altri. Il diritto sociale di Tizio imporrebbe cioè un corrispondente dovere degli altri di corrispondere i mezzi necessari a soddisfare la sua richiesta. Pertanto, nella misura in cui tali attribuzioni sono cresciute, le libertà come negativamente intese sono andate necessariamente eclissandosi.

L’apice

Ironia della sorte, nelle odierne “società  di redistribuzione”, in cui i governi hanno il loro bel da fare ad intermediare per via politica le risorse, ricorrendo a svariate centinaia di programmi distinti, è ben difficile che qualcuno ne possa trovare giovamento. Coloro che, in qualche modo, riescono ad estrarre qualcosa di apprezzabile dalle pieghe di tale meccanismo, devono regolarmente rassegnarsi a cedere molto di più in tasse, quale contropartita per il suo funzionamento.  In aggiunta, poiché molte delle conseguenze innescate dall’intermediazione politicizzata dei redditi scontano la tara condivisa dell’impoverimento generalizzato della società, anche coloro che, di primo acchito, sembrano uscire vincitori dalla riffa redistributiva, per il fatto di essersi accaparrati una fetta di torta senz’altro interessante, si ritroveranno loro malgrado a mangiarne una fetta più piccola rispetto a quanto sarebbe stato possibile ottenere in assenza di interventi distorsivi. In buona sostanza, solo la classe politico-burocratica – ovvero i soggetti che costituiscono lo Stato – può realmente attendersi di  guadagnare da tutto ciò, posto che ogni nuovo programma di intervento amplia il numero degli ufficiali pubblici collocabili, insieme al budget rivendicato dall’organizzazione burocratica per assolvere i nuovi incarichi.

Nella società redistributiva, la gente non solo è più povera, ma risulta anche meno soddisfatta, meno responsabile, più rancorosa e politicizzata. Gli individui partecipano con molta meno frequenza alle attività di volontario promosse a livello della comunità, ma sono senz’altro più attivi nel partecipare ad aspre contese politiche. Le comunità autentiche non possono respirare l’atmosfera ammorbata e mefitica tipica dei contesti redistributivi. Ma ancor più importante, la società che concede al suo governo di porre in essere dei processi redistributivi sempre più vasti sacrifica ineluttabilmente gran parte della propria libertà.

Da ultimo, si deve riconoscere che, nonostante qualcuno la consideri come  una sorta di istituzionalizzazione della solidarietà, la società basata sulla redistribuzione annienta la virtù genuina. La redistribuzione dei redditi realizzata per via della coercizione statale è una forma di furto. I suoi fautori cercano di mascherare la sua reale natura, asserendo che le procedure democratiche le conferiscono la necessaria legittimità. Ma tale giustificazione è del tutto capziosa. Il furto resta tale sia se compiuto da un ladro solo, che da 100 milioni di ladri che agiscono di concerto. Ed è praticamente impossibile fondare una buona società sulla istituzionalizzazione del furto.

Saggio di Robert Higgs su The Independent Institute

Traduzione di Cristian Merlo

Lo scritto, in parte rivisto, è originariamente apparso su Mises Italia

 

Note:

[1] U.S. Council of Economic Advisers, Annual Report 1994, p. 299.

[2]  James D. Gwartncy and Richard L. Stroup, Microeconomics: Private and Public Choice, 6th ed. (Fort Worth: Dryden Press, 1992), pp. 409–410.

[3]  Ibid., pp. 488–489.

[4]  Paulette Thomas, “BiPartisan Panel Outlines Evils of Entitlements, But Hint of Benefit Cuts Spurs Stiff Opposition,” Wall Street Journal, August 8, 1994.

[5] Arianna Huffington as quoted by John H. Fund, “A Spiritual Manifesto for a New Political Age,“ Wall Street Journal, July 13, 1994.

[6] Thomas, “Bipartisan Panel.”

[7]  James L. Payne, “Inside the Federal Hurting Machine,“ The Freeman, March 1994, p. 127.

[8]  “The Federalist No. 44,“ in The Federalist (New York: Modem Library, n.d.), p. 291.

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