Sindacato: il peggiore vampiro del Popolo dei Produttori

di Luigi De Marchi

La vera lotta di classe del nostro tempo non è più quella tra dipendenti e imprenditori del privato, della quale hanno continuato a vaneggiare nell’ultimo mezzo secolo i nipotini di Marx e sulla quale i dirigenti dell’altra casta fondano tuttora la loro azione e i loro scioperi, ma quella tra tutti i Produttori dipendenti e indipendenti del privato, che costituiscono la vera classe sfruttata, e la vera classe parassitaria e sfruttatrice, cioè la burocrazia statale e locale con i suoi padrini politici: i partiti statalisti e, appunto, i sindacati di regime


Mentre il libro di Gian Antonio Rizzo e Sergio Stella “La casta”, dedicato ai politici nostrani, è diventato subito un best seller ed ha attratto per mesi l’attenzione dei mass media, l’opera di Stefano Livadiotti “L’altra casta”, dedicato al sindacato di regime e pubblicato dall’Editore Guanda, non ha riscosso un successo lontanamente paragonabile, sebbene contenga una documentazione molto più scandalosa di quella proposta dall’opera di Rizzo e Stella. Perché così poca risonanza? A quest’interrogativo cruciale può rispondere in modo esaustivo, come vedremo, solo la Psicologia Politica Liberale. Ma qui vorrei anzitutto riferire alcuni dei dati segnalati da Livadiotti.

Anzitutto è imponente la mole dell’ “altra casta”. Si tratta di 700 mila delegati sindacali (sei volte di più di tutti i carabinieri) che vengono pagati senza nessun obbligo d’orario: in altre parole, pagati per fare quello che vogliono e andare dove vogliono a spese dei lavoratori che li mantengono nel privilegio. Anche i costi dell’esazione sono risparmiati perché, ad essa, devono pensare gli imprenditori con le trattenute sulle buste paga dei dipendenti. Si sono così create un’organizzazione e una casta molto più ricche di quella dei politici: quale partito, infatti, potrebbe spendere più di 50 milioni di euro (cioè oltre 100 miliardi di vecchie lire) per portare in piazza i propri iscritti, come fece la CGL nel 2002 organizzando e pagando la manifestazione oceanica dei suoi pensionati a Roma per difendere il famoso artico 18 (cioè il divieto di licenziare) che non li riguardava neppure più? La forza politica di questo esercito di ex sindacalisti è impressionante: un terzo dei parlamentari della legislatura appena conclusa hanno un passato di sindacalisti e non può certamente sorprendere che tutti questi benemeriti della nazione sostengano silenziosamente i privilegi dei sindacati, ivi compresa quello (unico e scandaloso) di non dover subire controlli di bilancio. Infine, i sindacati riescono a lucrare anche sui pensionati, prelevando dalle loro misere pensioni la bazzecola di 120 milioni di euro, mentre altri 248 milioni li hanno incamerati attraverso i patronati che “assistono” i lavoratori nelle loro pratiche previdenziali.

Ma il vero tesoro dei sindacati di regime è immobiliare. Si tratta di un patrimonio sterminato e a tutt’oggi imprecisato, che è derivato in gran parte dal trasferimento gratuito ai sindacati, poco dopo la guerra, degli immobili del vecchio Partito Fascista. Per darne un idea basterà dire che la sola CGIL può disporre di 3.000 sedi gratuite, la CISL di 5.000 e la UIL di altre migliaia opportunamente occultate in una società per azioni che ha in bilancio oltre 35 milioni di euro d’immobili. E chi sono i massimi beneficiari di questa grazia di Dio? Naturalmente i califfi del sindacato.

Perché dunque è così scarsa, rispetto alla casta dei politici, l’indignazione per questa sistematica rapina? Eppure, a mio parere, le vergogne della casta sindacale sono ben peggiori di quelle dei politici. Anzitutto perché il politico, ad ogni elezione, rischia di perdere il suo seggio e i suoi privilegi e deve di solito ottenere la rielezione riconquistandosi il favore dei propri elettori, mentre il sindacalista, una volta inserito nella corporazione, non rischia quasi mai d’esserne estromesso. Inoltre, mentre i meccanismi di rapina e sfruttamento instaurati dal Sindacato ai danni dei lavoratori sono stati solennemente abrogati dal popolo con un apposito referendum promosso dai radicali (salvo poi essere spudoratamente ripristinati dai vertici della Triplice), i meccanismi della democrazia politica non hanno mai subito una simile, radicale bocciatura.

S5330007A mio parere, le cause di tanta assurda indulgenza sono, come dicevo, di natura psicologica. I politici sono strettamente dipendenti, per la rielezione, da una esposizione mediatica di cui i quadri sindacali non hanno alcun bisogno. Ma proprio l’esposizione mediatica fa dei politici un bersaglio più vistoso e conosciuto della scontentezza popolare, così come la gestione delle scelte di governo, riservata ai politici, ne fa spesso i responsabili d’ogni sventura del popolo, come dimostra lo stesso motto satirico tradizionale “Piove, governo ladro!”.

Ma la colpa massima della corporazione sindacale non è segnalata né compresa, neppure dalla benemerita inchiesta di Liviadotti. Essa sta nell’aver tranquillamente ignorato o negato ciò che la mia Teoria liberale della lotta di classe evidenzia da decenni: e cioè che la vera lotta di classe del nostro tempo non è più quella tra dipendenti e imprenditori del privato, della quale hanno continuato a vaneggiare nell’ultimo mezzo secolo i nipotini di Marx e sulla quale i dirigenti dell’altra casta fondano tuttora la loro azione e i loro scioperi, ma quella tra tutti i Produttori dipendenti e indipendenti del privato, che costituiscono la vera classe sfruttata, e la vera classe parassitaria e sfruttatrice, cioè la burocrazia statale e locale con i suoi padrini politici: i partiti statalisti e, appunto, i sindacati di regime. Questa classe sfruttatrice pretende infatti di vivere nel privilegio, nella sicurezza e spesso nell’ozio con le tasse rapinate alla classe sfruttata dei Produttori del privato, costretta a vivere nell’insicurezza e nella fatica tipiche d’ogni attività di mercato.

La vergogna storica del sindacato tradizionale sta dunque nell’aver deragliato le energie della classe sfruttata in una lotta sterile e intestina tra lavoratori dipendenti e piccoli imprenditori del privato e in un’alleanza sindacale artificiosa tra dipendenti pubblici e privati, riducendo questi ultimi a salari di fame per mantenere nel privilegio e spesso nell’ozio il suo esercito di burocrati fannulloni e, appunto di delegati sindacali.

Articolo di Luigi De Marchi, originariamente pubblicato il 28 aprile 2008 e ripreso dal sito “Il De Marchi pensiero

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