Quando rubi a Pietro per dare a Paolo, potrai sempre contare sull’appoggio di Paolo

di Cristian Merlo

La redistribuzione è uno strumento perverso e machiavellico per sovvenzionare una sequela inarrestabile di privilegi, capaci di garantire alla casta di parassiti che li fornisce la sicurezza di restare al potere, e agli aspiranti parassiti che li promuovono l’opportunità per andarci


È sempre più frequente, e accade ormai da svariati anni, che in tv, sui giornali, e in genere nel dibattito pubblico, si parli di “redistribuzione”, di “finalità redistributive” e di quanto sia necessario mettere in atto “politiche redistributive” per conseguire degli obiettivi a cui nessuna persona sana di mente vorrebbe mai rinunciare.

Cosa deve pensare, allora, il cittadino comune quando sente ripetere, con un’enfasi fuori dal comune, certe formule rituali e quando si vede sempre opporre dei ragionamenti che fanno leva proprio sull’impiego di tali formule, quasi fossero un mantra propiziatorio?

Di fatto, il fenomeno redistributivo, nella sua accezione più essenziale, postulerebbe un passaggio di ricchezza dal ricco al povero, un’allocazione compensativa di risorse, attuata attraverso la tassazione generale e la regolamentazione coattiva, tra chi possiede di più e chi possiede meno o molto meno. Una funzione che, in conformità alla visione ortodossa delle cose, dovrebbe essere delegata allo Stato, essendo troppo grandi e troppo importanti gli interessi e i diritti in gioco, per poterli lasciare in balia delle libere dinamiche contrattuali e del naturale affermarsi delle regole della domanda e dell’offerta.

E  quali sarebbero questi interessi? In primo luogo, il perseguimento di una ripartizione più equa delle risorse. In secondo luogo, una distribuzione delle ricchezze  meno sbilanciata rispetto agli assetti e agli equilibri che si verrebbero altrimenti a determinare in una società capitalistica, non emendata da qualche indispensabile correttivo. Solo così, ci viene continuamente ricordato dai sacerdoti della statolatria imperante e dagli officianti della liturgia laica dello Stato redistributore, può essere utilmente perseguita la tanto agognata “giustizia sociale”. E come si realizza tutto ciò? Elementare: ricorrendo ad un’imposizione fiscale fortemente progressiva e facendo leva su una spesa pubblica in servizi sociali capace di ingenerare la convinzione che, in seno alla società, i benefici ricadrebbero più sui poveri che sui ricchi.

Ma se ci resta ancora una pur residuale capacità di volgere lo sguardo oltre la cortina di fumo eretta da chi ha tutto l’interesse a che le cose restino così, ovvero se riusciamo ancora a fare appello ad un minimo di lucidità e ad un pizzico di buon senso,  potremo dimostrare che le cose non stanno propriamente così.

Proveremo quindi a formulare una serie di riserve al concetto sociologico ed economico di “redistribuzione”.

 

Non esiste alcuna “giustizia redistributiva”

La prima riserva può essere espressa circa il carattere stesso di “giustizia sociale”.

Un costrutto che, se depurato dai suoi aspetti più spiccatamente demagogici e più palesemente retorici, non può che rivelarsi una finzione  giuridica e un’assunzione filosofica senza senso: perché è espressione di una volontà fortemente illiberale e liberticida tesa a soffocare e a conculcare il primato dell’individualità libera ed autonoma, in nome di quella che Ludwig von Mises definirebbe “propensione all´ipostatizzazione”, ovvero un’ attitudine “ad ascrivere sostanza o un´esistenza reale a dei concetti o costrutti mentali”.

Nozioni come “stato”, “nazione”, “classe”, “comunità”, “società” rischiano di perdere qualsiasi significato, allorché si tende a negare e a rifiutare la consistenza del valore originario che li permea: l’individualità e le volontà dei singoli individui di associarsi, cooperare, collaborare in vista del raggiungimento di obiettivi personali e comuni.

social justiceIl rischio terribile è quello di concepire l’uomo, che sicuramente è un essere sociale e che sicuramente sviluppa un assoluto bisogno dell’organizzazione sociale, come una mera cellula di un sofisticato e complesso organismo superiore dal quale è emanato e al quale, in via del tutto automatica, deve tendere, o come la parte di un tutto che lo antecede e lo trascende.

Allo stesso modo, il concetto di “giustizia sociale” è una pura contraddizione in termini: un tentativo, piuttosto malcelato, di trasporre dei concetti neutri ed impalpabili nel mondo del diritto, eliminando però al contempo i presupposti logici ed ontologici che animano i rapporti e le relazioni di quel mondo. Eppure, è proprio nella sua ambiguità e nella sua straordinaria, ruffiana evanescenza che risiede il segreto dell’irresistibile fascinazione dell’idea sublimata nella sommatoria di due concetti di per sé vincenti. Secondo il filosofo liberale Anthony de Jasay <<… è proprio in questo aspetto che risiede l’immenso potere dell’espressione “giustizia sociale”. Nessuno sa cosa significhi esattamente e pertanto è difficile opporvisi. Può significare una enorme varietà di concetti e quindi è facile farsi sedurre da uno di essi. Infine, ma non meno importante, i due termini “giustizia” e “sociale” sono carichi di implicazioni, principalmente positive. Messi insieme, rappresentano una combinazione imbattibile, la cui disapprovazione equivale in pratica ad un’ammissione di perversione morale>> [1].

Insomma, il concetto di “giustizia sociale” è figlio di una rappresentazione della realtà tanto erronea almeno quanto pericolosa. <<Erronea perché presume acriticamente che, se certi concetti sono di uso corrente, devono anche esistere in concreto quelle date cose che essi designano. Pericolosa perché l’aver postulato l’esistenza di collectiva indipendenti e autonomi dagli individui- collectiva come, per esempio, la razza eletta o la classe destinata a redimere l’intera umanità – è all’origine di atrocità indicibili>> [2].

La redistribuzione distrugge il libero scambio e mira a distribuire privilegi

Il concetto di politica redistributiva sembra disconoscere la natura e l’essenza della funzionalità dei meccanismi dell’economia di scambio: quello straordinario e formidabile mezzo di cooperazione sociale, mediante il quale gli individui decidono, in maniera consenziente e volontaria, di rendersi reciprocamente beni e servizi, dietro compenso liberamente stabilito, con l’intendimento precipuo di modificare, migliorandola, la propria condizione economica di partenza. Obiettivo dello scambio è, per l’appunto, quello di far fronte ai bisogni nuovi ed emergenti dei singoli contraenti, ricorrendo ad un processo cooperativo, a somma positiva, suscettibile 1) di promuovere la scoperta e la realizzazione di nuovi modi per soddisfare le aspirazioni proprie ed altrui; 2) di generare valore, psicologico ancor prima che materiale, nella vita di tutti coloro che partecipano alla transazione. Così facendo, gli individui interagenti si creano occasioni per dialogare, per cooperare e per competere (cum-petere, cercare insieme) affinché ognuno, spinto dalla personale ricerca della propria felicità e del proprio benessere, sia in grado di apportare utilità all’altro. Prende così forma quel gioco, caratterizzato da equilibri delicati e virtuose  armonie, che, nell’ambito della Grande Società,  <<assicura che si collabori alla realizzazione degli scopi degli altri, senza condividerli o senza neppure esserne a conoscenza, solamente per poter raggiungere i propri fini>> [3].

Ma le politiche redistributive manomettono tutto ciò: distruggono i meccanismi su cui si regge lo scambio, ne lordano la natura, ne mortificano la logica.

2A Pietro e Paolo, individui liberi e responsabili che decidono di scambiarsi, con reciproca utilità, beni e servizi, si sostituisce ora un Redistributore (politico al potere) che blandisce Paolo – sempre che questi faccia parte di un gruppo sociale capace di garantirgli suffragi – con la promessa che così facendo potrà assicurargli le stesse utilità, senza che neppure debba impegnarsi nell’attività di scambio: potendo diventare così facile destinatario delle risorse coattivamente estorte a  Pietro.

Oppure, un altro aspirante Redistributore (politico che mira a posizioni di potere) potrà utilizzare il grimaldello redistributivo per convincere Pietro che, qualora lo votasse, sarà invece lui il beneficiario netto di una differente politica di redistribuzione, che lo possa ricompensare delle perdite dapprima subite.

Cosa se ne evince da tutto ciò? Che la redistribuzione è uno strumento perverso e machiavellico per sovvenzionare una sequela inarrestabile di privilegi, capaci di garantire alla casta di parassiti che li fornisce la sicurezza di restare al potere, e agli aspiranti parassiti che li promuovono l’opportunità per andarci.

La verità, inequivocabile, è che gli oneri dello stato assistenziale gravano, in misura più o meno elevata, (quasi) su tutti, anche sui poveri, mentre gli effettivi benefici vengono convogliati e concentrati verso i gruppi di interesse politicamente e territorialmente rilevanti, che sono organizzati e attrezzati per sfruttare le logiche spartitorie e i meccanismi predatori innescati ed eccitati dal funzionamento di questa macchina perversa. Le briciole, ovvero i presunti beni e servizi che residuano da questo grande e truccato gioco redistributivo, vengono infine allocati ed estesi, secondo criteri burocratici e discrezionali, a macchia di leopardo, in modo da ricomprendere (quasi) tutti, anche coloro che certamente poveri non sono.

 La redistribuzione rigetta l’intrinseca moralità della cooperazione sociale

L’invocazione indiscriminata ed automatica del trasferimento redistributivo annienta, in ogni contesto sociale, il senso di responsabilità personale perché, in nome di un pericoloso relativismo etico, da un canto vengono promossi sentimenti di fatalismo, di rassegnazione paralizzante e di totale dipendenza dalle altrui decisioni, mentre dall’altro vengono innescate delle logiche del tutto disfunzionali e  negative, attivate dalla premialità di condotte tese alla ricerca della rendita parassitaria o allo sfruttamento dei sempre più elevati livelli di azzardo morale insiti nel sistema.

rentChecché se ne pensi, la ricchezza, l’evoluzione, il progresso materiale e morale non possono mai discendere dall’alto per grazia divina o dipendere esclusivamente da fattori esterni, fisici, indipendenti dalla volontà dell’individuo: un ruolo primario, per non dire fondamentale, nel successo o nell’insuccesso dell’azione economica lo detengono elementi quali il senso di responsabilità, il rispetto di sé e degli altri, l’indipendenza, la libertà di pensiero e di intrapresa, l’autonomia organizzativa, la progettualità creatrice, l’industriosità, la voglia di risparmiare, di produrre e di creare valore. Ogniqualvolta si tende, attraverso l’introduzione di certe politiche,  a disconoscere il ruolo funzionale e propositivo di quei fattori ideali e di quei principi orientativi non possono che emergere, in seno al contesto sociale, sentimenti e atteggiamenti di carattere contrapposto e negativo: che vanno dalla sfiducia nei propri mezzi e nelle proprie capacità alla disillusione, passando per la rassegnazione apatica e per l’ insicurezza verso l’evolversi del futuro.

In breve, la natura e la logica della redistribuzione annientano lo spirito profondo delle relazioni  sociali di cooperazione e collaborazione: del resto, prendendo a prestito le belle parole di Tom G. Palmer, <<il capitalismo è un sistema di valori culturali, spirituali ed etici. Come hanno efficacemente dimostrato gli economisti David Schwab e Elinor Ostrom, nell’ambito del loro studio seminale sulla teoria dei giochi, relativamente al ruolo esercitato dalle norme e dalle regole nel mantenere economie aperte, il libero mercato poggia saldamente su norme che limitano fortemente il furto e che sono orientate al “rafforzamento della fiducia”. Lungi dall’essere un’arena immorale per il conflitto di interessi, come spesso il sistema capitalistico viene dipinto dai detrattori che cercano di minarne o distruggerne l’immagine, l’interazione capitalistica è fortemente innervata da norme e regole etiche. In effetti, il capitalismo è fondato su un rigetto aprioristico della logica di predazione e di rapina, le modalità attraverso le quali era stata acquisita la maggior parte della ricchezza accumulata dai possidenti, in seno ad altri sistemi economici e politici. (In realtà, in molti Paesi ancor oggi, e per lungo tempo nel corso della storia umana, è stato ampiamente realizzato che coloro che sono ricchi lo sono perché hanno preso agli altri, e soprattutto perché hanno fatto ricorso alla forza organizzata: nei termini attuali, lo Stato. Queste elites parassitarie utilizzano questa forza per ottenere monopoli e per confiscare il prodotto  degli sforzi altrui attraverso la tassazione. Si alimentano a spesa delle casse pubbliche ed estraggono benefici dall’imposizione di monopoli e dalle restrizioni della concorrenza. È solamente in costanza di atti di capitalismo che la gente diventa ricca senza necessariamente ricorrere a condotte criminali)>> [4].

La redistribuzione riduce la solidarietà a un atto obbligatorio e, quindi, immorale per definizione

La delega automatica conferita allo Stato e agli apparati pubblici per l’assolvimento dei programmi assistenziali, ad accesso universale gratuito o semi-gratuito, ha comportato, a partire dai primi decenni del XX secolo, la totale dismissione dei programmi di assistenza privata, che erano da sempre esistiti ed avevano sempre operato con estremo successo, senza produrre le immani disfunzioni generate dal monopolio statale della “redistribuzione assistita”.

I modelli assistenziali privati, siano essi di matrice comunitaria, religiosa, filantropica od altro, sono stati nel tempo quasi totalmente soppiantati dalle logiche di gestione statalista ed interventista. Le quali  non si sono certo distinte per aver risolto le problematiche per cui, demagogicamente, esse si arrogano la propria ingombrante ingerenza.  

Da un lato <<la ricerca empirica rivela che i piani di trasferimento di risorse delle maggiori democrazie d’Occidente sono privi di metodo e caotici. Visto come creazione della ideologia redistribuzionista, il moderno welfare state non è difendibile in relazione ad alcun coerente disegno di principi o di obiettivi. Esso non ha alleviato in modo significativo la povertà, ma piuttosto l’ha sostanzialmente istituzionalizzata>> [5]. Dall’altro, non è men vero che l’istituzionalizzazione dello status di povertà, che fa leva sulla figura del povero, assistito, mantenuto e vezzeggiato come un parassita della società in servizio permanente effettivo, è strumentale al mantenimento dei carrozzoni statali, elefantiaci e farraginosi, dediti alla promozione di una solidarietà alquanto interessata e a quell’esercito di “professionisti” dell’assistenza pubblica che non trovano altre giustificazioni plausibili se non … nel proprio istinto di autoconservazione.

solidarityLo scopo effettivo dell’assistenzialismo e della redistribuzione, quindi, non è affatto la risoluzione dei problemi ingenerati dalla povertà, bensì la loro istituzionalizzazione: fintanto che vi saranno poveri da sostenere ed aiutare, i parassiti che campano e vivono alle spalle dell’industria dell’assistenza -siano essi politici, burocrati, sindacalisti, e dissipatori di ogni risma- possono dormire tra due guanciali. E i poveri, statevene pur certi, non mancheranno mai. Il sistema ha dannatamente bisogno di “poveri”. Ecco perché diventa particolarmente lucroso e redditizio il business della solidarietà coatta.

Come ha meravigliosamente chiosato Sergio Ricossa, la solidarietà cui al giorno d’oggi siamo assuefatti è quella <<obbligatoria per legge, imposta da politici demagoghi, pagata da contribuenti inermi, goduta massimamente da burocrati pubblici, inventata nella forma moderna da Bismarck, il cui ideale era trasformare la Prussia in una unica, immensa caserma, trattando i civili come i militari. La morale implica la libertà. Il valore morale della solidarietà obbligatoria, non libera, è nullo. Il valore economico, inteso come spesa, è altissimo. Il presupposto teorico è che i ricchi paghino per i poveri. La conseguenza pratica è che, più spesso di quanto non si creda, i poveri pagano per i ricchi>> [6].

La redistribuzione crea inefficienza e azzardo morale

Se si avesse l’onestà intellettuale di voler aprire gli occhi, e di voler guardare le cose per quelle che sono,  non si potrebbe che osservare come la sinergia operativa tra politiche redistributive e politiche fiscali, tra espansione degenerativa della spesa pubblica ed incremento esponenziale della regolamentazione coattiva, abbia ingenerato e continui ad ingenerare distorsioni di ogni tipo, riverberandosi in particolar modo sulla propensione a generare e produrre ricchezza.

Qualche esempio, per farci intendere?

Si pensi, in primo luogo, alla distrazione di risorse preziose, drenate dai settori più produttivi per essere convogliate verso destinazioni meno redditizie e verso utilizzi meno efficienti, ma che si configurano  come soluzioni politicamente più paganti e materialmente ben più profittevoli per tutti gli attori coinvolti nel processo di scambio politico.

moral hazardIn secondo luogo, in forza della immissione di incentivi perversi  nel contesto operativo, e a fronte della promozione di azioni di carattere lobbistico e parassitario,  gli individui vengono orientati verso condotte moralmente irresponsabili (proliferazione del “moral hazard”) ed economicamente disproduttive: è pertanto logico attendersi la progressiva dismissione di qualsi­asi incentivo al miglioramento, all’innovazione e alla riabilitazione presso i beneficiari della redistribuzione politica, a prescindere dalla forma in cui questa si concretizzi.

In terzo luogo, non risulterà certo strano il dover constatare una graduale disincentivazione dei membri più produttivi e talentuosi della società a creare, sviluppare ed intraprendere, nella misura in cui possano anche solo avvertire che i frutti generati dalla loro industriosità rischierebbero poi di essere immutabilmente taglieggiati tanto da inique politiche fiscali, che da assurde volontà regolamentatorie.

Come ha ben spiegato Hans Hermann Hoppe, infatti, <<ogni redistribuzione, qualunque sia il criterio sul quale essa si fonda, implica che si prende ai [legittimi] possessori e [legittimi] produttori originari (coloro che “hanno”qualcosa) per dare ai non- possessori e non- produttori (coloro che “non hanno” la cosa in questione)>> [7]. È indubbio, allora, che una alterazione di un simile complesso di regole non possa che comportare, ineluttabilmente, che vi sia <<meno appropriazione originaria di risorse la cui scarsità è nota, meno produzione di nuovi beni, meno sfruttamento dei beni esistenti, meno contratti e meno commerci reciprocamente vantaggiosi. E questo conduce naturalmente verso un più basso tenore di vita in termini di beni di mercato e di servizi>>[8].

 

Saggio di Cristian Merlo

 

Note

[1] Anthony de Jasay , I principi della giustizia sociale,  p. 1.

[2] Dario Antiseri, La scuola austriaca, in “Fondazione Liberal”, num. 5, aprile- maggio 2001.

[3] Friedrich A. von Hayek, Legge, legislazione e libertà, Milano, il Saggiatore, 2000, p. 317.

[4] Tom G. Palmer , “Introduction: The Morality of Capitalism”, The Morality of Capitalism, 2011.

[5] John Gray, nell’introduzione a  B. de Jouvenel, L’etica della redistribuzione, Macerata, Liberilibri, 1992, p. XXIV.

[6]  Sergio Ricossa, I pericoli della solidarietà, Milano, Rizzoli 1993, p. 23.

[7]  Hans – Hermann Hoppe, “Abbasso la democrazia!”, scritto contenuto in Abbasso la democrazia: l’etica libertaria e la crisi dello stato, Treviglio, Leonardo Facco Editore, 2000, p. 51.

[8]  Hans – Hermann Hoppe,  “La giustizia dell’efficienza economica”, saggio contenuto in Abbasso la democrazia: l’etica libertaria e la crisi dello stato, p.28.

 

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