Tra bailout e parassitismo: il lento suicidio finanziario dell’Impero Romano

di Lawrence W. Reed e Marc Hyden, traduzione di Cristian Merlo

L’esperienza romana ci deve insegnare delle lezioni importanti. Come ben evidenziò Howard Kershner,  economista del XX secolo, <<quando l’autogoverno degli individui conferisce al proprio governo il potere di prendere da alcuni per dare agli altri, il processo non si fermerà fino a quando l’ultimo osso dell’ultimo contribuente non sarà messo a nudo>>. Mettere la propria vita nelle mani di politici in cerca di supporto elettorale non solo compromette la propria indipendenza personale, bensì anche l’integrità finanziaria della società nel suo complesso. Una volta che il processo è stato avviato, è difficile ripristinare i giusti equilibri in seno ad uno stato assistenzialista, e le cose solitamente non vanno mai a finire per il meglio


Più di 2.000 anni prima degli interventi di salvataggio e delle misure assistenzialistiche messi in campo dagli Stati Uniti, già gli antichi romani sperimentarono dei sistemi analoghi. Il governo romano varò provvedimenti per mettere in sicurezza istituzioni fallite, emendò i debiti personali, e spese ingentissime somme per realizzare programmi di assistenza sociale. Ed i risultati non furono così eccezionali.
I politici romani selezionavano i vincitori e i vinti, generalmente favorendo coloro che potevano vantare una rete di relazioni e di entrature politicamente sfruttabili – una pratica che è fondamentale anche per le moderne democrazie redistributive, come ben sappiamo. Svariati commentatori concordano sul fatto che questi dispendiosi sforzi volti “a rubare a Pietro per pagare Paolo” sono stati i principali fattori che condussero al dissesto e al declino della civiltà romana. Essi, d’altro canto, non poterono che determinare degli interventi ancor più esiziali. Roma non fu costruita in un giorno, come recita un vecchio adagio – e ci volle ugualmente del tempo per demolirla. Alla fine, quando la repubblica sfumò in una autocrazia imperiale, gli imperatori cercarono di avere un pieno controllo sull’intera economia.

La remissione del debito nell’antica Roma costituiva una questione controversa, che è stata messa in atto a più riprese. Già intorno al 367 a.C., un periodo di incertezza economica, il tribuno della plebe Licinio Stolone, uno dei primi riformatori populisti romani, approvò un disegno di legge che si poneva essenzialmente come una moratoria sul debito. La legislazione consentiva ai debitori di detrarre gli interessi pagati sul credito principale, qualora il debito residuo fosse corrisposto nell’ambito di una finestra temporale di tre anni. Entro il 352 a.C. la situazione finanziaria di Roma era ancora deprimente, e la tesoreria dello stato si trovò costretta a soccorrere numerosi debitori privati, ormai in default, i quali erano morosi nei confronti di finanziatori sventurati. Già allora si ipotizzava che i debitori avrebbero poi eventualmente rimborsato lo stato, ma se siete convinti che questo accadde realmente, probabilmente anche voi fate parte della schiera di coloro che pensano che sia un buon affare finanziare la Grecia odierna.

Nel 357 a.C., il tasso massimo di interesse consentito sui prestiti si aggirava grosso modo all’8 per cento. Dieci anni più tardi, questa misura venne considerata insufficiente, per cui le autorità romane abbassarono la soglia al 4 per cento. Entro il 342, poiché le riduzioni successive a quanto pare non riuscirono nell’intento di dare sollievo ai debitori o di allentare in maniera soddisfacente le tensioni economiche, gli interessi sui prestiti vennero aboliti del tutto. Non ci si deve certo sorprendere se i creditori cominciarono a rifiutarsi di prestare denaro. La legge che vietava l’applicazione di interessi, col tempo, venne completamente disapplicata.

TiberiusEntro il 133 a.C., Tiberio Gracco, politico in ascesa, stabilì che le misure promosse da Licinio Stolone non fossero sufficienti. Tiberio approvò un disegno di legge che concedeva il libero utilizzo di porzioni di terreni agricoli incolti, di proprietà statale, ai poveri.

In aggiunta, il governo finanziò la costruzione di nuove abitazioni popolari e il varo di misure populiste. È stato stimato che circa 75.000 famiglie beneficiarono delle assegnazioni di terra in virtù di questa norma. Si trattava di un programma di governo inteso a distribuire, in maniera del tutto gratuita, terreni, alloggi, e finanche una piccola azienda, i cui costi, con tutta probabilità, erano completamente sovvenzionati dai contribuenti, ovvero gravavano sulle spalle degli abitanti dei paesi di nuova conquista. Tuttavia, non appena ciò fosse possibile, succedeva che molti coloni rivendessero, senza mostrare la benché minima riconoscenza, la loro azienda agricola e se ne ritornassero in città. Tiberio non visse abbastanza per vedere l’ingratitudine di questi beneficiari che rifiutavano la generosità romana, in quanto un gruppo di senatori lo assassinò nel 133 a.C.; ma suo fratello minore, Gaio Sempronio Gracco, prese il suo testimone e continuò nel solco del suo approccio populista, potenziandone le riforme.

Tiberio, per inciso, varò anche il primo programma alimentare sovvenzionato dell’antica Roma, con cui veniva fornito il grano ad un prezzo calmierato a molti cittadini. In origine, i romani che confidavano negli ideali di autonomia individuale e del “self-help” rimasero letteralmente traumatizzati nell’assistere alla promozione di tali politiche assistenziali, ma in poco tempo decine di migliaia di individui divennero i beneficiari di cibo sovvenzionato, e tra questi non tutti erano indigenti. Qualsiasi cittadino romano che si trovava a vivere nell’ambito di una data area territoriale (“la linea del grano”) aveva di per sé diritto all’assistenza. Il ricco console Lucio Calpurnio Pisone, che aveva strenuamente avversato la legge frumentaria, fu avvistato mentre era in attesa di acquistare il cibo scontato. Egli dichiarò che se la sua ricchezza doveva essere redistribuita, non si sarebbe fatto sfuggire l’occasione per ottenere la propria spettante parte di grano sussidiata.

Entro il terzo secolo d.C., il programma di sussidio alimentare venne emendato svariate volte. Il grano, venduto prima ad un prezzo calmierato, venne poi distribuito gratuitamente e, al suo apice, un terzo dei romani approfittava di questa misura assistenzialistica. Divenne una sorta di privilegio ereditario, di diritto sociale tramandato di padre in figlio. Altri prodotti alimentari, tra cui l’olio d’oliva, la carne di maiale e il sale, vennero regolarmente inseriti in questo paniere sovvenzionato. Il programma crebbe a dismisura fino a diventare il secondo capitolo di spesa più imponente per il bilancio imperiale, secondo solo alle spese militari. Esso però falli nell’intento di servire quale rete di protezione temporanea; come la maggior parte dei programmi pubblici, tralignò in una misura di assistenzialismo perpetuo per una constituency clientelare permanente, che la rivendicava quale fosse un diritto quesito.

impero romanoNel 88 a.C., Roma fu scossa dalla guerra sociale, un conflitto devastante con i suoi precedenti alleati nella penisola italiana. Uno dei comandanti che si impose fu Silla, che quell’anno venne nominato console (il ruolo politico preminente ai tempi della Repubblica) e successivamente si affermò come dittatore. Per mitigare la catastrofe economica, Silla cancellò porzioni del debito privato dei cittadini, forse fino al 10 per cento del montante, lasciando i creditori in una posizione ben difficile. Ripristinò e applicò il tasso di interesse massimo sui prestiti, molto probabilmente in misura simile a quanto stabilito nella legge del 357 a.C. La crisi si era progressivamente aggravata, e per affrontare la situazione, nel 86 a.C., sotto il consolato di Cinna e Mario, venne approvato un provvedimento che riduceva i debiti privati di un ulteriore 75 per cento.

Meno di due decenni dopo il governo di Silla, Catilina, il famigerato populista radicale nonché nemico acerrimo di Cicerone, si candidò per il consolato, impostando la propria campagna elettorale su una piattaforma di remissione totale del debito. In qualche modo, ne uscì sconfitto, probabilmente per la fronda che fecero alla sua candidatura i banchieri e i cittadini romani che avevano effettivamente ripianato i propri debiti. La sua vita si concluse poco nel corso di un tentativo di colpo di stato fallito.
Nel 60 a.C., Giulio Cesare, un patrizio le cui quotazioni erano in forte ascesa, venne eletto console, e proseguì l’opera di consolidamento delle politiche varate da molti dei suoi predecessori populisti, apportandovi però delle innovazioni di proprio conto. Una volta ancora, Roma si trovava nel bel mezzo di una crisi. In questo periodo, gli appaltatori privati – i cosiddetti “pubblicani” – erano incaricati dell’esazione dei tributi per conto del governo. Costoro, per aggiudicarsi l’appalto, offrivano in corrispettivo all’erario una certa somma a fronte dell’attività di raccolta, atteso che veniva loro concessa la possibilità di trattenere qualsiasi eventuale eccedenza rispetto alla somma da riversare, dedotta in contratto. Nel 59 a.C., il comparto degli appaltatori dei tributi era ormai sull’orlo del collasso. Cesare optò per la remissione di più di un terzo dei debiti vantati nei loro confronti da parte dello Stato. Il piano di salvataggio dell’industria del pubblicani ebbe delle pesanti ricadute sulle casse pubbliche e probabilmente produsse degli effetti anche per i contribuenti, ma l’effetto catalizzatore per l’adozione della misura lo si deve al fatto che Cesare ed il suo compare Crasso avevano in precedenza investito pesantemente nel settore in fermento.

Nel 33 d.C., mezzo secolo dopo il crollo della Repubblica, l’imperatore Tiberio dovette affrontare il panico scatenatosi nel settore bancario. La risposta fu un massiccio piano di salvataggi, consistenti in prestiti infruttiferi ai banchieri, nel tentativo di stabilizzare il mercato. Oltre 80 anni dopo, l’imperatore Adriano cancellò unilateralmente 225 milioni di denari in tasse arretrate per una moltitudine di cittadini romani, suscitando il risentimento di coloro che si erano diligentemente prodigati per adempiere ai propri oneri fiscali.
Traiano conquistò la Dacia (l’attuale Romania) all’inizio del secondo secolo d.C., inondando le casse dello Stato con i bottini incamerati. Con questo tesoro sovvenzionò un programma assistenziale, le istituzioni alimentari, con cui, in concorso con gli istituti finanziari privati, venivano concessi prestiti agevolati ai proprietari terrieri, la riscossione dei cui interessi veniva devoluta ai bambini romani svantaggiati. I successori di Traiano riconfermarono questi programmi assistenziali fino a che la svalutazione del denaro, la moneta romana, impose forzatamente la dismissione delle istituzioni alimentari.

Nel 301 d.C., con l’intento di riformare il governo, l’esercito e la stessa economia, l’imperatore Diocleziano emanò il famoso editto sui prezzi massimi. Roma si era nel frattempo trasformata in uno stato totalitario, che non sapeva far di meglio che puntare il dito, per la gran parte delle sue disgrazie economiche, contro i presunti avidi profittatori. L’editto definiva i prezzi massimi e i salari per i beni e servizi. La mancata osservanza era punibile con la pena di morte. Anche in tal caso, e senza grande sorpresa, molti fornitori si rifiutavano di vendere le loro merci a prezzi imposti, e nel giro di pochi anni i romani, in buona sostanza, disapplicarono l’editto.

caduta imperoInoltre, nell’antica Roma rientravano nella norma anche i mastodontici programmi di assegnazione delle terre. Al suo apice, la spesa pubblica più rilevante si sostanziava nel mantenimento di un esercito composto da 300,000-600,000 legionari. I soldati realizzarono ben presto l’importanza strategica del loro ruolo e della loro imprescindibilità nell’ambito della politica romana, e di conseguenza le loro pretese si fecero sempre più pressanti. Tra le altre cose, essi rivendicarono esorbitanti pacchetti di congedo, nella forma della assegnazione di appezzamenti di terreni agricoli non occupati, ovvero di sontuose indennità di buonuscita in oro, il cui valore era pari ad oltre un decennio del loro salario. Inoltre, al fine di prevenire le rivolte, si attendevano anche importanti e periodiche misure premianti.

L’esperienza romana ci deve insegnare delle lezioni importanti. Come ben evidenziò Howard Kershner,  economista del XX secolo, <<quando l’autogoverno degli individui conferisce al proprio governo il potere di prendere da alcuni per dare agli altri, il processo non si fermerà fino a quando l’ultimo osso dell’ultimo contribuente non sarà messo a nudo>>. Mettere la propria vita nelle mani di politici in cerca di supporto elettorale non solo compromette la propria indipendenza personale, bensì anche l’integrità finanziaria della società nel suo complesso. Una volta che il processo è stato avviato, è difficile ripristinare i giusti equilibri in seno ad uno stato assistenzialista, e le cose solitamente non vanno mai a finire per il meglio.

Roma capitolò agli invasori nel 476 d.C., ma chi fossero i veri barbari è una questione che rimane controversa. Il popolo romano che sostenne l’assistenzialismo e i politici che amministravano un tale ordine di cose stremarono a tal punto la società che l’Impero Romano d’Occidente cadde come una prugna matura proprio in quell’anno. Ma forse i veri barbari erano proprio quei romani che misero in atto quel lento ma inesorabile suicidio finanziario.

Articolo di Lawrence W. Reed e Marc Hyden su Foundation for Economic Education

Traduzione di Cristian Merlo

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