Una prospettiva morale per opporsi al fiscalismo rapace e parassitario

di Cristian Merlo

Dietro la contabilità delle risorse taglieggiate, rapinate e sottratte ai legittimi proprietari, vi stanno i fini, gli obiettivi, i piani, le aspirazioni e la fatica di coloro che quelle risorse le hanno create, acquisite e legittimamente costituite, con la produzione o con lo scambio. Come saggiamente ci ricorda l’economista Walter Williams, <<è piuttosto meschino privarmi dei frutti del mio lavoro a beneficio di un altro individuo che non ha sudato il mio sudore. Io non considero questo giustizia sociale>>


Come fece notare, ormai parecchi anni fa, un gigante della libertà di questo sventurato Paese, le tasse <<ci riguardano, prima ancora che come contribuenti, come cittadini, uomini di coscienza, individui che esprimono scale di valori in cui la libertà è presente con spicco… Esse determinano la qualità della nostra vita anche non materiale, ben oltre quanto può sembrare fermandosi all’economia dei tributi. Non modificano solo la nostra ricchezza: modificano la condizione umana spirituale>>.

Con la consueta acutezza, Sergio Ricossa ha qui colto un punto fondamentale e di straordinaria importanza, che dovrebbe essere salvaguardato da tutti coloro che hanno a cuore la libertà e a cui non sfugge quali siano i reali effetti del  cancro che sta inesorabilmente prosciugando e devastando la nostra vita in società: la tassazione ed il suo degenerato sottoprodotto, il fiscalismo rapace e parassitario.

È un fatto inequivocabile che la bulimia fiscale ed il dispotismo impositivo siano quasi sempre sfociati in una deriva totalitaria, a fronte delle pretese illimitate delle élite autocratiche al comando, capaci di legittimare politicamente la propria condotta attraverso l’azione dello stato (da sempre concepito come un formidabile strumento di comando e di sfruttamento dell’uomo sull’uomo), ancorché il loro obiettivo ultimo fosse e sia, in maniera invariabile, la conquista e la conservazione del potere.

2Così come è sin troppo evidente constatare come il totalitarismo fiscale abbia sempre e solo causato dei danni inenarrabili, su ogni fronte ed in tutte le epoche: atteso che i suoi frutti naturali ammorbavano e, a maggior ragione oggigiorno, ammorbano l’esistenza delle comunità che ne sono afflitte. Dirigismo asfissiante, inflazione cronica, burocratizzazione inarrestabile, stagnazione economica, parassitismo politico, proliferazione dell’azzardo morale, compressione della libertà individuale,  incentivo al paternalismo e all’irresponsabilità, limitazione o annientamento della facoltà di scelta: questi sono solo alcuni degli effetti che abbiamo potuto vedere materializzarsi, nel corso della storia, quando i governanti hanno imboccato la via della tassazione eccessiva.

Quello che però deve essere chiaro è che la difesa della libertà, della proprietà e della responsabilità individuale deve essere fondata non tanto o non solo su argomenti, seppur condivisibilissimi, di carattere efficientistico e materiale: non si deve ciò far leva esclusivamente sulla innegabile ed auto-evidente capacità delle pacifiche e volontarie interazioni contrattuali di generare ricchezza e di garantire efficienza economica.

Questi aspetti  sono dei benefici collaterali del libero mercato, dei corollari ovvi ed ineludibili.  Ma l’economia di libero scambio, per la libertà d’azione che richiede e per la libertà di scelta che consente, sarebbe comunque da preferirsi a prescindere, anche se, per assurdo, risultasse meno performante di una “razionale” economia regolamentata.

La sua  difesa deve invece essere incardinata su rigorose ed inoppugnabili argomentazioni di carattere etico e morale: i suoi sostenitori devono rivendicare a gran voce che esistono dei diritti naturali intangibili e pre-politici, che nessun Leviatano redistributore può arrogarsi di conculcare o di svilire, in nome di quei feticci che lo stesso, di volta in volta, pretestuosamente individua per legittimare la sua azione predatoria: che si chiamino “utilità sociale”, “giustizia redistributiva”, “interesse collettivo” o “bene comune”.

Proprio perché la preservazione di questi diritti, innati e congeniti, riflette non solo il rispetto per  la sacralità e l’irripetibilità del concetto di esistenza individuale, ma ridefinisce altresì i naturali ambiti di pertinenza di ciò che il filosofo David Kelley ha efficacemente definito come “prospettiva imprenditoriale sulla vita”: ovverossia, il <<senso di proprietà di sé stessi, la convinzione che la vita di ciascuno è sua, e non qualcosa di cui deve rispondere a qualche potere superiore>>.

La lotta contro il Moloch statale, le sue pretese assurde, i suoi scriteriati progetti, i suoi voleri smodati e disfunzionali – che si concretizzano in una spesa pubblica dissennata, fuori controllo e folle e che riscontrano nell’inefficienza e nello spreco la propria ragione di esistenza e di crescita, generando consequenzialmente una pressione fiscale sempre più insostenibile – deve essere combattuta in nome e per conto di principi sacri ed inviolabili, e non solo in nome e per conto dei freddi ed implacabili numeri. Dietro la contabilità delle risorse taglieggiate, rapinate e sottratte ai legittimi proprietari, vi stanno i fini, gli obiettivi, i piani, le aspirazioni e la fatica di coloro che quelle risorse le hanno create, acquisite e legittimamente costituite, con la produzione o con lo scambio. Come saggiamente ci ricorda l’economista Walter Williams, <<è piuttosto meschino privarmi dei frutti del mio lavoro a beneficio di un altro individuo che non ha sudato il mio sudore. Io non considero questo giustizia sociale>>.

Vi deve essere la ferma e consapevole condanna che lo Stato, con il suo intervento sistemico e sistematico, sta innanzitutto varcando dei limiti che non possono naturalmente competergli, in quanto e per quanto ciò atrofizza la nostra prospettiva imprenditoriale della vita, e svilisce, per dirla con l’economista Huerta de Soto, la <<capacità creativa che… permette [ad ogni essere umano] di apprezzare e scoprire  le opportunità di “guadagno” che sorgono intorno a lui… [e] serve proprio per creare e scoprire nuovi fini e nuovi  mezzi>>.

I costi dello statalismo sono incalcolabili, in quanto, dapprima, lo stesso fagocita innumerevoli risorse che vengono drenate per adottare proprio quelle politiche e per implementare quelle misure le quali, al netto dei reali beneficiari, impediranno poi la costituzione di ulteriore ricchezza, frustreranno la creazione di nuovo valore e pregiudicheranno la possibilità di cogliere le impredicibili “occasioni da libertà” e le imprevedibili “opportunità da cooperazione sociale” che avrebbero potuto gemmare in un contesto privo di distorsioni.

L’intervento omnipervasivo e tentacolare dello Stato, unitamente alla corruzione esponenziale ingenerata dallo statalismo strisciante, produce un’occupazione quasi militare di tutti i settori della vita civile.schiavitù Questa occupazione si manifesta sotto svariate e cangianti fogge: da una ragnatela asfissiante di nuove norme positive, di regolamentazioni e prescrizioni inutili, alla fissazione burocratica di obiettivi e standard dannosi, passando per la pianificazione dirigistica ed ottusa di una moltitudine di aspetti che dovrebbero invece inerire esclusivamente alla sfera della scelta individuale. Ciò inevitabilmente comporta la distruzione di ogni interazione naturale basata sul consenso e sulla volontarietà, e produce la sostituzione dei rapporti produttivi di “scambio-cooperazione” con quelli disproduttivi fondati sullo schema “comando-obbedienza”.

Lo Stato Leviatano che decide quali fini siano degni di essere perseguiti e, di rimando, che monopolizza i mezzi necessari a raggiungere quei fini, determina in primis l’annientamento di quella che Rothbard definiva un’esistenza piena e pienamente umana. <<Ogni uomo>> affermava il filosofo americano <<deve avere la libertà, deve avere la possibilità di formare, mettere alla prova, ed esperire le proprie scelte, affinché possa concretizzarsi lo sviluppo delle proprie inclinazioni e della propria personalità. In breve, egli deve essere libero per potersi realizzare e potersi definire pienamente umano>>.

Ecco perché, allora, opporsi allo Stato Leviatano, rivendicando argomenti di natura etica, significa prendere consapevolezza che ogni suo intervento è prima di tutto immorale, in quanto tende ad aggredire la nostra più ampia libertà di scelta, e a dismettere risorse, capacità ed energie che, declinandosi come specifiche manifestazioni dei diritti di libertà e di proprietà, avremmo potuto impiegare in ben altre strategie cooperative: nel creare, produrre, comprare, vendere, scambiare, scartare beni e servizi  senza vincoli di sorta e come meglio ci avrebbe aggradato e soddisfatto, in termini di profitto materiale e psicologico, nel rispetto delle libertà individuali e in accordo alle reciproche esigibilità.

Non bisogna mai scordare il messaggio che un altro gigante nostrano del pensiero liberale, lo scienziato della politica Gianfranco Miglio, ci ha lasciato in eredità. Con la sua capacità argomentativa più unica che rara, e con il suo impareggiabile nitore espositivo, il Prufesur ammoniva:  <<… l’investitura politica, con il passare del tempo, è diventata soprattutto, e primariamente, “mandato a tassare”: cioè licenza che i cittadini (inconsapevoli) accordano ai governanti di manipolare i loro redditi, e dunque una ricchezza “privata”, la quale, se accumolata nel rispetto della legge, dovrebbe essere invece intangibile. È evidente infatti che su quanto una persona guadagna – vivendo in mezzo ai suoi concittadini, scambiando le sue prestazioni con loro e osservando le regole giuridiche del “mercato”- né i concittadini stessi né i detentori del potere possono vantare alcuna pretesa, fondata sul diritto naturale>>.

Articolo di Cristian Merlo

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