Come l’Occidente (e non solo) è diventato ricco

di Deirdre N. McCloskey, traduzione di Cristian Merlo

La “Grande Creazione di Valore” può essere considerata  il più importante evento secolare da quando l’uomo ha cominciato a coltivare il grano e ad addomesticare i cavalli. È stato e continuerà ad essere un fenomeno storicamente ben più rilevante di qualsiasi ascesa o di qualsiasi caduta degli imperi, o di qualsivoglia  lotta di classe che sia emersa in tutte le società finora esistenti. L’Impero non arricchì la Gran Bretagna. Il successo degli Stati Uniti non dipese sulla schiavitù. Il potere non condusse alla prosperità, così come lo sfruttamento non costituì il motore della prosperità. Il progresso verso una sostanziale eguaglianza di risultati, da intendersi secondo la concezione  di matrice “francese”, non è stato conseguito in  virtù della tassazione o della redistribuzione, bensì dall’operare della diversa nozioni di eguaglianza mutuata dagli Scozzesi. Il vero motore dello sviluppo fu il complesso dei presupposti teorici e delle idee che si stavano progressivamente affermando, che vanno sotto il nome di liberalismo classico


Quali sono i motivi della nostra ricchezza? Un americano guadagna, in media, 130 dollari al giorno, il che pone gli Stati Uniti ai vertici di questa speciale classifica. Un cinese guadagna 20 dollari al giorno (su base effettiva, con un potere d’acquisto adeguato al reddito) e un indiano 10 dollari: e ciò anche dopo la rapida crescita dei rispettivi paesi negli ultimi decenni, emersi da un socialismo paralizzante per cui l’introito medio era di un dollaro al giorno. Nell’arco di poche generazioni, in cui prenderanno corpo innovazioni e miglioramenti economici, sperimentati attraverso il libero scambio, si arricchiranno anch’essi.

In realtà, il “noi” del perimetro della comparazione della ricchezza, oggigiorno, include la maggior parte dei paesi, se non fosse per qualche triste eccezione. Due secoli fa, il reddito mondiale medio pro-capite,  (ai prezzi attualizzati) poteva stimarsi in circa 3 dollari al giorno. Ed è sempre stato così sin dai tempi in cui si viveva nelle caverne. Ora quel valore ammonta a circa 33 dollari al giorno, pari al livello corrente del Brasile e a quello degli Stati Uniti nel 1940. Nel corso degli ultimi 200 anni, il reddito pro-capite reale medio – comprensivo anche di alcune drammatiche situazioni attuali quali il Ciad e la Corea del Nord- è più che decuplicato. È semplicemente sorprendente. Nei paesi che, senza troppe remore, hanno sposato la causa del libero scambio e dell’innovazione economica, come il Giappone, la Svezia e gli Stati Uniti,  tale valore ha registrato un incremento di quasi 30 volte tanto, il che è ancora più sorprendente.

E queste cifre non tengono conto dell’avanzamento radicale registrato dal 1800 relativamente alla disponibilità di beni e servizi ormai alla portata di tutti. I timori attuali in ordine alla stagnazione dei salari reali negli Stati Uniti e in altre economie sviluppate svaniscono, una volta che vengono valutati attraverso il prisma della prospettiva storica. Come gli economisti Donald Boudreaux e Mark Perry hanno sostenuto in queste pagine, i dati ufficiali non riescono a catturare i reali benefici del nostro stupefacente progresso materiale.

Si guardi solo alla eccezionale abbondanza di beni rinvenibile sugli scaffali di supermercati e dei centri commerciali. O si consideri la magia dei dispositivi comunemente utilizzati per comunicare e per divertirsi, che sono ormai alla portata di tutti, anche delle persone meno abbienti. Di nuovo, conoscete qualcuno a cui è stata diagnosticata una depressione clinica? Sicuramente costui può avvalersi dell’ausilio di una gamma di farmaci efficaci, nessuno dei quali era disponibile per il miliardario Howard Hughes, a mitigazione della sua disperazione. O conoscete qualcuno che si è sottoposto all’intervento della sostituzione dell’anca? Si calcoli solo che, nel 1980, tale operazione veniva considerata grossolanamente sperimentale.

Mai nella storia era accaduto qualcosa di simile alla “Grande Creazione di Valore”, che si è registrata negli ultimi due secoli. Il fenomeno del raddoppiamento del reddito – corrispondente al 100% di miglioramento nella condizione umana – non era un fatto inusuale, atteso che si era già riscontrato tanto nel periodo della Grecia antica che nel corso dell’apogeo di Roma, nella Cina delle dinastie Song e nell’India della dinastia Moghul. Ma la gente presto tornò alla routine di un reddito ben misero, comparabile, al giorno d’oggi,  ai 3 dollari quotidiani pro-capite (o anche peggio) su cui si attesta l’Afghanistan. Un progresso rivoluzionario del 10.000%, tenendo conto di tutto, dai prodotti in scatola agli antidepressivi, era del tutto inconcepibile ed impredicibile. Fino a che non accadde.

E quale ne fu la causa? Le spiegazioni ordinarie seguono l’impianto ideologico di partenza. A sinistra, da Marx in poi, si narra che la chiave di volta sia dovuta allo “sfruttamento”. I capitalisti dopo il 1800 hanno semplicemente espropriato i lavoratori del loro plusvalore, investendolo poi in opifici bui e diabolici. A destra, dall’acclamato Adam Smith in poi, si è pensato che il “trucchetto” dovesse risiedere nel risparmio. I selvaggi abitanti delle Highlands avrebbero potuto diventare ricchi come  gli Olandesi  – “il più alto grado di opulenza”, come evidenziò Smith nel 1776 – se avessero semplicemente risparmiato a sufficienza per accumulare capitale (e se avessero nel frattempo smesso di rubarsi il bestiame l’un con l’altro).

Una recente estensione della tesi di Smith, avanzata, da ultimo, dall’economista premio Nobel Douglass North (e ora abbracciata come teoria ortodossa anche dalla Banca Mondiale) postula che il vero “elisir” per il progresso sia da rinvenirsi nelle istituzioni. In base a questa prospettiva, se i giuristi di una nazione venissero dotati  di toghe eleganti e di bianche parrucche, si otterrebbe qualcosa di simile a un sistema di common law.  Di riflesso, la legislazione seguirà, la corruzione svanirà, e la nazione sarà condotta, per via dell’accumulazione di capitale, verso i più altri stadi del progresso.  

Ma nessuno di queste teorie è pienamente convincente.

Ciò che ha reso prospero il mondo moderno non deve essere ricercato né nel plusvalore sottratto ai lavoratori, né nel capitale virtuosamente risparmiato; e neppure nelle istituzioni che hanno consentito il suo progressivo accumulo. Il capitale e il rule of law sono stati fattori necessari, naturalmente, così come lo sono stati la forza lavoro, l’acqua corrente e l’incedere del tempo.

Il capitale è diventato produttivo in virtù di idee e concezioni tese al progretrainssso – indipendentemente che fossero forgiate da un carpentiere di paese, da un giovane telegrafista  o da un mago del computer di Seattle, ancora adolescente. Come Matt Ridley ha ben esplicitato nel suo libro ”Un ottimista razionale” (2010), quello che è successo negli ultimi due secoli è che <<le idee hanno cominciato a fare l’amore fra di loro>>. L’idea della ferrovia non è altro che l’accoppiata tra i motori a vapore ad alta pressione con le macchine che operavano sui binari delle cave di carbone. L’idea del tosaerba è la combinazione di un motore a benzina miniaturizzato con una mietitrice meccanica miniaturizzata. E così è stato per ogni sorta di invenzione che si possa immaginare. L’interconnessione delle idee nella testa delle persone comuni ha generato un’esplosione di innovazioni continue.

Datevi uno sguardo intorno  mentre siete nella vostra camera e noterete le centinaia di idee, tutte fiorite dopo il XIX secolo, che sono racchiuse in essa: la corrente elettrica, il riscaldamento e il condizionatore, il tappeto tessuto a macchina, le finestre più grandi di qualunque altra fosse realizzabile prima dell’avvento del processo di lavorazione del vetro float. O ancora si consideri la propria formazione al college, o la salute del vostro cane mente fate visita dal veterinario.

Erano sufficienti le idee. Una volta sviluppata l’idea per la costruzione della ferrovia, o l’invenzione dell’aria condizionata, anziché della moderna ricerca universitaria, il conseguimento delle risorse necessarie per realizzarle è stato relativamente semplice, in quanto era palese che le stesse avrebbero sicuramente generato profitto.

image 2Se fosse sufficiente l’accumulazione di capitale o il rule o law, la “Grande Creazione di Valore” avrebbe potuto prendere piede nella Mesopotamia del 2000 a.C.,  nella Roma del 100 d.C. o nella Baghdad del IX secolo. Fino al 1500, e per molti rispetti fino al 1700, la Cina è stato il paese tecnologicamente più avanzato. Centinaia di anni prima che in Occidente, i cinesi inventarono le chiuse per navigare sulle vie fluviali, e le vie di navigazione erano molto più lunghe e articolate di tutte quelle presenti in Europa. Il mercato di libero scambio cinese e il suo stato di diritto erano molto più vasti e pervasivi rispetto al contesto frammentato e litigioso dell’Europa, divisa da tariffe e tirannie. Eppure non fu in Cina, bensì nell’Europa nord-occidentale che la Rivoluzione Industriale ebbe luogo, e di conseguenza si innescò per la prima volta nella storia il processo di arricchimento.

Ma per quale motivo, ed in maniera così improvvisa, “le idee hanno cominciato a fare l’amore fra di loro” e non hanno più smesso? E perché tutto ebbe origine nell’Olanda del XVII secolo, a seguire in Inghilterra un secolo dopo, poi nelle colonie inglesi del Nord America, in Scozia, da sempre il vicino povero, e ancora in Belgio, nella Francia settentrionale e in Renania?

La risposta è racchiusa in un solo termine:  “libertà”. Le persone libere, ormai è appurato, sono ingegnose. Gli schiavi, i servi, le donne subordinate, le persone il cui status è cristallizzato in rapporti gerarchici di vassallaggio o di dipendenza burocratica non lo sono. In virtù di alcuni incidenti della politica europea, che non avevano nulla a che vedere con la più profonda virtù europea, sempre più persone vennero affrancate dalle catene del vassallaggio. Dalla riforma di Lutero, passando per la rivolta olandese contro la Spagna nel 1568, la sommossa dell’Inghilterra nella guerra civile degli anni ’40 del XVII secolo, per giungere sino alle rivoluzioni Americana e Francese, gli europei si convinsero che le persone comuni avrebbero dovuto essere libere per trovar la propria realizzazione. Il concetto potrebbe essere così espresso: vita, libertà e perseguimento della felicità.

Per usare un altro concetto altisonante, ciò che  ne è derivato – anche se in maniera lenta ed imperfetta – fu l’eguaglianza. Non un’eguaglianza di risultato, che potremmo etichettare alla “francese” in onore di Jean-Jacques Rousseau e di Thomas Piketty.  Ma un’eguaglianza, per così dire, alla “scozzese”, in onore di David Hume e di Adam Smith: un’eguaglianza di fronte alla legge e un’eguaglianza di dignità sociale. Essa ha fatto in modo che le persone prendessero il coraggio di voler e di volersi continuamente migliorare, confidando nei propri mezzi. Ciò si è realizzò, come ha ben evidenziato Smith , <<consentendo ad ogni individuo di perseguire i propri interessi autonomamente, su un piano liberale di eguaglianza, libertà e giustizia>>.

E questo è l’altro concetto sorprendente che dobbiamo utilizzare per spiegare la nostre ricchezza: “liberalismo”, nella sua accezione originaria di  “meritevole di una persona libera”. Il liberalismo si presentò come una concezione innovativa. Nel 1685, Il livellatore inglese Richard Rumbold, di fronte al boia, dichiarò: <<sono certo che non esista alcun uomo cui Dio abbia conferito un ruolo superiore a quello di tutti gli altri uomini; perché nessuno viene al mondo con una sella sulla propria schiena, né con gli stivali e gli speroni per cavalcarlo>>. Pochi tra coloro che erano presenti nella folla che lo sbeffeggiava avrebbero convenuto con lui. Un secolo più tardi, pensatori all’avanguardia come Tom Paine e Mary Wollstonecraft ne abbracciarono l’idea. Due secoli dopo, non vi era praticamente nessuno che non vi avesse aderito . E così la “Grande Creazione di Valore” ha potuto avere luogo.

Non tutti traevano soddisfazione per questi sviluppi e per le idee ad essi sottese. Nel XVIII secolo, pensatori liberali come Voltaire e Benjamin Franklin propugnarono coraggiosamente la libertà di commercio. Entro gli anni ’30 e ’40 del XIX secolo, una intellighenzia le cui fila erano molto allargate, e di cui facevano parte molti figli di borghesi, cominciò a dileggiare in maniera altezzosa  quelle libertà che avevano consentito ai loro padri di arricchirsi e che, al contempo, permettevano loro di godere di un alto livello di benessere. Questi figli patrocinavano il ricorso vigoroso al monopolio coercitivo della violenza, appannaggio dello Stato, per conseguire al più presto l’una o l’altra utopia.

Gli intellettuali di destra, ad esempio, vagheggiavano nostalgicamente un Medioevo immaginario, libero dalla volgarità del commercio, un periodo d’oro per coloro che avversavano il mercato, in cui ad imporsi erano le rendite di posizione ed i rapporti gerarchici di comando-obbedienza. Una tale visione conservatrice e romantica dei bei tempi andati ben si adattava allo snobismo della destra in seno alla classe dirigente. Successivamente, nel XIX secolo, sotto l’influenza del positivismo scientifico, la destra si appigliò al darwinismo sociale e all’eugenetica per svilire la libertà e la dignità della gente comune e per elevare la missione della nazione ben al di sopra della mera sfera individuale, caldeggiando il colonialismo e la sterilizzazione obbligatoria, nonché la guerra “come sola igiene del mondo”.

Nel frattempo, a sinistra una differente schiera di intellettuali elaborò l’idea illiberale per cui le idee non contano. Ciò che conta per progredire,  dichiararono a sinistra, è sempre stata la marea inarrestabile della storia, supportata dalle proteste, dagli scioperi o dalle rivoluzioni promosse nei confronti della cattiva borghesia – il cui stimolante esercizio, va da sé, doveva essere indotto da loro stessi.  In seguito, sia in seno al socialismo europeo che al progressismo americano, la sinistra propose di sconfiggere i monopoli borghesi della carne, dello zucchero e dell’acciaio, facendo convergere – in forza di meccanismi di regolamentazione, del sindacalismo, della pianificazione centralizzata o della collettivizzazione – tutti i monopoli in unico e supremo sistema monopolistico, denominato “Stato”.

Mentre tutto questi pensiero profondi stavano intorbidando l’intellighenzia europea, i borghesi, disprezzati sia a destra che a sinistra, e in molti casi anche dai moderati, realizzarono  la “Grande Creazione di Valore” e plasmarono il mondo moderno. Tale creazione di valore ha migliorato in maniera incredibile la nostra esistenza. Così facendo, ha fornito la prova inconfutabile che sia il darwinismo sociale che  il marxismo economico erano concezioni clamorosamente erronee. Le presunte razze inferiori, parimenti alle classi o alle etnie, dimostrarono di non essere tali. Il proletariato sfruttato non venne gettato nella miseria più nera; anzi, si è progressivamente arricchito. Si realizzò in tal modo che gli uomini e le donne comuni non avevano bisogno di essere eterodiretti dall’alto, giacché se rispettati e lasciati fare, essi sapevano essere immensamente creativi.

smithLa “Grande Creazione di Valore” può essere considerata  il più importante evento secolare da quando l’uomo ha cominciato a coltivare il grano e ad addomesticare i cavalli. È stato e continuerà ad essere un fenomeno storicamente ben più rilevante di qualsiasi ascesa o di qualsiasi caduta degli imperi, o di qualsivoglia  lotta di classe che sia emersa in tutte le società finora esistenti. L’Impero non arricchì la Gran Bretagna. Il successo degli Stati Uniti non dipese sulla schiavitù. Il potere non condusse alla prosperità, così come lo sfruttamento non costituì il motore della prosperità. Il progresso verso una sostanziale eguaglianza di risultati, da intendersi secondo la concezione  di matrice “francese”, non è stato conseguito in  virtù della tassazione o della redistribuzione, bensì dall’operare della diversa nozioni di eguaglianza mutuata dagli Scozzesi. Il vero motore dello sviluppo fu il complesso dei presupposti teorici e delle idee che si stavano progressivamente affermando, che vanno sotto il nome di liberalismo classico.
La “Grande Creazione di Valore” ha riscritto la storia. Essa porrà fine alla povertà. Per una buona parte di popolazione, lo ha già fatto. Cina e India, che hanno adottato alcuni principi del liberalismo economico, hanno avuto una esplosione nella crescita. Brasile, Russia e Sud Africa, per non parlare dell’Unione Europea – fautori della pianificazione economica,  del protezionismo e dell’egualitarismo più spinto – sono caratterizzati da economie stagnanti.

Gli economisti e gli storici, siano essi di sinistra, di destra o moderati, non possono spiegare la “Grande Creazione di Valore”. Forse le loro materie di elezione necessitano di essere revisionate, orientate verso un “umanesimo” capace di valorizzare seriamente le idee. Un’economia più “umanista” non rinnegherebbe certo concetti economici quali l’arbitraggio, le barriere all’entrata, le formule dell’elasticità della domanda, e neppure le statistiche elaborate dall’analisi di regressione. Ma una scienza siffatta integrerebbe lo studio delle parole, il loro significato, nonché il sorprendente contributo che hanno esercitato ai fini del nostro arricchimento.

Ma quale tipologia di politica potrebbe giammai promuovere una simile rivoluzione? Quanto più contenuta, tanto più prudente sarà. Come ha evidenziato Adam Smith, <<è della massima impertinenza … la pretesa dei  re e dei ministri di voler sovraintendere all’economia dei singoli individui>>.  Siamo certamente in grado di contribuire volontariamente per dare un sostegno ai poveri.  Lo stesso Smith aiutò i poveri con mano liberale. Il liberismo di un cristiano, quello di un ebreo, musulmano o indù che sia, lo raccomanda. Ma si noti bene: il 95% del miglioramento delle condizioni esistenziali dei poveri, a partire dal 1800, non lo si deve certo agli interventi caritatevoli, bensì a un’economia più produttiva.

Thomas Massie, un repubblicano del Kentucky, ha espresso un’idea condivisibile nell’intervista rilasciata lo scorso anno per la rivista Reason: <<Quando la gente si chiede se ‘i nostri figli riusciranno a raggiungere un grado di benessere superiore al nostro’, personalmente rispondo: ‘Certo, ma questo non sarà merito dei politici, ma degli ingegneri’ >>.

internetIntegrerei però la sua osservazione. Tale miglioramento lo si dovrà anche all’imprenditore che acquista a basso prezzo per realizzare un profitto con le vendite, al parrucchiere che intravede una opportunità per aprire un nuovo negozio,  all’operaio addetto alle trivellazioni che si muove su e giù per il Nord Dakota con alacrità e a tutti gli altri cittadini comuni che condividono la regola aurea della borghesia: “lasciatemi sfruttare le occasioni che mi si presentano per migliorare la mia personale condizione economica, permettetemi di sperimentarle attraverso il libero scambio, e ne beneficeremo tutti”.

Articolo di Deirdre N. McCloskey su The Wall Street Journal

Traduzione di Cristian Merlo

4 (80%) 1 vote