Cronaca di una morte annunciata: come è crollato il comunismo sovietico

di Tom G. Palmer, traduzione di Cristian Merlo

Se vi è un nome di cui, più di ogni altro, si sente l’eco in tutta l’Europa centrale e orientale, questo è quello di Friedrich Hayek. Edizioni clandestine, o samizdat, e rare copie in inglese di The Road to Serfdom sono ampiamente lette.
Non dovrebbe sorprendere che tale influente ed autorevole libro sia stato scritto da un mitteleuropeo, che ha parlato con più efficacia della condizione dei suoi lettori. Marx aveva fallito. Egli aveva predetto qualcosa che non è mai accaduto. Hayek ha previsto qualcosa che invece si è avverato: che lo sforzo inteso ad attuare il socialismo avrebbe condotto alla tirannia e alla servitù. E ha offerto un’alternativa a tutto ciò – un ordine fondato sulla libertà, l’economia di mercato, la prosperità e il rule of law


Perché proprio adesso? Perché la liberazione dell’Europa orientale si è registrata solo lo scorso anno? E perché non 10, o 25 anni fa, se il socialismo si è rivelato essere un così enorme fallimento? Mi permetto di formulare alcune ragioni nell’analisi che segue.

In primo luogo, vi è una sorta di “meta-ragione”, che potremmo qualificare come  “fattore  Gorbaciov”. Gorbaciov non è certo un liberale classico; di fatto, le origini della Perestrojka erano immensamente antiliberali. La Perestroika era essenzialmente un tentativo estremo per far rivivere il socialismo: si pensi solo alla legge sulle rendite, volta a distruggere i pochi elementi di libero mercato che erano attecchiti in Unione Sovietica,  o alle misure di contingentamento della produzione di vodka, le quali determinarono una massiccia carenza di zucchero non appena i russi intrapresero la strada della produzione clandestina. Ma alla fine, a quanto pare, Gorbaciov e i suoi consiglieri non ebbero altra alternativa che ammettere  l’impossibilità di rinunciare alle forze di mercato, se solo si vuole che un’economia funzioni veramente. Ora in Russia sono alle prese con una ulteriore fase di apprendimento: che postula l’inattuabilità di costituire un vero mercato in assenza dei diritti di proprietà.

Gorbaciov non ha improvvisamente deciso di comportarsi da “bravo ragazzo” –  facendo in modo di liberare l’Europa orientale e permettendo alle persone di esprimersi liberamente. Diversamente, si è fatta strada una reale presa di consapevolezza circa la profonda crisi in cui versava il comunismo.

Nel caso dell’Europa centrale e orientale, l’impero si stava semplicemente rivelando un lusso impossibile da mantenere e si dovette così optare per una sorta di soluzione politica: Mosca si trovò costretta, suo malgrado, a concedere spazio a quei paesi. L’impero, in buona sostanza, non era più economicamente sostenibile. Di conseguenza, le restrizioni subirono un allentamento e ai leader comunisti dell’Europa centrale venne semplicemente fatto presente che, da quel momento in poi, non avrebbero più potuto fare affidamento sui carri armati e sui soldati sovietici. Ai cechi andò decisamente meglio, in quanto i grandi eventi della rivoluzione cecoslovacca maturarono proprio in concomitanza dell’incontro avvenuto a Malta tra i Presidenti Bush e Gobarciov; quest’ultimo non voleva certo assumersi la responsabilità di causare un bagno di sangue proprio nel frangente in cui presenziava al meeting, così a Praga fu concesso il nulla osta per esercitare la facoltà di uscita.

Sono diversi i fattori che, combinati sinergicamente tra loro, contribuirono a forzare le determinazioni della leadership sovietica per la dissoluzione del blocco dell’Europa orientale.

Il primo è da ravvisarsi nell’esaurimento dello stock di capitale. Il capitale accumulato nel corso di centinaia, se non di migliaia, di anni è stato progressivamente dilapidato e mai nel frattempo ricostituito.

impianti-sovNegli anni fra il 1960 e il 1970 tra gli economisti occidentali vi era la quasi unanime percezione che il tasso di crescita delle economie pianificate in stile sovietico non solo fosse positivo, bensì superiore a quello che si registrava in Europa occidentale e negli Stati Uniti. Chiaramente, un tasso di crescita positivo, nel corso di un periodo di 40 anni o giù di lì, dovrebbe produrre ricchezza, ma ciò non si verificò affatto. L’errore commesso, e che è stato sottolineato da alcuni economisti come G. Warren Nutter, fu quello di misurare esclusivamente gli investimenti in capitale effettuati, la quantità di input immessi, e non la effettiva ricchezza generata. È stato un grosso errore. Ciò portò a quello che il filosofo ungherese Michael Polanyi, un grande critico del comunismo, definì un “esibizionismo produttivo” finalizzato alla mera produzione. L’acciaio veniva prodotto per realizzare una fabbrica che producesse ancora più acciaio, da utilizzarsi per realizzare ulteriori fabbriche, ma l’intero processo girava a vuoto, in quanto non riuscì mai a generare alcun bene di consumo reale. Non si tradusse mai in un effettivo innalzamento degli standard di vita. E, in effetti, in più occasioni esso fu oggetto di incentivazione politica.

Il proletariato industriale doveva essere la nuova classe universale, che avrebbe incluso tutte le altre classi e risolto tutti i conflitti precedenti tra le stesse, in accordo alla impostazione marxiana. Così i comunisti dovettero creare un proletariato industriale, anche laddove non ve ne fosse traccia. In Romania, ad esempio, durante l’industrializzazione forzata che seguì alla Seconda Guerra Mondiale, vennero uccisi quasi tutti i cavalli perché, dopo tutto, in una società moderna nessuno ne avrebbe più avuto bisogno; tutti avrebbero avuto a disposizione un trattore. Non fu proprio così: perché i trattori non vennero mai prodotti, tanto che la gente cominciò ad allevare cavalli clandestinamente. I cavalli sono oggigiorno i più comuni mezzi di trasporto impiegati nelle campagne.

Anziché crescere, lo stock di capitale dei Paesi socialisti stava progressivamente declinando. Lo hanno semplicemente depauperato. La maggior parte delle fabbriche tessili in Cecoslovacchia orientale furono impiantate precedentemente alla Prima Guerra Mondiale. Stanno operando ancora con i macchinari originali. Nella Germania dell’Est, molti degli edifici sembrano non essere stati tinteggiati dal 1945. In alcuni casi, sono ancora visibili i vecchi e sbiaditi slogan risalenti al periodo nazista. In Unione Sovietica, sono ancora attive fabbriche chimiche costruite 110 anni fa, che stanno ancora realizzando gli stessi prodotti chimici sulla scorta di obsoleti processi produttivi. Siamo sicuramente di fronte ad un principio universale: sotto il socialismo non è mai stata chiusa alcuna fabbrica!

Lo stock di capitale ereditato dalle generazioni precedenti è stato in gran parte consumato, e si registra un effettivo declino del livello di benessere in molti paesi dell’Europa orientale. Questo regresso si sarebbe manifestato anche molto tempo prima, se non fosse stato per l’enorme quantità di capitale occidentale che è stato iniettato dal Fondo Monetario Internazionale, della Banca Mondiale, e da altri istituti di credito internazionali; capitale che è stato utilizzato in gran parte per finanziare le spese di consumo correnti.

Un secondo fattore che ha condotto alle rivoluzioni del 1989 è da imputarsi alla difficoltà crescente di controllare le informazioni. Intendo dire, non solo le notizie politiche, ma anche il tipo di informazioni riguardanti i differenti stili di vita in altri paesi, che possono essere facilmente appurati guardando i film occidentali. Il videoregistratore e i walkman hanno avuto un enorme impatto sulla vita delle persone residenti nei paesi socialisti. free-europeRadio Free Europe è stata certamente importante, soprattutto in paesi come la Romania, in cui non vi era la possibilità di accedere ai videoregistratori, ma Radio Free Europe avrebbe sempre rischiato di essere  tacciata di propaganda. In altri paesi, principalmente la Polonia e l’Ungheria, ma anche l’Unione Sovietica, si registrò un massiccio afflusso di dispositivi elettronici. Inizialmente, lo Stato cercò di tenerli sotto sorveglianza o di bandirli, perché immaginava il rischio di sovversività insito nel loro utilizzo. Ma fu praticamene impossibile farli sparire.

I film occidentali mostrano alle persone uno spaccato di vita dell’Occidente – un quadro molto divertente e distorto, ma capace di mettere in risalto i modi di vestire, le abitazioni e i gusti. Quando noi guardiamo i film, questo tipo di informazioni ci sfiora appena, ma a persone provenienti da un contesto differente, esse possono essere profondamente sintomatiche. Lo scorso autunno a Mosca, per esempio, durante la proiezione del film svedese Fanny and Alexander, una scena di un banchetto di Natale ebbe un grande impatto sul pubblico. C’è una grande tavola imbandita di ogni bendidìo, e la videocamera, che dapprima ne inquadra un capo, inizia ad indugiare molto lentamente e con molta passione sulla stessa, mostrandoci tacchini, salse, verdure, e ogni sorta di altre leccornie. A quel punto, il pubblico sovietico si alzò e cominciò ad applaudire. Forse gli eroi silenziosi nelle rivoluzioni del 1989 sono stati Sony e Mitsubishi e tutte le altre industrie del settore che continuano a rendere i dispositivi sempre più potenti e fantastici, nella misura in cui consentono di veicolare informazioni con apparecchi sempre più piccoli e a costi sempre più contenuti.

Una terza causa che ha condotto alle rivoluzioni è da ascriversi al virtuale collasso ecologico che ha colpito molti dei paesi dell’Europa centrale e orientale. aralMolti ecologisti occidentali hanno sostenuto per anni che le cause dell’inquinamento sono da addebitarsi alla presenza dei diritti di proprietà e al capitalismo. Questa è un’ipotesi interessante e possiamo sottoporla ad un test empirico. Prendiamo un’economia priva della proprietà privata e del capitalismo. La teoria sostiene che non si dovrebbe registrare alcun inquinamento o, almeno, che lo stesso dovrebbe essere alquanto limitato. Ma in realtà, laddove non vi sono né diritti di proprietà privata né mercati dei capitali, l’inquinamento è un vero e proprio incubo. Alcuni zone dell’Unione Sovietica presentano tassi di mortalità infantile superiori a quelli del Burkina Faso, la nazione africana più povera. In Slesia, in Polonia, si riscontra uno dei più alti tassi di teratogenesi in tutto il mondo.

Il movimento ecologico che è sorto, in maniera quasi spontanea, negli Stati socialisti è sostenuto da persone che vogliono difendere le proprie case e i propri bambini dal rischio di essere avvelenati. E questo ha determinato molteplici effetti. Uno si ravvisa semplicemente nella crescita dei movimenti politici, che in alcuni casi hanno svolto un ruolo molto importante. In Bulgaria, le prime manifestazioni pubbliche contro il regime furono indette dall’Ecoglasnost, un movimento ecologico. Una delle principali intuizioni del movimento è che, unitamente alla indifferenza della classe dirigente per gli interessi del popolo, la causa primaria di gran parte dei loro problemi è da ricondursi alla pianificazione centrale. Quando l’ordine di produrre un tot quantitativo di cotone proviene direttamente dall’Ufficio centrale della pianificazione, il reggente di una fattoria collettiva farà di tutto per raggiungere la quota fissata per quell’anno. Di quello che succederà in futuro interessa ben poco. Se il modo per soddisfare la quota di quest’anno è quello di sversare erbicidi sul terreno o impoverire paurosamente il suolo, allora questa sarà la soluzione da mettere in atto. In termini economici, non esiste alcun utilizzo alternativo, nessun attore che trae profitto dalla massimizzazione del valore in conto capitale della risorsa. Tra gli intellettuali e gli accademici è in corso una dibattito sempre più serrato in ordine all’importanza dei diritti di proprietà per la risoluzione dei problemi ambientali.

L’ultima causa che ha condotto alle rivoluzioni è da ascriversi al crollo virtuale dell’ideologia socialista e della legittimazione politica della sua classe dirigente. La mera detenzione del potere solitamente non è di per sé sufficiente a sostenere un regime tirannico; nella imagemaggior parte dei casi deve anche sussistere, tanto dalla parte dei governati che da quella dei governanti, una sorta di investitura “al diritto di governare”, suscettibile di conferire legittimità morale all’azione della élite politica. In Unione Sovietica, la classe al potere aveva apertamente rivendicato di agire in nome e per conto del proletariato. Ancorché naturalmente i moventi reali andassero ricercati nell’accaparramento del potere e dei privilegi connessi, un ruolo decisivo per la loro affermazione lo rivestì il loro senso di legittimità. I governanti pensavano di essere moralmente giustificati, che stessero agendo nell’interesse della classe operaia, e che fosse pertanto lecito chiedere alla gente anche qualche sacrificio in più. Non credo che qualcuno possa più credere, ormai, a questa narrazione dei fatti,  ma la gente ne ha accettato l’illusione per lungo tempo.

Questa illusione si è potuta affermare per due motivi:  in primo luogo, secondo Ibn Khaldun, uno storico del mondo islamico, ci vogliono circa due generazioni affinché il fanatismo ideologico stemperi la sua forza di propagazione. E di fatto, il comunismo si è imposto in gran parte dell’Europa centrale e orientale più o meno nell’arco di quel periodo;  in Unione Sovietica, si è protratto più a lungo, ma dobbiamo prendere in considerazione il vantaggio che il comunismo sovietico riuscì a cogliere dalla Grande Guerra Patriottica contro il fascismo. In secondo luogo, è in genere la classe dirigente che ha la possibilità di viaggiare al di fuori del paese, e l’élite comunista è stata in larga misura mortificata da questa esperienza. Le persone ricche e potenti si recano in America o in Germania e si rendono immediatamente conto che il loro tenore di vita è inferiore a quello di un lavoratore industriale medio di un paese occidentale. In tal modo, la classe dirigente è stata ancor più disillusa, in un certo senso, rispetto alla massa, che non ha mai avuto modo di toccare con mano l’Occidente. Il ceto politico-burocratico al comando vuole ancora conservare il potere, ma ha perso il senso del proprio “diritto a governare”.

L’ideologia socialista prometteva uguaglianza, fraternità e  prosperità. Ma ha tenuto fede alla sua parola? Ha realizzato l’uguaglianza? La risposta è assolutamente negativa. Molta gente in Occidente  – anche se adesso succede meno spesso–  sosterrà questa tesi: “Beh, sì, certo in Polonia e in Unione Sovietica le persone devono fare la fila [anche per mangiare, ndt], ma esse possiedono un senso di solidarietà; sono più uguali; si avvertono meno disparità di reddito”. Trattasi di una immane sciocchezza. Se si confronta il livello di vita del cittadino medio della Germania Est, la più ricca fra gli Stati “fratelli” del blocco socialista, con quello dei membri del partito che vivevano a Wandlitz, il quartiere tipico in cui alloggiavano gli esponenti della élite, si riscontrano incredibili disparità di reddito – ma fino a poco tempo fa tutto questo veniva secretato. Allo stesso modo, se si osservano i 22 palazzi appartenenti alla famiglia Ceaucescu in Romania, o i complessi sportivi in Bulgaria che erano destinati ai solo membri della famiglia Zhivkov, o alle dacie dei funzionari del partito sovietico, si troverà più disuguaglianza che in qualsiasi altra società di mercato occidentale.

La seconda promessa del socialismo riguardava la promozione del senso di fraternità: tutti avrebbero vissuto assieme, come in una grande famiglia felice. Ma in realtà, la lotta per accaparrarsi la fetta di una torta sempre più striminzita genererà, di per sé, molta più ostilità rispetto a quanto si possa riscontrare in sistema che salvaguardi i diritti di proprietà e gli scambi di mercato. Dopo aver atteso in fila per ore per avere una saponetta, dei vestiti, delle scarpe, potrebbe benissimo succedere che i “consumatori” a Mosca scalino posizioni e arrivino di fronte alla finestra dell’ufficio preposto allo smistamento dei beni di consumo, per sentirsi dire: “andatevene, non ci rimane più niente”.

Tra le prime parole che potreste udire vi sono le rimostranze nei confronti dei “maledetti ebrei” – gli unici che riescono ad ottenere tutto – o gli armeni, gli azeri, o chiunque altro. Si credeva che il comunismo potesse inglobare tali malevole forme di nazionalismo, ma ha chiaramente fallito nell’obiettivo.

E che dire della terza promessa, la prosperità? Il socialismo non solo non è riuscito a generare alcuna prosperità, ma ha prodotto esclusivamente povertà di massa.

Così il socialismo è praticamente crollato come ideologia. E adesso stanno emergendo altre due ideologie per cercare di rimpiazzarlo.

In primo luogo, il nazionalismo, che può assumere due forme: in maniera molto lata, vi sono un nazionalismo pernicioso e un nazionalismo benigno. Il primo, detto anche sciovinismo, è il desiderio di imporre la propria cultura, la propria religione, la propria lingua ad un altro gruppo. E, purtroppo, assistiamo al fiorire di questo fenomeno in numerosi paesi dell’Europa centrale e orientale. Ma vi è un’altra tipologia di nazionalismo, tuttavia, che ha sempre rivestito un ruolo alquanto importante: il desiderio di non essere governati da stranieri, che è piuttosto comprensibile e coerente con i principi liberali. Nel complesso, personalmente trovo che in Europa centrale si registri poco odio nei confronti dei russi in quanto tali.  Gli abitanti dell’Europa centrale desiderano solamente che i russi se ne tornino a casa loro e che li lascino vivere in pace.

L’altra ideologia è il liberalismo,  il quale, in molti casi, si trova perfettamente allineato con la forma benigna di nazionalismo ed, invero, manifesta una opposizione esplicita allo sciovinismo. Se vi è un nome Friedrich August von Hayek_di cui, più di ogni altro, si sente l’eco in tutta l’Europa centrale e orientale, questo è quello di Friedrich Hayek. Edizioni clandestine, o samizdat, e rare copie in inglese di The Road to Serfdom sono ampiamente lette.
Non dovrebbe sorprendere che tale influente ed autorevole libro sia stato scritto da un mitteleuropeo, che ha parlato con più efficacia della condizione dei suoi lettori. Marx aveva fallito. Egli aveva predetto qualcosa che non è mai accaduto. Hayek ha previsto qualcosa che invece si è avverato: che lo sforzo inteso ad attuare il socialismo avrebbe condotto alla tirannia e alla servitù. E ha offerto un’alternativa a tutto ciò – un ordine fondato sulla libertà, l’economia di mercato, la prosperità e il rule of law.

Ora, dopo aver formulato una sorta di esercizio in economia politica, vorrei citare una tesi storica che potrebbe illustrare alcuni degli avvenimenti più recenti. La sto mutuando da uno studioso ungherese, Istvan Bibo, che elaborò una tesi circa le tre specifiche parti dell’Europa: occidentale, centro-orientale e orientale. Secondo Bibo, l’Europa centro-orientale coincide con la regione che, indicativamente, si estende ad est dell’Elba. L’Europa occidentale si identifica con il diritto romano o il common law e l’emergere della società civile da “piccoli circoli di libertà” – associazioni, gruppi, quartieri, club, aziende agricole, mercati, città, e così via – da cui l’autorità politica fluiva verso l’alto in base a procedure che contemplano delle limitazioni. L’Europa orientale è il retaggio del sistema bizantino e di quello ottomano, in cui lo Stato era divinizzato ed in cui la sua autorità veniva fatta rispettare a tutti i sudditi.

La grande differenza tra l’Europa  orientale e quella occidentale  consiste nella relativa separazione tra Stato e Chiesa in Occidente, dove si giunse a riconoscere che l’impero era il depositario dell’autorità secolare e la chiesa di quella spirituale. Erano forme distinte di autorità, caratterizzate peraltro da sistemi giurisdizionali separati. Nel sistema bizantino, invece, l’imperatore costituiva anche la massima autorità ecclesiastica, così che una effettiva divisione tra i due poteri non ebbe mai luogo. Inoltre, a causa della sua eredità feudale e delle leggi  consuetudinarie germaniche, l’autorità politica in Occidente si disgregò molto prima di quanto avvenne in Oriente.

I paesi dell’Europa occidentale sono abbastanza scontati  – Gran Bretagna, Germania, Svizzera, Francia, e così via. L’Europa orientale, al contrario,  può essere in gran parte identificata con i Paesi in cui vige il dominio della Chiesa ortodossa. Lo scienziato politico ungherese Laszlo Urban ha fatto notare che i partiti liberali, recentemente, hanno ottenuto dei buoni risultati al di fuori di queste aree. I partiti liberali non hanno invece fatto altrettanto bene in Russia, Romania, Bulgaria, e Serbia. Tale divisione, addirittura, si registra nel bel mezzo di un Paese come la Jugoslavia, in cui alle cattoliche Slovenia e Croazia, che si identificano con l’Occidente romano, si contrappone la Serbia,  ortodossa e meno liberale. I paesi “misti”, quelli dell’Europa centrale, sono la Polonia, la Lituania, in una certa misura la Cecoslovacchia, l’Ungheria, e forse l’Ucraina e la Bielorussia. Per tutto il corso della loro storia burrascosa, questi paesi sono stati dominati o influenzati tanto dall’Oriente che dall’Occidente. L’Ungheria ha dovuto subire il giogo ottomano per un periodo piuttosto lungo. Intere regioni della Polonia un tempo costituivano parte dell’impero russo.

Questo per dire che potrebbero esservi dei fattori culturali che renderanno la transizione verso la libertà più facile per quei paesi rispetto a quelli dell’Europa orientale. Come sottolinea Bibo, gli sviluppi politici che hanno avuto luogo in Europa occidentale – l’affrancamento della servitù e così via –  di solito si sono manifestati nell’Europa centro-orientale con circa due secoli di ritardo ed hanno impiegato ancor più tempo  per raggiungere l’Europa dell’Est. Con il nostro aiuto ed in virtù dei progressi tecnologici, potremmo accelerare oltremodo tale processo, ma i liberali di quei paesi dovranno svolgere un lavoro più duro.

Una delle ragioni di entusiasmo per quanto sta accadendo in Europa centrale e orientale è che intravedo la reale possibilità che nei prossimi 10 o 20 anni possa germogliare una cultura intellettuale e politica che sia molto più liberale di quella che ora si respira in Europa occidentale o in Nord America. Non intendo necessariamente un sistema più liberale; dobbiamo sempre ricordare che la storia dell’Europa centrale e orientale riviene da presupposti differenti. I semi delle idee liberali che sono stati piantati, in ambito intellettuale e politico, potranno però trovare terreno fertile per germogliare; per produrre alberi vigorosi; e, se saremo fortunati, tali semi potranno ancora innestarsi nelle nostre società e pervaderci di nuovo con lo spirito della libertà.

Articolo di Tom G. Palmer su Cato Policy Report  (settembre-ottobre 1990)

Traduzione di Cristian Merlo


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