Come lo Stato annienta la coscienza morale degli individui

di Robert Higgs, traduzione di Cristian Merlo

“Lo Stato”, per dirla con Frédéric Bastiat, non è altro che “la grande finzione attraverso la quale ognuno cerca di vivere a spese di tutti gli altri”.  Se solo quel grande uomo ci potesse osservare in questo frangente. Anche lui avrebbe da che rimanere sbigottito e sgomento, nel constatare il livello raggiunto da questa immorale ed inutile questua. In realtà, quella  antica illusione è stata probabilmente trasformata nel dogma portante del nostro tempo, volto a legittimare la natura e l’operato dello Stato


“Non rubare” è una regola di condotta antica almeno quanto il mondo. E non avrebbe potuto essere altrimenti, pena l’impossibilità dello sviluppo di qualsivoglia società complessa.

Ci hanno insegnato sin da piccoli a rispettare ciò che appartiene agli altri: “Non prendere i giocattoli di tua sorella  senza il suo permesso”, vi ammoniva vostra madre, punendovi se vi foste ostinati a persistere nella vostra condotta scorretta di “furfantelli” ai primi passi. Con il trascorrere del tempo, a tre anni, eravate perfettamente in grado di capire la differenza tra il “mio” e il “vostro”. E se non aveste preso la lezione a cuore e vi foste protratti, ben oltre l’infanzia, a trattare la proprietà altrui come qualcosa da cui attingere liberamente, giungendo sino ad impossessarvene, allora sareste stati considerati alla stregua di sociopatici, di nemici della decenza, se non addirittura della civiltà stessa.

Tuttavia lo Stato, per come lo conosciamo,  si fonda interamente su questo tipo di sociopatia. I governanti, semplicemente, si impossessano di ciò che non appartiene loro e ne dispongono per soddisfare i loro porci comodi.

Se è trascorso poco tempo dal momento in cui lo Stato ha assunto la propria posizione di assoluto predominio su un determinato gruppo di persone, quest’ultime si renderebbero certamente conto del fatto che le sue acquisizioni non sono poi tanto differenti da un saccheggio. Tali persone sono costrette a pagare semplicemente perché, poste di fronte all’inappellabile scelta “tra la borsa e la vita”, preferiscono continuare a vivere.

Ma nel momento in cui lo Stato si è insediato ed imposto già da tempo nell’ambito di un dato contesto sociale, ecco allora che le sue pretese diventano, né più né meno, che un “atto dovuto”,  configurandosi come una mera presa d’atto dei fatti; e le stesse persone tendono a dimenticare  l’incontestabile truismo che quanto ricevuto dallo Stato corrisponde, sempre e comunque, a dei beni in precedenza rubati, posto che lo Stato, non possedendo legittimamente nulla di proprio, può redistribuire esclusivamente ciò che ha ingiustamente estorto ad altri. I governanti, spalleggiati a tal fine dai propri “intellettuali di corte”, fanno di tutto per attribuirsi una patente di legittimità, con l’intento di mascherare il proprio furto, perché, così facendo, si riducono le difficoltà nell’estrarre la ricchezza dai legittimi proprietari.

In alcuni casi, specie in quei contesti sociali in cui  i governi tentano di giustificare la loro esistenza e il loro operato sulla scorta motivazioni di carattere “democratico”, molte persone possono essere ingannate ed illuse  da questo vero e proprio imbroglio ideologico. Esse potrebbero financo credere nella fallace narrazione per cui “ci si tasserebbe” per consentire ai governanti, che “abbiamo liberamente eletto”, di poter efficacemente disporre delle risorse esatte, onde realizzare quegli obiettivi per i  quali “noi stessi abbiamo votato a favore”: ma, così facendo, tali persone falliscono miseramente nel discernere l’abisso che separa questa visione ideologica incontaminata dalla sordida realtà quotidiana.

Una volta però che questo tipo di pensiero si afferma, esso diventa funzionale alla legittimazione di qualsiasi forma specifica di predazione, senza che vi siano più né limiti chiari, né confini predefiniti.  Le persone sono portate a credere o almeno si fa di tutto perché in esse maturino certe convinzioni  che, nella misura in cui lo Stato abbia in animo di assicurare loro determinate provvisioni, ciò sia da intendersi, per definizione, come un diritto quesito al loro ottenimento.

A questo punto, però, tutti i legami  sociali informati ad una visione morale dell’esistenza sono andati pressoché distrutti; ed in ragione del fatto che un consorzio di sociopatici non è in grado di garantirsi la sostenibilità nel lungo periodo, la nazione che ha inteso imbarcarsi in questo corso d’azione è praticamente salpata verso la sua irrimediabile rovina.

Non ho potuto fare a meno di ripensare, per l’ennesima volta, a queste problematiche, quando mi sono imbatto in un articolo comparso sul Washington Post del 15 ottobre 2006, a firma di Gilbert M. Gaul, Dan Morgan e Sarah Cohen, dal titolo “I sussidi costituiscono una messe eccezionale per gli agricoltori”. La storia riguarda la pratica diffusa, che vede gli agricoltori beneficiari,  innanzitutto, di sovvenzioni per la sottoscrizione di polizze intese ad assicurare il raccolto, quindi dei premi rivenienti dalle assicurazioni nel caso in cui i loro raccolti siano insufficienti, e poi, in cima alla classifica dei trasferimenti, dei pagamenti pubblici supplementari “in caso di calamità”. Molti agricoltori riescono abitualmente ad emungere grandi quantità di denaro dal tesoro pubblico, per mezzo di questo perverso meccanismo: complessivamente, solo a decorrere dal 2000, hanno estratto dai contribuenti qualcosa come circa 24 miliardi dollari, per finanziare assicurazioni sul raccolto e sovvenzionare programmi di sussidio all’agricoltura.

I giornalisti hanno intervistato diversi agricoltori e altri soggetti, non solo in merito al funzionamento di questi programmi, ma anche sulla loro liceità. Anche se nessuno dei beneficiari  citati nell’inchiesta esultava propriamente per la propria condotta,  per giunta reiterata nel tempo, cionondimeno non ve ne è stato uno che ha condannato il fatto. L’atteggiamento prevalente sembra essere quello ben sintetizzato dalle parole di Charles Fisher, contadino di Tulare County, California: “Non importa se ciò sia giusto o sbagliato. Visto che ci stanno offrendo questi incentivi, sarebbe del tutto sciocco rinunciarvi”.

Con quella frase, Fischer ha icasticamente raffigurato, in breve, l’anima nera del welfare state, nonché ha efficacemente chiarito come un tale stato annienti il carattere morale degli individui. Il bottino è lì per essere arraffato; uno sarebbe un pazzo a non approfittarsene,  a prescindere da ogni considerazione morale circa la liceità della propria condotta. La rendita parassitaria trionfa sulla rettitudine morale. “Non fare l’idiota: afferra quei quattrini!”.

Non conosco Charles Fisher, ma se egli è uno dei tantissimi che si approfittano del fatto di poter  spogliare i propri simili ricorrendo ai servigi dello Stato, in qualità di facilitatore del misfatto, allora ho il sospetto che probabilmente non è il tipo d’uomo che si intascherebbe il portafoglio del suo vicino, qualora lo vedesse cadere a terra inosservato; così come non mi sembra quasi certamente il tipo d’uomo che avrebbe aspettato sul ciglio della strada il primo viandante, per piazzargli una imboscata a mano armata. Eppure egli è disposto a rubare ad un numero incalcolabile di sconosciuti – in buona sostanza,  più o meno tutti coloro che pagano le tasse federali – “a prescindere che sia giusto o sbagliato”, semplicemente per incrementare il suo reddito da attività agricola. (Inutile rimarcare che i cosiddetti indennizzi per calamità naturali solo raramente sono indirizzati a tutti coloro che siano stati vittime di una effettiva sventura; proprio come la maggior parte dei programmi governativi, anche questo costituisce un inganno di un sistema del tutto squilibrato e generatore di azzardo morale).

Si sarebbe tentati di attribuire la colpa di  questa “eco-truffa” a qualche  eccentrico difetto morale, originato probabilmente dal troppo tempo che i contadini trascorrono sotto il sol leone. A tal proposito, si potrebbe anche ricordare la caustica definizione che H.L. Mencken diede del contadino americano: “nessun essere, infatti, è stimato essere più avido, egoista e disonesto di questo mammifero, da parte degli studenti che si occupano dello studio dei Primati”. Pur tuttavia, gli agricoltori non scontano prerogative morali tanto diverse da quelle di innumerevoli altri individui; semplicemente, a differenza della maggior parte di questi, sono riusciti ad ottenere un maggior successo politico.  

È triste a dirsi, ma per ogni specifica forma di bottino incamerata dagli agricoltori, il governo deve far fronte a migliaia di altri assalti alla diligenza, che nulla hanno a che spartire con l’agricoltura. Lo sfacelo morale è completo, non si limita a poche mele marce, e contamina indistintamente uomini d’affari, medici, avvocati, sacerdoti, studenti, pensionati, e innumerevoli altri soggetti, insieme agli agricoltori. Praticamente tutti hanno messo a tacere la propria coscienza morale, unitamente alla propria pistola, affacciandosi all’ingresso della stanza dei bottoni.

 “Lo Stato”, per dirla con Frédéric Bastiat, non è altro che “la grande finzione attraverso la quale ognuno cerca di vivere a spese di tutti gli altri”.  Se solo quel grande uomo ci potesse osservare in questo frangente. Anche lui avrebbe da che rimanere sbigottito e sgomento, nel constatare il livello raggiunto da questa immorale ed inutile questua. In realtà, quella  antica illusione è stata probabilmente trasformata nel dogma portante del nostro tempo, volto a legittimare la natura e l’operato dello Stato.

Ho formulato queste osservazioni non perché mi ritenga un uomo particolarmente retto, tutt’altro. Ma non è necessario aver conseguito una laurea con lode in rettitudine morale per comprendere, a prescindere da come si possa valutare l’ipertrofico interventismo redistribuzionista dello Stato moderno, diretto a togliere a Pietro per dare a Paolo, un fatto evidente e palmare: che questa attività reca con sé frutti mortiferi. Perché crea tanti e tali incentivi diffusi e potenti, da indurre gli agenti ad orientare la propria condotta verso azioni disproduttive di carattere lobbistico e parassitario, anziché a prodigarsi in imprese economicamente produttive  e in scambi mutualmente vantaggiosi. Vengono così dissipate grandi energie, intelligenze, e altre risorse per il perseguimento di privilegi –  in ciò che gli analisti della “Public Choice” definiscono “ricerca della rendita parassitaria”. E come sempre più avviene quando si riscontra tale dissipazione, la società nel suo complesso sconterà oltremodo la piena realizzazione del proprio potenziale nel generare ricchezza effettiva.

Alla fine, tutti saranno impegnati a lottare l’un con l’altro per cogliere e consumare il grano, e non rimarrà nessuno per seminare il raccolto per il prossimo anno. C’è un naturale, inevitabile esito per una simile azione. Provate a chiederlo a qualsiasi agricoltore.

Articolo di Robert Higgs su Information Liberation

Traduzione di Cristian Merlo

Lo scritto, in parte rivisto, è originariamente apparso su Mises Italia


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