Quanto ci costa l’illusione democratica: ciò che si vede e ciò che non si vede

di Cristian Merlo

Senza nemmeno riuscire a cogliere il nesso logico e temporale che sussiste tra la produzione e il consumo, in base al quale il secondo segue necessariamente la prima, torme di cittadini democratici, assuefatti all’irresponsabilità e alla dipendenza economica,  pretendono cure mediche “gratuite”, richiedono a gran voce l’istruzione pubblica “universale”, gridano il proprio diritto alla casa e ad un “posto” di lavoro, aspirano alle indennità di disoccupazione e ai sussidi familiari, reclamano le più svariate forme di previdenza sociale e, non da ultimo, ambiscono all’accesso “libero” a quelle risorse culturali che son di tutti


Anche se un’analisi oggettiva della realtà storica e una lettura disincantata dell’esperienza quotidiana non sembrano fornire troppi appigli a sostegno della loro fondatezza, il culto dello Stato democratico e l’apologia del  mito hobbesiano del “più Stato per maggior sicurezza” continuano ad esercitare un fascino irresistibile nell’immaginario collettivo.

A livello spirituale e psicologico, nella mentalità profonda e nel carattere della gente, lo Stato è visto ed inteso come una sorta di divinità, un idolo assoluto, cui i cittadini devono prostrarsi per il solo fatto che “Lui” esista e sulle cui necessità essi devono modulare  la propria condotta di vita.

Se è vero, come sostiene Alessandro Vitale,  che <<l’intera percezione contemporanea della realtà, non solo di quella politica, ma anche di quella morale, estetica e intellettuale della nostra esistenza, si forma largamente attraverso il prisma dello Stato>>, diventa del tutto coerente dare per scontato che una vita sociale e civile al di fuori del suo contesto non sia nemmeno lontanamente concepibile; che la realizzazione dei nostri desideri e la soddisfazione dei nostri bisogni possano trovar compimento esclusivamente nell’ambito del suo perimetro d’azione; e che il solo pensare di agire al di fuori dei suoi confini sia un atteggiamento di sconsiderata utopia.

A furia di inforcare gli occhiali deformati e deformanti della mistica statalista, si è infatti erroneamente portati a credere che oltre l’orizzonte visuale dello Stato “democratico” non vi possa essere nulla.

Solo lo Stato può erogare i cosiddetti beni e servizi pubblici.

Solo lo Stato ed i suoi governanti sono in grado di sfruttare le economie di scala per fornire, più o meno efficacemente, protezione, giustizia ed una serie di altri beni fondamentali.

Solo l’intervento dello Stato può comunque assicurare la riduzione dell’incertezza e del rischio.

Di fondo, è un problema psicologico: la degenerazione morale e la falsa coscienza – indotte da secoli di inganni e assecondate dalle maschere e dalle finzioni di cui lo Stato si nutre – hanno inculcato nella mente dei cittadini l’idea che, senza di esso, non siano possibili altre forme di cooperazione sociale e che, in sua assenza, non si possa più disporre di servizi ormai ritenuti essenziali.


Se i somari adorano gli sciacalli

Ma in che cosa consiste, di fatto, l’inevitabile contropartita tra la consapevole limitazione della libertà individuale e l’accettazione di pretestuose politiche d’intervento, profuse da uno Stato in cerca di legittimazione?

E come è possibile che i cittadini produttivi – escludendo pertanto coloro che vivono solo di Stato e grazie allo Stato – siano coscientemente e favorevolmente disposti a “vendere l’anima al diavolo”? Perché sono sempre più propensi a sacrificare la propria libertà, la propria indipendenza di scelta e la propria autonomia d’azione, illudendosi di poter ottenere benefici e privilegi, che, al più, sono solo dei placebo che durano lo spazio di un mattino? Come può, in altre parole, quella massa di cittadini continuare a credere che lo Stato, in virtù della sua peculiare natura e delle sue caratteristiche intrinseche, possa essere considerato come un padre amorevole, a cui ricorrere per risolvere tutti i problemi che affliggono la nostra esistenza?

Perché, insomma, vige e continua ad imperare questo culto secolare moderno, in cui, per dirla con Mencken, la marea montante dei somari adoranti non accenna a revocare il proprio consenso all’esercito degli sciacalli in servizio permanente effettivo?


La fabbrica delle illusioni

La spiegazione può essere ravvisata nel senso di una parola: “illusione”.

Per il vocabolario Treccani, con il termine “illusione” dobbiamo intendere, propriamente, un “inganno della mente”, che si materializza (i) “nell’attesa di un atto o di un fatto destinato a rimanere irrealizzato”; (ii) “nel concepire speranze vane”; (iii) “nel formarsi un’opinione inesatta (in genere troppo ottimistica o favorevole) su persone o cose”; (iv) “nel dar corpo a ciò che non ha consistenza reale”.

Ed è proprio tramite la propagazione a piene mani di queste illusioni, da parte degli esponenti dello Stato predone e dei suoi corifei, che la gran massa dei produttori viene blandita circa il fatto <<che il suo governo è buono, saggio e per lo meno inevitabile, e certamente meglio di altre alternative concepibili>> (cit. Rothbard).

In effetti, la creazione e la “distribuzione” di illusioni, da parte del ceto politico-burocratico al comando, si sostanzia proprio nel tentativo di mascherare, agli occhi dell’opinione pubblica, i reali intendimenti perseguiti con il pretesto dell’assolvimento delle proprie funzioni, magnificando ed esaltando, al contempo, la bontà di quel pretesto.

L’origine, l’espansione e la degenerazione dello Stato e dello statalismo, quale suo corollario, sono riconducibili ad una matrice comune: il congenito e patologico finalismo che ha sempre contraddistinto il monopolio coercitivo della forza.

Se si leggesse con occhi disincantati un qualsiasi manuale di storia, non potrebbe sfuggire l’evidenza che quando una comunità viene “territorializzata” in funzione della somministrazione, in contropartita, del reclamato servizio di sicurezza, è la stessa contropartita a generare, d’ora in avanti, l’indiscusso ed indiscutibile appannaggio monopolistico degli enti statuali.

In primo luogo, pertanto, in forza del mito costitutivo della offerta di protezione e sicurezza, da cui trarrebbe tutta la sua legittimità, lo Stato ha potuto giustificare strumentalmente la sottomissione di un’enorme massa di persone, destinate, loro malgrado, a costituire la “base imponibile” passibile di essere taglieggiata e depredata a capriccio dai governanti.


L’illusione della teoria economica dei “beni pubblici”

I governanti hanno potuto agire sempre più indisturbati, grazie al ricorso ad uno dei più straordinari inganni cognitivi che supporta e suffraga la loro azione: l’illusione della fornitura dei beni e dei servizi cosiddetti pubblici, che costituisce probabilmente il collante fondamentale per la tenuta del sistema.

Con il passare del tempo, lo Stato è così riuscito ad imporre, tramite la menzogna e l’inganno, la sua presa mortale: nell’attuale regno dell’assistenzialismo integrale   in apparenza congegnato per conseguire il tanto decantato bene comune e la tanto mitizzata giustizia sociale tale presa ha raggiunto il suo culmine.

Di fatto, lo Stato democratico ha approntato dei mezzi sempre più sofisticati e micidiali con il preciso intento di consolidare l’espansione delle più disparate logiche monopolistiche: le quali, se per un verso costituiscono delle formidabili ed ineguagliabili occasioni di sfruttamento economico a danno dei cittadini produttivi (i cosiddetti “tax payers”), dall’altro vengono paradossalmente giustificate e avvertite quale l’unico ed inevitabile mezzo per far fronte a dei bisogni sociali sempre più complessi  e crescenti.

Come è stato giustamente osservato dagli osservatori più lucidi, per mezzo dell’istruzione obbligatoria il welfare state ha instillato nel cervello del cittadino comune l’idea che esso sia una cornucopia, e che non c’è alcun bisogno di preoccuparsi per il domani.

Senza nemmeno riuscire a cogliere il nesso logico e temporale che sussiste tra la produzione e il consumo, in base al quale il secondo segue necessariamente la prima, torme di cittadini democratici, assuefatti all’irresponsabilità e alla dipendenza economica,  pretendono cure mediche “gratuite”, richiedono a gran voce l’istruzione pubblica “universale”, gridano il proprio diritto alla casa e ad un “posto” di lavoro, aspirano alle indennità di disoccupazione e ai sussidi familiari, reclamano le più svariate forme di previdenza sociale e, non da ultimo, ambiscono all’accesso “libero” a quelle risorse culturali che “son di tutti”.

In tal modo, con l’abusato pretesto di fornire in via universale e gratuita la libertà e la parità d’accesso ai servizi, politici e burocrati hanno buon gioco nel conseguire immani vantaggi dal plasmare i mercati a proprio uso e consumo e dal privilegiare arbitrariamente posizioni ed interessi precostituiti.

Mediante la costruzione di un sistema di trasferimenti diretti, la concessione ed il mantenimento di privilegi, di benefici, di scappatoie legali e di rendite di posizione in capo a clientele particolari ed elettoralmente influenti o, ancora, mediante l’erogazione e la fornitura di un ventaglio, sempre più sterminato, di specifiche provvisioni o di servizi generici ad accesso universale, la popolazione è stata ormai blandita, addomesticata e resa dipendente dalla conservazione e dalla continuazione di questo ordine di cose. Forse per la prima volta nella storia dell’entità statuale, la massa delle persone al di fuori della cerchia dei governanti, per quanto allargata, è stata ed è surrettiziamente portata a credere di non avere valide soluzioni percorribili, all’infuori dell’accettazione, magari rassegnata, “di quanto passa il convento”, il cui venir meno ingenererebbe degli scompensi inauditi e spesso insormontabili.


L’illusione finanziaria

In secondo luogo, il sistema si regge su un’ulteriore declinazione del concetto di illusione.

Un concetto che venne elaborato, più di un secolo fa (nel 1903, per la precisione), da un grande economista italiano: quell’Amilcare Puviani, il quale per primo parlò della “illusione finanziaria”, quale fenomeno di <<rappresentazione erronea delle ricchezze pagate o da pagarsi a titolo d’imposta o di certe modalità del loro impiego>>. Tale rappresentazione determina una serie di distorsioni percettive e di asimmetrie informative determinanti per la tenuta del sistema: perché concorrono non solo a favorire la stabilizzazione e la crescita incontrollata degli impulsi alla spesa, ma promuovono anche il ricorso continuo all’interventismo pubblico.

Da una parte, infatti, il tax payer, in qualità di pagatore ignorante ed inconsapevole, non è assolutamente in grado, se non per via di percezioni superficiali e sottostimate, di stabilire “chi paga che cosa”. A fronte della complessità e della nebulosità dei mezzi, degli strumenti e dei meccanismi impiegati, egli non riesce a determinare oggettivamente a quanto ammontano le sue tasse; come sono state riscosse; cosa ha ottenuto in contropartita; chi sono i reali beneficiari e a cosa servono in realtà queste famigerate tasse.

D’altra parte, il medesimo cittadino produttivo sarà indotto ad attivare delle dissociazioni comportamentali schizofreniche e ad operare in base a percezioni autoreferenziali e distorte, in funzione della sua propensione a ricercare, di volta in volta, quei vantaggi che pensa di potere estrarre dalle pieghe di un provvedimento o di una manovra politica.

Ma nel fare questo, egli sbaglia clamorosamente, in ragione del fatto che deve fronteggiare un processo per nulla evidente e del tutto ingestibile.

Il cittadino in parola punterà al conseguimento della miglior combinazione possibile di misure ipotizzabili, suggestionandosi di poter guadagnare, in termini di sussidi e protezione, più di quanto dovrà invece sopportare in termini di costi – diretti, indiretti, collaterali ed impliciti  per finanziare quelle misure, e per sovvenzionare soprattutto la gamma dei benefici altrui: reclamati dall’esercito di gruppi particolari, sedotti dalla medesima logica della “rincorsa al privilegio”. Henry Hazzlitt, a tal  proposito, parlava correttamente di “personalità economica multipla”.

Ecco perché spesso e volentieri, per non dire sempre, il nostro tax payer si ritroverà a porre più attenzione al vantaggio riveniente dallo specifico “regalo” ricevuto dall’alto, anziché alle innumerevoli disutilità generate dal finanziamento di beni e servizi costosissimi, per lui inutili, scarsamente accessibili, quando non del tutto indesiderati.


I reali costi dell’illusione

Ma i costi sottesi al mantenimento di questo paralogismo sono tanto subdoli, almeno quanto gravosi.

In primo luogo, il tax payer non è in grado di concepire come potrebbe migliorare la sua vita, se solo potesse trattenere e disporre di tutta la porzione di quel reddito che gli è stato taglieggiato dallo Stato, perché qualcuno potesse dargli l’illusione di preoccuparsi della sua sorte di elettore. Di fatto accade che, quasi senza saperlo, egli non possa utilizzare in proprio le risorse legittimamente guadagnate (a) per indirizzarle verso quegli impieghi stimati più meritevoli, in termini di efficienza, di economicità e di desiderabilità delle scelte, e (b) per procurarsi consapevolmente ciò che lui stesso (e non un burocrate terzo) consideri un beneficio effettivo e degno di essere acquisito, nella misura in cui tale beneficio è capace di soddisfare le sue specifiche aspirazioni personali.

In secondo luogo, il nostro il tax payer dovrà pagare un forte scotto in termini di “costi-opportunità”, cioè a dire dei possibili e proficui sviluppi incrementali che avrebbero potuto originare da nuove “occasioni da libertà” e della nuova ricchezza che avrebbe potuto essere e che invece non è.

Tali “costi-opportunità” si riflettono:

(a) nelle risorse distratte e negli effetti distorsivi sulla loro mancata costituzione e/o sulla loro mancata allocazione;

(b)  nei prodotti, nei servizi e nelle innovazioni che non si sono potuti realizzare perché la fonte della loro generazione è stata prosciugata a monte;

(c) nella atrofizzazione delle opportunità di scelta e nella frustrazione delle capacità volte a creare valore e a scoprire nuove forme di “guadagno”;

(d) nello svilimento degli incentivi a mettere a frutto i propri talenti in strategie cooperative e produttive, posto che non vi è la garanzia di tenere per sé i frutti legittimi degli sforzi profusi;

(e) nella frustrazione dei processi di mobilitazione delle risorse, delle conoscenze e delle energie – contando anche quelle  addizionali – che si sarebbero altrimenti potute impiegare nelle suaccennate strategie cooperative, per definizione mutualmente vantaggiose.

Da ultimo, il nostro cittadino non si accorgerà di aver completamente perso ogni propensione ad immaginare un orizzonte diverso, rispetto a quello tracciato e organizzato dallo Stato democratico. L’espansione ipertrofica dello Stato Leviatano, che decide quali fini siano degni di essere perseguiti e che, di rimando, monopolizza i mezzi necessari a raggiungere quei fini, conduce all’annientamento dell’attitudine a vivere un’esistenza piena e pienamente umana.

 
Articolo di Cristian Merlo


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