La libertà si fonda sull’umiltà

di Steven Horwitz, traduzione di Cristian Merlo

La difesa della libertà propugnata dai liberali classici come Hayek non si fonda pertanto sull’assunto di individui altamente razionali, capaci di prendere decisioni ottimali. Al contrario, è un credo modesto che presuppone che gli individui scontino dei limiti reali alla propria razionalità.
Ed è proprio questa umiltà che costituisce il presupposto imprescindibile per la promozione delle ragioni della libertà: l’unico modo per progredire è lasciare le persone libere di innovare e di imitare, in virtù dello sviluppo di istituzioni passibili di fornire le informazioni e gli incentivi necessari a misurare il successo e a stimolare il processo di imitazione


Una delle riserve più comuni sollevate nei confronti dell’opportunità di lasciare che le persone conducano la propria esistenza, per quanto più possibile, al riparo da interferenze politiche, è che molte di loro, semplicemente, non sarebbero abbastanza sveglie per poter far da sé. Tali critiche vengono espresse per controbattere gli argomenti di coloro che, dall’altra parte della barricata, asseriscono che la ragione per cui agli individui deve essere concessa tale libertà è propriamente che siamo abbastanza intelligenti per gestirci nel modo più appropriato la nostra vita.

Prendiamo le mosse da una concetto che forse è scontato: se gli esseri umani non sono sufficientemente intelligenti per determinare la propria esistenza, perché mai dovremmo credere che vi siano uomini intelligenti abbastanza da determinare l’esistenza degli altri? Cosa potrebbe garantire, ad esempio, che si elegga o che si scelga proprio quel ristretto manipolo di persone che, effettivamente, sia dotato dell’intelligenza necessaria affinché, accedendo ad una carica politica, sia messo in condizione di dirigere la vita degli altri?

E che cosa potrebbe assicurare che essi siano abbastanza intelligenti da conoscere cosa sia meglio non solo per se stessi, ma anche per gli altri? L’argomentazione che le “persone non sono abbastanza intelligenti” potrebbe ritorcersi clamorosamente contro i suoi assertori, se si indugiasse in questa direzione.

Ma vi sono delle implicazioni da tenere in considerazione anche nel trattare l’argomentazione opposta, ovvero che le “persone sono abbastanza intelligenti”. Si tratta di una questione empirica relativa al livello di perspicacia mostrato dagli individui e alla loro reale capacità di prendere decisioni. Evidenze sperimentali, che vanno dalla psicologia all’economia comportamentale, suggeriscono che la maggior parte delle persone è molto lontana dalla perfetta razionalità dell’homo oeconomicus.
Anche se fosse vero che siamo abbastanza intelligenti per condurre la nostra esistenza, ciò non suggerirebbe che non lo si sia abbastanza per pretendere di dirigere la vita degli altri? Storicamente, il principale argomento brandito per legittimare il socialismo e le altre forme meno pervasive di interventismo pubblico veniva spesso fondato su forti presupposizioni circa la razionalità umana. “Se siamo stati abbastanza intelligenti per prendere il sopravvento sulla natura, sicuramente si potrebbe fare la stessa cosa con la società”.

La presunzione fatale

Tali argomenti sono stati spesso enunciati nei termini di un’asserita volontà di pretendere il meglio per la società, oltre che animati da una sincera convinzione che si potrebbe migliorare la sorte dei meno abbienti attribuendo maggior potere decisionale nelle mani del governo o del popolo, nella loro versione ipostatizzata.

Tuttavia, una tale fallace confidenza nel potere della ragione – ciò che Hayek definiva “presunzione fatale” – potrebbe, così come in realtà è avvenuto, tramutarsi facilmente in una ricerca del potere per il potere, quando i tentativi di pianificazione sociale razionale hanno ormai mostrato i segni del loro fallimento, oppure trasformarsi in esperimenti inumani orientati al controllo sociale associato all’eugenetica dell’Era Progressiva.
Sopravvalutare la razionalità umana è una ricetta sicura affinché alcuni esseri umani possano esercitare un controllo su altri esseri umani, in una misura che non si addice ad alcun individuo.

Quindi, se gli esseri umani non sono così brillanti nel portare a compimento i processi decisionali, compresi coloro che esercitano il potere politico, quali sarebbero i presupposti per rivendicare la libertà d’azione se le persone non sono poi così all’altezza di condurre la propria esistenza?

Sarebbe auspicabile distinguere tra due diverse pretese:
“Personalmente, sono alquanto perspicace e quindi in grado di gestire la mia vita più che bene”
e
“Non penso di saperne molto, ma nessuno conosce meglio di me il modo migliore per condurre la mia vita”.

La prima è una statuizione assoluta in favore della razionalità umana. La seconda è una richiesta molto più modesta, con la quale si afferma che rispetto agli altri sono nella posizione migliore di prendere le decisioni più opportune per quanto mi riguarda.

Ma questo secondo assunto, nondimeno, tende ad ignorare i fattori chiave che giustificano l’opportunità di consentire che tutte le  persone, anche se irrazionali e affette da abbagli cognitivi, abbiano la libertà di determinare il proprio corso d’azione. Se gli esseri umani possono avvalersi di istituzioni economiche, politiche e sociali adeguate, essi hanno l’opportunità di osservare il comportamento degli altri consociati e di valutare quale tipologia di comportamenti “funzioni” e quale no, per poter poi imitare, facendole proprie, le scelte che hanno riscontrato maggior successo.

Quelli sociali sono processi di apprendimento, e noi tutti tendiamo a migliorare nella conduzione della nostra vita emulando le innovazioni di successo introdotte da altri. Entrambi i processi evolutivi – sia quelli biologici che quelli sociali –  postulano una qualche forma di procedimento regolare mediante cui sviluppare l’innovazione, delle prassi per stabilire se tali innovazioni siano o meno utili, ed alcune strategie adattative volte all’imitazione o alla duplicazione delle innovazioni apportate da altri. Questi processi di innovazione e imitazione sono la fonte del progresso tanto nel mondo naturale che in quello sociale.
L’evoluzione biologica, ovviamente, si caratterizza per detenere tutti e tre gli elementi sopra richiamati. L’innovazione avviene attraverso la mutazione genetica. Le mutazioni che consentono a un gene, a un animale o a un gruppo di sopravvivere vengono poi trasmesse alla generazione successiva. La sopravvivenza è lo standard di successo e replicare la mutazione attraverso la riproduzione costituisce l’atto di imitazione.

Il mercato come processo di apprendimento

Possiamo scorgere gli stessi processi in atto nel mercato. Gli imprenditori sviluppano una nuova idea, e si dà luogo all’innovazione. Il profitto o le perdite conseguenti sono dei segnali di mercato che ci indicano il successo, o l’insuccesso, riscontrato nel generare valore a beneficio degli altri. Altri produttori risponderanno ai segnali di profitto entrando direttamente in quel comparto e producendo un bene similare: ed è propriamente in questo che si concretizza il processo dell’imitazione economica e dell’apprendimento.

In entrambi i processi, il progresso è definito in termini di apprendimento, e tale apprendimento si sostanzia nella capacità di riconoscere le innovazioni di successo degli altri e nella propensione ad emularli in chiave personale. Ciò che costituisce progresso dispone così di maggiori capacità di adattamento ai fini della sopravvivenza (nell’evoluzione biologica) o gode di superiori vantaggi nel processo di creazione di valore (nel mercato). Ecco perché è particolarmente arguta l’asserzione di Matt Ridley, per cui il progresso sociale deriva dalle “idee che fanno l’amore tra di loro”. Un processo similare lo si può ravvisare in ambito culturale, dove le innovazioni possono essere riconosciute ed imitate, il che equivale ad una interpretazione originale di un “meme”.

Individualmente, possiamo anche non sapere molto, ma insieme, se ci avvaliamo delle giuste istituzioni,  possiamo imparare gli uni dagli altri e, nel complesso, acquisire una vasta conoscenza.
La causa per la libertà umana deve essere perorata non in virtù dell’assunzione che siamo talmente intelligenti da poterci permettere di condurre la nostra esistenza da sé, bensì essa deve muovere da considerazioni diametralmente opposte: proprio perché, se considerati individualmente, è ben difficile che tutti dispongano di un grado così elevato di intelligenza, l’unica via di cui ci si può avvalere per poterci migliorare costantemente è quella di imparare gli uni dagli altri.
Tale apprendimento richiede la libertà di innovare e la libertà di imitare, e deve prevedere contestualmente un qualche tipo di processo affidabile per identificare i comportamenti che hanno successo. Nessuno di noi possiede una dotazione di informazioni tali da consentirgli di trascorrere la propria esistenza senza il benché minimo problema, né in maniera sufficiente per potersi permettere di farlo per gli altri. Questo è il motivo fondamentale per cui necessitiamo della libertà, e di quella economica in particolare, per sperimentare, per aver successo o per fallire, per imitare e per migliorare. Proprio come gli “esperimenti di vita” di John Stuart Mill  sono estremamente importanti per il progresso sociale e culturale, l’imprenditorialità lo è altrettanto per il progresso economico.

La difesa della libertà propugnata dai liberali classici come Hayek non si fonda pertanto sull’assunto di individui altamente razionali, capaci di prendere decisioni ottimali. Al contrario, è un credo modesto che presuppone che gli individui scontino dei limiti reali alla propria razionalità.
Ed è proprio questa umiltà che costituisce il presupposto imprescindibile per la promozione delle ragioni della libertà: l’unico modo per progredire è lasciare le persone libere di innovare e di imitare, in virtù dello sviluppo di istituzioni passibili di fornire le informazioni e gli incentivi necessari a misurare il successo e a stimolare il processo di imitazione.
Ed è precisamente ciò che il libero mercato e la libertà sociale di una società aperta e liberale sono in grado di consentire. Non siamo sufficientemente intelligenti per poterlo progettare razionalisticamente nel suo processo evolutivo, ma d’altro canto possiamo facilmente soffrire per i danni recati dalla presunzione fatale di distruggere l’ordine emergente di quelle istituzioni che permettono alla libertà di funzionare, nonostante le distorsioni cognitive e la razionalità limitata che caratterizzano gli occupanti più evoluti del pianeta terra. La ragioni per la libertà si sostanziano in ciò che impariamo gli uni dagli altri, e non in quello che ognuno di noi sa.

Articolo di Steven Horwitz su Foundation for Economic Education

Traduzione di Cristian Merlo

5 (100%) 2 votes

Be the first to comment

Leave a Reply

L'indirizzo email non sarà pubblicato.


*