Far-West: l’epoca libertaria della storia americana

di Guglielmo Piombini

Il Far-West americano può essere considerato allora del tutto correttamente come l’esempio storico più vicino al tipo di società immaginata dai teorici dell’anarco-capitalismo, in quanto: a) non esisteva un autorità centralizzata dotata del monopolio della violenza, essendo il governo federale impossibilitato il più delle volte ad intervenire perché troppo distante; b) i servizi di protezione e di giustizia venivano svolti quasi esclusivamente da individui, agenzie o comunità private; c) vigeva un ordinamento giuridico essenzialmente individualistico, da tutti riconosciuto come valido, fondato sul rispetto dei diritti personali e di proprietà; d) il sistema economico era basato sulle regole del puro laissez-faire capitalistico, e cioè: libertà di iniziativa economica, libertà di contratto, di scambio e di associazione, libera concorrenza, generalizzazione della proprietà privata


  1. Ai confini dello stato minimo

Nei primi decenni del diciannovesimo secolo, agli inizi della grande epopea della colonizzazione dell’Ovest, gli Stati Uniti, usciti dalla vittoriosa guerra d’Indipendenza, si trovavano in piena espansione economica e demografica. La società era pervasa da un’intensa vitalità, da ottimismo, da un entusiastico spirito d’iniziativa favorito dalla libertà d’azione pressoché totale di cui potevano godere gli individui. Nell’America post-rivoluzionaria la teoria e la pratica della libertà si erano affermate come mai era successo nella storia, e tutte le idee tradizionali sull’origine e la giustificazione del potere politico venivano sottoposte ad una ridiscussione generale. Nessun popolo del mondo occidentale aveva ampliato in tale misura la libertà personale e smantellato il proprio governo più compiutamente dei cittadini della giovane repubblica americana. Lo stesso Thomas Jefferson, quando nel 1800 salì alla presidenza, si propose di ridurre ancor di più, sia nella sostanza che nelle forme, la già debole presenza dello Stato nella vita delle persone.

Negli anni successivi questi princìpi divennero i cavalli di battaglia del Partito Democratico [1]: il progetto politico del presidente Andrew Jackson (in carica dal 1828 al 1836) e del suo successore Martin Van Buren “fu quanto di più vicino all’utopia libertaria della scomparsa dello Stato un partito al potere abbia mai prodotto. Perché fosse accettabile il governo doveva diventare ultralimitato nelle sue funzioni e praticamente invisibile agli occhi dei cittadini. Rispetto alla concezione novecentesca dello Stato la filosofia politica dei Democratici alla metà dell’Ottocento era ai confini dell’anarchia” [2]. Ciò che impressionava di più gli immigrati stranieri era proprio il fatto che negli Stati Uniti “il governo” non “si faceva sentire”. “Sta tutt’intorno a te come l’aria”, affermava attonito William Sampson, appena giunto dall’Irlanda, “e non riesci neppure a vederlo”. In breve tempo, la distribuzione della posta divenne l’unica attività per mezzo della quale la maggioranza degli americani si accorgeva dell’esistenza del governo [3].

In quest’atmosfera di assoluto laissez-faire la gente si lanciò con foga nel commercio e nelle attività imprenditoriali. Gli americani – ricorda lo storico Gordon Wood – sembravano un popolo totalmente e felicemente assorbito dalla caccia individuale al denaro: “impresa”, “progresso” ed “energia” erano le parole più esaltate dalla stampa dell’epoca. Il progressivo indebolimento dello Stato come forza sociale aveva liberato e scatenato le energie di una popolazione esaltata dalle immense opportunità che vedeva intorno a sé. “Nessuna banca, nessun governo né istituzione avrebbero potuto determinare il miracolo economico americano di quegli anni. L’America si trasformò di colpo in una società prospera, vitale e intraprendente non perché fu fatta la Costituzione né perché alcuni governanti istituirono una banca nazionale, ma perché la gente comune, a centinaia di migliaia, cominciò a lavorare più duramente per far soldi e “farsi strada” [4].

Insomma, nei primi decenni dell’800 l’America si presentava come una società con i caratteri opposti a tutte quelle che la storia aveva finora conosciuto, perché nel nuovo mondo la società civile era tutto e il potere politico nulla. Anche Marx guardava stupito allo spettacolo di un paese “in cui lo Stato, a differenza di tutte le formazioni nazionali precedenti, è stato sin dall’inizio subordinato alla società borghese, alla sua produzione, e non ha mai potuto avanzare la pretesa di avere fini autonomi” [5]. Quella americana era una collettività (auto)regolata quasi esclusivamente dalle forze spontanee del mercato, attraverso un’immensa rete di rapporti individuali volontari. Qui, scriveva il conte Destutt de Tracy, “commercio e società sono una cosa sola” poichè “la società consiste solo di una successione continua di SCAMBI” [6]. In nessun altro paese il commercio aveva una reputazione così alta come in America, tanto che per molti osservatori la società americana non assomigliava ad una democrazia, ma ad una enorme compagnia commerciale per la scoperta, la coltivazione e la capitalizzazione di un immenso territorio. Gli Stati Uniti parevano cioè prima di tutto una società commerciale, e solo secondariamente una nazione [7].

L’ordine catallattico ed inintenzionale che scaturiva da quell’apparente caos costituiva un’immagine impressionante per le persone del tempo. Il governo era debole, le chiese divise e le istituzioni sociali frammentate, eppure sembrava che in un modo o nell’altro “dal caos scaturisse un ordine” e che la gente si regolasse “senza il freno di alcun potere di controllo, salvo quello determinato dalla collisione dei suoi interessi, che si controbilanciano”. Molti avevano iniziato ad accorgersi che l’incoraggiamento dell’interesse personale non aveva provocato l’anarchia che si temeva, perché nella nuova società commerciale nessun uomo poteva promuovere il suo interesse senza promuovere anche quello degli altri. Di conseguenza la gente non doveva più preoccuparsi della società o del governo, ma doveva prendersi cura di sè e della propria famiglia. Non bisognava più sentirsi in colpa perché si perseguiva la propria felicità personale [8].

Il movimento demografico verso occidente rappresentò un evento talmente grandioso da non aver paragoni nella storia, “una scena di progresso quasi troppo rapido per sembrare il risultato di un’iniziativa umana”[9]. Occorsero centocinquant’anni perché i pionieri, dapprima stabiliti provvisoriamente sulle coste atlantiche, raggiunsero gli Appalachi, relativamente vicini; cinquant’anni bastarono per colonizzare i quasi milleduecento chilometri tra gli Appalachi e il Mississippi; e infine in soli altri cinquant’anni vennero raggiunte le rive del Pacifico, distanti ben tremila chilometri [10]. Il processo di centralizzazione e di rafforzamento del governo federale che seguì alla guerra civile del 1861-65 non riuscì ad ingabbiare l’ordine spontaneo, perché gli enormi territori dell’Ovest che si aprivano alla colonizzazione rimanevano materialmente al di fuori di ogni possibilità di controllo da parte del potere centrale. Per questo motivo l’espansione della “Frontiera” [11] è la storia delle imprese di una miriade di individui isolati, famiglie autosufficienti e comunità autocefale sorte senza alcuna pianificazione governativa. Il Far-West americano ha rappresentato storicamente l’esempio più eclatante di società moderna totalmente decentralizzata.

Ma non fu solo l’esistenza della Frontiera e delle terre libere a generare questo potente individualismo; al contrario, furono lo spirito d’indipendenza della gente comune [12] e le idee politiche libertarie diffusesi con la guerra d’Indipendenza che caratterizzarono in senso radicalmente individualista l’epopea del West. I pionieri, ha scritto Frederick Jackson Turner nel suo famoso saggio sulla Frontiera americana, erano “idealisti sociali” che fondavano le loro aspirazioni sulla fiducia nell’uomo comune e sulla prontezza a venire ad accordi, senza l’intervento di un despota paternalistico o di una classe che esercitasse il suo controllo [13]. Se gli uomini del West, e gli americani in genere, non fossero stati animati da questi principi la colonizzazione della Frontiera avrebbe assunto sicuramente un carattere diverso. La terra libera e fertile non sarebbe mai stata sufficiente: bastava osservare il contrasto con il Canada, e, ancor di più, con l’America Latina. Niente avrebbe potuto escludere la possibilità che si radicassero nei territori dell’Ovest istituzioni sociali autoritarie simili a quelle del Sudamerica, dove un forte potere centrale (quello spagnolo) pianificò il processo di colonizzazione con l’intento preciso di sottoporre tutto a suo controllo, trasferendo nel nuovo mondo il proprio modello centralistico-burocratico, con il risultato di soffocare la società civile e condannare il continente alla stagnazione e all’arretratezza [14].

Il ruolo decisivo venne quindi giocato dai principi repubblicani che i coloni si portavano dietro, cioè le idee di Jefferson, di Paine, dei Founding Fathers, così come i principi contenuti nella Dichiarazione d’Indipendenza e nella Costituzione. Questa cultura politica vedeva negli abusi del governo l’origine di tutti i mali e di tutte le miserie sociali, e poneva continuamente in dubbio la pretesa dell’autorità ad esigere obbiedenza, qualora questa non fosse fondata sull’adesione aperta e volontaria. Anche a livello di scienza economica la corrente favorevole al laissez-faire non ebbe rivali in America fino agli ultimi decenni del XIX secolo. La contestazione radicale di ogni potere politico in nome dei diritti supremi dell’individuo non rimase quindi relegata negli scritti di libertari jacksoniani come William Leggett [15], di pensatori anarco-individualisti come Henry David Thoreau, Josiah Warren, Stephen Andrews, Lysander Spooner, Benjamin Tucker [16], o di economisti liberisti quali Francis Lieber, Francis Amasa Walker, Artur Latham Perry, Charles Holt Carroll [17], ma trovò nelle terre della Frontiera la possibilità di applicazione diretta, perché i pionieri che vivevano in solitudine e i coloni dispersi in comunità fuori mano si governavano come meglio potevano senza l’aiuto del governo centrale [18].

  1. Il non così selvaggio vecchio west

La rappresentazione dell’Ovest americano del diciannovesimo secolo come esempio di libertà e prosperità sembra però scontrarsi con la sua popolare immagine di luogo dominato dalla brutalità e dalla legge del più forte. Nella storiografia tradizionale e nel linguaggio comune “Far-West” è sinonimo di assenza di leggi e di regole, cioè di “anarchia”, e il suo carattere “selvaggio” viene spesso contrapposto alla pace e all’ordine garantiti dalle istituzioni statali. La visione della Frontiera come regno della violenza, rafforzata da decenni di stereotipi cinematografici e letterari, ha goduto fino a qualche decennio fa di un consenso universale tra gli storici, ma negli ultimi tempi questo mito è andato largamente ridimensionandosi anche grazie alle ricerche di una nuova generazione di studiosi, i quali hanno ribaltato gran parte delle vecchie credenze sul “selvaggio West”. Anche se i pionieri, gli allevatori, i minatori o gli avventurieri muovevano verso l’Ovest molto più rapidamente degli organi federali incaricati di far applicare la legge, questo non significava affatto che la frontiera fosse senza-legge. L’ordine veniva garantito infatti per la maggior parte da sistemi di giustizia e sicurezza privati, che funzionarono a lungo e diedero buona prova di sé [19].

Gli storici William Davis e Russell Pritchard hanno chiarito che “il West non era, come spesso è stato dipinto, una regione pullulante di fuorilegge e di crimini violenti”: “malgrado la reputazione acquisita e l’immagine di sè che volle dare durante la sua epoca di splendore, il West fu più pacifico che violento, più costruttivo che dedito alla rovina. Per ogni giorno di scontro armato fra rossi e bianchi, per ogni sparatoria o rapina, per ogni catastrofe che l’uomo e la natura rovesciarono su quei territori e sui loro abitanti, si susseguirono decine, forse centinaia, di giorni e di settimane di pace. La vita di tutti sulla frontiera era basata in realtà sulla fatica e sul lavoro, e solitudine e monotonia caratterizzavano quell’esistenza ben più dell’avventura eccitante che tanti si aspettavano”. Anche le folli galoppate dei cow-boys con le mandrie attraverso le città, le sparatorie in mezzo alle strade, le risse nei saloons, le storie favolose di Wyatt Earp che ad Ellsworth respinge una ventina di cow-boys malintenzionati e a Wichita legioni di attaccabrighe sono stati enfatizzati dall’immaginario popolare: “questi fatti accaddero, è vero, ma furono abbastanza rari…La verità è che la maggior parte delle zuffe e del teppismo collegati ai cow-boys riguardava incidenti isolati e individuali. Il fenomeno di un piccolo esercito di bovari che a cavallo terrorizzava una città non è mai esistito” [20]. Pochi inoltre sanno che “le grandi città dell’est ebbero una percentuale di crimini molto maggiore del West” dato che “nelle città di frontiera di dimensioni abbastanza estese da possedere una qualche forma di difesa legale, venivano compiuti crimini in genere di poco peso. Il 40% degli arresti avveniva per ubriachezza e un altro 20% per cattiva condotta; la prostituzione – dove era fuorilegge – ne spiegava un altro 10%. Inoltre, a quanto pare, la percentuale di violenza esercitata contro persone specifiche nel XIX secolo non superò quella che si sarebbe verificata nel XX! [21].

Anche per lo storico dell’Università di Los Angeles Roger McGrath “certe nozioni tanto diffuse sulla violenza e sulla mancanza di leggi e giustizia nel Vecchio West…non sono altro che un mito”. [22]. William C. Holden, che ha studiato gli avvenimenti della Frontiera texana dal 1875 al 1890, ha rilevato come molti tipi di delitti fossero semplicemente inesistenti. I furti con scasso e le rapine a case e negozi (eccetto le banche) erano più unici che rari. Le porte delle abitazioni non erano chiuse a chiave, e l’ospitalità era molto diffusa, con ciò indicando che i cittadini avevano tutto sommato poca paura delle aggressioni. Talvolta si verificano delle sparatorie, ma in genere erano giudicate dalla popolazione “scontri leali”. Anche le rapine a treni e diligenze vanno considerate come episodi isolati, che causavano poche o nulle preoccupazioni alla gente comune [23].  Un altro studioso, W. Eugene Hollon, ritiene che la Frontiera del West fosse un posto molto più civilizzato, pacifico e sicuro dell’America attuale, e giudica miracoloso il modo ordinato con cui venne colonizzata l’ultima e la più vasta regione di frontiera degli Stati Uniti [24].  Simili sono le osservazioni di Frank Prassel, secondo cui in generale un abitante dell’Ovest “godeva probabilmente di maggior sicurezza sia nella persona che nella proprietà di quanta ne godessero gli abitanti dei centri urbani dell’Est suoi contemporanei”, e “considerando i fattori presenti nella Frontiera del West è sorprendente che non avvenissero ancora più assassinii, aggressioni e rapine” [25].

Il punto è che la storiografia tradizionale del “Far-West selvaggio” in genere non fornisce prove della supposta endemica violenza regnante nella Frontiera, ma semplicemente la assume come data. Autori come Mabel Eliot, R. Mondy, Gilbert Geis, Joe Frantz, Henry Drago, o Joseph Rosa, tanto per citarne alcuni, quasi sempre si limitano ad asserire l’esistenza di sopraffazioni e disordini, senza fornire dati o statistiche, come se la mancanza di istituzioni statali addette al mantenimento dell’ordine pubblico fosse già di per sè una prova del carattere violento della società della Frontiera [26]. Roger McGrath ha osservato che le conclusioni cui pervengono questi studiosi non sono basate su una minuziosa indagine di quelle che erano le specifiche forme di violenza e di illegalità nel West o in una qualche città o regione. L’immagine che essi hanno fornito della Frontiera è quindi estremamente incompleta, selettiva e poco rappresentativa [27].

 

  1. Un esperimento americano di anarco-capitalismo

I motivi per cui la pace e l’ordine regnavano nella Frontiera malgrado l’assenza di istituzioni governative centralizzate è stata spiegata esaurientemente dagli storici dell’economia Terry Andersson e P.J. Hill in un brillante saggio, nel quale i due autori osservano che “il West di questo periodo viene spesso percepito come un luogo di grande caos e poco rispetto per la proprietà o la vita. Le nostre ricerche indicano che le cose non stavano così; i diritti di proprietà erano protetti e l’ordine civile prevaleva ovunque. Le agenzie private fornivano le basi necessarie per una società ordinata nella quale la proprietà era tutelata e i conflitti risolti. Queste agenzie non potevano essere qualificate come autorità governative perché il più delle volte non detenevano un monopolio legale nel mantenimento dell’ordine. Esse presto scoprirono che gli scontri a fuoco rappresentavano un modo molto costoso per risolvere le dispute, e per questo favorirono l’affermarsi di metodi meno costosi (arbitrati, tribunali). In breve…una caratterizzazione del West americano come caotico è da considerarsi scorretta” [28].

I teorici della dottrina libertaria (o liberista integrale), e in particolare quelli appartenenti alla corrente più rigorosa, gli anarco-capitalisti, hanno da tempo ravvisato nelle inefficienze e nelle violazioni delle libertà derivanti dall’esistenza di monopoli legali coercitivi l’origine di gran parte dei problemi che affliggono le società. Per studiosi anarco-capitalisti come Murray N. Rothbard o David Friedman è del tutto logico pensare che ogni problema di insicurezza personale e di insufficienza della giustizia abbia origine nel carattere non concorrenziale con cui queste attività vengono tradizionalmente svolte dallo Stato. La privatizzazione e liberalizzazione dei servizi di protezione e di giustizia renderebbe questi settori infinitamente più produttivi di quanto lo siano ora, proprio come in ogni altra industria o servizio. “O questo è logico e vero – scrisse nel secolo scorso l’economista Gustave de Molinari – o i principi su cui si fonda la scienza economica non sono principi”, essendo del tutto notorio che la concorrenza è, dal punto di vista del consumatore, superiore al monopolio: “Ma qual è la ragione dell’eccezione introdotta a proposito della sicurezza? Per quale ragione speciale la produzione della sicurezza non può essere abbandonata alla libera concorrenza? Perché deve essere sottomessa a un altro principio e organizzata in virtù di un altro sistema?” [29].

La privatizzazione di tribunali, polizia e difesa nazionale viene spesso contestata con l’argomento secondo cui le agenzie private di sicurezza sarebbero costantemente in guerra fra di loro. Due sono le repliche principali a questa obiezione: da una parte, le guerre interstatuali attuali sono ben più devastanti dei conflitti tra organismi privati [30]; dall’altra, è nell’interesse delle agenzie di protezione (che, in quanto imprese private, perseguono il profitto) limitare al massimo i conflitti onde evitare possibili perdite, escogitando mezzi pacifici di risoluzione delle controversie [31]. In molti suoi episodi la storia del Far-West, come si vedrà più avanti, ha confermato questi assunti.

Che la monopolizzazione della forza in capo ad un unico soggetto, lo Stato, abbia assicurato all’umanità l’ordine e la pace è infatti tutto da dimostrare: l’accresciuta possibilità di concentrare armi, uomini e risorse finanziarie in maniera coattiva (attraverso le imposte e la coscrizione obbligatoria) rende invece lo Stato estremamente più pericoloso, sia all’interno che verso l’esterno, di qualsiasi altra organizzazione politica immaginabile. La storia non sembra provare che la decentralizzazione del potere sia causa di conflitti e che l’accentramento favorisca l’ordine.

Lo Stato sovrano moderno, centralizzato e gerarchizzato, emerge infatti dalla guerra feudale come mezzo per guerre ancora più estese, e, come ha osservato Nicola Iannello, “basta scorrere un qualunque manuale di storia moderna per rendersi conto di come gli ultimi quattro secoli sono una escalation bellica senza precedenti nelle vicende non certo pacifiche dell’umanità”. Ma quello che colpisce di più è che lo Stato bellicoso non riesce a garantire un progresso pacifico neanche all’interno dei suoi confini: “la Francia, il prototipo dell’organizzazione moderna dello Stato, è insanguinata dalle guerre di religione nel XVI secolo, dalla Fronda alla metà del secolo seguente, dalla guerra in Vandea durante la Rivoluzione, dalla repressione della Comune di Parigi nel secolo scorso, quattro autentiche guerre civili, guerre franco-francesi costate centinaia di migliaia di morti; per trecento anni di storia di uno Stato non c’è male! Qualcuno si sente di affermare che se non ci fosse stato lo Stato unitario francese le cose sarebbero andate anche peggio? Se a questo conto già salato aggiungiamo i morti delle guerre esterne dello Stato francese, da Luigi XIV attraverso Napoleone I e III, alla prima e seconda guerra mondiale, diventa difficile affermare che i francesi hanno vissuto pacificamente al riparo del loro Stato in questi ultimi quattrocento anni” [32].

Considerazioni non diverse possono essere fatte per tutti gli altri Stati, alcuni dei quali (si pensi all’Unione Sovietica, alla Cina di Mao, alla Cambogia dei khmer rossi) sono arrivati (del tutto logicamente) a far pieno uso del proprio “sovrano e legittimo” monopolio della forza, esercitando nei confronti dei propri sudditi disarmati uno spietato e incontrollabile terrorismo di massa. Il Leviatano che, secondo Hobbes, avrebbe dovuto mantenere la pace tra gli uomini si è rivelato in realtà il più feroce degli assassini: è stato calcolato che solo nel XX secolo i governi hanno ammazzato 170 milioni di persone, contro i 133 milioni di tutti i precedenti millenni di storia umana [33].

Niente di tutto questo è paragonabile con le scaramucce, le sparatorie e i piccoli scontri così enfatizzati dai film western: la Frontiera americana, che non conobbe le guerre sanguinose o le feroci repressioni scatenate da un potere centralizzato (in quanto assente), può non a torto essere considerata un’oasi di relativa tranquillità in un mondo caratterizzato dalla violenza su larga scala. Il Far-West conobbe al massimo faide tra clan rivali, ma mai guerre civili, le quali, quando si verificano, appaiono tanto più distruttive e violente quanto più le fazioni possono far uso di strutture quasi-statali (mediante il potere coercitivo di arruolare i propri membri o di imporre tasse) [34].Le più gravi tra quelle scoppiate nel West, le cosiddette “Guerre dei pascoli” della Contea di Lincoln nel 1878 e della Contea di Johnson nel 1892, che a detta di alcuni “fecero precipitare la Contea nell’inferno dell’anarchia” [35], non videro in azione mai più di cinquanta uomini per parte, e i morti furono solo poche decine. Non ci sono paragoni, quindi, con le seicentoventimila (!) vittime della ben più infernale guerra civile interstatuale tra nordisti e sudisti.

Il Far-West americano può essere considerato allora del tutto correttamente come l’esempio storico più vicino al tipo di società immaginata dai teorici dell’anarco-capitalismo, in quanto: a) non esisteva un autorità centralizzata dotata del monopolio della violenza, essendo il governo federale impossibilitato il più delle volte ad intervenire perché troppo distante; b) i servizi di protezione e di giustizia venivano svolti quasi esclusivamente da individui, agenzie o comunità private; c) vigeva un ordinamento giuridico essenzialmente individualistico, da tutti riconosciuto come valido, fondato sul rispetto dei diritti personali e di proprietà; d) il sistema economico era basato sulle regole del puro laissez-faire capitalistico, e cioè: libertà di iniziativa economica, libertà di contratto, di scambio e di associazione, libera concorrenza, generalizzazione della proprietà privata.

Vediamo ora in quali modi i cittadini del West si autogovernavano e assicuravano, al di fuori delle istituzioni governative, l’ordine pubblico, la giustizia e la punizione dei criminali.

  1. Protezione e giustizia privata nel far-west

La ricchezza e la creatività della società civile del West è testimoniata dalle sue straordinarie capacità di risolvere ogni genere di problema attraverso l’associazione volontaria. Non a caso una delle cose che rimase più impressa a tutti i primi viaggiatori negli Stati Uniti (basti ricordare Tocqueville) fu la capacità degli americani di unirsi per un fine comune senza l’intervento di istituzioni statali. L’abbattimento dei tronchi, l’erezione delle dimore, le opere caritatevoli, il raduno religioso o politico all’aria aperta, l’organizzazione dei campi minerari, i vigilantes, le società degli allevatori di bestiame, i patti tra gentiluomini: l’America sembrava riuscire a fare, con le libere associazioni e gli accordi privati, senza bisogno di riconoscimenti ufficiali e sanzioni burocratiche, molte cose che nel Vecchio Mondo potevano essere fatte solo con l’intervento e la costrizione del governo [36].

Nelle terre dell’ovest si sviluppò così, in sostituzione del codice legale dell’Est, le cui norme erano del tutto inadeguate, un sistema di consuetudini e norme dal contenuto fondamentalmente libertario (basate sulla reciprocità, sulla lealtà, sull’onestà, il buonsenso) noto come “Legge del West”, il quale veniva solitamente rispettato [37]. Proprio perché nella Frontiera le leggi erano costituite da accordi e norme non scritte riguardanti il comportamento da tenere in presenza di particolari necessità sconosciute agli abitanti dell’Est, questi ultimi vedevano a torto l’Ovest come un paese senza leggi, e ad avallare tale opinione contribuirono i giornali dell’epoca, i quali tendevano ad esagerare le descrizioni degli aspetti o avvenimenti del West. In verità, come abbiamo detto, la violenza non imperava nel territorio del West: i morti ammazzati, nel periodo compreso tra gli anni 1875 e 1885, furono molto pochi, rarissimi i duelli e altrettanto rari gli assassinati dalle Colt. I fuorilegge, i pistoleri e i banditi, oltre ad essere uno sparuto gruppo, erano quasi sempre persone incerte e neurolabili, incapaci, a differenza della grandissima parte restante della popolazione, di affrontare i propri problemi personali [38].

La figura più nota, quasi leggendaria, di garante della legge nel West era lo sceriffo, il quale veniva scelto a volte in base a un accordo tra i cittadini più influenti, altre volte con vere e proprie elezioni, per un determinato periodo di tempo. La sua non era quindi una carica federale, nè poteva essere definita pubblica in senso stretto, poichè egli era assunto con un normale contratto privatistico dagli abitanti di un paese, e poteva essere revocato in qualsiasi momento qualora non si fosse rivelato all’altezza del compito. Il tran tran giornaliero degli sceriffi (o marshall) era molto diverso da quello descritto dai giornali popolari dell’Est. Molti funzionari di polizia non spararono mai un colpo nell’esercizio delle loro funzioni. Rarissimi erano anche i duelli, perché uno sceriffo cercava in genere di affrontare i fuorilegge più pericolosi con una forza preponderante, assieme ai propri aiutanti, cercando di agire di sorpresa allo scopo di evitare sparatorie nelle strade. La prudenza delle forze di polizia e la corrispondente riluttanza dei desperados a combattere contro agenti pronti e ben armati è testimoniata dal fatto che nelle più turbolente città durante tutta l’epoca d’oro del bestiame (Abilene, Dodge City, Ellsworth, Caldwell) si registrarono solo sedici uccisioni nel corso di sfide tra “marshall” e fuorilegge [39]. “Anche se ancora oggi che la realtà storica è ben nota, i giornali non fanno altro che paragonare i tempi attuali a quelli del Far-West – scrive Viviana Zarbo – probabilmente gli sceriffi ebbero meno da fare che oggi la polizia” [40].

Il lavoro degli sceriffi, che di solito rinunciavano a inseguire i fuorilegge fuori dal territorio della loro giurisdizione, era continuato dai cacciatori di taglie, i cosiddetti “bounty killers”, probabilmente la figura più emblematica del sistema privato di giustizia vigente nel West. Di questi professionisti, che vivevano con il ricavato delle taglie ricevute per ogni bandito catturato “vivo o morto”, si sa poco, perché la loro attività richiedeva di non mettersi troppo in evidenza. L’efficienza e l’ostinazione di questi “segugi” era però eccezionale: solo a Warren Porter Rockwell, il più famoso fra questi, sono attribuiti più di duecento catture o omicidi legittimi. Non era facile per chi aveva violato la legge e aveva una taglia sulla propria testa sfuggire a questi implacabili cacciatori di uomini.

Altre due tipiche istituzioni private del West incaricate di svolgere servizi di protezione e di sicurezza furono i comitati di vigilanza e le agenzie investigative. L’esperienza dei vigilantes nacque nei primi campi minerari della California e del Colorado, dove gli uomini si riunivano in consiglio, stabilivano i codici di condotta e incaricavano alcuni di loro di farli osservare. Nel 1851, due anni dopo l’inizio della corsa all’oro, un’istituzione di questo tipo, nota col nome di Vigilance Committee, venne creata a San Francisco dai cittadini più rispettabili della città, dopo che il corpo pubblico di polizia si era dimostrato assolutamente incapace di mantenere l’ordine: la città aveva subito ben sei incendi consecutivi e il numero degli omicidi era cresciuto drammaticamente. A dispetto delle paure iniziali sulla possibilità che questo comitato privato di cittadini debordasse dai suoi poteri e favorisse la giustizia sommaria, il successo della sua azione nei cento giorni di attività fu sensazionale sotto tutti i punti di vista. Il Vigilance Committee, che comprendeva oltre seicento cittadini, tra cui banchieri, uomini d’affari e commercianti locali, nel corso del 1851 fece arrestare complessivamente 91 persone, e 4 di queste furono impiccate; altre 35 furono inviate nelle carceri o consegnate alle autorità federali, mentre tutte le altre vennero rilasciate in quanto assolte per mancanza o insufficienza di prove.

Questi numeri dimostrano meglio di ogni altra cosa la moderazione e il rispetto delle procedure che ispirò tutta l’azione del Comitato, perché mai si verificarono linciaggi, impiccagioni di massa o esecuzioni nelle strade [41]. Il crimine declinò così rapidamente che, almeno nei pochi mesi d’attività dei Vigilantes, San Francisco divenne una normale, ordinata e sicura città [42]. Una volta svolto il suo compito di ristabilimento dell’ordine nelle strade cittadine, il Comitato, lungi dal farsi sedurre dalla tentazione del potere, decise di sciogliersi, e il London Times commentò che “mai una autorità autocostituita si ritirò con più grazia e dignità”. Negli anni successivi, quando l’amministrazione pubblica cittadina si rivelò nuovamente corrotta e inefficiente, numerose voci (tra cui anche quella del giornale Herald) si levarono per invocare il ritorno dei vigorosi tempi del comitato di vigilanza [43].

Queste organizzazioni private di vigilanza si diffusero rapidamente anche in altre regioni del West. Famosa fu quella costituita nel Montana nel 1863, che si comportò in maniera del tutto simile a quella di San Francisco: esasperati dalle scorrerie della banda di Henry Plummer, i cittadini di Bannack, Montana, costituirono un comitato di vigilantes che catturò i criminali, ne impiccò 21 (tra cui lo stesso Plummer), ordinò a molti altri l’allontanamento dall’area, e svolse un’efficace opera di dissuasione. Pur essendo meno formale di quella di San Francisco, la giustizia privata del Montana agì solo nei casi estremi, e diede sempre agli accusati la possibilità di difendersi. Anch’essa si sciolse una volta conseguito egregiamente il proprio obiettivo.

“Le voci sui linciaggi e sulle esecuzioni sommarie eseguite dalla folla hanno attribuito a questi comitati una fama sinistra – scrivono Davis e Pritchard – ma nella realtà la maggior parte agirono in perfetto accordo con la legge e senza violenze gratuite. Si può insomma affermare che essi si mossero di concerto con i tribunali, lasciando il processo e la pena ai giudici. E anche quando agirono come agenti polizia, avvocati e giudici, i vigilantes non inflissero quasi mai pene più severe di quelle dei tribunali regolari. In alcune situazioni, poi, i tribunali erano troppo lontani, corrotti o inefficienti per essere convocati. In breve, i vigilantes agivano alla periferia degli istituti di applicazione della legge formale – quando ne esisteva uno – e raramente al di fuori di essi” [44].

Accanto agli sceriffi, ai bounty killer e ai vigilantes, un ruolo importante nel mantenimento del rispetto della legge nel Far-West venne svolto anche dalle agenzie private. La più famosa di tutte fu senz’altro la Pinkerton Detective Agency, il cui primo ufficio venne aperto nel 1850 a Chicago, ma le cui indagini si estesero ben presto su tutto il territorio nazionale, e molti suoi investigatori operarono nel West. “Non puoi fare un passo senza imbatterti nella Pinkerton”: questa frase, conosciuta dappertutto, testimonia il prestigio acquisito nella sua attività da questa agenzia. L’utilizzo di tecniche per quei tempi innovative, come la creazione di fascicoli continuamente aggiornati su tutti i criminali ricercati, che venivano archiviati solo dopo la cattura o la certezza della loro morte, permise all’Agenzia Pinkerton di cogliere grossi successi. Fu Pinkerton che riuscì a far fallire un attentato al Presidente Lincoln durante la guerra civile, mentre i suoi uomini sgominarono la celebre banda del “mucchio selvaggio”, capeggiata da Butch Cassidy e da Sundance Kid: decise a farla finita una volta per tutte con le loro continue rapine ai treni, nel 1890 la Union Pacific e altre compagnie ferroviarie assunsero un corpo di polizia privato, composto da abili pistoleri e tracciatori che viaggiavano assieme ai cavalli su carrozze speciali e che erano pronti a inseguire all’istante i banditi. Gli uomini della Pinkerton resero così difficile la vita a Butch Cassidy che lo costrinsero ad abbandonare il Wyoming e a rifugiarsi nell’America meridionale. Anche altri famosi banditi, come Jesse James e i Dalton, furono catturati grazie al contributo determinante di poliziotti privati.

Lungi dall’apparire come un paradiso dei fuorilegge, il Far-West fu un luogo in cui le persone e le proprietà erano efficacemente protette da istituzioni private, e la punizione dei criminali implacabile. A differenza di oggi anche i più piccoli reati venivano spesso puniti, e nessuno dei delinquenti più pericolosi riuscì mai a farla franca. Nel West la vita per i fuorilegge non fu certo facile. Le bande dei James, degli Younger, dei Dalton, dei Reno, dei Clanton, fecero tutte una brutta fine. “Quali che fossero state le speranze iniziali di avventure romantiche, quando questi uomini si dedicarono concretamente alla professione di rapinatori la trovarono poco affascinante, deprimente e inevitabilmente pericolosa. Scoprirono che di solito la carriera si concludeva con un inseguimento spesso mortale, scarso guadagno e vita breve” [45].

  1. La frontiera futura è nello spazio

Una contestazione, oggi molto alla moda, dei valori del West viene portata avanti da coloro che fanno notare quanto poco pacifico fosse il rapporto tra i frontiersmen e i pellerossa, e quanto poco i primi fossero rispettosi dei diritti dei secondi. Nelle università americane la moda multiculturalista e il conformismo politically correct hanno prodotto una vasta storiografia, volutamente distorsiva dei fatti storici, che mira a contestare l’intero processo di civilizzazione occidentale. Il Far-West viene presentato come un luogo miserabile e violento; i pionieri come degli usurpatori avidi, razzisti, sessisti, antiecologici; i meriti della colonizzazione delle nuove terre vengono attribuiti al governo federale [46]. Secondo i sostenitori di queste idee, “lungi dall’essere un’odissea di pionieri abbandonati a se stessi, la conquista del West fu la rapina da parte di parassiti abili e fortunati di territori che non erano loro, minerali che appartenevano all’intera nazione e sussidi governativi pagati dal contribuente della costa atlantica”[47]. Le violazioni commesse a danno delle popolazioni indigene furono certamente numerose, ma bisogna distinguere due fasi nei rapporti tra bianchi e pellerossa. Prima che il governo federale statunitense cominciasse a mantenere un forte esercito permanente (che molti Padri Fondatori avevano avversato), le negoziazioni rappresentarono quasi la norma nei rapporti fra i due popoli, e i confronti violenti furono piuttosto rari. Dopo la guerra col Messico, ma soprattutto successivamente alla Guerra Civile, la violenza divenne invece il principale mezzo di risoluzione dei conflitti d’interessi [48]. Questo cambiamento si ebbe, secondo Terry Anderson, soprattutto per opera delle spinte provenienti dalla burocrazia miltare, interessata ad espandere il prorio ruolo e ad assicurarsi incarichi di prestigio, possibiltà di carriera, opportunità di promozioni [49].

Inoltre va detto che non sempre l’homesteading (l’attività con cui un colono occupava, delimitava e coltivava una terra incolta) avveniva in maniera illegittima o arbitraria. Per poter sostenere la tesi dell’usurpazione bianca, infatti, occorrerebbe provare l’esistenza, in capo agli indiani, di un legittimo titolo di proprietà sui territori dell’intero continente americano, anche su quelli da loro non utilizzati per la caccia o l’accampamento. Questo però sembra eccessivo. Accanto a territori ingiustamente sottratti ai nativi con la violenza o con la frode stavano anche vaste terre vergini qualificabili forse come res nullius (cose di nessuno), non sfruttate o non sfruttabili dai pellerossa, delle quali difficilmente questi ultimi potevano essere considerati proprietari in senso lockiano. Al riguardo, una posizione piuttosto drastica è stata presa dallo storico militare John Keegan nel suo ultimo lavoro “Fields of Battles”: “La pretesa degli Indiani delle Grandi Pianure americane di avere diritto esclusivo sul cuore del continente non aveva, a mio giudizio, alcun fondamento. La rivendicazione di meno di un milione di persone di controllare territori capaci di alimentare non solo i milioni di coloni già arrivati, ma molti altri milioni di persone non ancora emigrate negli Usa, ma che speravano di essere nutrite dai prodotti di quella terra, non è la pretesa di primitivi oppressi ma di ricchi egoisti, che avevano occupato un continente sprecando risorse enormi” [50].

Si trattò quindi di uno scontro tra la civiltà agricola e stanziale degli europei e quella nomade dei pellerossa. Nel rifiuto degli indiani di dedicarsi al duro lavoro della coltivazione dei campi i pionieri scorgevano una somiglianza con i detestati costumi degli aristocratici europei, anch’essi dediti solo alla caccia, all’indolenza e alla guerra. Le società nomadi tendono infatti ad essere incompatibili con il riconoscimento di altrui diritti di proprietà sulle risorse della natura, perché, anche se scarsamente popolate, per poter sopravvivere abbisognano di territori immensi in cui muoversi, una volta consumate ed esaurite tutte le ricchezze della regione di passaggio. L’intervento del governo di Washington, che puntava tutto sulla guerra, ha però impedito alle due società degli uomini della frontiera e dei pellerossa, entrambe prive di un apparato statale centralizzato e quindi impossibilitate a provocarsi l’un l’altra danni di vaste proporzioni, di regolare in maniera probabilmente più pacifica i propri reciproci interessi.

Contrariamente ad ogni distorta raffigurazione il Far-West americano rappresentò quindi il luogo della Terra in cui, nel secolo scorso, maggiori erano le possibilità per gli individui di vivere indisturbati e fare fortuna, perché al riparo da ogni irregimentazione e spoliazione statale. L’Ovest americano era il posto che conosceva il massimo sviluppo economico e demografico del pianeta, nel quale la gente, invece di fuggire terrorizzata dall’anarchia dilagante, si riversava a milioni, con ogni mezzo disponibile! Questo fatto sembra in insanabile contraddizione con tutta quella letteratura celebrativa dell’autorità statuale che enfatizza il carattere violento e selvaggio del vecchio West. Le decisioni reali ed effettive delle persone costituiscono da sempre, al di là delle statistiche, il dato più sicuro per valutare la superiorità o l’inferiorità di determinati sistemi sociali su altri. Più che le affermazioni orali o le manifestazioni di desiderio contano i fatti, cioè le azioni effettivamente compiute. Le enormi masse di coloni che sfuggivano dai propri soffocanti Stati d’origine “votavano con i piedi”, in maniera plebiscitaria, a favore dell’esperimento anarco-capitalista in atto nella Frontiera americana.

Nel Far-West l’assenza di un ente sovraordinato detentore della sovranità non aveva provocato l’anarchia negativa della guerra di tutti contro tutti. Anche da un punto di vista teorico, infatti, l’anarco-capitalismo non va confuso con l’anarchia. Mentre quest’ultima significa mancanza di un ordine giuridico, e quindi assenza di diritti ed obbligazioni tra gli uomini, l’anarco-capitalismo rappresenta un ben preciso ordinamento politico, caratterizzato dalla decentralizzazione e dalla concorrenza delle istituzioni incaricate della produzione e applicazione della legge (tribunali, polizie, eserciti), invece che dagli opposti principi statualistici della centralizzazione e del monopolio [51]. Lontano dal voler abolire queste funzioni, come nei sogni di certi anarchici utopisti, l’anarco-capitalismo si propone di renderle più morali ed efficienti mediante la loro liberalizzazione e privatizzazione [52].

Un interessante parallelo storico può essere fatto con l’esperienza del “miracolo” europeo, alla cui base un numero sempre maggiore di studiosi vi individua l’“anarchia feudale” e il successivo ordine pluralistico medievale [53]. Grazie alla sua frammentazione politica l’Europa è riuscita a sottrarsi al tremendo destino di stagnazione e oppressione burocratica cui invece andarono incontro i popoli orientali, schiacciati dalla totale concentrazione del potere politico, economico, religioso e culturale messo in piedi dalla dispotica “megamacchina” imperiale. La dispersione del potere che caratterizzò l’Europa medioevale fu la molla dello sviluppo che le permise di non imboccare la strada dei cinesi, degli indiani, dei russi, dei persiani, degli arabi, degli incas o degli aztechi, e di surclassarli sul piano del progresso tecnologico [54]. Non sono pochi gli storici dell’economia che hanno notato la stretta relazione tra potere diffuso, libertà individuale, e sviluppo: “Sembra allora di poter affermare come regola generale – scrive Joel Mokyr – che i migliori governi ai fini dell’innovazione sono quelli più deboli. Con qualche non trascurabile eccezione, governanti dotati di potere assoluto si mostrarono ostili o indifferenti al cambiamento tecnologico…l’indebolimento del potere centrale in Europa a seguito del crollo dell’Impero romano può aiutare a spiegare la rinascita del progresso tecnologico dopo il 500 d.C” [55]. La competizione tra le diverse unità politiche imponeva delle politiche non ostili ai cambiamenti economici. Nessun sovrano da solo poteva capricciosamente piegare ai suoi scopi le attività commerciali, perché se le imposte di un certo stato erano troppo gravose, seguiva una rapida emigrazione di capitali, innovazioni e attività commerciali in paesi dove gli affari costavano meno. Di conseguenza nell’Europa occidentale il comportamento regolato dal mercato conservò una libertà d’azione molto maggiore di quella comune alle altri parti del mondo civilizzato [56].

L’equazione decentralizzazione = libertà individuale = prosperità non è stata però solo all’origine del miracolo europeo, ma anche di quello nordamericano. Così come l’anarchia politica medioevale, permettendo lo scatenarsi senza limite dell’inventiva della società civile, spiegano la straordinaria crescita della ricchezza e della potenza europea nei secoli successivi, allo stesso modo “l’ordine anarchico” con cui venne colonizzata la vastissima Frontiera americana del secolo scorso ha posto le basi del successo economico e politico degli Stati Uniti nel XIX, XX e probabilmente anche XXI secolo. L’irruzione incontrollabile di una massa di uomini liberi nelle terre vergini realizzò l’esautoramento dello Stato da parte della società civile, cioè l’opposto di quanto si verificherà con la rivoluzione bolscevica, impedendo così il soffocamento dell’ordine spontaneo da parte di un governo federale che si era già fin troppo pericolosamente accentrato dopo la guerra di secessione.

Il Far-West rappresentò quindi un luogo aperto alle sperimentazioni di ogni tipo, dove chiunque, se solo ne avesse avuto il coraggio e l’energia, poteva recarsi per divorziare dallo Stato d’appartenenza e realizzare la propria “secessione individuale”. Solo dopo l’esperienza anarco-capitalista della Frontiera, che evitò definitivamente il pericolo di un’involuzione “latino-americana” a nord del Rio Grande, gli Stati Uniti si posero all’avanguardia del mondo civilizzato. Al termine della guerra civile l’America era infatti ancora una nazione prevalentemente rurale, ma in breve tempo, grazie ad una serie impressionante di invenzioni industriali, il capitalismo radicale americano operò il sorpasso nei confronti dell’Europa: una sola compagnia statunitense, la Us Steel, alla fine del secolo produceva più acciaio che la Gran Bretagna, la Francia e la Germania messe assieme!

Per concludere, la Frontiera fu una terra incredibilmente più tranquilla, fattiva, laboriosa e ordinata di quello che generalmente si pensa. L’uso dispregiativo del termine “Far-West”, come abbiamo visto, merita di essere abbandonato, perché il “Selvaggio Ovest” ha dato all’umanità un esempio di ordine spontaneo unico nella storia, capitalista e anarchico, coronato da un grandioso successo. Il ricordo glorioso e la nostalgia di quella frontiera di libertà sono sopravvissuti alla sua scomparsa e si sono perpetuati fino ai giorni nostri, come comprovano la continua voga dei film western e soprattutto gli sforzi profusi dagli uomini politici dell’America contemporanea nel prospettare ai loro concittadini un’altra frontiera, non solo ideale (si pensi ai nuovi orizzonti della ricerca spaziale e alla possibilità della colonizzazione di nuovi pianeti), capace di suscitare le stesse energie dell’antica. Se lo spirito libertario del Far-West tornerà a fiorire in un’umanità che sta uscendo dal coma profondo di un secolo dominato dagli ideali opposti dello statalismo e del collettivismo, allora nessuna di queste nuove conquiste potrà essergli preclusa.

Saggio di Guglielmo Piombini,  in gran parte ripreso dalla versione originaria, contenuta nella raccolta G.Piombini, La proprietà è sacra, Bologna, Edizioni il Fenicottero, 2001.

Note

[1] Secondo Murray N. Rothbard il progetto del Partito Democratico di giungere ad una società virtualmente senza governo non rappresentava un sogno impossibile, perché gli ideali libertari erano largamente maggioritari sia tra le élite intellettuali e politiche che tra la popolazione. Otto anni di presidenza Jackson, seguiti da otto anni di mandato Van Buren e da altri otto con Thomas Hart Benton in carica avrebbero consentito forse la realizzazione del programma. Questo piano non potè realizzarsi per due circostanze: la fortunosa vittoria del più statalista Partito Whig alle elezioni del 1840, e la questione della schiavitù, che spaccò in due il partito democratico nelle successive elezioni: Murray N. Rothbard, “Per una nuova Libertà”, LiberiLibri, Macerata, 1996 (1973).

[2] Luigi Marco Bassani, Albert Jay Nock e i libertari americani: i “fedeli attardati della grande tradizione”, prefazione a Albert Jay Nock, “Il nostro Nemico, lo Stato”, Liberilibri, Macerata, 1994, pp. XXVI-XXVII.

[3] Gordon S. Wood, “I figli della libertà. Alle origini della democrazia americana”, Giunti, Firenze, (1991) 1996, p. 432.

[4] Ibidem, p. 429.

[5] Karl Marx, “Lineamenti fondamentali per la critica dell’economia politica”, La Nuova Italia, Firenze, 1970, pp. 648-649.

[6]  Destutt de Tracy, “A Treatise on Political Economy, Georgetown, 1817, pp. xvi, xix.

[7] L’osservazione è contenuta nell’“Essai d’une psycologie politique du peuple americain” del prof. Emile Boutmy (1835-1906).

[8] Gordon S. Wood, “I figli della libertà”, cit., p. 472.

[9] Andrew R. L. Cayton,The Frontier Republic: Ideology and Politics in the Ohio Country, 1780-1825”, Kent, Ohio, 1986, p. 116.

[10] Jacques Chastenet, “La conquista del West”, Dall’Oglio, Varese, 1968, p. 274.

[11] Nella storia degli Stati Uniti la Frontiera rappresenta la linea di demarcazione fra le regioni già colonizzate e quelle ancora selvagge, e quindi, in senso estensivo, tutte le regioni vicine a tale confine. Essa ebbe fine nel 1890 quando l’occupazione dell’intero territorio nazionale venne giudicata conclusa. Il ruolo della Frontiera nella formazione delle idee politiche e del carattere nazionale americano è stato esaminato per la prima volta da Frederick Jackson Turner nel suo famoso saggio del 1893 “The Frontier in American History” (trad. it. “La frontiera nella storia americana”, Il Mulino, Bologna, 1959).

[12] In America, diceva Samuel Mitchill nel 1800, ognuno voleva l’indipendenza: prima del paese dalla Gran Bretagna, poi degli Stati l’un l’altro, quindi indipendenza del popolo dal governo e “infine dei membri della società gli uni dagli altri” (Samuel Lathan Mitchill, “An Address to Citizens of New York”, New York, 1800, pp. 7-8).

[13] Frederick Jackson Turner, “La frontiera nella storia americana”, cit., p. 392. In uno dei passi più noti egli osserva che “la frontiera è causa generatrice di individualismo. La società complessa viene precipitata, con l’isolamento, in una specie di organizzazione primitiva fondata sulla famiglia. La tendenza è antisociale e produce avversione a ogni forma di controllo, particolarmente a quello diretto. L’esattore delle imposte è visto come il rappresentante dell’opposizione…L’individualismo della Frontiera ha, fin dagli inizi, promosso la democrazia” (ibidem, p. 57).

[14] Luciano Pellicani, “Le precondizioni dello sviluppo democratico: il caso dell’America Latina”, MondOperaio, gennaio-febbraio 1993, p. 76.

[15] William Leggett (1801-1839), direttore dei due giornali new-yorkesi Evening Post e Plaindealer, fu uno dei più importanti esponenti dell’ala laissez-fairista dei sostenitori del presidente Andrew Jackson. Nei suoi brillanti articoli egli difese il libero commercio, i diritti dei singoli Stati, una democrazia strettamente limitata da vincoli costituzionali, e attaccò duramente la schiavitù negli Stati del Sud. I suoi scritti sono raccolti in William Leggett, “Democratic Editorials-Essays in Jacksonian Political Economy”, Liberty Fund, Indianapolis, 1984.

[16]  Sull’anarchismo americano del secolo scorso, rigorosamente individualista, e quindi diversissimo dal contraddittorio e intimamente autoritario collettivismo anarchico europeo, si veda il bel saggio di Antonio Donno, “Anarchismo e tradizione politica americana negli Stati Uniti dell’Ottocento”, Rivista storica dell’anarchismo, gennaio-giugno 1994, pp. 49-62.

[17] Questi autori, tutti fortemente influenzati dal francese Frédéric Bastiat, dominarono il dibattito economico negli Stati Uniti fin verso il 1890, quando le idee statal-collettiviste iniziarono ad imporsi come in Europa. Francis Lieber (1800-72) difese indefessamente l’assoluta inviolabilità del diritto di proprietà e di libero scambio, nella convinzione che ben presto questi diritti sarebbero stati inseriti nei Bill of Rights di tutte le nazioni; Francis Amasa Walker (1799-1875), sostenitore del free-banking, pubblicò alla fine della guerra civile un manuale di politica economica, “The Science of Wealth”, che godette di un’enorme popolarità; Arthur Latham Perry (1830-1905) attaccò con veemenza il protezionismo così come tutte le interferenze al libero commercio, e anche il suo testo d’economia “Political Economy” divenne il più famoso del paese, con più di 22 edizioni in 30 anni; Charles Holt Carroll (1799-1890), un jacksoniano radicale, propugnava l’abolizione del dollaro e l’adozione del gold standard. Per maggiori notizie su questi autori si veda il secondo volume della fondamentale storia del pensiero economico di Murray N. Rothbard, “Classical Economy”, Edward Elgar, Brookfield, 1995, pp. 466-470.

[18]  Ch. A. Madison, “Anarchism in the United States”, Journal  of the History of Ideas, 6, 1945, p. 49, il quale riprende in un certo senso la teoria di Turner affermando che “mentre in Europa l’idea dell’anarchismo si sviluppò come reazione contro i dispotismi oppressivi, negli Stati Uniti la frontiera la rese una necessità pratica molto prima che fosse utilizzata intellettualmente contro la tirannia britannica”.

[19] Bruce L. Benson, “The Enterprise of Law. Justice without the State”, Pacific Research Institute for Public Policy, San Francisco, 1990, p.312.

[20] William C. Davis-Russ A. Pritchard, “Gli uomini della frontiera. Alla conquista del West 1800-1899”, Idealibri, Milano 1993, pp. 161-168-193 (titolo originale: “The American Frontier. Pioneers, Settlers e Cow-Boys 1800-1899”, Salamander Books, Londra, 1992)

[21] Nel 1882, per esempio, nella Contea di Arapahoe, in Colorado, 780 persone infransero la legge e finirono in prigione. In circa 206 casi, l’accusa era di scippo; altri 114 individui erano accusati di furto vero e proprio, e un numero quasi uguale, 112, di vagabondaggio. L’aggressione e il passaggio a vie di fatto, di solito conseguenza dell’ubriachezza, spiegavano altri 74 arresti; 26 persone erano colpevoli di porto d’armi abusivo, mentre le “molestie, qualunque fosse il significato del termine, determinarono l’arresto di 20 individui; 14, infine, furono imprigionati per falso e per incendio doloso. I delitti solitamente connessi al mito della frontiera, cioè la rapina e l’omicidio, contavano appena 8 scassinatori e 14 presunti assassini (ibidem pp. 162-163).

[22] Roger D. McGrath, “Gunfighters, Highwaymen and Vigilantes: Violence on the Frontier”, University of California Press, Berkeley, 1984, p. 259.

[23] William C. Holden, “Law and Lawlessness on the Texas Frontier 1875-1890”, Southwestern Historical Quarterly, n. 44, ottobre 1940, pp. 188-196-203.

[24] W. Eugene Hollon, “Frontier Violence: Another Look”, Oxford University Press, New York, 1974, pp. X e 125.

[25] Frank R. Prassel, “The Western Peace Officer”, University of Oklahoma Press, Norman, 1972, pp.  22-23.

[26] Vedasi Mabel A. Eliot, “Crime on Frontier Mores”, American Sociological Review, n. 9, aprile 1944; R. V. Mondy, “Analisis on Frontier Social Instability”, Southwestern Social Science Quarterly, n. 24, settembre 1943; Gilbert Geis, “Violence in American society”, Current History, n. 52, giugno 1957; Joe B. Frantz, “The Frontier Tradition: An Invitation to Violence”, in The History of Violence in America, New York Times Books, New York, 1969; Henry S. Drago, “The Great Rnge Wars: Violence and the Grasslands”, Dodd, New York, 1970; Joseph G. Rosa, “Age of Gunfighter. Men and Weapons on the Frontier 1840-1900”, Salamander Books, Londra, 1994 (trad. it. “I Pistoleri. Armi e uomini sulla Frontiera 1840-1900, Idealibri, Milano, 1995).

[27] Roger McGrath, cit., pp. 270-271.

[28] Terry Anderson-P. J. Hill, “An American Experiment in Anarcho-Capitalism: The Not So Wild, Wild West”, Journal of Libertarian Studies, n. 9, 1979, p. 9.

[29] Gustave de Molinari, “Sulla produzione della sicurezza” (1849), in Bastiat-de Molinari, “Contro lo statalismo”, Liberilibri, Macerata, pp. 84 e 83. Carlo Lottieri, curatore di questo libro, osserva nella postfazione che i sistemi politici proposti dai più estremi federalisti di oggi si avvicinano notevolmente all’idea di de Molinari, perché dal moltiplicarsi di istituzioni sovrane o quasi-sovrane deriverebbe una pressione concorrenziale tale da obbligare i produttori di sicurezza a tenere comportamenti vantaggiosi per i cittadini ed a guadagnarsi ogni giorno la fedeltà dei “clienti/sudditi” (ibidem, p. 122).

[30] “Che cos’è infatti lo Stato se non banditismo organizzato? Cos’è la tassazione se non un furto perpetrato a livelli giganteschi e incontrollabili? Cos’è la guerra se non un omicidio su vasta scala che mai le forze private di polizia potrebbero realizzare? Cos’è la coscrizione militare se non una schiavizzazione di massa? Qualcuno può immaginare una polizia privata capace di estorcere solo una piccola frazione di ciò che lo Stato riesce a ottenere abitualmente, anno dopo anno, secolo dopo secolo?” (Murray N. Rothbard, “Per una nuova libertà”, cit.).

[31] Queste questioni sono state analizzate a fondo da Murray N. Rothbard, “Per una nuova libertà”, cit., e da David Friedman, “L’ingranaggio della libertà”, Liberilbri, Macerata, 1997 (1973). Si segnalano inoltre, sullo stesso argomento, gli eccellenti articoli di Hans-Hermann Hoppe, “Fallacies of the Public Goods Theory and the Production of Security”, e di David Osterfeld, “Anarchism and the Public Goods Issue: Law, Courts, and the Police”, pubblicati sul Journal of Libertarian Studies, vol. 9, n. 1, winter 1989.

[32] “All’instabilità interna e alla bellicosità esterna – continua Iannello – va ovviamente aggiunta la tendenza colonialistica dello Stato moderno, votato all’esportazione del proprio modello in tutto il globo…basta vedere cosa accade ai due paesi che giungono più tardi a dotarsi di una configurazione statale unitaria centralizzata. L’Italia unificata e la Germania unificata non tardano molto a lanciarsi nell’avventura del colonialismo, attendono appena il tramonto della generazione che aveva conseguito l’unità e che come classe dirigente del Regno di Sardegna e del Regno di Prussia non aveva avvertito la necessità di conquistare posti al sole per i propri piccoli stati”. Nicola Iannello, Concepite in libertà. Le nazioni libertarie nel modello di Murray Rothbard, in Ernest Renan-Murray N. Rothbard (cur. Nicola Iannello e Carlo Lottieri), “Nazione cos’è”, Leonardo Facco Editore, Treviglio, 1996, pp. 67 s.

[33] R. J. Rummel, “Stati assassini”, Rubbettino, Soveria Mannelli (CZ), 2005 (1996). A questa impressionante cifra di vittime civili l’autore vi arriva attribuendone 61.911.000 allo Stato-gulag Sovietico, 35.236.000 alla Cina comunista, 20.946.000 allo Stato genocidiario nazista, 10.214.000 ai nazionalisti cinesi dal 1928 al 1949, 5.964.000 ai militaristi giapponesi durante la II guerra mondiale, 2.035.000 allo Stato-inferno di PolPot in Cambogia (il 31,25 della popolazione in 4 anni: un record), 1.883.000 al genocidio turco contro gli armeni negli anni ‘10, 1.670.000 al Vietnam comunista, 1.585.000 al processo di espulsione dei civili tedeschi dalla Polonia e dall’Est Europa alla fine dell’ultima guerra, 1.503.000 allo Stato del Pakistan nel 1971 contro bengalesi e indù, 1.072.000 alla jugoslavia di Tito; inoltre vi sono altri tre casi sospetti di genocidio: 4.145.000 uccisi nell’orwelliana Corea del Nord, 1.417.000 ammazzati dal governo messicano dal 1900 al 1920, e infine 1.066.000 morti nella Russia zarista dal 1900 al 1917. Sui genocidi di Stato di questo secolo si veda anche Yves Ternon, “Lo Stato criminale”, Il Corbaccio, Milano, (1995) 1997.

[34]  Per fare un esempio attuale, la guerra civile del Libano è costata molti meno morti della carneficina jugoslava proprio perché le milizie libanesi reclutavano i propri membri su base volontaria e non pretendevano di avere un legittimo potere di estorsione delle risorse economiche della popolazione; il loro scopo era più quello di protezione dalla propria gente dalle aggressioni esterne che di conquista del potere (Stefan Blankertz, “Eingreifen statt Übergreifen. Über die Privatisierbarkeit der Polizei”, in AAVV, Freiheit: Die Unbequeme Idee, Deutsche Verlags-Anstalt, Stuttgart, 1995, p. 185).

[35] Robert Utley, “High Noon in Lincoln”, Albuquerque, New Mexico, 1987, p. 28.

[36]  Frederick Jackson Turner, “La frontiera nella storia americana”, cit., pp. 386-387.

[37] Come rilevato anche da Carlo Lottieri, “L’utopia federale e l’equivoco liberal-democratico”, Federalismo & Società, anno 3, n. 1, 1996, p. 217.

[38] Viviana Zarbo, “Storia del Far-West”, Newton Compton, Roma, 1994, p. 86. La legge non scritta del West prevedeva, tra l’altro, che non si sparasse ad un uomo che voltava le spalle o a uno disarmato. In caso di insoddisfazione un individuo doveva manifestare le proprie intenzioni prima di fare fuoco. Una volta avvenuto il duello, colui che rimaneva in vita doveva provvedere alla famiglia dell’ucciso. Un’altra consuetudine prevedeva la pena di morte per i ladri di cavalli: questa regola poteva sembrare incomprensibile nell’Est, ma non nell’Ovest, dove il cavallo rappresentava, nelle sconfinate praterie, la sopravvivenza stessa del cavaliere.

[39] La maggior parte delle morti di queste città si verificava, allora come oggi, a causa di litigi domestici e di risse tra ubriachi nei saloons (Frank Richard Prassel, “The Western Peace Officer”, cit., p. 47).

[40] Viviana Zarbo, “Storia del Far West”, cit., p. 91.

[41]  George R. Stewart, “Committee of Vigilance: Revolution in San Francisco, 1851”, Houghton Mifflin Company, Boston, 1964, p. 319.

[42] Alan Valentine, “Vigilante Justice”, Reynal & C., New York, 1956, p. 13.

[43] Wayne Gard, “Frontier Justice”, University of Oklahoma Press, Norman, 1949, p. 161, che cita il S.Francisco Herald del 22 aprile 1855. La storia del Comitato di Vigilanza di San Francisco è raccontata con dovizia di particolari da Bruce B. Benson, “The enterprise of Law”, cit., pp. 316-320.

[44] William C. Davis-Russ A. Pritchard, “Gli uomini della frontiera”, cit., pp. 164-165.

[45] ibidem, p. 170.

[46] Espressione di questa tendenza sono, ad esempio, i volumi di Richard Slotkin, “Gunfighter Nation”, Atheneum, New York, 1992; Patricia Nelson Limerick, “The Legacy of Conquest”, Norton, New York, 1988; così come l’ “Oxford History of The American West”, Oxford University Press, 1994.

[47] Fabrizio Tonello, “Da Saigon a Oklahoma City. Viaggio nella nuova destra americana”, Limina, Arezzo, 1996, p. 90.

[48] In realtà, malgrado dai film western sembri che i pellerossa venissero massacrati a decine di migliaia, il numero dei morti in scontri armati non fu particolarmente alto: 250 a Bear River nel 1863, 600 (ma forse solo 130) a Sand Creek nel 1864, 103 a Washita nel 1868, 173 a Piegan Village nel 1870, 146 a Wounded Knee nel 1890, per ricordare gli eccidi più famosi; in tutto, circa 4000 indiani furono uccisi dal 1798 al 1898 (Don Russel, “How Many Indians Were Killed?”, The American West, n. 10, 1973, pp. 42-47, 61-63). La maggior parte di loro morì però a causa dei barbari maltrattamenti e delle penose condizioni di vita imposte loro (deportazioni, confinamenti, malattie, fame, ecc.). In totale, il numero degli indiani fatti perire in quel periodo sale così a 10000 o 25000 (R. J. Rummel, “Stati assassini”, cit.).

[49] Terry Anderson, “Sovereign Nations or Reservations? An Economic History of American Indians”, Pacific Research Institute for Public Policy, San Francisco, 1995.

[50] Gianni Riotta, “Indiani egoisti e cattivi. Viva Custer”, Corriere della Sera, 19 maggio 1996.

[51] In un interessante tentativo di rileggere l’anarco-capitalismo con le categorie della teoria generale del diritto di tradizione continentale, Fabio Massimo Nicosia ha fatto notare che quest’ultimo può essere considerato un ordinamento giuridico in senso kelseniano, esistendo 1) al vertice una meta-norma che sancisce l’illegittimità di tutti gli atti di aggressione; 2) più sotto, a livello di normazione primaria, tutti i negozi giuridici bilaterali o unilaterali (contratti, testamenti, donazioni, scommesse, ecc.); 3) ancora più in basso, a livello di normazione secondaria, le pronunce arbitrali dei giudici scelti dalle parti per dirimere le controversie; 4) infine, gli atti esecutivi e materiali di applicazione fattuale delle pronunce giudiziarie, posti in essere dalle agenzie di protezione o legittimamente da privati cittadini (Fabio Massimo Nicosia, “Il diritto di essere liberi”, Leonardo Facco Editore, Treviglio (BG), 1997).

[52] Mentre nell’anarchia distruttiva non vi è spazio per alcun rapporto giuridico tra gli uomini, nell’anarco-capitalismo sussiste un generale riconoscimento del principio dell’inviolabilità dei diritti di libertà e di proprietà, che svolge un ruolo di legittimazione delle istituzioni anarco-capitalistiche (nello stesso senso in cui oggi le teorie della sovranità popolare e del contratto sociale legittimano l’operato degli organi democratici dello Stato). L’anarchia illegalistica è stata teorizzata probabilmente solo da autori irrazionalisti, nichilisti, o amorali come Friedrich Nietzsche, Max Stirner, o il Marchese De Sade.

[53] La tesi è stata ampiamente sviluppata da Jean Baechler, “Le origini del capitalismo”, IBL Libri, 2015 (1970); Luciano Pellicani, “Saggio sulla genesi del capitalismo”, Sugarco, Milano, 1988; Nathan Rosemberg-Luther E. Birzdell, “Come l’Occidente è diventato ricco”, il Mulino, Bologna, (1986) 1988; Eric L. Jones, “Il miracolo europeo”, il Mulino, Bologna, (1981) 1984; Joel Mokyr, “La leva della ricchezza”, il Mulino, Bologna, (1990) 1995;

[54] “Non è stata la razza – scrive Luciano Pellicani – bensì la libertà individuale il segreto della schiacciante superiorità che la piccola Europa, malgrado le sue divisioni interne – anzi, grazie a tali divisioni – ha manifestato nei confronti degli immensi imperi orientali. Breve: l’egemonia planetaria dell’Europa è stata la “logica” conseguenza di quel processo storico che Carl Schmitt ha chiamato “policrazia” e che è consistito nel “distacco” e nella “autonomizzazione rispetto alla volontà statale” delle forze spontanee, le quali, di esperimento in esperimento e per accumulazioni successive, hanno fatto lievitare in modo prodigioso il patrimonio materiale e spirituale della civiltà occidentale” (Luciano Pellicani, “Nascita e sviluppo della società civile”, Sociologia, nuova serie, anno XXIX, n. 1, 1996, p. 33).

[55] Joel Mokyr, “La leva della ricchezza”, cit., p. 249.

[56] William H. McNeill, “Uomini e parassiti. Una storia ecologica”, il Saggiatore, Milano, (1979) 1993, p. 66.

 

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