I successi della Scuola Austriaca e i fallimenti keynesiani

di Guglielmo Piombini

La tesi di Keynes riscosse il maggior successo per diversi motivi: da un punto di vista retorico, aveva il vantaggio di offrire una rapida ricetta contro la disoccupazione basata sulla spesa in deficit, mentre la politica non interventista consigliata dagli austriaci richiedeva tempo per dare risultati; in secondo luogo, Keynes offriva alla classe politica proprio quello che da tempo cercava: una giustificazione apparentemente scientifica del loro inappagabile desiderio di spendere e ampliare il proprio potere; in terzo luogo, offriva agli economisti e agli accademici un ruolo importante come pianificatori ed ingegneri sociali


La crisi del ’29 travolge Keynes

Durante i “ruggenti anni Venti” John Maynard Keynes e i maggiori economisti del tempo magnificarono il boom economico degli Stati Uniti e l’operato della Federal Reserve, la banca centrale americana istituita nel 1913. Erano convinti che, fin quando i prezzi dei beni di consumo erano stabili e le banche centrali controllavano la situazione, non ci sarebbero state crisi. Nel 1926 Keynes incontrò il banchiere svizzero Felix Somary per decidere un grosso investimento in azioni. Somary, che aveva studiato a Vienna e conosceva le teorie economiche degli economisti austriaci, gli manifestò i suoi dubbi sulla sostenibilità del boom in corso. Somary infatti liquiderà i propri investimenti prima del crollo delle borse, salvando le proprie fortune. Keynes però ribatté con decisione: «Non avremo più dei crash nella nostra epoca» [1].

Nel 1928 Keynes scrisse due saggi nei quali contestava l’idea che a Wall Street si stesse manifestando una “pericolosa inflazione” nel valore dei titoli azionari, assicurando che «non c’è niente in vista che possa essere chiamato inflazione» [2]. Sull’aumento vertiginoso dei prezzi degli immobili e delle azioni scrisse che «oggi sarebbe prematuro affermare l’esistenza di un sovra-investimento» e che una crisi è improbabile dato che la Federal Reserve avrebbe fatto «tutto ciò che è in suo potere per evitare una depressione economica» [3]. Queste sue previsioni ottimistiche si rivelarono completamente errate, e a seguito del crollo di Wall Street dell’ottobre 1929 perse i tre quarti del valore dei suoi investimenti. Successivamente ammetterà di essere stato ingannato dalla stabilità dei prezzi al consumo, e di aver sottovalutato l’inflazione dei titoli azionari [4].

 

Gli economisti austriaci presagiscono l’arrivo della crisi

In quegli anni vi fu però una scuola di economisti che ebbe sentore del collasso del mercato e di una possibile depressione mondiale. Le loro previsioni si basavano sulla sofisticata teoria del ciclo economico elaborata da Ludwig von Mises nel libro del 1912 Teoria della moneta e dei mezzi di circolazione, e perfezionata da Friedrich von Hayek. Mises sosteneva che l’inflazione monetaria non era neutrale per il sistema economico, ma creava una serie di squilibri strutturali destinati a crollare [5]. Già nel 1924 si era convinto che la volontà della Federal Reserve di espandere il credito e ridurre i tassi d’interesse aveva creato un boom artificiale che non poteva durare, e una severa depressione a livello mondiale era inevitabile. Il suo allievo Fritz Machlup ricordò che quando passavano davanti al Kreditanstalt di Vienna, una delle più grandi banche d’Europa, Mises gli diceva: «Ci sarà un gran botto» [6]. Nell’estate del 1929 quella stessa banca offrì a Mises un posto di alta responsabilità, ma egli lo rifiutò, spiegando a sua moglie: «Sta arrivando un grande crollo, e non voglio che il mio nome vi sia associato in alcun modo» [7].

Anche Hayek all’inizio del 1929 avvertì, pur con toni più sfumati rispetto a Mises, che ci sarebbero stati dei problemi nell’economia americana. Ad esempio, il 26 ottobre 1929 Hayek scrisse che «non è impossibile che sia arrivata la fine di questo incredibile aumento dei prezzi di borsa, i quali dovrebbero un po’ alla volta sgretolarsi» [8]. Il 28 e 29 ottobre 1929, il lunedì e il martedì nero, le quotazioni di Wall Street si schiantarono. Seguì una forte contrazione dell’economia e del commercio mondiale. Nel 1931 il Kreditanstalt di Vienna andò in bancarotta, contribuendo a diffondere la depressione in Europa. Nel 1934 Mises scrisse nella prefazione all’edizione inglese della sua Teoria della moneta: «Come in tutti precedenti boom causati dall’espansione del credito, si credeva che la prosperità potesse durare per sempre, e gli avvertimenti degli economisti [austriaci] furono ignorati. Il rovesciamento del corso degli eventi nel 1929 e la conseguente severa crisi economica non sorprese gli economisti [austriaci]; li avevano previsti, anche se non erano in grado di predire la data esatta in cui si sarebbero verificati» [9].

 

Gli austriaci vincono la prima battaglia, ma Keynes vince la guerra

Nei primi anni Trenta l’abilità nel prevedere la depressione portò gli economisti austriaci alla ribalta. Molti studiosi britannici e americani che cercavano una spiegazione del collasso economico del 1929-32 rivolsero la propria attenzione alle tesi della Scuola Austriaca. Lionel Robbins, direttore della London School of Economics, si recò a Vienna per partecipare al famoso seminario privato di Mises. Subito dopo invitò Hayek a tenere una serie di conferenze sulla teoria austriaca del ciclo economico a Londra, con lo specifico obiettivo di “combattere Keynes” [10]. Nelle sue lezioni londinesi tenute nel maggio del 1931, raccolte nel libro Prezzi e Produzione, Hayek spiegò i motivi per cui la crisi era l’inevitabile conseguenza dell’insostenibile boom degli anni Venti. Robbins fu così entusiasta della spiegazione di Hayek da assegnargli la cattedra di economia alla London School of Economics, che divenne la roccaforte degli economisti favorevoli al libero mercato [11].

Keynes e i suoi seguaci diedero battaglia dall’università di Cambridge. Nell’ottobre 1932 i due gruppi rivali si scontrarono sulle pagine del Times. Keynes, Pigou e altri affermarono che era stato l’eccesso di risparmio a provocare la crisi, mentre Hayek, Robbins e altri criticarono la spesa statale. Alla lunga, tuttavia, i keynesiani vinsero la guerra delle parole, soprattutto dopo la pubblicazione della Teoria generale di Keynes nel 1936, che Hayek inspiegabilmente rinunciò a demolire. La tesi di Keynes riscosse il maggior successo per diversi motivi: da un punto di vista retorico, aveva il vantaggio di offrire una rapida ricetta contro la disoccupazione basata sulla spesa in deficit, mentre la politica non interventista consigliata dagli austriaci richiedeva tempo per dare risultati; in secondo luogo, Keynes offriva alla classe politica proprio quello che da tempo cercava: una giustificazione apparentemente scientifica del loro inappagabile desiderio di spendere e ampliare il proprio potere; in terzo luogo, offriva agli economisti e agli accademici un ruolo importante come pianificatori ed ingegneri sociali.

Le fortune della Scuola Austriaca subirono così un drammatico rovescio. Tutti i più brillanti allievi di Hayek della London School, come John Hicks, Abba Lerner, Nicholas Kaldor, Kenneth Boulding, divennero accesi keynesiani. Perfino Lionel Robbins, negli anni successivi, abbandonò la barca che affondava. Hayek fu così depresso dal corso degli eventi che, a partire dagli anni Quaranta, abbandonerà in buona parte gli studi economici per dedicarsi alla teoria politica e alle scienze sociali [12].

 

Diagnosi opposte, rimedi opposti

Keynesiani e austriaci davano valutazioni antitetiche sulle cause della crisi, e offrivano rimedi esattamente opposti. Keynes identificava tre cause della depressione: 1) la filosofia economica del laissez-faire che impediva ai governi di intervenire con decisione nell’economia; 2) il gold standard, cioè il sistema monetario basato sull’oro, la cui rigidità impediva ai governi di perseguire le politiche monetarie più appropriate; 3) i tassi d’interesse troppo elevati che avevano incoraggiato il risparmio anziché il consumo, riducendo così la domanda aggregata. Di conseguenza i rimedi dovevano basarsi sull’aumento della spesa pubblica, l’espansione monetaria e la riduzione dei tassi d’interesse.

Del tutto all’opposto, gli austriaci identificavano come cause della crisi: 1) l’eccesso di interventismo statale nell’economia; 2) la politica monetaria espansiva perseguita dalle banche centrali; 3) i tassi d’interesse tenuti artificialmente a un livello troppo basso. Come soluzione alla crisi proponevano dunque il non intervento dello Stato nell’economia, il ritorno al gold standard nella sua forma classica, e l’incentivazione del risparmio.

Si può notare che le soluzioni keynesiane corrispondono esattamente a quelle che gli austriaci considerano le cause delle crisi. Le politiche che secondo i keynesiani salveranno l’economia sono le stesse che secondo gli austriaci la distruggeranno, e viceversa!

 

La depressione dimenticata del 1920

All’opposto dei keynesiani, gli austriaci sostengono che, quando l’economia si trova in una fase recessiva, tagliare i costi è un rimedio molto più efficace di qualsiasi “stimolo” governativo. Risparmiare ed evitare le spese non indispensabili è il comportamento spontaneo, e tradizionalmente ritenuto saggio, adottato dagli individui, dalle famiglie e dalle imprese durante una crisi, e lo stesso discorso vale a maggior ragione per il governo. La posizione austriaca combacia quindi con il sano buonsenso comune. Nella visione keynesiana, al contrario, microeconomia e macroeconomia sono scollegate tra loro, perché il comportamento razionale del singolo – stringere la cinghia in tempo di crisi – paradossalmente diventa dannoso a livello collettivo: se tutti risparmiano, dice Keynes, l’economia non si riprende. Dal punto di vista austriaco, quindi, la cosa migliore che possono fare le imprese per superare un momento di recessione è quello di tagliare tutti i costi aziendali superflui. Da questo punto di vista il governo può giocare un ruolo importante, in negativo, riducendo le imposte e le regolamentazioni burocratiche costose per gli affari.

Nel 1921 il governo americano reagì esattamente in questa maniera, e il paese ne uscì in tempi rapidissimi. Il presidente Warren Harding entrò in carica nel 1920 nel mezzo di una severa recessione: rispetto all’anno precedente la disoccupazione era triplicata dal 4 al 12 per cento, mentre il pil era sceso del 17 per cento. Harding, sostenitore del laissez-faire, non utilizzò nessuno dei rimedi macroeconomici keynesiani (lavori pubblici, spesa in deficit, politiche monetarie inflazionistiche). Al contrario, decise di affrontare la recessione tagliando sia le tasse sia la spesa pubblica del 25 per cento. Il governo ridusse le aliquote fiscali per tutti i livelli di reddito, e attraverso la riduzione della spesa diminuì il debito pubblico di un terzo. Nell’estate del 1921 la ripresa era già arrivata. Nel 1922 la disoccupazione era scesa sotto il 7 per cento; nel 1923 era al 2,4 per cento. Si trattò della risposta a una recessione economica che diede i risultati più rapidi e di maggior successo di tutta la storia americana [13].

La depressione del 1920-21 è un raro esempio in cui il governo adottò esattamente le strategie consigliate dalla Scuola Austriaca. È stata chiamata la “depressione dimenticata”, dato che non viene mai menzionata nei libri o nei discorsi politici: «Non c’è da meravigliarsi – osserva Thomas Woods – perché questo esempio storico sgonfia le ambizioni di coloro che ci promettono soluzioni politiche alle crisi economiche. Secondo l’opinione dominante, in assenza di misure governative “anticicliche” non possiamo aspettarci nessuna ripresa, se non dopo un tempo intollerabilmente lungo. Tuttavia durante la depressione del 1920-21 vennero adottate politiche esattamente opposte, e la ripresa non si fece aspettare» [14].

 

Le cause della crisi del 1929

Dopo il 1921 l’economia americana era tornata alla normalità, ma bene presto entrò in un boom inflazionistico sospinto dalle politiche monetarie della banca centrale. La Fed infatti intervenne più volte tra il 1922 e il 1927 a iniettare credito nell’economia, aumentando la massa monetaria del 55 per cento, con un tasso annuo di crescita del 7,3 per cento. I prezzi dei beni di consumo rimasero stabili, e questo fatto ingannò i maggiori economisti. In realtà l’inflazione ci fu perché, con la produzione in pieno boom (petrolio + 12,6 per cento, auto + 4,2 per cento, prodotti industriali + 4 per cento), in assenza di stimoli monetari i prezzi dei beni sarebbero calati notevolmente [15]. Il boom inflazionistico si manifestò comunque in maniera eclatante nel settore immobiliare (soprattutto in Florida e a New York) e finanziario (il valore medio dei titoli quadruplicò tra il 1921 e il 1929) [16].

Agli effetti negativi delle politiche monetarie e creditizie espansive si sommarono quelli della politica protezionista promossa da Herbert Hoover, uno dei presidenti più interventisti della storia americana [17]. Nel suo best-seller The Way the World Works Jude Wanniski ha confrontato, giorno per giorno, l’andamento di Wall Street con le votazioni sull’innalzamento delle tariffe protettive: ogni volta che la votazione faceva passi avanti, la borsa calava; ogni volta che l’iter legislativo si arrestava, la borsa si riprendeva [18]. La legge Smoot-Hawley, che aumentava notevolmente i dazi su moltissimi prodotti americani, venne infine approvata nel marzo 1930, pochi mesi dopo il crollo di Wall Street, che aveva già dato per certa la sua approvazione.

Questa misura contribuì in maniera decisiva al collasso del commercio internazionale, dato che molti altri paesi adottarono in risposta delle politiche protezioniste. Nel 1932 il valore del commercio mondiale era calato del 60 per cento rispetto al 1928, e nel 1935 si ridusse ulteriormente. Si può quindi ritenere che furono due le cause principali della grande depressione: la politica monetaria espansiva della Federal Reserve durante gli anni Venti, che aveva generato un boom insostenibile; e il nazionalismo economico, che fece collassare il commercio mondiale. Se le banche centrali avevano gonfiato la bolla finanziaria, le tariffe protezionistiche furono l’ago che la scoppiò [19].

 

Il New Deal di Roosevelt: un disastro keynesiano

Keynes prevalse sugli austriaci sul piano della retorica, ma la sua vittoria ebbe conseguenze tragiche per l’economia dell’America e del mondo intero. Nel 1933 venne convocata una conferenza economica a Londra con l’obiettivo di ristabilire la libertà degli scambi e di stabilizzare il sistema monetario internazionale mediante la riduzione delle tariffe doganali e il rafforzamento del gold standard. Franklin Delano Roosevelt, da poco eletto presidente, silurò la conferenza annunciando che gli Stati Uniti non avrebbero partecipato ai negoziati. Keynes applaudì: «Il presidente Roosevelt ha magnificamente ragione a scegliere la via della gestione nazionale della valuta» [20]. Il mondo in verità perse una grandissima occasione per riportare l’economia sulla giusta strada.

Mentre la crisi del 1920 si era rapidamente risolta grazie ai drastici tagli delle tasse e della spesa pubblica, quella del 1930 venne affrontata da Roosevelt con un forte intervento pubblico di tipo keynesiano: lavori pubblici, aumento della spesa pubblica e della tassazione, regolamentazione dei prezzi e delle attività economiche. Queste misure, come avevano previsto Hayek e Mises, impedirono alle forze di mercato il naturale riaggiustamento dell’economia, che imboccò un tunnel depressivo senza via d’uscita. Se nel 1931 la disoccupazione negli Stati Uniti aveva raggiunto il 16,3 per cento, con otto milioni di disoccupati, nel 1940, dopo due mandati di Roosevelt, era salita al 17,2 per cento, e il numero degli americani senza lavoro era salito a nove milioni e mezzo [21]. Il New Deal di Roosevelt, dunque, aggravò e prolungò di una dozzina d’anni una recessione che avrebbe potuto essere di breve durata, come quella del 1920.

Il completo fallimento del New Deal venne riconosciuto perfino da Henry Morgenthau, il suo Segretario del Tesoro, che il 6 maggio 1939 confessò nel suo diario: «Ci abbiamo provato spendendo denaro. Abbiamo speso più di quanto avessimo mai speso prima e non funziona … Dopo otto anni di questa Amministrazione abbiamo la stessa disoccupazione che avevamo all’inizio … con in più un debito enorme» [22]. Robert Skidelsky, il devoto biografo di Keynes, ha ammesso: «Oggi viene sempre più riconosciuto il fatto che l’unico New Deal che ebbe realmente successo nell’eliminare la disoccupazione fu quello di Hitler. Roosevelt certamente non vi riuscì. C’erano 15 milioni di americani senza lavoro nel marzo 1933, e ce n’erano ancora 11 milioni quattro anni dopo. L’economia si riprese solo con il riarmo e la guerra» [23]. Questa idea che le spese militari abbiano rilanciato l’economia tedesca o americana rappresenta tuttavia un grosso abbaglio.

La smobilitazione, non la guerra, rilanciò l’economia

Anche il keynesiano Paul Krugman ha scritto di recente che «Ciò che salvò l’economia, e il New Deal, fu l’enorme progetto di lavori pubblici conosciuto come Seconda Guerra Mondiale, che finalmente fornì uno stimolo fiscale adeguato ai bisogni dell’economia» [24]. Non c’è dubbio che con la guerra la disoccupazione calò notevolmente, dato che il 29 per cento dell’intera forza lavoro venne arruolata direttamente o indirettamente nelle forze armate. È assurdo però sostenere che questo abbia riportato l’America alla prosperità. Il professor Robert Higgs ha confutato definitivamente, in alcuni studi accademici che oggi vengono citati anche nei manuali d’economia, il mito della prosperità bellica [25].

Negli anni di guerra, in realtà, l’America era diventata un gigantesco arsenale che produceva armi, munizioni, cannoni, aerei e navi da guerra, ma i consumatori soffrivano il razionamento dei beni di consumo, il drastico declino della qualità dei prodotti, e la totale impossibilità di acquistare case, auto, elettrodomestici, o anche solo tempo libero. Le statistiche sul PIL di quel periodo sono fuorvianti perché non tengono conto del fatto che l’economia non produceva beni destinati a soddisfare i bisogni dei consumatori, ma beni destinati alle esigenze militari del governo. Si tratta dello stesso errore di valutazione delle statistiche sulla produzione industriale dell’Urss.

Se veramente, come dicono Keynes e Krugman, le spese di guerra potessero rendere ricche le nazioni, allora esisterebbe una via semplice per la prosperità: due paesi potrebbero simulare in via permanente un conflitto tra loro, dichiarandosi guerra per finta; dopo aver costruito una grande quantità di aerei e navi da guerra, li farebbero abbattere o affondare nell’oceano dal proprio “nemico” secondo gli accordi presi. E poi via a costruirne di nuovi!

In realtà la vera ripresa in grande stile dell’economia americana si ebbe solo nel 1946, quando milioni di uomini impiegati nell’esercito tornarono a lavorare nel settore privato per produrre beni richiesti dal mercato. La smobilitazione dell’esercito americano dopo la seconda guerra mondiale fu il più grande licenziamento in massa di dipendenti pubblici mai avvenuto in un paese occidentale, e costituì la causa precisa del boom postbellico dell’economia americana.

Gli economisti keynesiani come Alvin Hansen affermavano, con assoluta sicurezza, che l’America sarebbe entrata in una terribile depressione nel momento in cui il governo avesse chiuso le fabbriche di armamenti e cancellato i contratti di guerra. Accadde invece proprio il contrario. Le spese militari del governo scesero da 84 miliardi di dollari del 1945 a meno di 30 miliardi di dollari nel 1946, ma coloro che erano stati licenziati dalle industrie belliche sostenute dalla spesa governativa trovarono rapidamente lavoro nel settore privato, i cui occupati aumentarono di oltre 4 milioni dal 1945 al 1947. I consumi delle famiglie, gli investimenti delle imprese e le esportazioni ebbero un vero boom in coincidenza con la riduzione della spesa statale. La “depressione del 1946” fu l’evento più annunciato, ma mai verificatosi, della storia americana [26].

 

Come la Scuola Austriaca contribuì al miracolo economico europeo

Avvenimenti analoghi si ripeterono in Germania e nei maggiori paesi dell’Europa devastati dalla guerra. Nella Germania sconfitta l’amministrazione alleata ereditò i controlli sui prezzi e sulla produzione istituiti dal nazismo nel 1936. Tutti i beni di consumo erano razionati e tutte le risorse produttive erano allocate con decreti e ordinanze governative. L’economista keynesiano John Kenneth Galbraith, a quel tempo consigliere del governo americano per le zone occupate, scrisse nel 1948 che «non vi è la minima possibilità che si possa favorire la ripresa tedesca abolendo questi controlli sull’economia» [27]. Ludwig Erhard, futuro ministro tedesco dell’economia, non ascoltò però i consigli degli alleati ma seguì le indicazioni dell’economista Wilhelm Roepke. Abolì quindi tutti i controlli sui prezzi e i salari, collegò il marco all’oro nel sistema di Bretton Woods e privatizzò le industrie statali.

Erhard aveva letto appassionatamente i libri che Roepke aveva scritto durante la guerra nel suo esilio in Svizzera. Roepke era stato fortemente influenzato da Mises (la cui lettura, disse, l’aveva immunizzato dal virus del socialismo) e aveva anche offerto un valido contributo alla teoria austriaca del ciclo economico con il suo libro Crisi e cicli del 1936. La ripresa economica tedesca fu potente e immediata. Tra il giugno e il dicembre 1948 la produzione aumentò del 50 per cento. Nel 1958 il prodotto procapite tedesco era triplicato. Erhard rimase in carica, prima come ministro dell’economia poi come cancelliere, fino alla metà degli anni Sessanta, quando la Germania Ovest era diventata la terza economia mondiale [28].

Anche nella ripresa economica della Francia giocò un ruolo fondamentale un economista influenzato dalla Scuola Austriaca, Jacques Rueff, sostenitore del gold standard e amico di Erhard e Roepke. Come consigliere di De Gaulle, nel 1958 Rueff predispose un piano basato sulla liberalizzazione del mercato e la stabilizzazione del franco. I risultati, ricorda lo storico Paul Johnson, non tardarono ad arrivare. Il prodotto nazionale lordo salì del 3 per cento nella seconda metà del 1959, del 7,9 per cento nel 1960, del 4,6 per cento nel 1961, del 6,8 nel 1962; il tenore di vita incominciò a salire del 4 per cento all’anno. Per la prima volta dall’avvento della rivoluzione industriale la Francia occupò una posizione di primo piano in campo economico [29]. Pure l’Italia sperimentò un boom economico negli anni ’50 e ’60 grazie alle misure favorevoli al libero mercato e alla stabilità monetaria volute da Luigi Einaudi, le cui idee coincidevano con quelle di Roepke e Rueff.

 

La stagflazione degli anni ‘70: il secondo fallimento delle idee keynesiane

Dal secondo dopoguerra ad oggi i keynesiani hanno continuato ad accumulare fallimenti, mentre gli austriaci non hanno smesso di azzeccare previsioni su previsioni. Il collasso nel 1971 del sistema di Bretton Woods, con la conseguente stagnazione, inflazione e salita del prezzo dell’oro, era stato previsto da Henry Hazlitt fin dal 1946 nei suoi editoriali sul New York Times [30], e da Murray N. Rothbard [31]. La stagflazione degli anni ’70, invece, colse completamente impreparati gli economisti keynesiani, perché non era contemplata nei loro modelli. Questa grave défaillance gettò per alcuni decenni nel discredito la macroeconomia keynesiana, che solo in tempi relativamente recenti è stata rispolverata come risposta alle crisi finanziarie.

Con il crollo improvviso dei regimi comunisti e dell’Urss nel 1989-91 la critica di Mises e Hayek al socialismo, destinato a fallire a causa dell’impossibilità di centralizzare le conoscenze disperse e di effettuare calcoli economici, trovò la sua definitiva consacrazione empirica. Hayek ebbe la soddisfazione di assistere, contro i pronostici di quasi tutto il mondo politico e accademico, alla vittoria delle tesi austriache nel dibattito con i socialisti cominciato settant’anni prima. Sulle pagine del New Yorker il famoso economista di sinistra Robert Heilbroner ammise: Mises aveva ragione [32].

Negli anni seguenti diversi economisti, utilizzando gli strumenti teorici della teoria austriaca del ciclo economico, hanno previsto lo scoppio della bolla tecnologica a cavallo del nuovo millennio [33], e della bolla immobiliare degli anni 2000, culminata con la crisi del 2008 [34]. Oggi molti economisti di scuola austriaca sostengono che le misure eccezionali di espansione monetaria messe in atto da tutte le banche centrali determineranno una crisi finanziaria molto peggiore delle precedenti [35]. Quando ciò accadrà, le teorie di Keynes, dopo aver provocato tanti disastri, potrebbero essere definitivamente screditate. La teoria austriaca, con il suo brillante curriculum di successi, meriterebbe a quel punto di tornare al centro della scena intellettuale.

Saggio di Guglielmo Piombini,  pubblicato in origine, a puntate, sul sito del Miglioverde


Note

[1] Felix Somary, The Raven of Zurich, Londra, 1986 (1960), p. 146-147.

[2] The Collected Writings of John Maynard Keynes, vol. 13, Londra, 1973, p. 52, 59.

[3] Charles H. Hession, John Maynard Keynes, New York, 1984, p. 238-239.

[4] John Maynard Keynes, A Treatise on Money, Londra, 1930, p. 190-98.

[5] Mark Skousen, The Making of the Modern Economics, New York-Londra, 2001, p. 286.

[6] Fritz Machlup, “Tribute to Mises”, Mont Pélerin Society Proceedings, 13 settembre 1974, p. 12.

[7] Margit von Mises, My Years with Ludwig von Mises, Cedar Falls, 1984, p. 23-24.

[8] Monatsberichte des österreichischen Institutes für Konjunkturforschung, 3. Jahrgang, Nr. 10 (26 October, 1929), p. 182. Si tratta del bollettino dell’Istituto di Ricerca Economica Austriaca che Mises e Hayek avevano fondato a Vienna per monitorare gli avvenimenti economici europei. Hayek ne era il direttore.

[9] Ludwig von Mises, The Theory of Money and Credit, New York, 1971 (1934), p. 14-15 (trad. italiana: Teoria della moneta e dei mezzi di circolazione, Edizioni Scientifiche Italiane, Napoli, 1999).

[10] Mark Skousen, The Making of the Modern Economics, p. 294-295.

[11] Robbins fece anche tradurre in inglese Teoria della moneta di Mises e scrisse egli stesso un libro sulle cause e le cure della depressione su fondamenta austriache, nel quale spiegò che la depressione non era causata dal capitalismo, ma dalla sua negazione: era dovuta alla cattiva gestione monetaria e all’interventismo statale, in un ambiente nel quale la forza essenziale del capitalismo era già stata fiaccata dalla guerra e dalla politica (Lionel Robbins, Di chi la colpa della grande crisi? E la via d’uscita, Torino, 1935 (1934)).

[12] Questo dibattito epocale viene raccontato da Nicholas Wapshott nel libro Keynes o Hayek. Lo scontro che ha definito l’economia moderna, Milano, 2012 (2011).

[13] James Grant, The Forgotten Depression. 1921: The Crash That Cured Itself, New York, 2014. James Grant ha presentato il suo libro nell’articolo “The Depression That Was Fixed by Doing Nothing”, Wall Street Journal, 2 gennaio 2015 (traduzione italiana di Luca Fusari: La depressione economica del 1920-21? Superata senza stampare denaro, Il Miglioverde, 2015).

[14] Thomas E. Woods jr., “Warren Harding and the Forgotten Depression of 1920”, Intercollegiate Review, autunno 2009.

[15] Thomas E. Woods jr., Meltdown, Washington, 2009, p. 96.

[16] Mark Skousen, Vienna & Chicago. Friends or Foes?, Washington, 2005, p. 175.

[17] Come documenta Murrray N. Rothbard, La Grande Depressione, Soveria Mannelli, 2006 (1963), p. 319 ss.

[18] Jude Wanniski, The Way The World Works, Washington, 1978, p. 139-159.

[19] Harry C. Veryser, It Didn’t Have To Be This Way, Wilmington, 2012, p. 97-98.

[20] Robert Skidelsky, John Maynard Keynes, New York, 1992, p. 481.

[21] Jim Powell, FDR’s Folly: How Roosevelt and His New Deal prolonged the Great Depression, New York, 2003, p. VII.

[22] http://www.burtfolsom.com/wp-content/uploads/2011/Morgenthau.pdf

[23] Robert Skidelsky, John Maynard Keynes, p. 38.

[24] Paul Krugman, “Franklin Delano Obama?”, New York Times, 10 novembre 2008.

[25] Robert Higgs, Depression, War, and Cold War, New York, 2006.

[26] Jason E. Taylor, Richard K. Vedder, “Stimulus by Spending Cuts: Lessons from 1946”, Cato Policy Report, May/June 2010, Vol. XXXII No.3.

[27] John Kenneth Galbraith, “The German Economy”, in: Foreign Economic Policy for the United States, Cambridge, 1948, p. 94.

[28] Lawrence H. White, The Clash of Economic Ideas, Cambridge, 2002, p. 242 ss.

[29] Paul Johnson, Storia del mondo moderno (1917-1980), Milano, 1989 (1983), p. 660.

[30] Henry Hazlitt, From Bretton Woods to World Inflation: A Study of Causes and Consequences, Chicago, 1984.

[31] Murray N. Rothbard, The Case for a 100 Percent Gold Dollar, Auburn, 2001 (1962).

[32] Robert L. Heilbroner, “Reflections After Communism”, New Yorker, 10 settembre 1990, p. 91-92.

[33] Mark Thornton, “Who Predicted the Bubble? Who Predicted the Crash?”, The Independent Review, v. IX, n. 1, estate 2004.

[34] Oltre agli articoli reperibili in rete di Robert Blumen, Sean Corrigan, Mark Thornton, Doug French, Gary North o Peter Schiff, esempi eloquenti in lingua italiana sono gli articoli di Francesco Carbone pubblicati sul sito www.usemlab.com dal 2002 al 2007, e raccolti nel libro Prevedibile e inevitabile. La crisi dell’interventismo. Le cause del Disastro e i Rimedi Proposti, Massa, 2008.

[35] Al riguardo si possono leggere gli articoli di Gerardo Coco pubblicati sul Miglioverde


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1 Comment on I successi della Scuola Austriaca e i fallimenti keynesiani

  1. Bello. Grazie dell’articolo. Avrei gradito però un maggior approfondimento dei motivi della continuata popolarità delle tesi keynesiane, anche durante e dopo i successi di quella austriaca nel dopoguerra.

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