L’idea vincente del libertarismo e l’errore fatale del liberalismo classico

di Jesus Huerta de Soto

L’anarcocapitalismo (“libertarianism” in inglese) è la rappresentazione più pura dell’ordine spontaneo del mercato, in cui tutti i servizi, includendo quelli di definizione del diritto, la giustizia e l’ordine pubblico, sono forniti attraverso un processo esclusivamente volontario di cooperazione sociale, che si trasforma in questo modo nell’oggetto centrale di ricerca della scienza economica moderna


Il pensiero liberale teorico e politico si trova, in questo primo decennio del XXI secolo, a un punto di svolta di fondamentale importanza*. Anche se la caduta del Muro di Berlino e del socialismo reale a partire dal 1989 sembrarono annunciare “la fine della storia” (secondo l’infelice ma roboante espressione di Francis Fukuyama), la realtà ci dice che oggi, e in molti aspetti più che mai, impera dappertutto lo statalismo e la demoralizzazione degli amanti della libertà. Quindi, è urgente e diventa necessario un “aggiornamento” del liberalismo, vale a dire una profonda revisione e attualizzazione dell’ideale liberale alla luce degli ultimi progressi della scienza economica e dell’esperienza accumulata durante gli ultimi avvenimenti storici. Il punto di partenza fondamentale di questa revisione consiste nel riconoscere che il liberalismo classico ha fallito nel suo tentativo di limitare il potere dello Stato, e che attualmente la scienza economica possiede gli strumenti per spiegare perché tale fallimento fosse inevitabile. A sua volta, la teoria dinamica dei processi di cooperazione sociale promossi dall’imprenditorialità che crea l’ordine spontaneo del mercato viene generalizzata e si trasforma in un’analisi completa del sistema anarcocapitalista di cooperazione sociale, che si costituisce come l’unico sistema veramente fattibile e compatibile con la natura degli esseri umani.

Nel presente articolo vengono analizzate dettagliatamente queste questioni, insieme a una serie di considerazioni complementari di indole pratica e di strategia scientifica e politica. Inoltre, l’analisi contenuta nello stesso viene utilizzata anche per chiarire alcuni malintesi ed errori di interpretazione in cui si incorre molto spesso.

 

L’ERRORE FATALE DEL LIBERALISMO CLASSICO

L’errore fatale dei liberali classici si deve al fatto che non si sono resi conto del fatto che il programma dell’ideale liberale è teoricamente impossibile, dato che integra al suo interno il seme della sua stessa distruzione, giustamente nella misura in cui ritiene necessaria e accetta l’esistenza di uno Stato (anche se minimo), inteso come l’agenzia monopolistica della coazione istituzionale.

Quindi, il grande errore dei liberali è un errore di impostazione: pensano che il liberalismo sia un programma di azione politica e una dottrina economica che ha come obiettivo limitare il potere dello Stato, ma accettandolo e addirittura ritenendo necessaria la sua esistenza. Tuttavia, oggi (nel primo decennio del XXI secolo), la scienza economica ha già dimostrato: (a) che lo Stato non è necessario; (b) che lo statalismo (anche se minimo) è teoricamente impossibile; e (c) che, data la natura degli esseri umani, quando esiste lo Stato, è impossibile limitare il suo potere. Commenteremo separatamente ognuno di questi aspetti.

 

LO STATO COME ENTE NON NECESSARIO

Dal punto di vista scientifico, solamente partendo dal paradigma errato dell’equilibrio si può  giungere a pensare che esista una categoria di “beni pubblici”, sui quali, per il fatto di soddisfare i requisiti di offerta congiunta e di non concorrenza nel consumo, si giustificherebbe prima facie l’esistenza di un’agenzia monopolistica istituzionale della coazione (Stato), che obblighi tutti quanti a finanziarli.

Tuttavia, la concezione dinamica dell’ordine spontaneo favorito dalla funzione imprenditoriale sviluppata dalla Scuola austriaca di economia, ha fatto crollare questa teoria giustificativa dello Stato: ogni volta che insorge una situazione (apparente o reale) di “bene pubblico”, vale a dire di offerta congiunta e di non concorrenza nel consumo, insorgono gli incentivi necessari affinché la spinta della creatività imprenditoriale la superi attraverso innovazioni tecnologiche e giuridiche e scoperte imprenditoriali che rendono possibile la soluzione di qualsiasi problema che può presentarsi (sempre e quando la risorsa non venga dichiarata “pubblica” e si permetta il libero esercizio della funzione imprenditoriale e la concomitante appropriazione privata dei risultati di ogni atto di creatività imprenditoriale). Così, per esempio, il sistema dei fari marittimi fu per molto tempo di proprietà e di finanziamento privato nel Regno Unito, ottenendosi attraverso procedimenti privati (associazioni di naviganti, prezzi portuari, controllo sociale e spontaneo, ecc.) la risoluzione del “problema”, di quello che viene considerato nei libri di testo di economia “statalisti” il caso più tipico di “bene pubblico”. Allo stesso modo, nel far west nordamericano si presentò il problema della definizione e della difesa del diritto di proprietà, per esempio, dei capi di bestiame su amplissime estensioni di terra, e vennero introdotte gradualmente varie innovazioni imprenditoriali (“marcatura” dei capi, vigilanza continua da parte di “cow-boys” a cavallo armati e, infine, la scoperta e l’introduzione del filo spinato che, per la prima volta, permise la separazione effettiva di grandi estensioni di terra a un prezzo molto accessibile), che risolsero i problemi man mano che si presentarono. Tutto questo flusso creativo di innovazioni imprenditoriali si sarebbe bloccato completamente se le risorse fossero state dichiarate “pubbliche”, escludendole dalla proprietà privata e gestendole burocraticamente attraverso un’agenzia statale. (E così, attualmente, per esempio, la maggioranza delle vie e delle strade sono chiuse all’introduzione di innumerevoli innovazioni imprenditoriali – come la riscossione del prezzo per veicolo e ora, la gestione privata della sicurezza, dell’inquinamento acustico, ecc. – e ci  nonostante il fatto che la maggioranza di tali innovazioni non costituiscano nessun problema tecnologico, a causa del fatto che tali beni sono stati dichiarati “pubblici”, rendendo pertanto impossibile la loro privatizzazione e la gestione creativa imprenditoriale).

Inoltre, a livello popolare si pensa che lo Stato sia necessario, dato che si confonde l’esistenza dello stesso (non necessaria), con il carattere indispensabile di molti dei servizi e delle risorse che attualmente (malamente) offre a titolo esclusivo (quasi sempre con il pretesto del loro carattere pubblico). Gli esseri umani osservano che attualmente le strade, gli ospedali, le scuole, l’ordine pubblico, ecc., ecc., sono forniti in gran misura (se non esclusivamente) dallo Stato, e dato che sono molto necessari, concludono senza ulteriori analisi che anche lo Stato è indispensabile. Non si rendono conto del fatto che le risorse citate possono essere prodotte con una qualità molto maggiore e in modo più efficiente, conveniente, e conformemente alle necessità cambianti e differenti di ogni persona, attraverso l’ordine spontaneo del mercato, della creatività imprenditoriale e della proprietà privata. Inoltre cadono nella trappola di credere che lo Stato sia anche necessario per proteggere gli indifesi, i poveri e gli invalidi (sia che siano “piccoli” azionisti, consumatori a piedi, lavoratori, ecc.), senza comprendere che le supposte misure di protezione hanno sistematicamente l’effetto, come dimostra la teoria economica, di pregiudicare in tutti i casi proprio coloro i quali si afferma di proteggere, e quindi scompare anche una delle più grossolane e banali giustificazioni dell’esistenza dello Stato.

Diceva Rothbard che l’insieme dei beni e dei servizi attualmente forniti dallo Stato si divide, a sua volta, in due sottoinsiemi: il sottoinsieme di quelli che devono essere eliminati, e quello di quelli che è necessario privatizzare. È chiaro che i beni citati nel paragrafo precedente appartengono al secondo gruppo e che la scomparsa dello Stato, lungi dal significare la scomparsa di strade, ospedali, scuola, ordine pubblico, ecc., implicherebbe la loro fornitura, con maggiore abbondanza, qualità e a un prezzo più accessibile (sempre in comparazione con il costo reale che pagano attualmente i cittadini attraverso le tasse). Inoltre, è necessario segnalare che i casi storici di caos istituzionale e di disordine pubblico che possiamo ricordare (per esempio, in molte occasioni durante gli anni precedenti e durante la Guerra Civile nella Seconda Repubblica spagnola, o attualmente in molte zone della Colombia o in Iraq), si devono al vuoto di fornitura di tali beni, creato dagli Stati stessi che non fanno nemmeno con un minimo di efficienza ciò che teoricamente dovrebbero fare secondo i loro stessi sostenitori, né lasciano fare al settore privato e imprenditoriale, dato che lo Stato preferisce il disordine (che, inoltre, sembra legittimare la sua presenza coattiva con maggiore intensità), al suo smantellamento e alla privatizzazione a tutti i livelli.

È particolarmente importante comprendere che la definizione, l’acquisizione, la trasmissione, l’interscambio e la difesa dei diritti di proprietà che articolano e fomentano il processo sociale, non richiedono la presenza di un’agenzia monopolistica della violenza (Stato). E non solo non la richiedono, ma, al contrario, lo Stato agisce sempre calpestando molteplici titoli legittimi di proprietà, difendendoli in modo molto carente e corrompendo il comportamento individuale (morale e giuridico) di rispetto ai diritti di proprietà privata altrui.

Il sistema giuridico è l’implementazione evolutiva che integra i principi generali del diritto (specialmente quello di proprietà), compatibili con la natura degli esseri umani. Quindi, il diritto non è ciò che decide lo Stato (democraticamente o meno), ma ciò che è lì, innato nella natura degli esseri umani, anche se viene scoperto e si consolida a livello giuridico e, soprattutto, dottrinale, in modo evolutivo (in questo senso riteniamo che il sistema giuridico di tradizione romana e continentale, per il suo carattere più astratto e dottrinale, sia molto superiore al sistema anglosassone del common law, che nasce da uno sproporzionato sostegno dello Stato alle decisioni o ai verdetti giudiziari che, attraverso il “binding case”, introducono nel sistema legale ogni tipo di disfunzione dovuto a circostanze e interessi principali che sono preponderanti in tutti i processi). Il diritto è evolutivo e consuetudinario e, quindi, è precedente e indipendente dallo Stato e non richiede, per la sua definizione e per la sua scoperta, nessuna agenzia monopolistica della coazione.

E lo Stato non solamente non è necessario per la definizione del diritto. Non lo è nemmeno per farlo valere e per difenderlo, e ci deve resultare particolarmente ovvio ai nostri tempi, in cui l’uso – incluso, paradossalmente, da parte di molti organismi governamentali – di aziende private di sicurezza è all’ordine del giorno.

Non possiamo esporre dettagliatamente in questa sede come funzionerebbe la fornitura privata di quelli che attualmente vengono ritenuti “beni pubblici” (anche se il non sapere a priori come risolverebbe il mercato un’infinità di problemi concreti è l’obiezione ingenua e facile di coloro che preferiscono lo statu quo attuale, con il pretesto che “è meglio un male conosciuto di un bene da conoscere”). Infatti, non è possibile conoscere oggi le soluzioni imprenditoriali che un esercito di imprenditori darebbe ai problemi da affrontare – se li si lasciasse fare –. Tuttavia, ciò che devono riconoscere anche i più scettici è che “ciò che si sa già oggi” è che il mercato, spinto dalla imprenditorialità creativa, funziona e lo fa precisamente nella misura in cui lo Stato non interviene coattivamente nel suo processo sociale. E che le difficoltà e i conflitti insorgono proprio dove non si lascia che si sviluppi liberamente l’ordine spontaneo del mercato. Per questo, i teorici della libertà (e indipendentemente dallo sforzo effettuato da Gustave de Molinari, immaginando fino a oggi come funzionerebbe la rete anarcocapitalista di agenzie private di sicurezza e difesa, ognuna di loro difendendo sistemi giuridici più o meno marginalmente alternativi) non devono mai dimenticare che proprio ciò che ci impedisce di conoscere come sarebbe un futuro senza Stato (il carattere creativo della funzione imprenditoriale) è ciò che ci dà la tranquillità di sapere che qualsiasi problema tenderà a essere superato, dato che verranno dedicati alla sua soluzione tutti gli sforzi e tutta la creatività degli esseri umani coinvolti (Kirzner 1985, 168). Quindi, grazie alla scienza economica non solo sappiamo che il mercato funziona, ma sappiamo anche che lo statalismo è teoricamente impossibile.

 

PERCHÉ LO STATALISMO È TEORICAMENTE IMPOSSIBILE

La teoria economica della Scuola austriaca sull’impossibilità del socialismo si generalizza (Huerta de Soto 1992, 151-153) e si trasforma in una teoria completa sull’impossibilità dello statalismo, inteso come il tentativo di organizzare qualsiasi parte della vita in società attraverso gli ordini coattivi di intervento, regolamentazione e controllo, emanati dall’organo monopolistico dell’aggressione istituzionale (Stato). Ed è impossibile che lo Stato raggiunga i suoi obiettivi di coordinamento in qualsiasi parte del processo di cooperazione sociale in cui pretende di intervenire, includendo particolarmente gli ambiti del denaro e della banca (Huerta de Soto, 1998), della scoperta del diritto, della amministrazione della giustizia e dell’ordine pubblico (inteso come la prevenzione, la repressione e la sanzione degli atti criminali), per i seguenti quattro motivi:

  1. Per l’enorme volume di informazione di cui avrebbe bisogno per questo, e che si trova solamente in modo diffuso o distribuito tra i milioni di persone che partecipano ogni giorno al processo sociale.
  2. Dato il carattere principalmente tacito e non articolabile (e, quindi, non trasmissibile in modo inequivocabile) delle informazioni di cui avrebbe bisogno l’organo di intervento per dare un contenuto coordinatore ai propri ordini.
  3. Perché le informazioni che vengono usate a livello sociale non sono “fisse”, ma cambiano continuamente come conseguenza della creatività umana, essendo ovviamente impossibile trasmettere oggi un’informazione che sarà creata solamente domani, e che è quella di cui ha bisogno l’organo di intervento statale affinché domani possa raggiungere i propri obiettivi; e
  4. Soprattutto perché il carattere coattivo degli ordini dello Stato, e nella misura in cui siano adempiuti e incidano con successo nel corpo sociale, blocca l’attività imprenditoriale di creazione di quell’informazione che è giustamente quella di cui ha bisogno, come “acqua nel deserto”, l’organizzazione statale di intervento per dare un contenuto coordinatore (e non per creare scompiglio) ai suoi stessi ordini.

Oltre a essere teoricamente impossibile, lo statalismo genera tutta una serie di effetti distorsivi periferici, molto dannosi: favoreggiamento dell’irresponsabilità (dato che lo Stato non conosce il costo reale del suo intervento, agisce in modo irresponsabile); distruzione dell’ambiente quando viene dichiarato bene pubblico e viene impedita la sua privatizzazione; corruzione dei concetti tradizionali di Legge e Giustizia, che vengono sostituiti da quelli di comando e di giustizia “sociale” (Hayek 2006, 25-357); corruzione mimetica del comportamento individuale che si rende sempre più aggressivo e rispetta sempre di meno la morale e il diritto.

Questa analisi ci permette di concludere che, anche se attualmente determinate società prosperano, questo non è grazie allo Stato ma, di preciso, nonostante esso (Rodríguez Braun, 1999), dato che quando ancora molti esseri umani conservano l’inerzia del comportamento regolamentato, sottoposto a leggi in senso materiale, continuano a esistere ambiti di maggiore libertà relativa e lo Stato di solito è molto inefficiente al momento dell’imposizione dei suoi ordini, forzatamente maldestri e ciechi. Inoltre, perfino gli incrementi più marginali di libertà generano notevoli impulsi di prosperità, il che descrive fino a che punto potrebbe avanzare la civiltà, se decidesse di liberarsi dalla zavorra dello statalismo.

Infine, abbiamo già commentato il miraggio che tradisce tutti coloro che identificano lo Stato con la fornitura dei beni (“pubblici”) che oggi (costosamente e malamente) fornisce, concludendo erroneamente che la scomparsa dello Stato implicherebbe necessariamente la scomparsa dei suoi preziosi servizi, e tutto questo in un ambito di continuo indottrinamento politico a tutti i livelli (e, particolarmente, attraverso il sistema educativo che nessuno Stato, per ragioni ovvie, vuole smettere di controllare), e di imposizione totalitaria dei criteri “politicamente corretti” e di razionalizzazione autocompiacente dello statu quo da parte di una maggioranza che rifiuta di vedere quanto è ovvio: che lo Stato non è altro che un’entelechia costituita da una minoranza, per vivere a spese degli altri, che prima vengono sfruttati, poi corrotti e infine comprati con risorse altrui (tasse), attraverso “favori” politici di ogni tipo.

 

L’IMPOSSIBILITÀ DI LIMITARE IL POTERE DELLO STATO: IL SUO CARATTERE “LETALE” IN COMBINAZIONE CON LA NATURA DEGLI ESSERI UMANI

Quando esiste lo Stato, è impossibile limitare l’espansione del suo potere. È vero che, come indica Hoppe, determinate forme politiche (come la monarchia assoluta, in cui il Re proprietario sarà ceteris paribus più attento a lungo termine, per “non uccidere la gallina dalle uova d’oro”), tenderanno a espandere il loro potere e a intervenire meno di altre (come la democrazia, in cui non esistono incentivi effettivi affinché qualcuno si preoccupi per ciò che accadrà al di lá delle prossime elezioni). È anche vero che, in determinate circostanze storiche, abbiamo avuto l’impressione che la marea interventista si fosse, fino a un certo punto, ridotta.

Ma l’analisi storica è incontrovertibile: lo Stato non ha smesso di crescere (Hoppe, 2004). E non ha smesso di crescere perché la combinazione dello Stato, come istituzione monopolistica della violenza, con la natura umana, è “esplosiva”. Lo Stato favorisce e attrae come una calamita di forza irresistibile le passioni, i vizi e gli aspetti più perversi della natura degli esseri umani che tentano, da una parte, di evadere i suoi ordini e, dall’altra, di approfittare il più possibile del potere monopolistico dello Stato. Inoltre, e particolarmente negli ambiti democratici, l’effetto combinato dell’azione dei gruppi privilegiati di interesse, i fenomeni di miopia governativa e di “acquisto di voti”, il carattere megalomane dei politici e l’irresponsabilità dei burocrati generano un cocktail pericolosamente instabile ed esplosivo, continuamente scosso da crisi sociali, economiche e politiche che, paradossalmente, sono sempre usate dai politici e “leader” sociali per giustificare ulteriori dosi di intervento che, invece di risolvere, creano e aggravano ancor di più tali problemi.

Lo Stato si è trasformato nell’idolo a cui tutti ricorrono e che tutti adorano. La statolatria è, senza alcun dubbio, la malattia sociale più grave e pericolosa del nostro tempo. Veniamo educati a credere che tutti i problemi possono e devono essere rilevati a tempo e risolti dallo Stato. Il nostro destino dipende dallo Stato e i politici che lo controllano devono garantirci tutto quanto esige il nostro benessere. Gli esseri umani restano immaturi e si ribellano contro la loro stessa natura creativa (fatto che rende ineludibilmente incerto il loro futuro). Hanno bisogno di una sfera di cristallo che gli assicuri non solamente di conoscere ciò che succederà ma anche che qualsiasi problema che debbano affrontare venga risolto. Questa “infantilizzazione” delle masse viene favorita deliberatamente dai politici e dai leader sociali, dato che così giustificano pubblicamente la loro esistenza e assicurano la loro popolarità, la situazione di predominio e la capacità di controllo. Inoltre una legione di intellettuali, professori e ingegneri sociali partecipano a questa arrogante sbornia del potere.

Neppure le chiese e le denominazioni religiose più rispettabili sono state capaci di diagnosticare che la statolatria è oggigiorno la principale minaccia per gli esseri umani liberi, morali e responsabili; che lo Stato è un idolo falso di potere immenso, che tutti adorano e che non consente che gli esseri umani si liberino dal suo controllo, né abbiano lealtà morali o religiose estranee a quelle che lo stesso possa dominare. Ancor di più, è riuscito in una cosa che a priori poteva sembrare impossibile: distrarre sottilmente e sistematicamente la cittadinanza dal fatto che esso costituisce la vera origine dei conflitti e dei mali sociali, creando dappertutto “capri espiatori” (il “capitalismo”, il desiderio di lucro, la proprietà privata) a cui attribuire i problemi e sui quali dirigere l’ira popolare, evitando inoltre le condanne più serie e definitive da parte dei propri leader morali e religiosi, quasi nessuno dei quali si è reso conto dell’inganno e ha osato fino a oggi denunciare che la statolatria è la minaccia principale nel presente secolo per le religioni, la morale e, quindi, la civiltà umana [1].

Così come la caduta del Muro di Berlino nel 1989 fu la migliore dimostrazione storica del teorema dell’impossibilità del socialismo, il clamoroso fallimento dei teorici e dei politici liberali al momento di limitare il potere dello Stato illustra alla perfezione il teorema dell’impossibilità dello statalismo e, in concreto, indica che lo Stato-liberale è in sé stesso contraddittorio (dato che incarna uno Stato-coattivo, anche se “limitato”) e teoricamente impossibile (dato che una volta accettata l’esistenza dello Stato, è impossibile limitare la crescita del suo potere). Insomma, lo “Stato di diritto” è un ideale impossibile e una contraddizione in termini così flagrante come sarebbe riferirsi a “la neve calda, a una puttana vergine, a uno scheletro obeso, o a un quadrato circolare” (Jasay 1990, 35); ricordiamo anche l’errore in cui cadono gli “ingegneri sociali” e gli economisti neoclassici quando si riferiscono a un “mercato perfetto” o al cosiddetto “modello di concorrenza perfetta” (Huerta de Soto 2007, 347-348).

 

L’ANARCOCAPITALISMO COME UNICO SISTEMA POSSIBILE DI COOPERAZIONE SOCIALE VERAMENTE COMPATIBILE CON LA NATURA DEGLI ESSERI UMANI

Lo statalismo è contrario alla natura degli esseri umani, dato che consiste nell’esercizio sistematico e con carattere monopolistico di una coazione che blocca in tutte le parti dove incide (includendo quelle relative alla definizione del diritto e al mantenimento dell’ordine pubblico), la creatività e la coordinazione imprenditoriale, che sono giustamente le manifestazioni più tipiche ed essenziali della natura umana. Inoltre, come abbiamo già visto, lo statalismo fomenta e favorisce l’irresponsabilità e la corruzione morale, dato che devia la condotta umana verso l’uso privilegiato degli ingranaggi del potere pubblico, in un ambito di ignoranza non sradicabile, che impedisce di conoscere i costi generati da ogni azione statale. Questi effetti dello statalismo si presentano in ogni ambito in cui esiste uno Stato, anche se si cerca in tutti i modi di limitarne il potere, obiettivo questo che è impossibile da raggiungere, e che fa del liberalismo classico un’utopia scientificamente irrealizzabile.

È quindi ineludibile superare il “liberalismo utopico” dei nostri predecessori, i liberali classici che, da una parte, peccarono di ingenuità nel pensare che lo Stato potesse essere limitato e, dall’altra, di mancanza di coerenza, per non avere assunto fino alle ultime conseguenze le implicazioni dei propri ideali. Oggi, quindi, ormai in pieno XXI secolo, diventa prioritario proporsi il superamento del liberalismo classico (utopico e ingenuo) del XIX secolo, con la sua nuova formulazione veramente scientifica e moderna che possiamo denominare capitalismo libertario, anarchismo della proprietà privata o, semplicemente, anarcocapitalismo. Non ha senso che i liberali continuino a dire le stesse cose di centocinquanta anni fa quando, in pieno XXI secolo e nonostante la caduta del Muro di Berlino accaduta già oltre vent’anni fa, gli Stati non hanno smesso di crescere e di diminuire in tutti gli ambiti le libertà individuali degli esseri umani.

L’anarcocapitalismo (“libertarianism” in inglese) è la rappresentazione più pura dell’ordine spontaneo del mercato, in cui tutti i servizi, includendo quelli di definizione del diritto, la giustizia e l’ordine pubblico, sono forniti attraverso un processo esclusivamente volontario di cooperazione sociale, che si trasforma in questo modo nell’oggetto centrale di ricerca della scienza economica moderna.

In questo sistema nessuna parte si chiude alla spinta della creatività umana e della coordinazione imprenditoriale, potenziandosi l’efficienza e la giustizia nella soluzione dei problemi che possono presentarsi, eliminandosi alla radice tutti i conflitti, le inefficienze e gli scompigli generati da qualsiasi agenzia monopolistica della violenza (Stato), per il semplice fatto di esistere. Inoltre, il sistema proposto elimina gli incentivi corruttori degli esseri umani generati dallo Stato, favorendo al contrario i comportamenti umani più morali e responsabili, e impedendo l’insorgere di qualsiasi agenzia monopolistica (Stato), che legittimi l’uso sistematico della violenza e lo sfruttamento di alcuni gruppi sociali (quelli che in ogni momento controllano meglio gli ingranaggi del potere statale) su altri (coloro a cui non resta altro da fare che obbedire).

L’anarcocapitalismo è l’unico sistema che riconosce pienamente la libera natura creativa degli esseri umani e la loro capacità continua di assumere comportamenti regolamentati sempre più morali, in un ambito nel quale, per definizione, nessuno può arrogarsi il diritto di esercitare con carattere monopolistico nessuna coazione sistematica. Insomma, con l’anarcocapitalismo tutti i progetti imprenditoriali possono provare se ottengono, con carattere volontario, l’appoggio sufficiente, e quindi sono molteplici le possibilità creative di soluzione che possono essere ideate in un ambiente dinamico e sempre mutevole di cooperazione volontaria.

La scomparsa progressiva degli Stati e la loro sostituzione graduale con una trama dinamica di agenzie private, da una parte patrocinatrici di diversi sistemi giuridici e, dall’altra, prestatrici di qualsiasi tipo di servizi di sicurezza, prevenzione e difesa, costituisce il contenuto più importante dell’attuale agenda politica e scientifica, oltre a essere il cambiamento sociale più trascendentale che dovrà accadere nel XXI secolo.

 

CONCLUSIONE: IMPLICAZIONI RIVOLUZIONARIE DEL NUOVO PARADIGMA

La rivoluzione contro l’“Ancien Régime” che ha visto protagonisti nel XVIII e nel XIX secolo i vecchi liberali classici, trova la sua continuità naturale nella rivoluzione anarcocapitalista del XXI secolo. Fortunatamente abbiamo scoperto la ragione del fallimento del liberalismo utopico e la necessità del suo superamento con il liberalismo scientifico; e sappiamo anche che i vecchi rivoluzionari si sbagliarono e peccarono di ingenuità quando inseguirono un ideale impossibile da realizzare e che aprì, inoltre, le porte, durante il XX secolo, alle maggiori tirannie stataliste che si sono manifestate nella storia dell’umanità.

Il messaggio dell’anarcocapitalismo è nettamente rivoluzionario. Rivoluzionario per quanto riguarda il suo obiettivo: lo smantellamento dello Stato e la sua sostituzione con un processo competitivo di mercato, costituito da una trama di agenzie, associazioni e organizzazioni private.

Rivoluzionario per quanto riguarda i suoi mezzi, specialmente negli ambiti scientifico, economico-sociale e politico.

  • Rivoluzione scientifica:

specialmente nell’ambito della scienza economica che si trasforma nella teoria generale dell’ordine spontaneo del mercato, esteso a tutte le aree sociali. Integrando, inoltre, per contrasto e opposizione, l’analisi degli effetti di scoordinamento sociale generati dallo statalismo, in qualsiasi ambito in cui incida (includendo quelli del diritto, la giustizia e l’ordine pubblico). Infine, anche lo studio delle varie alternative di smantellamento dello Stato, dei processi di transizione e delle forme e degli effetti della privatizzazione integrale di tutti i servizi che oggi vengono considerati “pubblici” costituisce un campo prioritario di ricerca per la nostra disciplina.

  • Rivoluzione economica e sociale:

non possiamo nemmeno intuire gli immensi risultati, i progressi e le grandi scoperte umane che potranno essere raggiunte in un ambito imprenditoriale completamente libero dallo statalismo.  Anche oggi, e nonostante il continuo assedio governativo, sta già cominciando a svilupparsi, in un mondo sempre più globalizzato, una civiltà sconosciuta con un grado di complessità smisurato e incontrollabile dal potere dello statalismo, che otterrà un’espansione illimitata, quando riuscirà a liberarsi completamente dallo stesso. Il fatto è che la forza della creatività della natura umana è tale che finisce con l’affiorare anche dalle fessure più strette lasciate dai governi. E quando gli esseri umani acquisiranno una maggiore consapevolezza della natura essenzialmente perversa dello Stato che li domina e delle immense possibilità che ogni giorno vengono frustrate quando questo blocca la spinta della loro creatività imprenditoriale, si moltiplicherà il reclamo sociale a favore della riforma, dello smantellamento dello Stato e del progresso verso un futuro che oggi non è completamente sconosciuto, ma che dovrà elevare la civiltà umana ad altezze che oggi non ci possiamo nemmeno immaginare.

  • Rivoluzione politica:

Per quanto riguarda la lotta politica quotidiana, essa avrà un’importanza sussidiaria rispetto a quanto indicato ai punti (a) e (b). È vero che dovranno essere sempre appoggiate le alternative meno interventiste, con una chiara alleanza con lo sforzo dei liberali classici a favore della limitazione democratica dello Stato. Tuttavia, l’anarcocapitalismo non si limita a questo lavoro, dato che sa e deve fare molto di più. Sa che l’obiettivo finale è lo smantellamento totale dello Stato e questo anima tutta la sua immaginazione e la sua azione politica quotidiana. I progressi graduali nella buona direzione sono, senza dubbio, benvenuti, ma senza cadere mai in un pragmatismo che tradisca l’obiettivo ultimo di ottenere la fine dello Stato, che, per ragioni pedagogiche e di influenza popolare, deve essere sempre perseguita sistematicamente e trasparentemente [2] (Huerta de Soto, 1997).

Così, per esempio, faranno parte dell’agenda politica anarcocapitalista il fare in modo che gli Stati siano sempre più piccoli e abbiano un potere sempre minore; che attraverso il decentramento regionale e municipale a tutti i livelli, il nazionalismo liberale, la reintroduzione delle città mini-Stati, e della secessione [Huerta de Soto (1994) (2002)] venga bloccata la dittatura delle maggioranze sulle minoranze, e in modo crescente gli esseri umani “possano votare di più con i piedi che con le urne”; che possano, insomma, associarsi a livello globale e oltre le frontiere per ottenere i fini più diversi, al margine e fuori dagli Stati (organizzazioni religiose, club privati, reti di internet, ecc.) (Frey, 2001).

D’altra parte, è necessario ricordarsi che le rivoluzioni politiche non devono per forza essere sanguinarie. Questo è particolarmente vero quando le stesse derivano dal processo necessario di educazione e maturazione sociale, oltre che dal clamore popolare e dal desiderio generalizzato di farla finita con l’inganno, la menzogna e la coazione, che impediscono la realizzazione degli esseri umani. Furono fondamentalmente incruente la caduta del Muro di Berlino e la Rivoluzione ceca, che eliminarono il socialismo dall’Europa dell’Est. Intanto, mentre arriviamo a questo importante risultato finale, devono essere usati tutti i mezzi pacifici [3] e legali [4] permessi dai sistemi politici attuali.

Si sta quindi aprendo un futuro appassionante, in cui continuamente verranno scoperte nuove molteplici strade, in consonanza con i principi fondamentali, che ci permetteranno di avanzare verso l’ideale anarcocapitalista. Un futuro che, anche se oggi può sembrarci lontano, in qualsiasi momento può fare passi da gigante, che potranno sorprendere perfino i più ottimisti. Chi fu capace di prevedere, anche solo cinque anni prima, che nel 1989 sarebbe caduto il Muro di Berlino e con esso tutto il comunismo dell’Europa dell’Est? La storia è entrata in un processo accelerato di cambiamento che, anche se non si fermerà mai, aprirà comunque un capitolo completamente nuovo quando il genere umano, per la prima volta nella storia moderna, riuscirà a liberarsi definitivamente dello Stato e a ridurlo solamente a una oscura reliquia storica di tragica memoria.

 

 

Nel precedente grafico vengono rappresentati i diversi sistemi politici e l’evoluzione naturale dagli uni agli altri, classificati in funzione del loro carattere più o meno statalista, e più o meno rispettoso della proprietà privata.

Si deduce come l’iniziale movimento rivoluzionario (utopico ed erroneo) dei liberali classici contro l’Antico Regime cade nel pragmatismo dell’accettazione dello Stato e apre le porte ai totalitarismi socialisti (comunismo e fascismo-nazismo). La caduta del socialismo reale apre le porte alla socialdemocrazia, che oggi impera dappertutto (pensiero unico).

La seconda tappa, ancora in sospeso, della fallita rivoluzione liberale (per gli errori e l’ingenuità dei liberali classici) consiste precisamente nell’evoluzione verso l’anarcocapitalismo.

Una delle conseguenze del fallimento della rivoluzione liberale è stata la comparsa del comunismo libertario, unanimemente rifiutato e perseguitato dal resto dei sistemi politici (e specialmente da quelli più di “sinistra”), giustamente per il suo carattere antistatalista. Anche il comunismo libertario è utopico, dato che non accettando la proprietà privata, si vede obbligato a utilizzare la violenza sistematica (vale a dire, “statale”) contro la stessa, cadendo in una contraddizione logica irrisolubile, e bloccando il processo sociale imprenditoriale che favorisce l’unico ordine anarchico scientificamente concepibile: quello costituito dal mercato libertario capitalista.

La tradizione anarchica nel nostro paese è di antica data. Senza dimenticare i suoi grandi crimini (in tutti i casi quantitativamente e qualitativamente inferiori a quelli di comunisti e socialisti) e le contraddizioni in cui è in incorsa, costituì, specialmente nella Spagna della Guerra Civile, un esperimento (votato al fallimento), che ebbe nel suo momento un grande sostegno sociale e che, come successe con la vecchia rivoluzione liberale, ha oggi la sua seconda grande opportunità nel superamento dei suoi errori (carattere utopico dell’anarchia che nega la proprietà privata) e nell’assunzione dell’ordine del mercato come unica e definitiva via verso la soppressione dello Stato. Se gli anarchici spagnoli del XXI secolo sono capaci di fare propri questi insegnamenti teorici e storici, molto probabilmente la Spagna sorprenderà nuovamente il mondo (stavolta in modo generale e definitivo), stimolando le avanguardie teoriche e pratiche della nuova rivoluzione anarcocapitalista.

 

Saggio di Jesus Huerta de Soto apparso orginariamente nell’antologia “Nuova Civiltà delle macchine“, gennaio – giugno 2011 con il titolo “Liberalismo e anarcocapitalismo”.

(traduzione dallo spagnolo a cura di A.I.T.)

 

 Note

* Il presente articolo è la versione scritta di due conferenze dello stesso titolo pronunciate, rispettivamente, all’Università Estiva dell’Università Re Juan Carlos (Aranjuez, venerdì 6 luglio 2007) e all’Università Estiva dell’Università Complutense (San Lorenzo de El Escorial, lunedì 16 luglio 2007). In esse viene ufficializzata la mia “rottura” teorica e politica con il liberalismo classico, che è stato superato nell’evoluzione naturale verso l’anarcocapitalismo; rottura che era in parte già stata anticipata dal mio intervento del settembre del 2000 a Santiago del Cile, di fronte all’Assemblea Generale della Mont Pèlerin Society, in una conferenza condivisa con James Buchanan e Bruno Frei (Huerta de Soto 2002, 239-245).

[1] Forse l’eccezione principale più recente si trova nella brillante biografia su Gesù di Nazareth pubblicata da Benedetto XVI. Che lo stato e il potere politico siano l’incarnazione istituzionale dell’Anticristo deve risultare ovvio a chiunque abbia un minimo di conoscenza della storia e che legga le osservazioni del Papa sulla più grave tentazione a cui ci può sottoporre il Maligno: “Il tentatore non è così grossolano da proporci direttamente di adorare il diavolo. Ci propone solamente di deciderci per la razionalità, di preferire un mondo pianificato e organizzato, in cui Dio possa occupare un suo luogo, ma solo nella sfera privata, senza interferire nei nostri propositi essenziali. Soloiev attribuisce un libro all’Anticristo, Il cammino aperto per la pace e il benessere del mondo, che diventa, per così dire, la nuova Bibbia e che ha come contenuto essenziale l’adorazione del benessere e la pianificazione razionale” (Ratzinger 2007, 66-67). La stessa osservazione, ma molto più chiara, viene fatta da Redford (2006).

[2] Una prova dell’importanza crescente che sta acquisendo il capitalismo libertario nell’agenda politica attuale è, per esempio, l’articolo pubblicato con il titolo “Libertarians Rising”, nella sezione Saggi della prestigiosa rivista Time, 29 ottobre 2007, p. 112 (Kinsley 2007).

[3] Non devono essere mai dimenticate le prescrizioni degli scolastici del Secolo d’Oro spagnolo sugli stretti requisiti che deve soddisfare un atto di violenza per essere “giusto”: 1º esaurimento di tutte le vie e dei procedimenti pacifici possibili; 2º essere difensivo (contro atti concreti di violenza) e mai aggressivo; 3º essere proporzionato per quanto riguarda i mezzi utilizzati (per esempio, l’ideale dell’indipendenza non vale la vita o la libertà di un solo essere umano); 4º evitare, in ogni caso, che ci siano vittime innocenti; 5º avere possibilità di successo (il contrario rappresenterebbe un suicidio ingiustificabile). Saggi principi a cui io aggiungerei la partecipazione e il finanziamento esclusivamente volontari.  Ogni atto di violenza che violi uno di questi principi viene automaticamente delegittimato e diventa il peggiore nemico dell’obiettivo che si afferma di volere raggiungere. Infine, in questa sede dobbiamo ricordare anche tutta la teoria del tirannicidio di Padre Juan de Mariana (Mariana, 1599).

[4] Come indicava Rothbard non si può raccomandare di andare contro la “legalità” (fondamentalmente le norme amministrative) vigente, dato che nella stragrande maggioranza dei casi ci  non è compensatorio rispetto ai costi.

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