Libertarismo, diritto di muoversi e immigrazione islamica

di Guglielmo Piombini

Gli spazi di convivenza, infatti, sono dei fragili prodotti culturali edificati da culture specifiche che si esprimono in consuetudini, modi di fare, regole di comportamento, forme di correttezza e di cortesia. L’arrivo in massa di persone ostili a questi ecosistemi sociali può portare rapidamente alla loro dissoluzione. Le comunità locali hanno dunque tutto il diritto di proteggere i propri habitat impedendo l’invasione da parte quei gruppi di persone incompatibili sul piano culturale. Occorre comprendere che ciò che caratterizza una società libera non è una determinata costituzione o legislazione, ma una cultura, condivisa intimamente dalla grande maggioranza degli abitanti, che rispetta l’individuo, la sua libertà e la sua proprietà


Un mondo senza frontiere

Nell’epoca liberale che ha preceduto la prima guerra mondiale si poteva viaggiare liberamente in tutto il mondo senza bisogno di documenti o formalità burocratiche. Ognuno andava dove voleva e vi rimaneva finché voleva. Non c’erano permessi né concessioni né lasciapassare. «Mi diverte sempre lo stupore dei giovani quando racconto loro di essere stato prima del 1914 a girare l’India o l’America senza possedere un passaporto o neppure averlo mai visto – scrive Stefan Zweig – Si ignoravano i visti, i permits e tutte le seccature; gli stessi confini che oggi, per la patologica diffidenza di tutti contro tutti, si sono trasformati in reticolati da doganieri, poliziotti e gendarmi, non significavano altro che linee simboliche, che si potevano superare con la stessa spensieratezza come il meridiano di Greenwich» [1]. Così lo scrittore austriaco ricorda un suo viaggio negli Stati Uniti: «Nessuno m’interrogò sulla mia nazionalità, la mia religione, la mia provenienza e dire che io – circostanza inconcepibile in questi tempi di impronte digitali, di visti e di permessi di polizia – ero partito senza passaporto. Là c’era il lavoro ad aspettare gli uomini e questo solo era essenziale. In un minuto, senza l’intrusione dello Stato, senza le formalità e le Trade Unions, in quei tempi ormai leggendari di libertà, il contratto era concluso» [2].

Anche in Inghilterra la situazione non era diversa: «Fino all’agosto del 1914 – scrive lo storico A.J.P. Taylor – non fossero esistiti uffici postali e poliziotti, un inglese giudizioso e osservante delle leggi avrebbe potuto trascorrere la vita senza quasi accorgersi dell’esistenza dello Stato. Poteva abitare dove e come gli pareva. Non aveva numero ufficiale né carta d’identità. Poteva viaggiare all’estero o lasciare il suo paese per sempre senza aver bisogno di passaporto o di autorizzazione di qualsiasi genere; poteva convertire il suo denaro in qualsiasi tipo di moneta senza restrizioni né limiti. Poteva acquistare merci da tutti i paesi del mondo alle stesse condizioni che in patria. Quanto a questo, uno straniero poteva passare tutta la vita in Inghilterra senza autorizzazione e senza neanche informarne la polizia» [3].

Queste descrizioni sul vecchio mondo liberale senza frontiere, dogane, passaporti e visti sono davvero suggestive, ma forse non offrono un quadro completo della situazione. I governi dell’epoca non assillavano i viaggiatori con controlli doganali, burocrazia, reticolati, passaporti e frontiere anche perché a quei tempi non esisteva il welfare state, e quindi gli immigrati non costituivano mai un costo per gli Stati che li accoglievano. A differenza di oggi il problema dell’immigrazione parassitaria, attirata dai benefici dello “stato sociale”, nemmeno si poneva. La mancanza di assistenzialismo pubblico incentivava gli immigrati a dedicarsi a occupazioni produttive e a integrarsi il prima possibile nella società che li ospitava.

Vi era inoltre un controllo sociale sui nuovi arrivati molto più stretto di oggi. Non esistevano tutte quelle regole “anti-discriminazione”, partorite dall’ideologia multiculturalista e politicamente corretta, che attualmente impediscono agli autoctoni di criticare le abitudini e la mentalità degli immigrati. Nel corso del XIX secolo gli emigranti non avevano particolari difficoltà burocratiche a entrare negli Stati Uniti, ma una volta dentro si accorgevano di non poter fare tutto quello che volevano. Il nuovo arrivato in un quartiere cittadino o in un villaggio del West veniva messo sotto osservazione dalla comunità. I tutori della legge e gli sceriffi allontanavano i piantagrane e i disturbatori. I mormoni, malvisti anche a causa di alcune loro usanze come la poligamia, vennero scacciati a più riprese da molti luoghi, tanto da essere costretti a fondare la loro comunità in un luogo desertico, a Salt Lake City nello Utah.

Leonardo Facco ha rilevato questi due aspetti contrastanti della libertà di movimento scrivendo: «Pensare di bloccare le frontiere è folle e innaturale, dato che da quando esiste l’uomo i popoli si sono spostati lungo il globo terracqueo … Ciò detto, nulla osta al fatto che nessuno può permettersi di venire a vivere a casa mia, facendosi mantenere … non esiste un diritto d’invasione, ma esiste – viceversa – il diritto di starsene in pace in quelle vie e piazze che, per ragioni storiche, noi abitiamo da sempre» [4]. Negli Stati Uniti e negli altri paesi liberali dell’800 l’adesione al principio della libera circolazione degli individui non si tramutava in “invasione” perché, anche senza controlli alle frontiere, il libero mercato e le sanzioni sociali stroncavano sul nascere l’opportunismo parassitario, la pretesa di conservare una mentalità disfunzionale e improduttiva, la mancanza di rispetto per la cultura della nazione ospite.

Non è facile, dunque, trapiantare le tesi favorevoli a un’immigrazione senza limiti nelle nostre attuali società ampiamente statalizzate. I libertari, ha osservato Carlo Lottieri, hanno ragione a sostenere che ogni problema connesso all’immigrazione sarebbe meno grave se lo Stato tassasse e spendesse meno, ma poi sono in ovvia difficoltà quando con i loro criteri di giustizia e le loro considerazioni di teoria economica si confrontano con questo mondo largamente socialista, collettivizzato, burocratizzato. Nell’attuale situazione non esiste un algoritmo in grado di dirci se le frontiere statali vanno tenute aperte, e in che misura [5].

 

L’immigrazione italiana nel West

L’attuale arrivo di popolazioni asiatiche e africane in Europa ha quindi un carattere molto diverso dalla grande emigrazione degli europei in America. Confrontando queste due esperienze storiche si ha l’impressione che meno i governi si ingeriscono nelle vite degli immigrati conferendogli “diritti”, facilitazioni o sussidi, più i nuovi arrivati si integrano e hanno successo. Nella stragrande maggioranza dei casi gli emigrati europei accoglievano con entusiasmo la filosofia individualista e antistatalista che trovavano in America. Il loro successo più straordinario fu la colonizzazione delle vastissime regioni di Frontiera dell’Ovest, nelle quali si realizzò un grandioso esperimento americano di anarco-capitalismo [6].

Quasi tutti gli immigrati nel West provenienti dall’Italia, scrive il professor Andrew F. Rolle in un approfondito studio sull’argomento, divennero persone fiduciose in se stesse e determinate che si sarebbero saldamente stabilite sul suolo americano. Invece di fare la parte delle patetiche e lamentose “vittime della società” o della “discriminazione” come i miserabili scrocconi del welfare state che arrivano oggi in Europa, divennero artefici del proprio destino. Gli immigrati italiani, scrive Rolle, si ambientarono rapidamente, si misero a gara con gli americani nella veloce corsa alla ricchezza e al successo, e riuscirono a salire fin dove i loro talenti potevano portarli. Nel West avevano la sensazione di rinascere, si liberavano della vecchia pelle e se ne facevano crescere una nuova. Un immigrato italiano lasciò scritto che, venendo nel West, egli era “rinato” e che sentiva di dover “assorbire il più possibile dei modi e della lingua, della mentalità e dei temperamenti degli americani, perché questo era “l’inizio di una nuova vita”, ed era necessario “far crescere dentro di sé volenti o nolenti, una nuova mente e un nuovo cuore”[7].

Ciò è perfettamente comprensibile, perché «le possibilità che l’uomo aveva di migliorare il proprio stato furono assai maggiori nel West che nell’affollato Est. Chi si spingeva verso la frontiera occidentale poteva mettere a frutto le proprie capacità individuali molto più e molto meglio di chi rimaneva indietro. Poteva progredire e avere successo» [8]. In altre parole, un nullatenente appena sbarcato nel paese aveva molte più possibilità di fare fortuna nelle aree “selvagge” prive di Stato dell’Ovest che nelle più “civilizzate” e statalizzate regioni dell’Est. Infatti in larghissima maggioranza gli immigrati nel West fecero fortuna. Gli italiani, che a casa propria avrebbero patito la fame e l’oppressione sotto il regime più fiscalista e militarista d’Europa, approfittarono in pieno, con grande spirito d’intraprendenza, delle immense opportunità offerte dalla Frontiera americana, e senza ricevere nemmeno un dollaro di sussidi pubblici, costruirono la propria autostima e la propria felicità in quelle terre lontane. Solo dalla prospera comunità mercantile italiana di North Beach a San Francisco venne fuori una mezza dozzina di milionari nati in Italia [9].

La storia della colonizzazione dell’America dimostra tutto il contrario di quello che sostengono oggi le gerarchie politiche ed ecclesiastiche dell’Europa, favorevoli all’accoglienza e al mantenimento indiscriminato degli immigrati a spese dei contribuenti. Abbiamo due modelli contrapposti di “integrazione” degli immigrati nelle società ospiti. Da un lato il sistema individualista dell’America dei pionieri, dove lo Stato è assente e tutto viene lasciato alla responsabilità dell’individuo; dall’altro il sistema assistenzialista e multiculturalista dell’Europa di oggi. Gli esiti, manco a dirlo, sono stati opposti. Mentre la filosofia borghese e libertaria del “self-help”, del fare da sé, trasformava gli immigrati in persone entusiaste e produttive, capaci di edificare dal nulla, nelle terre selvagge, la più grande e ricca nazione della storia, l’ideologia socialista e multiculturalista trasforma gli immigrati in astiosi e risentiti odiatori della società che li mantiene.

In America chi non si adeguava agli standard morali e produttivi della nazione ospitante veniva inevitabilmente punito. Chi non lavorava non mangiava, mentre i fuorilegge finivano tutti, chi prima e chi dopo, appesi ad un albero con la corda al collo. Nell’Europa di oggi, invece, le etnie che usufruiscono in maniera massiccia di sussidi e servizi pubblici possono permettersi di praticare atteggiamenti improduttivi, sprezzanti, pretenziosi, minacciosi, violenti e intimidatori nei confronti della popolazione autoctona, senza subire alcuna conseguenza negativa.

 

Padroni a casa propria

Il principio liberale della libera circolazione degli individui è corretto dal punto di vista “macro” delle politiche statali, ma va precisato e integrato secondo un punto di vista “micro” che tenga conto dell’esistenza delle comunità locali e della proprietà privata. In una pura società libertaria, infatti, tutta la terra abitabile sarebbe in proprietà di individui, condomini, comunità. Non ci sarebbe una completa libertà di movimento, perché l’immigrazione sarebbe regolata privatamente dai titolari di questi spazi, i quali detterebbero le condizioni di entrata. Ogni proprietario o gruppo di proprietari che formano una comunità avrebbero il diritto di accogliere ma anche quello di escludere, ovvero di non essere costretti ad una coabitazione forzata e ad un’integrazione non voluta.

Prima dell’affermazione dello Stato moderno, infatti, le “proprietà comuni” non erano a disposizione di tutti ma erano solitamente riservate agli abitanti di una certa località o di un certo villaggio, che avevano diritto di pascolo, legnatico, caccia, raccolta, secondo gli usi o le consuetudini locali. Solo nelle aree inospitali, disabitate e fuori dalla civiltà (foreste, montagne inaccessibili, zone sperdute) vigeva la completa libertà di accesso e circolazione. Attraverso la statalizzazione della terra comune, i governi hanno di fatto espropriato, a vantaggio del ceto politico-burocratico, quel potere di controllo degli spazi di vita che prima spettava ai proprietari e alle comunità. L’effetto è stato quello di rendere “invadibili” dall’esterno quei territori un tempo presidiati dalla società civile. Questi spazi collettivizzati si sono trasformati di fatto in commons, cioè in proprietà di tutti e di nessuno dove chiunque può entrare e fare quello che vuole, come in una discarica.

Le attuali aree pubbliche espropriate dalla casta governante appartengono ancora, da un punto di vista morale, ai residenti e ai tax-payers che hanno finanziato la loro costruzione, gestione e manutenzione. Su tutti i beni pubblici (strade, piazze, case popolari, servizi pubblici e così via) i residenti e i contribuenti hanno quindi un diritto “quasi-proprietario” che prevale sulle pretese degli ultimi arrivati. Questo, del resto, è buon senso comune. Si provi a interpellare quei saggi montanari svizzeri le cui famiglie vivono da secoli nelle vallate alpine, e gli si dica che le strade dei loro paesi e i pascoli che usano da tempo immemorabile non gli appartengono perché sono “pubblici” e “di tutti”, e che i “rifugiati” somali o afghani appena arrivati hanno uguale diritto di occuparli e di utilizzarli a proprio piacimento. Un’affermazione del genere risulterà a loro provocatoria e incomprensibile.

Riguardo l’immigrazione, nelle nostre attuali società semi-statalizzate la soluzione migliore per avvicinarsi il più possibile ai probabili esiti di un ordine naturale di mercato è quella di favorire la massima decentralizzazione delle decisioni. L’immigrazione andrebbe quindi regolata al livello più locale possibile, perché una decisione presa centralmente non riuscirebbe mai a soddisfare in maniera adeguata le diverse preferenze di apertura o di chiusura presenti tra la popolazione. In ogni società vi sono infatti degli individui che desiderano più immigrazione (ad esempio, datori di lavoro, venditori di case, solidaristi) e altre categorie che invece non ne desiderano affatto; vi sono aree, come quelle residenziali o quelle già affollate, dove gli immigrati non sono graditi, e altre aree disabitate, commerciali o industriali nelle quali si cerca al contrario di attirare gente da fuori.

 

La cultura conta

Anche il grande pensatore libertario Murray N. Rothbard nel suo importante saggio Nazioni per consenso: decomporre lo Stato nazionale, era giunto alla conclusione che, a causa dell’intensificazione dei problemi immigratori legati alla presenza del Welfare State (che grava pesantemente sugli autoctoni) e dell’invasione culturale (dato che l’immigrazione indiscriminata può portare alla cancellazione della cultura indigena, come sta avvenendo negli Stati meridionali degli USA, sempre più ispanizzati), il regime delle frontiere aperte che esiste de facto negli Stati Uniti si riduce ad un’apertura coercitiva operata dallo Stato centrale, che non riflette genuinamente i desideri degli abitanti [10].

Gli spazi di convivenza, infatti, sono dei fragili prodotti culturali edificati da culture specifiche che si esprimono in consuetudini, modi di fare, regole di comportamento, forme di correttezza e di cortesia. L’arrivo in massa di persone ostili a questi ecosistemi sociali può portare rapidamente alla loro dissoluzione. Le comunità locali hanno dunque tutto il diritto di proteggere i propri habitat impedendo l’invasione da parte quei gruppi di persone incompatibili sul piano culturale. Occorre comprendere che ciò che caratterizza una società libera non è una determinata costituzione o legislazione, ma una cultura, condivisa intimamente dalla grande maggioranza degli abitanti, che rispetta l’individuo, la sua libertà e la sua proprietà.

Una società libera può esistere solo quando le persone sono convinte, nella profondità del loro animo, che la libertà individuale è il bene supremo, che la proprietà privata è sacra e inviolabile, che ognuno è responsabile delle proprie azioni e del proprio destino, che vivere alle spalle degli altri o mantenuti dalla società è disonorevole. In ultima analisi, le leggi o le costituzioni scritte di un paese contano poco o nulla. Ciò che contano sono i principi e i valori vissuti dalle persone nella loro vita quotidiana, trasmessi come esempi alle nuove generazioni, rinforzati dalla pratica costante, protetti dallo stigma sociale per i trasgressori. Non sono dunque sufficienti, per risolvere i problemi legati all’invasione di popolazioni aliene, delle riforme economiche e politiche strutturali che trascurino gli aspetti culturali. Se anche venisse abolito completamente il welfare-state, l’afflusso incontenibile di persone provenienti da paesi con culture illiberali determinerebbe ben presto il ripristino di nuove forme di parassitismo e di socialismo.

 

L’islamizzazione dell’Europa

Non tutte le culture, infatti, sono uguali. Non tutte le culture accettano quei principi liberali che, sebbene soffocati dalla secolare avanzata dello statalismo, in Occidente ancora sopravvivono a livello sociale. Ma che fine faranno questi valori se le nostre società sono popolate sempre più da persone portatrici di una cultura, come quella islamica, che ritiene giusta l’abolizione della libertà d’espressione in materia religiosa, l’inferiorità giuridica delle donne e degli “infedeli”, la pena di morte per apostati, blasfemi o adultere, e che avversa profondamente tutte le manifestazioni artistiche della creatività umana come la musica, la scultura o la pittura?

Il sottosviluppo e la situazione fallimentare di gran parte dei paesi islamici sono dovuti a questa cultura, non alla malasorte. Inevitabilmente l’enorme afflusso di musulmani nel vecchio continente renderà le società occidentali sempre più simili al Pakistan, al Bangladesh, all’Afghanistan o all’Egitto, come già sta accadendo in molti quartieri storici delle città europee. Il fatto che gli immigrati dai paesi islamici desiderino possedere i benefici economici dell’America, dell’Inghilterra, della Germania, della Svizzera o dell’Austria non significa affatto che apprezzino o comprendano le condizioni che hanno reso possibili questo benessere, e che si impegneranno a conservarle. Ma la ricchezza materiale dell’Occidente non è piovuta dal cielo: è un qualcosa che la società europea ha saputo costruire nei secoli, dandosi una struttura sociale fondata su un insieme di valori-guida basati sul rispetto dell’individuo.

I musulmani non sembrano collegare la superiorità economica e tecnologica dei paesi occidentali, che evidentemente li attira, con gli aspetti culturali più libertari delle nostre società. Anzi, dichiarano apertamente il loro disprezzo per la cultura occidentale e di non avere nessuna intenzione di integrarsi o di adeguarsi. Vogliono la ricchezza materiale ma odiano ciò che l’ha resa possibile. Non si fanno domande sulle ragioni per cui hanno deciso di emigrare, sul perché preferiscano vivere in Occidente rispetto ai loro paesi. Non capiscono né vogliono capire. È chiaro tuttavia che l’atteggiamento psicologico di chi penetra, spesso illegalmente, nel territorio di un altro paese per beneficiare della ricchezza dei suoi abitanti, manifestando nello stesso tempo odio e disprezzo nei loro confronti, non è quello dell’immigrato ma dell’invasore.


Svizzera: un club esclusivo

Hans-Hermann Hoppe ha affermato che il sistema decentralizzato di gestione dell’immigrazione della Svizzera è quello più vicino al modello libertario, perché riesce maggiormente a selezionare l’immigrazione secondo le preferenze della popolazione [11]. Da questo punto di vista, la Svizzera è una sorta di club privato esclusivo che accetta solo persone gradite. Pur avendo la più elevata proporzione di stranieri, quasi il 25 per cento, accetta praticamente solo persone qualificate o con un retaggio culturale simile al proprio. Oltre l’80 per cento degli stranieri residenti in Svizzera provengono infatti dai paesi europei. I cittadini tedeschi, italiani, portoghesi e francesi da soli costituiscono quasi la metà di tutti gli stranieri in Svizzera [12]. 

Il processo di naturalizzazione è molto complicato, perché non basta nascere nel territorio elvetico per diventare cittadino svizzero. La cittadinanza svizzera può essere ottenuta da un residente che abbia vissuto in Svizzera per almeno 12 anni, ma deve parlare fluentemente almeno una delle lingue nazionali, a seconda del comune di residenza, e dimostrare di essere perfettamente integrato con la vita in Svizzera, avere familiarità con le abitudini, i costumi e le tradizioni svizzere e non costituire pericolo per la sicurezza interna o esterna del paese. Gli svizzeri sono consapevoli che il loro modello politico costituisce un gioiello unico al mondo, e che la sua sopravvivenza è strettamente legata alla conservazione della cultura politica e sociale dei suoi cittadini.

Questo modello scomparirebbe rapidamente dalla faccia della terra se i cantoni della Confederazione concessero la cittadinanza, e quindi la partecipazione politica, a masse di persone estranee alla cultura elvetica. Per questa ragione di recente le autorità di Basilea hanno respinto tre richieste di cittadinanza da parte di persone di religione musulmana, perché il loro comportamento dimostrava la loro estraneità alla cultura svizzera: a due ragazzine musulmane di 12 e 14 anni è stata rifiutata la cittadinanza perché si erano rifiutate di nuotare in una piscina dove vi erano anche dei maschi; in un altro caso la cittadinanza è stata negata a due fratelli che a scuola si sono rifiutati di stringere la mano alla propria maestra, un’usanza molto diffusa nelle scuole svizzere; in un terzo caso, avvenuto nell’aprile 2016, la cittadinanza è stata negata a una famiglia kosovara, giudicata non integrata sulla base delle testimonianze dei compaesani perché giravano malvestiti per le strade del paese senza salutare e fare amicizia con nessuno, chiari segni di mancata integrazione nella cultura locale [13].

Per concludere possiamo ritenere che in una società libertaria l’immigrazione sgradita, di persone inassimilabili, pericolose o con tendenze parassitarie, non esisterebbe. I proprietari e le comunità locali infatti effettuerebbero una rigida selezione agli ingressi, come avviene nelle gated communities, le città private americane gestite su base condominiale in cui vivono decine di milioni di statunitensi. Il sistema svizzero di gestione dell’immigrazione e della cittadinanza è quello che attualmente si avvicina di più al modello libertario “a inviti” proposto da Hoppe. Questa conclusione giustifica, da un punto di vista libertario, regole restrittive di accettazione degli immigrati provenienti da paesi con una cultura storicamente ostile e inassimilabile a quella dei paesi d’arrivo.

 

Saggio di Guglielmo Piombini,  pubblicato in origine, a puntate, sul sito del Miglioverde


Note

[1] Stefan Zweig, Il mondo di ieri, Mondadori, Milano, 1994 (1942), p. 349 (sintesi del libro su Trame d’oro).

[2] Stefan Zweig, Il mondo di ieri, p. 164.

[3] A.J.P. Taylor, Storia dell’Inghilterra contemporanea, Laterza, Bari-Roma, 1975, p. 1.

[4] Leonardo Facco, “Immigrazione: non esiste alcun “diritto di invasione”! ma …”, Il Miglioverde, 2013.

[5] Carlo Lottieri, “Open Borders. Le idee libertarie sull’immigrazione alla prova della sfida politica, giuridica e culturale dell’Europa”, Il Foglio, 5 settembre 2015.

[6] Anderson, Terry L., and P.J. Hill, “An American Experiment in Anarcho-Capitalism: The Not So Wild, Wild West”, Journal of Libertarian Studies, 3, No.1 (1979), p. 9-29 (trad. italiana di Tomaso Invernizzi: “Un esperimento americano anarco-capitalista: il non poi così selvaggio Far West”, Mises Italia, parte 1, parte 2); Guglielmo Piombini, “Far West: l’epoca libertaria della storia americana”, in Guglielmo Piombini, La proprietà è sacra, Il Fenicottero, Bologna, 2001, p. 131-170.

[7] Andrew F. Rolle, Gli emigrati vittoriosi. Gli italiani che nell’Ottocento fecero fortuna nel West americano, Rizzoli, Milano, 2003 (1968), p. 35.

[8] Ray Allen Billington, prefazione a Andrew F. Rolle, Gli emigrati vittoriosi, p. 7.

[9] Andrew F. Rolle, Gli emigrati vittoriosi, p. IX.

[10] Murray N. Rothbard, “Nazioni per consenso”, in Ernest Renan – Murray N. Rothbard, Nazione cos’è, Leonardo Facco editore, Treviglio, 1996, p. 50.

[11] Hans-Hermann Hoppe, Democrazia: il dio che ha fallito, Liberilibri, Macerata, 2005 (2001), p. 216 (sintesi del libro su Trame d’oro).

[12] http://www.swissinfo.ch/ita/societa/in-cifre_da-dove-vengono-i-due-milioni-di-stranieri-che-vivono-in-svizzera-/41942192

[13] Chris Menahan, Swiss Do the Unthinable: Deny Muslims Citizenship, Information Liberation, 1 luglio 2016.

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2 Comments on Libertarismo, diritto di muoversi e immigrazione islamica

  1. articolo interessante: forse trascura il punto non banale che la colonizzazione del west americano funzionò bene come integrazione dei nuovi arrivati che si comportavano “bene” ma al prezzo dello sterminio degli abitanti nativi,cioè gli indiani d’America

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  1. Libertarismo, diritto di muoversi e immigrazione islamica | Scritti di Giovanna Rotondo Stuart

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