Qual è il prezzo del socialismo?

di Ben Moreell, traduzione di Cristian Merlo

A meno di non vivere in una società in cui il produttore possa godere a pieno dei frutti del proprio lavoro, la nostra libertà viene di fatto compromessa nella stessa misura in cui il livello delle esazioni politiche spoglia l’individuo che produce, non importa se con la mente o con i muscoli, del prodotto delle sue fatiche


Il socialismo moderno nelle sue molteplici tipologie costituisce il punto di approdo dei sogni di innumerevoli uomini e donne nel corso degli ultimi 150 anni. È un movimento che cominciò a prendere forma da caotici reliquati della Rivoluzione Francese. Il termine “socialista”, tuttavia, non vide la luce sino al 1827, quando venne per la prima volta utilizzato dalla britannica Cooperative Magazine, una rivista ufficiale della London Cooperative Society, fondata nel 1824.

Un francese, Pierre Leroux, fu il primo ad impiegare la parola “socialismo” in un articolo apparso sulla carta stampata, il giornale Le Globe, nel febbraio del 1832. Lo usò in funzione antitetica al concetto, coniato in epoca coeva, di “individualismo”. Robert Owen, uomo d’affari inglese, nel 1835 ricorse invece al termine “socialismo” nel suo periodico, The New Moral World, contrapponendolo alla parola “capitalismo”, ed incorporando in esso il significato di proprietà collettiva di terra e di capitale. Queste due sfumature semantiche – il socialismo in opposizione all’individualismo e il socialismo quale antitesi del capitalismo – non sono antagoniste fra loro. Infatti, i due concetti si tengono e si sostengono vicendevolmente. Se concediamo che il socialismo esprima il controllo della proprietà produttiva da parte dei funzionari pubblici, presumibilmente in nome e per conto del bene della “società nel suo complesso”, ne consegue che il socialismo postula un grande governo e il grande governo sottende invariabilmente dei piccoli uomini. Gli individui sono sminuiti nella loro essenza per esaltare la Società e lo Stato. “Lo Stato”, come ha affermato Hegel, “è la sostanza, della quale gli individui costituiscono un mero accidente”.

Sebbene il termine “proprietà collettiva” o “proprietà in comune” possa illuderci, in virtù della sua seducente connotazione che evoca la titolarità di ogni singolo soggetto, esso costituisce di fatto un subdolo e grossolano inganno. Giacché la società, intesa come il complesso di tutti i suoi membri, non può agire come un corpo unico che possiede e controlla la proprietà. Essa deve agire per il tramite di una sua agenzia di enforcement, vale a dire il governo. Gli uomini che compongono quell’agenzia rappresentano una ben sparuta minoranza. Nella realtà pratica, pertanto, una società socialista è quella in cui la grande maggioranza degli uomini è controllata dalla piccola minoranza che esercita il potere politico di dirigere le attività economiche della prima.

Il socialismo intende limitare le proprie restrizioni alle libertà che ineriscono alla sfera economica e ciò rappresenta ormai uno scenario del tutto ordinario. Siamo arrivati al punto di associare la libertà che apprezziamo ad aspetti specifici quali la libertà di parola, la libertà di stampa e quella di culto. Se la nostra possibilità di azione in queste aree, a cui viene certamente riconosciuta grande importanza, non subisce sostanziali limitazioni, diventa improbabile attribuire rilevanza all’interventismo pubblico, o alla proprietà e al controllo esercitato dallo Stato nel settore economico. Siamo assuefatti agli allarmisti che gridano alla “presenza del lupo” in questo preciso ambito d’azione; e spesso siamo stati anche testimoni di manifestazioni di preoccupazione per la causa della libertà, da parte di determinati gruppi o di individui, che non esprimevano altro che il desiderio di ottenere per sé quei privilegi politici che tanto vengono condannati allorché costituiscono appannaggio di altri. E così, per queste o forse per altre ragioni, non mostriamo il dovuto interesse per i presunti danneggiamenti operati nei confronti della libertà economica e per le minacce arrecate ai nostri diritti di proprietà.

È un peccato che ci sia dimenticati del vecchio adagio, per cui chi controlla le nostre risorse esercita anche il controllo su di noi. “Il controllo economico non è semplicemente il controllo di uno specifico ambito della vita umana che può essere separato dal resto”, scrive F. A. Hayek, in “La via della schiavitù”. Si tratta del “controllo dei mezzi per tutti i nostri fini”.

La libertà di culto non è altro che un guscio vuoto qualora ci venga negata la facoltà di disporre dei mezzi finanziari per erigere chiese, mantenere il nostro clero, pubblicare i libri necessari e far propaganda della nostra fede. La libertà di stampa rimane lettera morta se siamo privati ​​dei mezzi per acquistare le macchine tipografiche, i caratteri e la carta da giornale. E che significato potremmo mai attribuire alla libertà di parola se già sappiamo che i nostri discorsi saranno condizionati ex ante, pena la perdita del supporto da parte di coloro che ci garantiscono il cibo, il vestiario e tutto ciò che ci è necessario per sopravvivere? Se non possiamo disporre di una compiuta libertà in campo economico, non possiamo certo pensare di beneficiarne in alcun altro ambito. A meno di non vivere in una società in cui il produttore possa godere a pieno dei frutti del proprio lavoro, la nostra libertà viene di fatto compromessa nella stessa misura in cui il livello delle esazioni politiche spoglia l’individuo che produce, non importa se con la mente o con i muscoli, del prodotto delle sue fatiche.

La schiavitù viene comunemente considerata come la condizione in base alla quale un uomo diventa proprietà esclusiva di un altro uomo. Ma lo schiavista in realtà non si preoccupa di avanzare dei legittimi titoli di proprietà su un altro individuo; ciò a cui mira sono i frutti del suo lavoro. Uno schiavo è semplicemente una persona a cui è negato il diritto alla libertà economica. Da questa premessa, la negazione di tutti gli altri diritti costituisce un ovvio corollario. Pertanto, in ogni discussione realistica che tratti di libertà, non si può prescindere da ciò che accade nel regno dell’economico…

Come presupposto essenziale alla piena realizzazione dell’individuo, i Padri Fondatori sostenevano che l’individuo deve essere libero di dirigere le proprie energie creative senza essere soggetto a indebite restrizioni imposte da leggi, regole e regolamentazioni stabilite dai governanti.

Quali sono le conseguenze della corruzione socialista di quel concetto di libertà? Personalmente ho la presunzione di credere che nessuna persona dotata di equilibrio possa negare che le attuali politiche, ordinariamente implementate, pongano tutti i cittadini sotto il giogo di una tassazione esorbitante, facendo confluire nelle tasche delle agenzie politiche e burocratiche fiumi di denaro. I politici poi hanno arbitrariamente distratto le risorse rivenienti dal gettito fiscale per attuare politiche assistenziali e clientelari a favore dei gruppi di pressione di volta in volta favoriti nella nazione, con il risultato che la società è divisa in tre gruppi principali.

In primo luogo, c’è il gruppo dei beneficiari netti: coloro che ricevono in sovvenzioni e sussidi più di quanto paghino in tasse ed imposte. Costoro ottengono qualcosa in cambio di niente.

In secondo luogo, ci sono coloro che pagano più tasse rispetto a quanto ricevano in sovvenzioni. Questi ottengono nulla in corrispettivo di qualcosa.

In terzo luogo, vi sono i soggetti che fanno parte del ceto politico-burocratico al comando che, pur non producendo alcuna ricchezza, dispongono del potere di trasferire coercitivamente le risorse dalle tasche dell’uno alle tasche dell’altro.

Questa tripartizione fra cittadini determina un enorme drenaggio di ricchezza e di ricchezza potenziale. Il gruppo di produttori subisce sulla propria pelle l’azione parassitaria degli altri due gruppi. Angariato dal livello di tassazione confiscatoria stabilito dall’organizzazione, questo gruppo è riluttante a produrre oltre un certo limite, perché sa che quanto più lavorerà sodo per creare nuova ricchezza, tanto più sarà penalizzato da un carico fiscale che, in maniera progressiva, diverrà sempre più gravoso.

Il gruppo sovvenzionato è invece sussidiato per non produrre alcunché, o per produrre meno di quanto sarebbe in grado di realizzare se solo sapesse che il proprio reddito dipendesse interamente dallo sforzo produttivo intrapreso. Pertanto, per ragioni opposte, la potenziale capacità produttiva di ciascuno di questi gruppi viene repressa sul nascere e lo stock totale di beni effettivamente disponibile nella nazione è, alla prova dei fatti, di molto inferiore rispetto a ciò che potrebbe essere in assenza di interferenze coercitive.

Ma ciò non esaurisce il discorso. Perché il prodotto generato dal ridotto apporto produttivo di questi due gruppi, per come congegnato il sistema, deve pure essere condiviso con un terzo gruppo del tutto improduttivo. Il dipendente statale è totalmente avulso da qualsivoglia attività produttiva e non rende servizi – se si eccettuano le sue attribuzioni in materia di difesa e le sue funzioni di polizia –per i quali i consumatori scambierebbero volontariamente i propri beni e servizi. Ma lo Stato detiene il potere di drenare una quota crescente di risorse generate dalla nazione per stipendiare i propri dipendenti e per sovvenzionare i costi inerenti al suo stesso funzionamento.

I membri produttivi della società giammai consentirebbero di lasciarsi spogliare per mantenere dei veri e propri parassiti, quali sono il gruppo dei sussidiati e il complesso della burocrazia statale, se non fossero soggetti a delle pressioni ben precise. Il monopolio della forza, in seno alla società, è esercitato dallo Stato. E se il gruppo dei produttori si rifiutasse di corrispondere il tributo da questo richiesto, si esplicherebbe in maniera manifesta il ricorso alla potestà sovrana di coercizione e di impiego deliberato della violenza.

Questa tripartizione fra gruppi nell’ambito della nazione implica che saranno prodotti meno beni e meno servizi. E non è stata ancora trovata l’alchimia in base alla quale riuscire a distribuire tanti più beni quanto meno ne vengono prodotti. Il potere dello Stato di sottrarre risorse ai produttori non postula alcuna creazione di ricchezza, bensì evoca esclusivamente la rapina e la sua distruzione preventiva.

La natura del tutto antieconomica di questo paradigma è evidente. Così come, non meno evidente, è la sua immoralità. Gli individui sono costretti a rinunciare alle proprie risorse su esplicita richiesta dello Stato. Se tale richiesta non viene soddisfatta immediatamente, verranno dispiegati i poteri coercitivi inerenti e costitutivi dell’apparato pubblico.

È di fondamentale importanza comprendere che il socialismo si fonda sulla coercizione e sul controllo di alcuni uomini da parte di altri uomini. È altrettanto importante diventare testimoni della filosofia della libertà. Quando si capiscono le alternative – la libertà contro il socialismo – gli uomini si trovano di fronte ad una distinzione nitida su cui deve essere basata la loro scelta di fondo.

Personalmente reputo che un ordine sociale progettato per funzionare confidando nell’interventismo esteso dello Stato, con il suo potere giuridico di coercizione, costituisca una violazione dell’ordine morale, i cui precetti fanno leva sull’educazione e sulla conversione. Vi è una giusta collocazione da attribuirsi all’azione politica –funzionale al mantenimento della pace sociale mettendo in condizione di non nuocere coloro che, al contrario, la mettono a repentaglio. Se gli uomini, universalmente, capissero e accettassero i precetti della legge morale, non vi sarebbe alcuna necessità, o tale necessità sarebbe del tutto minimale, di ricorrere allo Stato per frenare l’immoralità. Se invece le persone non comprendono e non accettano tali precetti, allora la coercizione non riuscirà comunque a correggere questa condizione. Gli unici correttivi sono l’educazione e la conversione, la comprensione e un mutamento d’animo. []

Articolo di Ben Moreell su Foundation for Economic Education

Traduzione di Cristian Merlo

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