Il Socialismo esige la dittatura

di Richard M. Ebeling, traduzione di Cristian Merlo

Nessun interstizio della vita quotidiana – nelle sue forme, nei suoi contenuti, qualità o caratteristiche – sfuggiva al controllo e alla decretazione dello stato socialista assoluto ed omnipervasivo. La sua ideazione e la sua tentata implementazione costituivano un progetto autenticamente “totalitario”. Forse si deve a Benito Mussolini, il padre del fascismo, la coniazione del termine “totalitarismo”, quale definizione del concetto di “tutto nello Stato, nulla contro lo Stato, niente al di fuori dello Stato”. Ma in nessun posto al mondo, nel secolo scorso, ciò si realizzò con più veemenza, pervasività e virulenza coercitiva che nei paesi comunisti modellati sul paradigma di quell’Unione Sovietica istituita da Vladimir Lenin ed istituzionalizzata, in maniera terrificante, da Josef Stalin e dai loro epigoni


L’idea del comunismo – la condivisione comunitaria di una proprietà produttiva e dei suoi frutti – risale agli antichi Greci e alla concezione platonica della Repubblica ideale in cui i guardiani vivono e lavorano in comunità, guidati dalla convinzione che un cambiamento radicale nella struttura istituzionale e sociale potrà trasformare gli uomini da esseri egoisti in zelanti ed altruistici servitori, votati al soddisfacimento di definite esigenze che attengono alla società nel suo complesso.

Ciò evidenzia una differenza fondamentale nella concezione dell’uomo che contraddistingue il liberalismo classico rispetto alla visione del mondo socialista. Può l’uomo essere considerato come un essere dotato di una natura propria fondamentalmente irriducibile ed invariante, la quale può bensì essere multilaterale e complessa, ma nondimeno stabile per certe sue qualità e caratteristiche? Oppure detta natura umana è da connotarsi come una sostanza malleabile, passibile di essere modellata come argilla nelle mani dello scultore, essendo a tal fine sufficiente collocare gli esseri viventi in strutture e in modelli sociali ed istituzionali radicalmente divergenti?

I liberali classici sono sempre stati propensi a sposare la prima tesi, ovvero che gli esseri umani vanno presi fondamentalmente per quel che sono: delle creature abbastanza ragionevoli ed auto-interessate, spinte dal desiderio di migliorare la propria condizione personale e di promuovere la propria crescita, sulla scorta di ciò che ogni individuo reputi essere meglio per se stesso.

Il dilemma sociale di una società veramente umana, giusta e diffusamente prospera è proprio quello di stabilire quali siano i mezzi più idonei per promuovere un ordine istituzionale politico ed economico capace di imbrigliare questa qualità invariante nella natura umana, così da sostenere il progresso sociale nel suo complesso, anziché tralignare in uno strumento di saccheggio. La risposta liberale classica è fondamentalmente improntata al sistema di libertà naturale descritto da Adam Smith, con il suo ordine di mercato aperto, competitivo e libero.

Gli esponenti di quello che stava emergendo come un movimento socialista alla fine del XVIII e agli inizi del XIX secolo erano portatori di una visione completamente agli antipodi. Essi asserivano con convinzione che se gli uomini erano egoisti, avidi, incuranti ed insensibili alle vicende dei propri simili, ciò era da imputarsi all’istituzione della proprietà privata e al correlato sistema di interazione sociale basato sul mercato. Si muti l’assetto istituzionale in cui gli esseri umani vivono e lavorano e si riuscirà sicuramente a creare un “uomo nuovo”.

Di fatto, essi si librarono verso l’ideale ultimo di qualsivoglia organizzazione sociale, un mondo in cui l’individuo vivrebbe e lavorerebbe in funzione della collettività, della società intesa come un tutto, in luogo dell’egoistico perseguimento delle migliori opportunità di crescita personale, presumibilmente anche a scapito di altri soggetti. Il socialismo brandì il vessillo dell’etica dell’altruismo.

Lo studioso interessato ha a disposizione una gamma sterminata di letture da cui pescare nella letteratura socialista, elaborate per mano di una fitta schiera di fautori del collettivismo. Alcuni aspiravano ad un paradiso terreno caratterizzato dalla vita agreste; altri presagivano un futuro industriale per l’umanità, in cui la produttività avrebbe raggiunto un livello tale per cui le macchine avrebbero praticamente svolto tutte le attività, affrancando i lavoratori. L’uomo sarebbe stato così libero, prendendo a prestito una nota espressione di Karl Marx, di andare a caccia il mattino, di pescare nel pomeriggio e di sedersi poi attorno al camino a discutere della filosofia socialista con i suoi compagni, i quali sarebbero stati tutti svincolati dalle fatiche del lavoro e dalle preoccupazioni, alla luce dell’avvento del nuovo Paese del Bengodi comunista (si rimanda qui al mio precedente articolo, “Marx’s Flight from Reality”).

 

La modifica della natura umana postula una “dittatura del proletariato”

Ma la concezione fondamentale dell’imminente avvento del paradiso in terra implica che la natura dell’uomo possa e debba essere suscettibile di cambiamento. Ci sono ben pochi passaggi negli scritti di Karl Marx in cui si delineano, in maniera sostanziale, le istituzioni e le attività che prenderanno corpo in una società socialista all’indomani dell’implosione del sistema capitalista. Uno di questi passaggi è contenuto nella sua opera del 1875, La Critica del Programma di Gotha, l’agenda politica di un gruppo socialista rivale con cui Marx era fortemente in disaccordo.

Il dilemma, spiega Marx, è che anche dopo il rovesciamento del sistema capitalista, le sue scorie avrebbero comunque contaminato anche la nuova società socialista. In primo luogo, resterebbe il residuato umano del sistema capitalistico soppiantato. Ivi sottesi vi sarebbero sicuramente coloro che mirano a ripristinare il sistema di sfruttamento dei lavoratori per soddisfare la propria illimitata brama di profitti illegittimi. Un altro problema sarebbe costituito dal fatto che la “classe operaia”, sebbene ora affrancata dalla “falsa coscienza” che la induceva a credere che il sistema capitalistico dal quale era sfruttata fosse giusto, sarebbe ancora condizionata dall’ “imprinting” operato dalla psicologia capitalista per quanto concerne l’auto-interesse ed il profitto personale.

Pertanto, sarebbe stato ineludibile che vi fosse una presa di potere da parte di “un’avanguardia rivoluzionaria” di socialisti entusiasti e vocati alla causa, i quali avrebbero condotto “le masse” verso il brillante e folgorante futuro del comunismo. Il mezzo istituzionale per realizzare tale futuro, ha affermato Marx, è la “dittatura del proletariato”.

In altre parole, finché le masse ed i lavoratori non fossero stati affrancati dalla mentalità individualista e capitalista che li ha accompagnati per tutta la loro esistenza e che ne ha plasmato la condotta, essi avrebbero necessitato di essere “rieducati” per mano di una élite politica auto-proclamatasi tale, che avrebbe provveduto a redimere le loro menti dalla falsa coscienza capitalista risalente ad un’era passata.

In nome e per conto della nuova concezione escatologica della libertà, si deve indulgere al regno di una dittatura composta da coloro che ben conoscono come l’umanità dovrebbe pensare, agire e associarsi per propiziare il recepimento del comunismo integrale, per la cui realizzazione l’umanità resta in trepida attesa.

Al contempo, la dittatura è necessaria non solo per sopprimere qualsiasi tentativo, da parte dei precedenti sfruttatori capitalisti, di restaurare il proprio potere sulla proprietà, ora socializzata, di cui erano i detentori. Ma anche per silenziare queste voci sediziose del passato capitalista, che non devono assolutamente essere in grado di dispensare le loro strumentali menzogne ​​e i loro proditori inganni per esternare i motivi per i quali la libertà individuale ed auto-interessata sia di per sé moralmente giusta; o che la proprietà privata sia funzionale al miglioramento della società nel suo complesso, compresi i lavoratori; o che la libertà contempli quelle libertà “borghesi”, quali la libertà di stampa, di parola, di culto o di voto democratico. Le masse devono essere condotte ed indottrinate circa la “vera” coscienza della libertà: che non postula altro che la proprietà collettiva e la direzione centralizzata dei mezzi di produzione, unitamente a quell’impulso ad agire in maniera disinteressata a favore della società, di cui l’illuminata avanguardia socialista è pienamente consapevole.

Ciò spiega anche perché la fase socialista della “dittatura del proletariato” non potrebbe mai concludersi in nessuno dei regimi rivoluzionari ispirati al marxismo degli ultimi cento anni. L’aspirazione della natura umana non è certo quella di essere rimodellata come cera in nuove forme e contenuti. Gli individui generalmente non sembrano congenitamente predisposti a trasformarsi in eunuchi altruisti e totalmente disinteressati al proprio benessere. Così l’interesse personale emerge sempre prepotente in qualsiasi condotta d’azione e, qualora questo necessiti di essere eticamente ricusato, deve necessariamente imporsi una forza politica che perseveri nel tentativo di reprimerlo e di estinguerlo costantemente.

Inoltre, fino a quando si fossero riscontrati nemici capitalisti in tutto il mondo, la dittatura del proletariato avrebbe dovuto essere preservata nei paesi socialisti per assicurare che le menti rieducate dei lavoratori, di per sé già abbastanza fortunati da vivere sotto il nuovo regime, non venissero ancora infettate dalle idee eversive provenienti dai confini esterni al paradiso collettivizzato. Quindi, ecco di fatto spiegata la “cortina di ferro” della censura e della manipolazione del pensiero eretta nelle plaghe marxiste del mondo, in nome del popolo su cui l’avanguardia rivoluzionaria esercitava un potere assoluto ed illimitato.

 

La pianificazione economica socialista implica il comando imperativo

Inoltre, una volta abolita l’impresa privata per mezzo della socializzazione dei mezzi di produzione e ricondotta sotto il controllo e la direzione del governo socialista, la pianificazione economica centralizzata diveniva ora indispensabile. In difetto di imprenditori privati che, ​​spinti dal profitto ed in regime di proprietà individuale, conducano le proprie intraprese con il fine di soddisfare le esigenze dei consumatori sotto la guida del sistema dei prezzi di concorrenza, vi deve pur essere qualcuno che determini cosa produrre, dove e quando produrlo, per quali scopi e per quali impieghi. La direzione dei mezzi di produzione collettivizzati, appartenenti al “popolo”, postula necessariamente un piano centralizzato che contempli la sua progettazione, la sua attuazione ed estensione verso tutti, in nome del “bene comune” e dell’ “interesse collettivo”.

Questo significa che non solo il legname e l’acciaio debbano essere assegnati ad uno specifico uso ed indirizzati in un luogo particolare della società socialista, ma che la stessa regola si applichi anche alle persone. Quindi, nelle economie comuniste del XX secolo, i comitati della pianificazione centrale determinavano chi sarebbe stato addestrato per certi ambiti o competenze, dove sarebbero stati collocati tali soggetti, nonché il lavoro al quale essi avrebbero dovuto attenersi.

Dato che lo Stato ha provveduto a darti un’istruzione, ad assegnarti un lavoro e a porsi quale esclusivo datore in quel settore d’impiego, esso avrà anche fissato in via autoritativa dove dovresti risiedere. E avrà stabilito non solo la città, il paese od il villaggio, ma anche lo specifico appartamento, collocato in uno stabile residenziale di proprietà del governo, che avrebbe di fatto costituito la tua nuova dimora. Le strutture ricreative, le località di riposo e di vacanza, i tipi di beni di consumo da produrre e distribuire, il luogo di produzione e il target di beneficiari: anche tutti questi aspetti venivano centralmente determinati dal comitato di pianificazione socialista, sulla scorta degli ordini impartiti dalla dittatura del proletariato.

Nessun interstizio della vita quotidiana – nelle sue forme, nei suoi contenuti, qualità o caratteristiche – sfuggiva al controllo e alla decretazione dello stato socialista assoluto ed omnipervasivo. La sua ideazione e la sua tentata implementazione costituivano un progetto autenticamente “totalitario”. Forse si deve a Benito Mussolini, il padre del fascismo, la coniazione del termine “totalitarismo”, quale definizione del concetto di “tutto nello Stato, nulla contro lo Stato, niente al di fuori dello Stato”. Ma in nessun posto al mondo, nel secolo scorso, ciò si realizzò con più veemenza, pervasività e virulenza coercitiva che nei paesi comunisti modellati sul paradigma di quell’Unione Sovietica istituita da Vladimir Lenin ed istituzionalizzata, in maniera terrificante, da Josef Stalin e dai loro epigoni.

 

Articolo di Richard M. Ebeling su Foundation for Economic Education

Traduzione di Cristian Merlo

5 (100%) 1 vote

Be the first to comment

Leave a Reply

L'indirizzo email non sarà pubblicato.


*