1917: l’anno del terrore catartico

di Luciano Pellicani

In definitiva, se la rivoluzione comunista non ha prodotto altro che una impressionante scia di cadaveri e uno smisurato cumulo di macerie materiali e morali, è perché nel suo codice genetico mancava del tutto un programma positivo di ricostruzione sociale. Al suo posto, c’era una rivoluzione pantoclastica centrata sulla “satanica” idea che, per accedere al “Regno millenario Regno della libertà”, era imperativo “fare piazza pulita del vecchio mondo spettrale” (Marx) appiccando “un incendio generale per bruciare le vecchie istituzioni europee” (Engels)


Cento anni fa, la Rivoluzione bolscevica irrompeva sulla scena internazionale come una dichiarazione di guerra lanciata contro la civiltà liberale e le sue istituzioni, dalla proprietà privata alla libertà individuale, dalla democrazia parlamentare alla laicità dello stato. Mentre l’Europa sembrava impegnata a suicidarsi in un raccapricciante bagno di sangue, una élite di rivoluzionari di professione, addestrati dalla ascetica scuola leninista, proclamava alto e forte di aver trovato il metodo per far passare dalla potenza all’atto l’Evento – il rovesciamento violento del capitalismo – profetato dai classici del “socialismo scientifico”. L’Utopia collettivistica si era fatta Stato. Iniziava quella che Lenin annunciava sarebbe stata “l’epoca del trionfo della rivoluzione socialista mondiale” che si sarebbe conclusa con “la liberazione di tutto il mondo proletario e di tutti i Paesi oppressi”.

L’annuncio era esaltante. Per generazioni e generazioni, i socialisti erano stati educati all’idea – ripetuta innumerevoli volte da Karl Kautsky – “che la dissoluzione della società capitalistica era ormai questione di tempo” e che “la creazione di una nuova forma di società”, centrata sul piano unico di produzione e di distribuzione, “non era più solo qualcosa di desiderabile, ma era diventata inevitabile”. Ed erano stati altresì educati a raffigurarsi la transizione dal capitalismo al collettivismo come “una guerra civile prolungata” che si sarebbe immancabilmente conclusa con il trionfo del proletariato rivoluzionario e l’abbattimento dello Stato borghese.

E tuttavia la maggioranza dei socialisti – a cominciare dallo stesso Kautsky – non si riconobbe nel nuovo regime che i bolscevichi avevano cominciato a costruire. Ciò accadde perché essi ritenevano che la democrazia borghese, malgrado i suoi limiti di classe, era pur sempre un valore da difendere. Per contro, l’idea fondamentale dei bolscevichi era che la costruzione del comunismo esigeva l’instaurazione di una dittatura terroristica per eliminare quella che Marx chiamava “l’infezione borghese”. Sul punto, la prosa di Lenin era di una chiarezza offensiva. Già pochi mesi dopo il fortunato golpe passato alla storia come la Rivoluzione d’Ottobre, egli emanava le seguenti direttive:

Bisogna stimolare forme energiche e massicce del terrore contro i controrivoluzionari… Bisogna instaurare subito il terrore di massa… Deportazioni di massa dei menscevichi e degli elementi infidi… Nessuna pietà per i nemici del popolo, nemici del socialismo, nemici dei lavoratori. Guerra a morte ai ricchi e ai loro reggicoda, gli intellettuali borghesi… Migliaia di forme e di procedimenti pratici di censimento e di controllo sui ricchi, sui furfanti, sui parassiti debbono essere elaborati e provati al fuoco della pratica dalle comuni stesse, dalle piccole cellule nella campagna e nella città. La varietà è qui una garanzia di vitalità, un pegno del successo nel raggiungimento dell’obiettivo comune e unico: ripulire il suolo della Russia di qualsiasi insetto nocivo, delle pulci: i furfanti; delle cimici: i ricchi.

Naturalmente, un trattamento speciale era previsto per la chiesa ortodossa, stigmatizzata come il sostegno spirituale delle classi reazionarie e, come tale, da radere al suolo assieme alla religione, “oppio del popolo”.

Per noi – si legge in una lettera inviata da Lenin a Molotov – , questo momento è quello in cui abbiamo il 99 per cento delle possibilità di riuscire a distruggere il Nemico (la Chiesa) e assicurarci una posizione indispensabile per i decenni avvenire. È precisamente ora e solo ora, mentre nelle regioni affamate le popolazioni si nutrono di carne umana e centinaia se non migliaia di cadaveri marciscono sulle strade, che noi possiamo (dobbiamo) realizzare la confisca dei tesori della Chiesa con l’energia più selvaggia e impietosa senza fermarsi davanti a niente. Occorre l’esecuzione del più grande numero possibile di componenti del clero reazionario. Più grande sarà il numero elle esecuzioni meglio sarà.

Neanche dopo la fine della guerra civile, Lenin rinunciò allo sterminio di classe.

 È il più grande degli errori – così si espresse in una lettera inviata a Kamenev – credere che la Nep metterà fine al terrore. Noi dobbiamo tornare al terrore.

E – coerentemente con la sua concezione della rivoluzione come instaurazione del terrore catartico per purificare la società borghese, corrotta e corruttrice – il 7 maggio 1922 inviò le seguenti istruzioni a Kurski, il quale , in qualità di Commissario alla Giustizia, era stato incaricato di redigere il nuovo codice penale:

Porre in aperto risalto una tesi di principio, giusta sul piano politico (e non soltanto strettamente giuridico) motivante l’essenza e la giustificazione del terrore, la sua necessità, i suoi limiti. Il tribunale non deve eliminare il terrore; prometterlo significherebbe ingannare se stessi o ingannare gli altri; giustificarlo e legittimarlo sul piano dei principi, chiaramente, senza falsità e senza abbellimenti. La formulazione deve essere di più largo possibile , poiché soltanto la giustizia rivoluzionaria e la coscienza rivoluzionaria decideranno le condizioni di applicazione più o meno larga.

Più sintetico, ma non meno agghiacciante, il messaggio che Lenin inviò qualche mese più tardi a Stalin:

Noi purificheremo la Russia per molto tempo.

Attraverso la “purga permanente”, naturalmente. Il che fu esattamente quello che Stalin, applicando alla lettera l’insegnamento di Lenin, fece quando scatenò il Grande Terrore durante il quale milioni esseri umani furono barbaramente sterminati.

Aveva, dunque, pianamente ragione Aleksandr Solženicyn quando scriveva che “l’Arcipelago Gulag nacque con le cannonate dell’Aurora e fu inventato per lo sterminio”. E aveva parimenti ragione nel denunciare la Grande Menzogna che si nascondeva dietro “la dittatura del proletariato”; la quale, in realtà, altro non era che l’illimitato potere del Partito bolscevico e della ideologia totalitaria che lo ispirava: una perversa Gnosi che divideva l’umanità in tre grandi famiglie spirituali: quella degli eletti illuminati dalla dottrina del “socialismo scientifico”, quella dei proletari passibili di essere redenti e quella dei borghesi destinati ad essere sterminati in quanto irrimediabilmente corrotti. Questi ultimi, nei discorsi e nelle direttive del carismatico leader del bolscevismo mondiale, erano descritti come “insetti nocivi”, “pulci”, “cimici”, “vampiri”, “ragni velenosi” , “sanguisughe”. Breve: non-uomini che andavano sterminati ricorrendo ai metodi più spietati. Come ha puntualmente documentato Orlando Figes, ogni comando locale della Ceka aveva la sua specialità. A Charkov si usava il giochetto del guanto, consistente nell’ustionare le mani delle vittime con acqua bollente fino a che l’epidermide non si staccava da sola, lasciando i torturati con la carne viva sanguinante e i torturatori con un paio di guanti di pelle umana. A Caricyn si segavano a metà le ossa delle vittime e a Voronez i detenuti venivano denudati e ficcati in barili irti di chiodi all’interno. I cekisti di Armavur usavano una correggia provvista di un bullone che stingevano intorno al cranio dei prigionieri fino a schiacciarlo. A Kiev veniva assicurata sul ventre della vittima una gabbia con dentro un paio di topi che, terrorizzati, cercavano una via di fuga rodendo la pelle e la carne del malcapitato, fino ad arrivargli nell’intestino. A Odessa le vittime venivano incatenate a una tavola e lentamente infilate in un forno o in un serbatoio di acqua bollente. D’inverno era diffuso il metodo di versare acqua sulle vittime, in precedenza denudata, fino a trasformarla in un statua di ghiaccio. In molti comandi della Ceka si preferiva la tortura psicologica, per esempio trascinando i prigionieri contro il muro per fucilazione e poi sparavano a salve. In altri casi la vittima veniva seppellita viva oppure tenuta a lungo in una bara insieme a un cadavere. Altre volte si costringevano i prigionieri ad assistere alla tortura, allo stupro e all’uccisione dei congiunti. E mentre il sadismo di quelli che sono stati definiti “i gesuiti del terrore ” si scatenava in forme raccapriccianti, il loro capo , Feliks Dzeržinskij, descriveva orgogliosamente la Ceka come una “macchina gigantesca attraverso la quale la Storia aveva fatto passare i materiali umani per trasformare l’umanità”. Dal canto suo, uno dei suoi più zelanti collaboratori, Martin Lacis, formulava le queste direttive:

Stiamo sterminando la borghesia come classe . Nel corso delle indagini, non cercate di dimostrare che il soggetto ha detto o fatto qualcosa contro il potere sovietico. Le prime domande che dovete porvi sono: a quale classe appartiene? Qual è la sua origine? Quali sono la sua cultura e la sua professione? Le risposte a queste domande devono determinare il destino dell’accusato. In ciò risiede il significato e l’essenza del Terrore rosso.

Contrariamente a quello che pensava Rodolfo Mondolfo, la macchina sterminatrice creata da Lenin non fu il prodotto di una cattiva lettura del marxismo, bensì l’applicazione burocratica dei suoi principi. Fra i quali, c’era il Terrore rosso così formulato nell’Indirizzo del Comitato centrale del marzo 1850:

I comunisti debbono adoperarsi affinché l’eccitazione rivoluzionaria immediata non venga di nuovo soffocata subito dopo la vittoria. Al contrario, essi debbono sforzarsi di mantenerla viva quanto più possibile. Ben lungi dall’opporsi ai così detti eccessi, casi di vendetta popolare su persone odiate o su edifici pubblici cui non si connettono altro che ricordi odiosi, non soltanto si devono tollerare tali esempi, ma se ne deve prendere in mano la direzione.

Ancora più brutale la difesa del Terrore rosso che si trova nell’articolo “Il panslavismo democratico” scritto da Engels:

Alle frasi sentimentali sulla fratellanza offerteci qui a nome delle nazioni più controrivoluzionarie d’Europa, noi rispondiamo che l’odio per i Russi è stato ed è ancora la prima passione rivoluzionaria dei Tedeschi; che dopo la rivoluzione si è aggiunto l’odio per i Cechi e i Croati, e che noi, insieme ai Polacchi e ai Magiari, possiamo salvaguardare la rivoluzione soltanto con il Terrore più risoluto contro quei popoli slavi… Lotta, allora, lotta inesorabile per la vita e per la morte , contro lo slavismo traditore della rivoluzione; lotta di annientamento e di terrorismo senza riguardi – non nell’interesse della Germania, ma nell’interesse della rivoluzione” e tenendo sempre presente che nella storia non si ottiene nulla senza violenza e senza una ferrea spietatezza.

E neanche si può che gli esiti nichilistici della Rivoluzione bolscevica siano da imputare a un processo degenerativo. Al contrario, essi erano iscritti – come potenzialità attivabili e, di fatto, attivati – nella dottrina marxista. In essa – l’osservazione, acutissima, è di Karl Korsch –

tutto l’accento era posto sull’aspetto negativo, cioè che il capitalismo doveva essere eliminato; anche l’espressione socializzazione dei i mezzi di produzione significava anzitutto nient’altro che la negazione della proprietà privata dei mezzi di produzione. Socialismo significava anticapitalismo.

Ora, fino a quando i partiti socialisti erano all’opposizione, il carattere negativo del marxismo poteva essere mascherato dalla quotidiana reiterazione dell’idea che – come recitava il Manifesto – “la fine della proprietà borghese era imminente e inevitabile”. Ma, quando i bolscevichi si impossessarono del potere, l’assenza di un programma positivo emerse con tanta chiarezza da indurre Lenin a fare questa significativa ammissione:

Tutto quello che sapevamo, che ci avevano indicato con esattezza i migliori conoscitori della società capitalistica, le menti più eccelse ne avevano previsto lo sviluppo, era che la trasformazione era storicamente inevitabile e sarebbe avvenuta secondo una certa linea principale, che la proprietà dei mezzi di produzione era condannata dalla storia, che essa sarebbe andata a pezzi, e che gli sfruttatori sarebbero stati espropriati. Questo era stabilito con precisione scientifica. E noi lo sapevamo quando abbiamo preso nelle nostre mani la bandiera del socialismo, quando ci siamo dichiarati socialisti, quando abbiamo iniziato la trasformazione della società. Lo sapevamo quando abbiamo preso il potere per accingersi alla riorganizzazione socialista, ma ciò che non potevamo sapere erano le forme della trasformazione… Di tutti i socialisti che hanno scritto a questo proposito non riesco a ricordare nessun opera o nessuna frase di socialisti illustri circa la futura società socialista in cui si parli della pratica, concreta difficoltà che si troverà di fronte la classe operaia dopo aver preso il potere.

In effetti, a dispetto della loro pretesa di aver fatto passare il socialismo dall’utopia alla scienza, Marx ed Engels non erano stati in grado di indicare un’idea, qual che fosse, delle istituzioni politiche ed economiche che avrebbero dovuto sostituire quelle della società borghese. Il che faceva della rivoluzione comunista un salto nel buio. Solo una cosa era certa: che era imperativo radere al suolo il capitalismo e tutto ciò che era ad esso connesso in omaggio al nichilistico principio così formulato da Engels : “Tutto ciò che esiste è degno di perire”. Ciò spiega perché, negli scritti dei padri fondatori del “socialismo scientifico” , il comunismo è sempre definito in termini negativi: “il movimento reale che abolisce lo stato di cose presente”; “l’abolizione della proprietà privata”; “la negazione della negazione”. E spiega altresì perché Lenin condensò il programma comunista – “l’ annientamento implacabile di tutto ciò che era vecchio” – con la formula “La mano di ferro del Partito, mentre distrugge, crea”.

Nacque così una società sui generis, tutta centrata su uno Stato onnipotente poiché detentore unico ed esclusivo delle sorgenti della vita; e tutta dominata da una “nuova classe” che, in nome del proletariato, esercitava la dittatura sul proletariato e, all’occorrenza, contro il proletariato.

E anche su questo specifico punto, i legami fra il bolscevismo e il marxismo erano chiari e inequivocabili. Nel Manifesto si afferma con la massima perentorietà che la rivoluzione comunista doveva abolire “la personalità, l’indipendenza e la libertà borghese”, “distruggendo tutte le sicurezze private e tutte le guarentigie private” e instaurando “una decisissima centralizzazione del potere nelle mani dello Stato”. Doveva, in altre parole, radere al suolo lo Stato di diritto bollato quale “comitato che amministrava gli affari di tutta quanta la borghesia”; e doveva altresì “accentrare tutti i mezzi di produzione nelle mani dello Stato”, premessa essenziale della costruzione della “società collettivista fondata sulla proprietà comune dei mezzi di produzione”. Nella quale non vi doveva essere spazio alcuno per i diritti dell’uomo e del cittadino poiché essi – a giudizio di Marx – altro non erano che “i diritti del membro della società civile, cioè dell’uomo egoista, dell’uomo separato dall’uomo e dalla comunità”. Donde la condanna della “libertà dei moderni” identificata con “la libertà dell’uomo in quanto monade isolata, piegata su se stessa”. Conseguentemente, la separazione fra Stato e società civile – una delle più grandi conquiste della storia universale in quanto ha rappresento una rara inversione della discesa dalla libertà alla schiavitù in cui è consistito il processo di “civilizzazione” – viene bollata da Marx come “una separazione dell’uomo dalla sua natura comunitaria”, dunque come un fenomeno perverso. È appena il caso di ricordare che, sotto la mannaia dell’ideale comunitario di Marx, cade l’economia di mercato centrata sulla proprietà privata e sulla concorrenza: essa aveva una natura diabolica poiché, avendo istituzionalizzato la “guerra fra cupidi”, aveva scatenato “il bellum omnia contra omnes”, col risultato di lacerare ciò che originariamente era un tutto armonioso e compatto: la società primitiva senza classi e senza Stato. Era così iniziato quello che Marx descriveva come

il tempo in cui tutto ciò che gli uomini avevano considerato inalienabile, divenuto oggetto di scambio, di traffico, poteva essere alienato: il tempo in cui quelle stesse cose che fino allora erano state comunicate ma mai barattate, donate ma mai vendute, acquisite ma mai acquistate – virtù, amore , speranza , scienza, coscienza, ecc. – tutto divenne commercio: il tempo della corruzione generale e della venalità universale o, per dirla con i termini dell’economia politica, il tempo in cui ogni realtà morale o fisica, divenuta valore di scambio, veniva portata al mercato per essere apprezzata al suo giusto valore.

Alla luce di questa lettura della società centrata sul mercato – stigmatizzata come una forma di vita collettiva la cui “inumanità aveva raggiunto il suo vertice nel sistema del denaro” – si capisce perché i bolscevichi scatenarono una guerra permanente contro la “libertà borghese”, demonizzata come un privilegio corrotto e corruttore che produceva uomini spiritualmente rovinati dal capitalismo; e perché rasero al suolo la società civile sopprimendo il mercato e instaurando il monopolio statale delle “sorgenti della vita”. Così operando, essi crearono una sorta di remake su vasta scala dello Stato spartano: uno Stato rigorosamente collettivistico , che “non ammetteva nulla di privato” (Lenin), e che, precisamente per questo, era radicalmente incompatibile con la libertà dei moderni. Lo era a tal punto che – come vide prontamente Marcel Mauss in un saggio tanto acuto quanto trascurato – lo Stato sovietico risultò essere una nuova versione del sistema bizantino, basato sulla fusione del potere temporale con il potere spirituale. Tant’è che Bucharin non avrebbe avuto esitazione alcuna a dichiarare che l’obiettivo irrinunciabile della rivoluzione comunista era la “distruzione dell’individualismo” attraverso la creazione di una “società civile statale”: un ossimoro concettuale che esprimeva assai bene la vocazione anti-moderna e totalitaria del bolscevismo.

Da tutto ciò risulta con la massima chiarezza che la Rivoluzione bolscevica ha rappresentato il più rigoroso, coerente e spietato tentativo di cancellare Cosmos (la spontaneità sociale) onde creare un sistema regolato esclusivamente dalla logica totalitaria di Taxis (l’ordine pianificato) così descritto, con la più brutale franchezza, da Trockij:

Proprio come una lampada, che prima di rompersi brilla di luce intesa, così lo Stato, prima di scomparire, assume la forma della dittatura del proletariato, e cioè della più dura forma di Stato, che organizza autoritariamente tutta la vita dei cittadini.

 Sicché la Guerra Fredda non è stata solo un duello esistenziale fra due potenze entrambe desiderose di conquistare l’egemonia planetaria; è stata anche lo scontro fra due modelli di organizzazione sociale: quello americano – animato dall’aspirazione di “essere in grande ciò che Atene era stata in piccolo” ( T. Paine) – e quello sovietico, che era la negazione secca dei valori “ateniesi”, primo fra tutti la libertà individuale.

Del resto, come avrebbe potuto essere diversamente? Dal momento che chi controlla i mezzi controlla automaticamente i fini, la statizzazione integrale delle sorgenti della vita non poteva non sfociare nel potere totale di quella che Bakunin – in frontale polemica con Marx – aveva chiamato “la burocrazia rossa”. Accadde così che la doppiezza divenne un diffuso modo di vita dal momento che, mentre i “cani da guardia” dell’ideologia obbligatoria di Stato proclamavano, in ogni luogo e in ogni modo, che gli operai erano al potere , questi di fatto erano privati di ogni diritto. Giustamente, perciò, Bruno Rizzi avrebbe definito il sistema nato dalla Rivoluzione d’Ottobre “un servaggio di Stato”. E , altrettanto giustamente, Bertrand Russell avrebbe descritto l’Unione sovietica come “un immenso Collegio di Gesuiti, nel quale ogni libertà era bandita perché borghese”. Tutto ciò induce a pensare che la Rivoluzione d’Ottobre non fu affatto una rivoluzione modernizzante – come tanti studiosi hanno sostenuto e continuano a sostenere –, bensì una “restaurazione asiatica” (K. Wittfogel) o, più precisamente, una reazione “zelota” contro i valori e le istituzioni della civiltà moderna. Infatti, i bolscevichi – che si comportavano verso l’Europa quasi allo stesso modo degli slavofili – somministrarono al popolo russo massicce dosi di quello che l’ex diplomatico sovietico Dmitrievskij definì “un tossico terribile: l’odio e la sfiducia per tutto ciò che sapeva di Occidente”. Allo stesso Dmitrievskij si deve la più lucida percezione del fatto che l’obbiettivo del capitalismo di Stato instaurato da Lenin e perfezionato da Stalin era quello di impedire la “vittoria dell’Occidente, della sua concezione fondamentale dell’individualismo e del liberalismo nella vita politica”.

Così, nelle mani dei bolscevichi, il marxismo diventò un’arma anti-occidentale più efficace di qualsiasi arma materiale. Grazie ad essa, infatti, Lenin e i suoi diadochi non solo riuscirono – elevando una compatta “cortina di ferro” – ad arrestare la potente emigrazione delle idee occidentali, bollate come manifestazioni della “ideologia borghese”, corrotta e corruttrice; riuscirono anche a convertire alla loro Impresa rivoluzionaria – l’annientamento dell’Occidente – una parte non piccola del proletariato europeo, nonché quegli intellettuali descritti da Hannah Arendt come “nichilisti attivi” dominati dall’ardente desiderio di “assistere alla rovina di una società completamente permeata dalla mentalità e dai principi della borghesia”.

La natura profondamente anti-moderna della Rivoluzione d’Ottobre è stata oscurata dal fatto che non pochi studiosi hanno identificato il processo di modernizzazione con l’industrializzazione. Un esempio per tutti: Hélène Carrere D’Encosse ha affermato che “Lenin per tutta la vita fu animato da una accanita volontà di occidentalizzazione”. Nulla di più lontano dalle intenzioni di Lenin. Basti solo pensare che egli definì una “grave malattia” la “politica operaia liberale” a motivo del fatto che essa intendeva “europeizzare la Russia”.

Certamente, Lenin desiderava ardentemente industrializzare la Russia; ma, altrettanto certamente, non intendeva punto adottare le istituzioni occidentali. Al contrario: tutta la sua azione politica fu dominata dal potente desiderio di impedire che i Russi fossero contagiati dal valore cardinale della Modernità: l’individualismo. La cosa risulterà con tutta chiarezza una volta che si tenga presente la natura della civiltà nata dal processo di modernizzazione: un assetto istituzionale centrato sulla fruizione dei diritti e delle libertà fondamentali, l’autonomia della società civile, il pluralismo politico-culturale, l’uso pubblico della ragione, lo Stato laico e la nomocrazia: tutte cose che i comunisti, ovunque hanno conquistato il potere, hanno cancellato nel modo più brutale. In aggiunta, avendo anche cancellato il mercato per sostituirlo con il piano unico di produzione e di distribuzione, hanno violentemente spinto la Russia verso il pantano della stagnazione. Un esito – previsto sin dal 1920, e con rigorosa precisione scientifica, da Ludwig von Mises – che costringe a giungere alla conclusione che sopprimere il mercato significa sopprimere la razionalità e, con essa, la possibilità dello sviluppo delle forze produttive in cui Marx vedeva giustamente la base materiale della emancipazione dei lavoratori. Di qui il fatto – sottolineato con particolare vigore da Victor Zaslavski – “che la contro-modernizzazione sovietica fornisce il primo esempio dell’era industriale moderna di un progresso tecnologico che ha generato un feedback negativo che ha indebolito e alla fine addirittura distrutto gli impulsi iniziali”. E fornisce altresì l’irrefutabile prova che cancellare completamente il mercato – luogo istituzionale della libertà di scelta –, significa instaurare quella che Agnes Heller e Ferenc Feher hanno decritto come “una dittatura sui bisogni”.

In definitiva, se la rivoluzione comunista non ha prodotto altro che una impressionante scia di cadaveri e uno smisurato cumulo di macerie materiali e morali, è perché nel suo codice genetico mancava del tutto un programma positivo di ricostruzione sociale. Al suo posto, c’era una rivoluzione pantoclastica centrata sulla “satanica” idea che, per accedere al “Regno millenario Regno della libertà”, era imperativo “fare piazza pulita del vecchio mondo spettrale” (Marx) appiccando “un incendio generale per bruciare le vecchie istituzioni europee” (Engels). Di qui il fatto che – le parole sono di François Furet –

la Rivoluzione d’Ottobre ha chiuso la sua traiettoria storica senza essere stata vinta sul campo di battaglia, ma ha liquidato essa stessa tutto ciò che è stato fatto in suo nome. Nel momento in cui si è disgregato, l’Impero sovietico ha offerto lo spettacolo eccezionale di essere stato una superpotenza senza avere incarnato una civiltà. La sua rapida dissoluzione non ha lasciato nulla: né principi, né codici, né istituzioni, neanche una storia. Come i Tedeschi, i Russi sono il secondo grande popolo europeo incapace di dare un senso al loro XX secolo.

 

Saggio di Luciano Pellicani, originariamente apparso su “Il Foglio” del 9 aprile 2017

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