La “legge di gravità del potere”

di Alessandro Vitale

Nel mondo politico vige la legge del potere come in quello fisico la legge di gravità

Johann Gustav Droysen (1808-1884)

  

In qualsiasi potere politico è insita la tendenza a sconfinare dai propri limiti e a estendere il più possibile l’ambito della propria influenza

Ludwig von Mises – Liberalismus (1927)

[Qui si colloca] quella che definisco come una specie di “legge di gravità” dell’aggregazione politica (e del potere)

L’espressione che adotto è usata per similitudine. Il potere politico tende a estendersi a tutti i campi che interessano gli individui. Si tratta di una delle più profonde regolarità della politica: esso continua a espandersi fino a che non incontri limiti, che cercherà di superare, una volta incontrati, invadendo tutte le sfere della vita individuale

Gianfranco Miglio – Lezioni di Scienza della Politica (1981)

 

 

Introduzione al problema

Non sono molti i fenomeni della politica che possono essere ricondotti a ripetitività lampanti e osservabili in tutti i tempi e in tutti i luoghi. Ancor meno sono quelli che, talmente universali da essere evidenti senza possibilità di equivoco, si possono far rientrare nella categoria di autentiche, inesorabili “leggi”. Tuttavia esistono regolarità, ricorrenze, anche se occorre sempre preliminarmente chiarire che cosa si intenda per “leggi” – e qui intervengono obbligatoriamente innumerevoli manuali di epistemologia, di metodologia e di teoria delle scienze dell’uomo – nel campo della conoscenza sui generis che caratterizza le scienze politiche e sociali e in generale le “scienze umane” o, meglio, dell’azione umana. Spicca fra questi una tendenza quasi ferrea, un fenomeno macroscopico ed evidente nello studio del fenomeno politico: quello della tendenza che presenta il potere (e la potenza, in campo internazionale) ad autoaccrescersi indefinitamente, ad espandersi, a occupare tutti gli ambiti, i settori e a debordare, una volta stabilmente insediatosi, oltre gli argini entro i quali sembra racchiuso e “controllato”, laddove non incontri ostacoli.

Sembra infatti quasi che il potere, fattore centrale della politica, obbedisca come quest’ultima a una sorta di “legge di gravità”, che fa sì che esso tenda a dilagare concentrandosi, a occupare tutti gli ambiti disponibili e occupabili e ad assolutizzarsi, in assenza di ostacoli in grado di arrestarne l’espansione. Ogni potere tende infatti ad ampliare il proprio ambito e punta a occupare anche l’ultima nicchia libera [1].

Le opere del pensiero politico e soprattutto gli studi che fanno parte a pieno diritto del realismo politico, da secoli sono dense di constatazioni che sfociano nell’inseguimento di questa complessa e spesso imprendibile “regolarità” ripetitiva. Soprattutto gli esponenti del realismo politico, da quello classico a quello contemporaneo, sono stati costretti a fare i conti con questa tendenza inesorabile, a rilevarla e a descriverne l’evidente imponenza nel processo storico, sebbene questa regolarità non sia mai stata compiutamente sistematizzata in forma teorica, nelle sue cause e nelle sue dinamiche. Non sarebbe tuttavia azzardato ritenere questa ripetitività un autentico “oggetto chiave” del realismo politico, un elemento prezioso per ricercare l’esistenza di “leggi” del comportamento politico.

“Legge di gravità del potere” e abuso si sono spesso mescolati. Johann Gustav Droysen parlò apertamente del potere come “legge del mondo politico”, paragonandola a quella di gravità per il mondo fisico. La più famosa constatazione in tal senso tuttavia è come noto quella di Montesquieu: «È però esperienza eterna, che ogni uomo il quale ha in mano il potere, sia portato ad abusarne, procedendo fino a quando non trova dei limiti» [2].

La tendenza del potere politico ad autoaccrescersi è con ogni evidenza alla base della stessa evoluzione del ‘politico’ nelle sue diverse forme. Non solo l’uomo politico, come ogni essere vivente, è regolato da una legge teleonomica dell’autoconservazione, ma una volta creato un rapporto politico, esso tende ad assorbire, per sua stessa natura, tutte le sfere che interessano coloro che ne sono coinvolti. Poiché il potere è connaturato al ‘politico’ (e parlare di “potere” in altre sfere è fuorviante, in quanto il potere ha sempre bisogno del supporto della minaccia o dell’effettivo uso della violenza) la gestione di tali sfere, di numero crescente, porterà con sé anche l’espansione del rapporto comando-obbedienza e del potere stesso. Che questo sia dovuto alla mancanza di resistenza ad esso, al consenso o al sovraccarico di compiti attribuiti al ‘politico’, il risultato non cambia. Questa espansione sembra obbedire in tal modo a una vera e propria “legge gravitazionale” dell’aggregazione politica [3] e del potere. Quest’ultimo, infatti, tende ad estendersi a tutti i campi che interessano gli individui che ne sono coinvolti, fino a che non incontri limiti, poiché la spinta alla crescita è una sua tipica caratteristica, «Appartiene alla sua sostanza e non muta con il mutare delle sue modalità di esercizio» [4].

La forza del potere politico – Herrschaft in termini weberiani, “dominio” istituzionalizzato anche per Simmel, Michels ecc. – nel superare tutti gli ostacoli e i limiti che si è cercato di imporgli, è stata con ogni evidenza impressionante e molto più imponente di quanto non sia stato a lungo ritenuto da numerosi paradigmi interpretativi del ‘politico’: soprattutto da quello liberale e da quello democratico [5].

Quella forza travolgente – di un potere che poggia su risorse di violenza (che come coazione sorregge forza e legittimità), si esprime in decisioni vincolanti, alimenta il riconoscimento ed è istituzionalizzato – non è un fatto patologico: patologici sono semmai i risultati. Si tratta invece di un fatto “fisiologico”, che attualizza e rende ancor più importante e decisiva la ricerca di limiti efficaci alla sua espansione, dato che le conseguenze possono essere catastrofiche per qualsiasi convivenza [6]. La ricerca di una più precisa definizione della “legge di gravità del potere” sarebbe di grande utilità per comprendere e spiegare una grande quantità di questioni ancora aperte nel campo della teoria politica. Una sua più diffusa e approfondita conoscenza, inoltre, consentirebbe di evitare svariati utopismi e forme di consenso al potere basati su illusioni, nonché, di conseguenza, innumerevoli esperimenti politici privi di strumenti efficaci per contrastare quella tendenza. Inoltre, sarebbe di fondamentale importanza per rimettere al centro della riflessione il problema chiave dei limiti efficaci all’espansione del potere, a fronte del fallimento generalizzato del Costituzionalismo, della divisione funzionale dei poteri e di quanto è stato nei secoli escogitato per frenare il debordare del potere politico e il suo dilagare in tutti gli ambiti occupabili.

  1. Una constatazione molto antica e un problema universale

L’Antichità classica e mille anni di storia medievale sono strapieni di dottrine, constatazioni empiriche, descrizioni della realtà e degli effetti materiali dell’autoespansione del potere, anche se spesso le si può leggere solo in filigrana. Questa lunga storia è stata, come noto, accompagnata dalla ricerca di strumenti atti a contrastare le conseguenze di questa profonda regolarità. La storia del costituzionalismo medievale e moderno è innervata da questa ricerca, stimolata dalla constatazione della presenza di tale inesorabile tendenza, associata per secoli al problema della tirannide. L’intera vicenda dello Stato moderno, poi, che proprio da questa travolgente tendenza tipica del potere politico è risultato pesantemente deformato nelle sue premesse ideologiche e programmatiche, ha stimolato riflessioni plurisecolari sulla “legge di gravità” del potere quale tendenza e regolarità dilagante. La storia di questa aggregazione politica, emersa nell’Europa occidentale e poi esportata in tutto il mondo, infatti, è attraversata primariamente dal filo rosso di un lento e faticoso ma inesorabile processo di concentrazione e di espansione del potere, che ha annientato l’ordinamento precedente, dissolvendolo [7]. Gran parte dei problemi contemporanei di sistemi costituzional-pluralistici, sottoposti a tensioni distruttive, dipendono oggi dall’operare di quella “legge di gravità”.

Già prima di Aristotele era emersa la constatazione elementare che ciascuna forma di governo, se lasciata a sé stessa, è condotta all’eccesso, proprio perché il potere contiene “geneticamente” la possibilità di autoespandersi (e di abusarne), travolgendo inesorabilmente tutte le barriere concepite per contenerlo. La “crescita del potere”, ancora oggi espressione corrente e di senso comune, era già allora percepita come un processo “fisico”, che si manifestava in qualcosa di reale e di tangibile, a partire dal cambiamento che il potere esercita sull’individuo che lo detiene senza limitazioni e per lungo tempo. Già nel contesto classico, la “legge di gravità” del potere era stata constatata nel suo manifestarsi, sia a livello individuale che di gruppo, in forme analoghe a quelle contemporanee, che sono oggetti di studio delle scienze sociali e politiche, dedite a studiare con metodo sperimentale i meccanismi del potere, sia a livello individuale (“malattie del potere”, livello d’analisi dell’individuo), che a livello sociale e politico. L’idea che la divisione del potere avrebbe potuto tamponare e in parte neutralizzare gli effetti della “legge di gravità” del potere aveva già generato a quell’epoca tentativi di separare le differenti forme del potere concentrato: ad es. il potere giudiziario e quello “governa mentale”, in Grecia e quello fra funzionari a Roma. Nel mondo medievale occidentale la necessaria separazione fra potere spirituale e temporale scaturì dalla medesima constatazione, fornendo la base concettuale del Costituzionalismo moderno [8].

Non c’è opera rilevante della storia moderna delle dottrine politiche (da John Milton, a Montesquieu, a Lamennais, ai Monarcomachi antiassolutisti, a Burke, a Hume, a Locke, a Tocqueville, a Constant, a Madison, a John Adams, a John Caldwell Calhoun, a Thomas Jefferson, a Lord Acton [9], ecc.) che non contenga considerazioni sulla tendenza del potere politico ad autoaccrescersi, a dilagare e a trasformarsi in abuso, anche con caratteristiche teratologiche, tenendo conto degli ambiti nei quali viene esercitato e delle dimensioni temporali, laddove non incontri ostacoli efficaci. Questa constatazione è stata centrale anche nel realismo politico di Machiavelli, per il quale la paura che deriva dall’uso della forza è una fonte moltiplicatrice del potere e dell’obbedienza; ne è un catalizzatore [10]. Ancor più è emersa dall’opera di Thomas Hobbes, identificata come perpetuo e inquieto desiderio di potere, una sorta di bulimia che esclude l’accontentarsi di un potere moderato.

Certo, quella regolarità non è stata valutata nelle sue conseguenze sulla tenuta del contratto finalizzato a produrre sicurezza: infatti proprio quella legge inesorabile avrebbe generato domande in conflitto rigide ed intense [11], che avrebbero finito col far saltare la cooperazione interindividuale, innescando anche nello Stato un bellum omnium contra omnes, condotto per mezzo della legislazione e della rappresentanza, sebbene in forma sui generis [12], fonte di ulteriore paura e diffidenza reciproca, come hanno dimostrato i sistemi totalitari atomizzanti, cresciuti sul manifestarsi della tendenza autoespansiva del potere. Il problema della quantificazione di quest’ultimo e dei suoi limiti nel corso del suo manifestarsi, era ovviamente cruciale. Come aveva fatto notare Bobbio, infatti, la natura del potere politico derivante dal contratto (irrealistico) di Hobbes era un problema chiave: ossia se si trattasse di potere assoluto, limitato, incondizionato, condizionato, divisibile o indivisibile, revocabile (e come) o irrevocabile [13]. La centralità realistica della “legge di gravità del potere” e di un potere pubblico non sottoponibile a limiti [14] avrebbe potuto condurre alla constatazione che la vita, la proprietà e la libertà sarebbero state messe a repentaglio proprio da quel potere finalizzato a sconfiggere la paura [15].

Il realismo politico che ha innervato la Scienza della Politica a partire dalla fine del XIX secolo, pur impantanandosi nella complessa e probabilmente impossibile quadratura del cerchio della quantificazione del potere, ha posto al centro della riflessione la questione della “legge di gravità”, come testimoniano a distesa l’opera di Mosca, Pareto, Michels, Weber, Lasswell e Kaplan, Schmitt e molti altri eredi della lezione machiavelliana. L’idea che ogni potere umano tenda ad allargare le sue prerogative, rafforzando al contempo le posizioni conquistate e sottraendole con ogni mezzo al controllo [16] e che la “quantità di potere” di una persona o di un gruppo tenda ad aumentare fino a che non sia limitata da altri detentori del potere [17] è stata a lungo una constatazione realistica – tanto ovvia da essere data per scontata – della legge dell’autoespansione come di una delle caratteristiche permanenti del potere stesso. Peso, sfera, campo di potere [18], così come i correlati “potenziale di potere”, miglioramento delle posizioni di potere”, indice elevato o ridotto di distribuzione del potere”, “misurabilità delle modificazioni del potere” o “modi di accrescimento del potere” sono così diventate nozioni utili per lo studio della dinamica riferibile alla “legge di gravità” del potere, sebbene le analisi si siano incentrate più sulla sua misurazione [19] e sugli effetti di tale evidente espansione, che sulla dinamica del fenomeno: un modo di procedere classico, ma di scarsa utilità [20]. Infatti, il punto chiave è quello della ricerca del meccanismo specifico che determina l’espansione del potere politico, che per sua natura è totalizzante e quindi tende a escludere qualsiasi altro concorrente [21]. Le analogie con le scienze biologiche e con quelle fisiche, in particolare con il magnetismo e con la forza di gravità, appunto, non sono state prive d’interesse. Barnes, ad esempio, ha paragonato il detentore del potere politico a un magnete posto al centro di un “campo di potere” (costituito dall’insieme dei soggetti sui quali il potere è esercitato), nel quale attrae tutti coloro che gli si avvicinano, volontariamente o perché non riescono a sfuggirgli, trasformandoli in soggetti di un vero e proprio “campo di forza”, nel quale i comportamenti di obbedienza agiscono da moltiplicatore del potere o quelli di resistenza all’attrazione cercano di trasformarsi a loro volta in campi d’attrazione, come i magneti ne respingono altri, di forza simmetrica [22]. La forza di attrazione aumenta con l’espansione del “campo di forza”, con l’estensione del controllo sulle vite altrui, con l’espansione del proprio entourage mediante cooptazione [23] e delega [24], processi potenziati in contesti collettivi [25]. La “naturale” inclinazione ad ampliare l’estensione del potere [26] ha bisogno di un contesto, di un campo favorevole per produrre risultati, nel quale il “magnetismo” agisce anche come produttore di acquiescenza e di legittimità, conseguenti al suo esercizio (e non viceversa), soprattutto se riesce a instaurarsi un “campo d’attrazione” monopolistico ed esclusivo, concordemente proprio con una delle caratteristiche più essenziali del ‘politico’: l’esclusività. Questa fusione fra legge di gravità e campo d’attrazione consentirà al potere di raggiungere il massimo grado di stabilità dinamica, proprio perché in continua espansione.

Più produttive ancora però sono state quelle teorie che hanno saputo collegare profondamente, descrivendo il potere come una relazione, un rapporto intersoggettivo, la “legge di gravità del potere” alla stessa natura del ‘politico’, vista come incontenibile dinamica dipendente dalla “globalità dei fini” che fanno parte del rapporto di obbligazione politica: tanto più generici, indefiniti e generali [27], quanto più proiettati nel futuro [28]. Perché queste teorie hanno saputo collegare la dinamica dell’autoespansione alla dimensione stessa del ‘politico’, che si estende quanto più riesce a invadere e a sottomettere le altre forme di cooperazione sociale, promettendo la soddisfazione di bisogni, essenziali o meno, ben oltre quelli di protezione e di sicurezza e la fornitura di “beni pubblici” (virtualmente senza limiti), garantendosi la sopravvivenza e la crescita della sua sfera. Queste analisi hanno fatto saltare la presunta oggettività di nozioni quali quelle derivanti dal “bene comune” [29], presentati come “limite” e vincolo all’espansione del potere, così come la supposta efficacia del carattere “astratto”, “generale” e “neutrale” dei sistemi normativi moderni, sebbene ordinamenti fondati sul “diritto naturale” e sul rispetto di questo, abbiano visto una crescita molto minore del potere.

La capacità del potere di produrre da sé legittimità è una chiave determinante per comprendere i processi di autoaccrescimento illimitato che hanno portato all’espansione teratologica del potere politico del Novecento. Sia che si sia trattato del ciclo Paura → Potere → Paura, sia che l’obbedienza che l’ha alimentato sia derivata da adesione volontaria, la base data dal rapporto esercizio del potere → legittimità non cambia. I due aspetti sono complementari [30]. La legittimità scaturisce, infatti, dall’esercizio stesso, reiterato e monopolistico, del potere politico, poiché questo possiede una specifica capacità di legittimarsi da solo, con il suo prolungato esercizio e la dimostrazione della mancanza di alternative. Qui non importa che la forza della legittimazione scaturisca da calcolo razionale costi-benefici, relativo al soddisfacimento dei bisogni o da fattori derivanti da elementi istintuali e psicologici profondi che possono addirittura andare in senso inverso, simili all’innamoramento e basilari per il fanatismo ideologico. Obbedienza e arrendevolezza naturalmente sono le condizioni “permissive” dell’autoaccrescimento del potere. Sono composte da vantaggi della rinuncia alla libertà rispetto ai costi di sanzioni, dalla paura o dall’abitudine, dall’assunzione acritica di modelli tradizionali, dall’innamoramento di un’aura di autorità, dalla fiducia nella legittimità di procedimenti, da speranze utopistiche sull’azione del potere politico. Potere è primariamente controllo e richiede sempre le due componenti del potere richiesto e/o preteso e del potere concesso. La crescita del potere è potentemente favorita dalla prospettiva di acquisizione di vantaggi, materiali o immateriali, rispetto ai quali interviene anche il calcolo razionale, che rimane a fare da sfondo persino nel caso del potere carismatico, con la sua continuità [31] nella ricerca della preda. A riprova del fatto che la spartizione del bottino e della rendita politici sono componenti permanenti dell’autoaccrescimento del potere. Le neuroscienze contemporanee (che non possono più essere ignorate dal realismo politico) stanno dimostrando, insieme a complesse discipline di frontiera quali la “neuroetologia”, che si tratta di fenomeni complementari e che il legame protettivo garantito dal potere, che ha per controparte l’obbedienza, presenta gradi differenti di coinvolgimento emotivo [32] (dato che la creazione e il consolidamento di gerarchie di dominanza avvengono – anche in termini di immagini [33] – nel sistema limbico) e di risposte influenzate dalla neocorteccia, connesse al comprendere, al prevedere e al progettare il futuro [34].

Già Lasswell e Kaplan avevano notato che anche il “potere nudo” (sprovvisto di autorità, di legittimazione ed esercitato apertamente), tende ad essere formalizzato in misura della crescita del suo peso, del suo campo d’azione e della sua sfera [35] e a guadagnare facilmente prestigio per la sua potenza. Anche sfera, peso e coercitività fanno parte della dinamica di autoaccrescimento del potere. Pure se si parte da un’analisi “quantitativa” del potere, si giunge al problema della sua autoespansione. In ogni caso, cristallizzandosi, i rapporti danno luogo a un potere formalizzato in senso weberiano, che si accresce grazie stessa ripetitività della relazione, pur essendo inizialmente fluttuante. La “legge di gravità” deriva così dalla produzione di obbedienza derivante dalla sua routinizzazione. Proprio passando attraverso la sua istituzionalizazione, infatti, il potere politico è riuscito a concentrarsi e a debordare da tutti i limiti previsti per evitarne l’espansione, anche grazie a tecniche di terrore, di uso dei favoritismi, di attacco alla sfera non-politica delle convivenze.

Al problema dell’espansione del potere politico si può forse accedere più efficacemente attraverso lo studio della sua distribuzione e del suo grado di ampliamento in tutte le sfere da esso occupabili, del grado di concentrazione e di accentramento. Questi ultimi formano il terreno più evidente sul quale opera la “legge di gravità”. Concentrazione e accentramento del potere consentono una più solida rilevazione empirica dell’operato di quella legge. È questo naturalmente il caso della crescita del potere statuale moderno, forma storica di organizzazione del potere, che non costituisce tuttavia un destino, dato che per lunghi periodi storici l’equilibrio fra organizzazione della cooperazione sociale e potere politico ha presentato configurazioni molto differenti, a riprova del fatto che l’autoespansione del potere agisce solo fino a dove non incontri ostacoli (quali sono stati quelli di un’organizzazione poliarchica o frammentata del potere) [36] e che solo la lotta per il terreno perduto e per arginare l’espansione è un argine effettuale, che può ridurre il “tasso di politicità” di un sistema.

 

  1. Lo Stato moderno e la “legge di gravità del potere”

Se si può rilevare un filo rosso nella vicenda dello Stato moderno e del suo percorso evolutivo (metà del XIII – XXI secolo), sul quale sono d’accordo gli studiosi, è proprio quello della crescita inesorabile, della concentrazione e dell’accentramento del potere politico, del quale lo Stato è un “arsenale”. Il potere politico (o di governo, su un gruppo specifico di uomini) compare del resto come elemento centrale e imprescindibile in qualsiasi definizione di Stato [37]. L’osservazione del fenomeno statale non può prescindere dal cogliere il problema del potere, della sua specifica territorializazione, della sua concentrazione ed espansione [38] intensiva, spinta dal motore della guerra e dell’imposta, per finanziarla, sia per cause interne che internazionali. La storia dello Stato presenta un processo pressoché ininterrotto di crescita [39]. Lo Stato, rientrato nell’indagine realista della politica dagli anni Settanta, si distingue dalle altre forme organizzative del potere politico proprio perché quest’ultimo riesce a raggiungere la massima concentrazione monopolistica nella forma di uso o minaccia della violenza per portare ad esecuzione i suoi comandi [40]. Se la famosa definizione weberiana di Stato è giusta, quest’ultimo è proprio l’ambito privilegiato per la manifestazione delle potenzialità e delle leggi intrinseche al potere, compresa quella “di gravità” e di “autoaccrescimento”. Il modello più coerente di Stato moderno sarà allora anche quello centralizzato, a massima concentrazione del potere, che invade tutti gli altri settori della convivenza, dello scambio e della produzione di risorse, fornendo una soluzione politica al problema economico della scarsità [41], con tutte le conseguenze facilmente verificabili nell’esperienza storica. Lo Stato moderno si è affermato, come noto [42], con la sottrazione di potere ai singoli e ai gruppi intermedi, dopo la sconfitta dell’assolutismo monarchico, sulla base di un’inesausta concentrazione del potere politico inteso come originario, non derivato e perpetuo, fino a rendere l’obbligazione politica e il legame di fedeltà esclusivo e trascinante, unico e autoperpetuantesi, fino a spersonalizzarsi nella “nazione” basata sul principio portante dell’unité-indivisibilité [43], fonte di una concentrazione inesorabile del potere statale [44]. Unità politica e indivisibilità del potere hanno fatto da sfondo al processo di autoaccrescimento di quest’ultimo. In particolare, l’idea di unità si è riferita proprio alla necessità di unità della sovranità, non cessando neppure per un istante di essere il punto di riferimento decisivo per la vicenda dello Stato moderno e potendo in tal modo inglobare nel suo quadro tutte le altre distinzioni, divisioni, fonti di potere alternative. La “pienezza del potere statale” è rimasta sempre intesa come illimitata e illimitabile, inseparabile dall’unità politica e soprattutto dall’omogeneità interna (che facilita l’esercizio, la monopolizzazione e la concentrazione del potere), pena il suo decadimento. La “legge di gravità” ha così potuto operare in mille direzioni: dalla moltiplicazione degli uffici per invadere tutti i settori della vita civile occupabili [45], all’uso di una tassazione progressivamente debordante in funzione della guerra, della Machtpolitik e dei servizi atti a sostenere lo sforzo bellico (che è equivalsa all’estensione del potere su tutte le sfere dell’attività umana, a tutte le forme di cooperazione sociale e della produzione di risorse), al depotenziamento di tutti i possibili contrappesi in termini di fonti diverse di potere, alla fusione tendenziale del monopolio politico sulla violenza e di quello economico (riuscito negli Stati totalitari, con una politicizzazione integrale dei rapporti), dei mezzi di coercizione con quelli di produzione (con strumenti sofisticati e differenti), all’estensione della longa manus delle classi politiche sui redditi dei cittadini (introduzione dell’imposta sui redditi alla fine del XIX secolo), virtualmente senza limiti, fino al controllo di una frazione crescente di ricchezza sociale, all’espansione inarrestabile della spesa pubblica [46], per produrre consenso, burocrazia e uffici, anche nella fase liberale dello Stato [47]. A tutto questo si sono aggiunti l’uso strumentale di un sempre più esteso concetto di “sicurezza” interna ed esterna, l’espansione collettivista del tema dei diritti (intesi come creazioni e concessioni del potere politico o tramutati da diritti individuali in “diritti sociali”, fonti di smisurato servilismo) e della redistribuzione di risorse, che ha portato a un’espansione abnorme della relazione hobbesiana protectio-oboedientia (prevista e utilizzata già da Bismarck: gli uomini accettano, in cambio di una protezione onnicomprensiva e efficiente, che il potere politico dilaghi) [48], all’espansione dell’interventismo statale nell’economia e nell’ambito della cooperazione umana (potendo scaricare i costi sugli esclusi e non-beneficiari), al farsi carico di compiti sempre più numerosi, causa della dilatazione del potere d’imposizione, in forme sempre meno distinguibili da quelle prese nei regimi di socialismo reale (strettamente connesso alla legislazione dilagante), alla trasformazione (già contenuta nelle premesse hobbesiane e bodiniane) del diritto in legislazione [49], del Rechtsstaat in Gesetzstaat, che ha dato luogo all’ipertrofia legislativa, alla produzione di norme a ciclo continuo per soddisfare interessi a breve scadenza e alla devastazione dell’isonomia, delle norme procedurali che avrebbero dovuto funzionare come argine al potere e il diritto stesso, confinato in un vicolo cieco e in un circolo senza uscita [50], nonché alla dilatazione della nozione di “beni pubblici”, divenuta talmente vasta da risultare dubbia.

La democrazia è una forma di governo che ha consentito solo una dislocazione del potere, ma che non ha ostacolato il rafforzamento dello Stato apparato, ampliandone anzi competenze e poteri.

Che lo Stato moderno sia stato il terreno migliore e più agevole per il manifestarsi della “legge di gravità del potere”, anche grazie allo scambio fra pace interna e sottomissione, lo si rileva agevolmente anche a un’analisi superficiale. La progressione del potere in questo ambito istituzionale, infatti, presenta manifestazioni concrete. La forma statuale del potere politico consente a quest’ultimo di acquisire, immagazzinare e gestire una quantità indefinita di potere, assegnandogli obiettivi contingenti e quindi aperti, potenzialmente sempre nuovi [51]. Nonostante le premesse contenute nelle dichiarazioni programmatiche di quest’aggregazione politica, relative al contenimento del potere in modo da farne un semplice complemento della libera cooperazione sociale ed economica, lo straripamento dell’attività statale nel territorio di quest’ultima ha travolto tutte le dighe erette per le crescenti esigenze di una limitazione del potere, divenuto il soggetto unico dell’allocazione delle risorse, anche in contesti sempre meno bellici e inventando giustificazioni ad hoc per la sua espansione.

 

  1. La “legge di gravità del potere, il Costituzionalismo e le sue promesse mancate

Applicato allo Stato moderno – l’aggregazione politica tipicamente occidentale e degli ultimi secoli, a massima concentrazione del potere che la storia umana abbia mai sperimentato [52] – il Costituzionalismo appare a un rapido bilancio senza dubbio essere stato travolto, risucchiato nel vortice provocato dal manifestarsi di quella legge. Il peso, la concentrazione, la centralizzazione e l’espansione del potere politico continuano a far scricchiolare i sistemi politici basati sulla divisione funzionale dei poteri, che era volta a garantire la libertà dei cittadini, suddividendo il potere sulla base delle competenze (funzioni o “poteri”) e che per un certo periodo ha funzionato come forza d’attrito in grado di ritardare l’assolutismo parlamentare. Ancor più sorprendente è il fatto che persino i sistemi politici che sono riusciti a fondare e a conservare (su basi “pre-moderne”) la divisione della sovranità concentrata, teorizzata nella sua indivisibilità da Bodin e da Hobbes, su basi “areali” e “spaziali” (quelli federali), sono stati travolti da quella legge inesorabile. La contraddizione fra principio federale e struttura dello Stato moderno (per sua natura a sovranità concentrata e virtualmente illimitata), infatti, ha provocato il prevalere di quest’ultima, con una conseguente espansione del potere e della sua centralizzazione e vulnerando l’efficacia degli strumenti previsti per arginarla. Le competenze della federazione, mediante l’estensione degli implied powers, così come la possibilità per il potere politico di interpretare i proprio poteri, il controllo giurisdizionale di costituzionalità e il monopolio giudiziario, hanno fatto da catalizzatore per l’opera di quella legge. Le limitazioni scritte del potere politico sono state così lette come ratifica, legittimazione, descrizione del “necessario” funzionamento di istituzioni sempre più invadenti e non come argine a quell’espansione [53]. Le costituzioni inoltre, in generale, hanno finito per essere interpretate come strumenti di consolidamento di assetti vigenti, anziché di limitazione, come era nello spirito del Costituzionalismo medievale e moderno. La figura ipotetica (e irreale) dello Stato “che si autolimita” si è trasformata ben presto in una chimera. Questo è avvenuto per i logici e inesorabili meccanismi interni dello Stato, trasformatosi in catalizzatore della politica e del potere, provocando per contraccolpo una compressione degli spazi di scelta degli individui, fino a ridurli ad automi “egualificati” e atomizzati di fronte al sovrano (individuale o “collettivo”). Lo “Stato guardiano notturno” della tradizione liberale, il rights-protector che si autolimita alla protezione dalle aggressioni fisiche, dei diritti individuali e dei contratti, si è trasformato in una delle più infondate, illusorie e naïve utopie. Del resto, che interesse potrebbe avere ad autolimitarsi, se ha la possibilità di espandere il suo potere e il controllo sulla ricchezza materiale, della quale, grazie al monopolio della violenza dispone virtualmente senza limiti entro i suoi confini, potendo in tal modo finanziare le sue finalità di fondo? Del resto, anche se potessimo essere in grado di “contenere lo Stato”, il comune senso economico ci farebbe sospettare e ci indurrebbe ad aspettarci ben poco da un’impresa di potere monopolista della violenza e della “protezione”. Perché questa dovrebbe limitarsi a essere un mezzo “neutrale”, super partes e non diventare facilmente uno strumento di coloro che possono farne uso [54]? La storia dello Stato dimostra che i governanti si sono sempre comportati in tal modo e i loro ideologi hanno giustificato tale espansione. Lo Stato ha così potuto portare alle estreme conseguenze questa inesorabile tendenza. Lo Stato costituzionale contemporaneo non è in grado di auto-limitarsi e produce invece un’inarrestabile dilatazione dei poteri pubblici, un’intensificazione della concentrazione-centralizzazione del potere e apparati controllati da classi politico-burocratiche monopoliste della violenza.

Il parlamentarismo, l’espansione dei partiti politici nel governo, nella giustizia e nell’amministrazione [55], la legge della maggioranza e gli ordinamenti democratici hanno completato l’opera della “legge di gravità”, con la richiesta e l’assunzione di poteri sovrani quasi illimitati, che hanno travolto persino i limiti edificati dalla monarchia costituzionale nel continente europeo. Servendosi della legislazione e della legge come atto d’imperio emanata dagli organi legislativi, ridotti a unici interpreti del diritto, tutti i confini sono stati gradualmente travolti. Il monopolio della legislazione ha comportato la tendenza all’espansione del potere [56]. La pretesa di prendersi cura di un numero crescente – e in via di veloce diversificazione – dei bisogni dei cittadini, ha assoggettato tutti gli ambiti della cooperazione interindividuale. La moderna concezione della democrazia ha travolto il Costituzionalismo, sostituendolo con la preoccupazione di come e di chi debba essere il detentore del potere. Le origini psicologiche di questo atteggiamento sono state chiare fin dall’inizio. Anziché aumentare la diffidenza nei confronti della “legge di gravità”, ha comportato un generale disarmo nei suoi confronti [57], come noterà per primo Montesquieu. L’idea stessa dei freni all’espansione del potere è progressivamente passata in secondo piano. La divisione dei poteri in realtà è fallita quasi subito, fin da quando la classe politica ha preso possesso dei parlamenti, nati per contrastare il potere (soprattutto impositivo) del sovrano ma ridottisi a strumenti di un nuovo assolutismo. La concentrazione del potere politico e di quello legislativo ha formato un conglomerato devastante. Il fallimento della divisione funzionale e dell’equiordinazione è derivata dalla fusione fra poteri o dal prevalere di uno sull’altro, in ogni caso sempre dipendenti da un unico soggetto: lo Stato sovrano. L’unica funzione rimasta relativamente “separata” è quella giurisdizionale, date le lunghe premesse di una lotta secolare, ma anche questa ha visto crescenti commistioni irreversibili, a causa del controllo esercitato sulla magistratura, trasformata in parte dell’amministrazione. La burocratizzazione teratologica degli Stati moderni (cresciuta in media fra il secolo XIX e il XX del 400%) è stata poi favorita dalla centralizzazione, che ha provocato l’espansione del potere da una ristretta cerchia di governanti a una sempre più vasta categoria di personale impegnato nella gestione del sistema politico (fino a diventarne il dominus, il potere effettivo, mediante il peso esercitato sulla decisione politica, come nel bureaucratic politics, derivante dall’attribuzione ai funzionari di potere effettivo per via legislativa), della redistribuzione e dell’allocazione delle risorse con criteri politici, direttamente proporzionale all’affermarsi delle forme eredi del Polizeistaat e del Wohlfartstaat, di origine settecentesca, che si sono trasformate, assumendo finalità palingenetiche e di formazione di un “uomo nuovo” nel “dispotismo tutelare” dell’État Providence [58]. A tutto questo è collegato il controllo schiacciante e il condizionamento generalizzato dell’attività economica e della cooperazione umana mediante l’uso di strumenti politici: la politica monetaria, quella inflazionistica, quella fiscale e del deficit spending [59]. L’ideale costituzionalistico del Rechtsstaat, basato sull’idea della legge impersonale, astratta e generale, come strumento di controllo del potere è finito nelle sabbie mobili alimentate dalla legislazione dominata dal potere politico, dall’ipertrofia amministrativa, partitocratrica, fiscale e dall’uso delle assemblee rappresentative per foraggiare eserciti sempre più vasti di tax consumers (beneficiari netti delle imposte) che non si curano delle libertà, ma che aspirano a diventare parte della potenza pubblica. Assumendo il monopolio della legislazione, senza più limiti precisi, lo Stato moderno legislativo-parlamentare ha definitivamente eliminato il problema della resistenza contro ordinamento [60], trasformando i cittadini in sudditi governati non dalla legge ma dal potere arbitrario dei legislatori. L’illusione dell’autolimitazione dello Stato attraverso il diritto si è in tal modo sbriciolata di fronte alla capacità del potere di assoggettare il diritto stesso. Il monopolio della violenza che sta dietro all’implementazione della legislazione ha agito come catalizzatore della “legge di gravità del potere”, dato che questa dipende principalmente dai vantaggi che il potere reca con il suo esercizio. Inoltre, l’ipertrofia legislativa arbitraria ha contribuito ad alimentare psicologicamente la convinzione che tutte le regole e le nozioni fondamentali del diritto siano modificabili ad libitum, creando un ambiente favorevole per l’espansione del potere e una lotta per conquistarlo ed espanderlo. Più i poteri coercitivi vengono ampliati oltre i limiti idealizzati dal Costituzionalismo e maggiori saranno gli stimoli a obbedire alla “legge di gravità”. Il risultato lampante è stato l’evidenza che lo Stato moderno ha la capacità di macinare il Costituzionalismo e che non ha il fine di autolimitarsi. Da qui discende che l’idea di “Stato minimo” è utopica, poiché l’impresa stessa di monopolizzazione della violenza, tipica della massima estensione del potere politico, contiene già in sé stimoli alla sua autoespansione.

Come aveva spiegato Carl Schmitt, una volta conseguito legalmente il monopolio della violenza, nulla prova che lo si eserciterà altrettanto legalmente o che non si violerà la legalità in vigore. Persino una legalità messa in discussione, resta più forte, in uno Stato moderno, di ogni altro diritto [61]. Inoltre, anche l’eventuale illegittimità del potere, non è in grado di frenare il suo corso se non mediante il costoso e poco attraente lockiano appeal to Heaven (la rivoluzione). Di qui l’acquiescenza dei cittadini (come scelta razionale) o l’apatia presente di fronte al fallimento costante del Costituzionalismo.

In sostanza, il Costituzionalismo è stato incapace di risolvere la questione della crescita dello Stato moderno e della “legge di gravità del potere” che l’ha innervato, avvitandosi in aporie senza fine. La “quadratura del cerchio” dello “Stato liberale” (come di quello “federale”) è rimasta irrisolta a causa della natura stessa dello Stato moderno, che ha asservito i principi alla base di quelle tendenze. La chiave di volta del problema è proprio il monopolio territoriale della violenza che caratterizza lo Stato moderno. Il nucleo della questione della teoria dello Stato e dell’agire di quest’ultimo, è l’esistenza di un canale regolare, legalizzato, per compiere attività aggressive in forma monopolistica, quindi incontrastata, come anche il pensiero giuridico ha sostenuto [62]. Cercare di compensare la sovranità (con tutte le sue caratteristiche) con irrealistici limiti alla “legge di gravità del potere” – il quale, proprio perché gestito da uomini in carne ed ossa tende ad accrescersi e a debordare – si è dimostrato con ogni evidenza impresa vana [63].

Le Costituzioni sono diventate viatici ai poteri di legiferare e tassare, alla massimizzazione del potere discrezionale dello Stato. I checks and balances del costituzionalismo moderno sono “intra-statali”, niente affatto “esterni” o “neutrali” e quindi non sono in grado di vincolare l’esercizio e il meccanismo di auto-accrescimento del potere. Non è certo un caso se le Costituzioni non hanno affatto contenuto l’espansione del potere e sono diventate formalizzazioni del potere di legiferare e di tassare, perdendo il fine originario di proteggere i sudditi dagli abusi del potere. Le loro formalità e routine procedurali hanno consentito infatti al “sovrano” di ampliare i suoi poteri, stabilizzandoli e legittimandoli con l’illusione che tutti governino se stessi, vanificando parallelamente il diritto di resistenza al potere tirannico.

Lo Stato, inoltre, non è più un “riduttore di rischi” e ha violato ripetutamente persino le condizioni minime hobbesiane per la giustificazione della summa legibusque soluta potestas. Anzi, proprio per l’aumento vertiginoso delle sue risorse di potenza e per il debordare della legislazione (che si ripercuote su tutti i rapporti sociali), trasformatasi in monolitismo, è diventato il generatore di un bellum omnium contra omnes legale o sotterraneo interno (alla forza del diritto si sostituisce il diritto della forza) per il controllo di quelle risorse di proporzioni colossali. La lotta per la conquista del potere diventa tanto più accanita, quanto più il potere si concentra [64]. La questione del neo-patrimonialismo, dell’emergere di regimi plebiscitari o cesaristici e quella del neo-corporativismo degli interessi contrapposti e organizzati che assaltano il potere dopo averlo assediato, come ha dimostrato l’esperienza centrale e finale dei sistemi a statalizzazione integrale (ma anche quella americana, con il tentativo dilagante di condizionare la camera dei rappresentanti), trovano la loro genesi all’interno dello Stato moderno stesso e finiscono per condurlo al declino. Esattamente come è avvenuto con l’evoluzione verso la guerra totale, generatasi all’interno dello Stato moderno dopo aver abbattuto tutte le precarie barriere previste dallo jus publicum europaeum. Proprio perché non è stato predisposto alcun mezzo di difesa per gli interessi particolari (come è stato il caso plurisecolare delle maggioranze concorrenti) [65], questi si trovano a svolgere un’attività offensiva che li conduce a opprimere altri interessi particolari, aumentando proprio per questa ragione il proprio potere. Il potere non arresta il potere, ma la contrapposizione fra fazioni lo alimenta, una volta conquistate le posizioni supreme. L’espansione dell’iperstatualismo, della legislazione che ha devastato law and order interni e che crea permanenti minacce [66] amministrative e politiche (come contropartita reale di un’ossessiva ricerca della sicurezza), della tassazione senza limiti (che ci ha riportato a una condizione precedente alla Magna Charta) [67], dell’arbitrio delle classi politico-burocratiche, ha travolto senza particolari difficoltà i limiti previsti dal Costituzionalismo, poiché l’ambiente è stato oltre modo favorevole al manifestarsi di quella “legge di gravità”, contrastata non a caso sempre dalla ripresa di temi di origine medievale. Tutto il secolo XX è denso di queste violazioni, che hanno spinto anche gli Stati costituzionali a coincidere gradualmente e inesorabilmente con le manifestazioni più coerenti del modello statuale integrale.

                            

  1. Oltre ogni limite all’espansione

Lo Stato rimane un’agenzia monopolistica sempre in grado di autoregolarsi ed è incompatibile con il rule of law. Sembra, questa, una tesi forte e radicale, ma si tratta del problema-chiave di un apparato organizzato e routinizzato, formatosi effettivamente in forma monopolista della violenza e dell’aggressione nel corso di secoli. Lo Stato si è andato trasformando in una fortezza da conquistare con tutti i mezzi, in quanto consente – quale istituzionalizzazione della legge del più forte e del “diritto di conquista” – l’uso legalizzato dell’aggressione nei confronti degli altri cittadini (vinti). Un meccanismo, questo, che si sorregge con l’obbedienza e il consenso, prodotti dall’uso continuativo del monopolio stesso. È questa la chiave di volta in grado di spiegare anche l’ascesa di uomini politici pericolosi (e inizialmente insignificanti) e degli sviluppi totalitari insiti nella stessa ragion d’essere dello Stato e la pietra angolare che rende un’utopia l’idea del “governo limitato”.

Non si tratta più solo della questione dell’inefficacia dei limiti: chiunque può facilmente constatare che i “freni interni” allo Stato – le “condizioni minime” immaginate da Hobbes alla metà del Seicento (il “silenzio della legge”, l’impossibilità di legiferare in materia economica, la messa in pericolo della vita umana da parte dello Stato, contro la quale scatta il diritto di sottrarsi e di resistere, l’autocontrollo in termini di tassazione, ecc.) o quelli del Costituzionalismo, di Bentham, di Rousseau (gli ostacoli al proliferare delle leggi e all’illimitata legittimazione del potere) di Montesquieu o di Stuart Mill – sono stati travolti e sbriciolati dall’evoluzione logica dello Stato moderno quale massima impresa di potere: un carro armato micidiale che non ha più nulla a che fare con quelle visioni e che oggi, alla luce dei secoli trascorsi, le ha rese ingenue e utopistiche. Si pensi anche alla relativizzazione dell’importanza dei limiti da porre all’espansione del potere, al continuo indebolimento dei checks and balances, dei countervailing powers, della divisione funzionale dei poteri (che si alleano, colludono e si sovrappongono) [68], al ruolo delle corti nel processo di enforcement della volontà degli esecutivi, a quello degli implied powers anche e perfino negli Stati federali e a quello, devastante, della legislazione che ha trasformato il preteso Rechtsstaat (Stato di diritto) in Gesetzstaat (Stato della legislazione), al dilagare della burocrazia pianificatrice e potenzialmente totalitaria, di immense companies che grazie ai privilegi di Stato vivono sulle spalle dei cittadini, alla tassazione virtualmente senza limiti (e senza consenso, liberatosi lo Stato dalla necessità di chiedere sovvenzioni ai privati), alla promozione di politiche mercantilistiche, protezioniste e autarchiche, al controllo della moneta (produzione a ciclo continuo di una monopolistica fake money) e del credito, alle crisi finanziarie e del debito indotte, al militarismo (essenza primaria dello Stato) e al military spending, alla pretesa di fornire una sicurezza estesa, mitologica e inefficiente, alle continue minacce alla pace, alle forme striscianti di Polizeistaat, al potere arbitrario, al government spending che produce, per le sue debordanti dimensioni dovute alla possibilità di esternalizzare i costi delle aggressioni di Stato su parti terze (contribuenti), una fuoriuscita dalla civiltà, come del resto aveva avvertito (anche se i suoi epigoni l’hanno dimenticato) persino J. M. Keynes, che reputava quale condizione per evitare questa fuoriuscita il non superare il 25% della tassazione sulle risorse prodotte.

Considerazioni conclusive

Osservando quanto sopra descritto, risulta oltre modo chiara l’importanza dello studio dei meccanismi della “legge di gravità del potere”. Non tenerne conto significa abbandonarsi a concezioni idealistiche della politica ed essere incapaci di leggerne cause e conseguenze. Dalla semplice constatazione che ovunque c’è politica c’è anche la tendenza inesorabile a unificare, centralizzare e concentrare il potere, occorre passare a un’indagine più approfondita e puntuale. L’azione di tale “legge”, infatti, dipende dal grado di “politicità” delle aggregazioni, dai contesti e dalle “condizioni permissive” che ne consentono e che ne possono favorire la manifestazione. Centralizzazione, crescita ed “autoespansione del potere”, ad esempio, sono favorite con ogni evidenza in contesti nei quali prevale l’unità politica, la condivisione di fini omogenei, la riduzione della pluralità e la riduzione ai minimi termini della scelta individuale, sostituita da quella “collettiva”, così come la paura, l’offerta di protezione – sulla base di insicurezza generata anche artificialmente [69] – contro obbedienza, l’assenza di concorrenti, la monopolizzazione di tutte le fonti alternative di autorità, la riduzione degli ambiti nei quali si svolge la cooperazione sociale e dell’area riservata alle negoziazioni di mercato. La maggior parte dei concetti dello jus publicum europaeum si è cristallizzata proprio in ambiti del genere. I contesti che consentono una frammentazione del potere, molto numerosi nella storia, sono anche molto meno adatti al manifestarsi di queste tendenze. Questa vasta realtà “storico-sperimentale” testimonia fra l’altro l’estrema varietà dei contesti nei quali la “legge di gravità del potere” è in grado o meno di manifestare la sua virulenza. Il problema sarà allora quello di cercare condizioni, ambiti e contesti, come quelli nei quali qualunque interesse o combinazione di interessi non sia in grado di ottenere il controllo esclusivo del governo, del potere concentrato, di un’unica fonte di autorità, nell’ambito dei quali il potere e la sua “legge di gravità” quale regolarità costante trovano il loro più ideale “brodo di coltura”. Le convivenze esistite nella storia sono state molte e molto diverse fra loro. Anche questa è stata una regola, a fronte dell’eccezione storica costituita dallo Stato moderno.

Saggio di Alessandro Vitale

 

Note

[1] W. SOFSKY, In difesa del privato, Einaudi, Torino 2010, p. 14. Come ha notato Gianfranco Miglio: «Il potere politico, una volta insediatosi, possiede una tendenza “naturale” ad espandersi, a concentrarsi e ad occupare tutti gli ambiti disponibili e occupabili. Si comporta come se obbedisse a una sorta di “legge di gravità”». Anche Giovanni Sartori ha notato: «Se si rifiutano le tecniche di controllo e di limitazione del potere, quel che si ottiene è un potere “non limitato”, assoluto».

[2] MONTESQUEIU (CH. L. DE SECONDAT), Lo spirito delle leggi, Utet, Torino 1973, p. 274.

[3] G. MIGLIO, Lezioni di politica, Il Mulino, Bologna 2011, vol. 2, Scienza della Politica, pp. 163-164.

[4] B. DE JOUVENEL, Il Potere. Storia naturale della sua crescita, Il Mulino, Bologna 2011, p. 155.

[5] Sul tema, A. PANEBIANCO, Il potere, lo Stato, la libertà. La gracile costituzione della società libera, Il Mulino, Bologna 2004. Per un’argomentazione opposta, L. INFANTINO, Potere. La dimensione politica dell’azione umana, Rubbettino, Soveria Mannelli 2013.

[6] Si veda ad es. R. J. RUMMEL, Death by Government, Transaction Publishers, New Brunswick N. J. 1994; trad. it. Stati Assassini. La violenza omicida dei governi, Rubbettino, Soveria Mannelli 2005; B. EMMOTT, 20/21 Vision: Twentieth-Century Lessons for the Twenty-First Century, Straus and Giroux, New York 2003; W. SOFSKY, Rischio e sicurezza, Einaudi, Torino 2005; id., In difesa del privato, op. cit.

[7] Si veda in particolare W. REINHARD, Storia del potere politico in Europa, Il Mulino, Bologna 2001 e id., Storia dello Stato moderno, Il Mulino, Bologna, 2010; B. DE JOUVENEL, Del potere. Storia naturale della sua crescita, Sugarco, Milano 1972.

[8] J. E. D. ACTON (LORD), Storia della libertà, Ideazione, Roma 1999, p. 255; CH. H. MCILWAIN, Costituzionalismo antico e moderno, Il Mulino, Bologna 1990.

[9] Come scriveva Lord Acton: «Questa legge […] in base alla quale il potere tende a espandersi indefinitamente, a superare ogni barriera, all’estero e in patria, fino a quando non incontra nessuna forza superiore, produce il moto ritmico della storia […]».

[10] N. MACHIAVELLI, Discorsi sulla Prima Deca di Tito Livio, Feltrinelli, Milano 1960, p. 447.

[11] H. D. LASSWELL, A. KAPLAN, Power and Society. A Framework for Political Inquiry, Yale University Press, London 1950.

[12] L. INFANTINO, op. cit., pp. 131-133: il conflitto interno sarà tanto più acceso quanto più la cooperazione sociale volontaria e spontanea sarà inglobata dallo Stato e dalla sfera del potere politico.

[13] N. BOBBIO, Thomas Hobbes, Einaudi, Torino 1989, p. 5.

[14] T. HOBBES, Leviahano, UTET, Torino 1965, p. 367.

[15] Si veda, ad es.: R. M. MCIVER, Leviathan and the People, Kennikar Press, Port Washington 1972; R. HIGGS, Against Leviathan. Government, Power and A Free Society, Independent Institute, Oakland 2004.

[16] R. MICHELS, La sociologia del partito politico nella democrazia moderna. UTET, Torino 1912, p. 221.

[17] H. D. LASSWELL, A. KAPLAN, op. cit.

[18] Ivi, p. 119.

[19] S. LUKES (a cura di), Power, Blackwell, Oxford 1986; r. martin, The Sociology of Power, Routledge & Kegan Paul, London 1977; D. WRONG, Power. Its Forms, Bases and Uses, Blackwell, Oxford 1979.

[20] B. BARNES, The Nature of Power, Polity Press, Cambridge 1995.

[21] E. BARKER, Reflections on Government, Polity Press, Cambridge 1995, p. 289.

[22] E. BARKER, op. cit., p. 171.

[23] K. LOEWENSTEIN, Le forme della cooptazione. I processi autonomi di riproduzione dei gruppi privilegiati. Giuffrè, Milano 1990 (collana Arcana Imperii).

[24] E. BARNES, op. cit., p. 154.

[25] D. C. MCCLELLAND, Power. The Inner Experience, Irvington Publishers Inc., New York 1975.

[26] E. BARNES, op. cit., p. 209.

[27] M. STOPPINO, Potere Politico e Stato, Giuffrè, Milano 1968, p. 282.

[28] G. MIGLIO, op. cit., pp. 155-160.

[29] «Il potere politico è una forza al servizio di un’idea […], una forza destinata a condurre il gruppo alla ricerca del bene comune». G. BOURDEAU, Traité de Science Politique, Librairie Générale de Droit et de Jurisprudence, Paris 1949, vol. I, Le Pouvoir politique, p. 216.

[30] G. SARTORI, Democrazia e definizioni, Il Mulino, Bologna 1972, p. 267.

[31] M. WEBER, Il potere carismatico, in G. PECORA (a cura di) Potere politico e legittimità, Sugarco, Milano 1987, p. 109; H. Popitz, Fenomenologia del potere. Autorità, dominio, violenza, tecnica, Il Mulino, Bologna 1990, p. 135.

[32] F. DE WAAL, Chimpanzee politics: Power and sex among apes (Revised ed.), Baltimore 2000.

[33] R. F. BALES, Social Interaction Systems: Theory and Measurement, Transaction Publishers, New Brunswick, NJ 2001; A. P. HARE, Social Interaction as Drama: Applications from Conflict Resolution, Sage Publications, Beverly Hills 1985.

[34] A conferma di quanto aveva ipotizzato già negli anni Ottanta Gianfranco Miglio. Cfr. G. MIGLIO Il tempo come elemento psicologico nel processo politico, in id., Le Regolarità della Politica, Giuffrè, Milano 1988, vol. II, pp. 791-799.

[35] H. D. LASSWELL, A. KAPLAN, op. cit., p. 188.

[36] «Ha molto più peso ed efficacia nell’arrestare il potere l’effettiva pluralità di centri di potere collocati sul territorio che l’esistenza di limiti formali». C. J. FRIEDRICH, Constitutional Government and Democracy, Gynn & C., Boston 1950, p. 137.

[37] L. DUGUIT, Traité de Droit Constitutionnel, e. de boccard, Paris 1927, p.395; H. LASKI, Grammar of Politics, Allen & Unwin, London 1925; B. LEONI, Diritto e politica, in «Rivista internazionale di Filosofia del Diritto» n. 1, 1961, p. 101; id., Oggetti e limiti della Scienza Politica, in: «Il Politico» n. 4, 1962, pp. 753-754. Le citazioni in proposito tendono ovviamente all’infinito.

[38] P. SCHIERA, voce “Stato”, in: G. ZACCARIA (a cura di) Lessico della politica, Edizioni Lavoro, Roma 1987, pp. 623-632.

[39] B. DE JOUVENEL, op. cit., p. 145.

[40] M. STOPPINO, op. cit, p. 162.

[41] L. INFANTINO, op. cit.

[42] A. DE TOCQUEVILLE, L’Antico Regime e la Rivoluzione, Rizzoli, Milano 1992.

[43] W. REINHARD, Storia dello Stato moderno, Il Mulino, Bologna, 2010.

[44] C. SCHMITT, Dottrina della Costituzione, Giuffré, Milano 1984.

[45] Solo per citare alcuni esempi, cfr. H. R. TREVOR-ROPER, La crisi generale del XVII secolo, in: T. ASTON (a cura di), Crisi in Europa, 1560-1660, Giannini & Figli, Napoli 1968, pp. 101-109; R. MANDROU, La France au XVII et XVIII siècle, PUF, Paris 1967, pp. 196-212.

[46] V. TANZI, L. SHUCKNECHT, La spesa pubblica nel XX secolo. Una prospettiva globale, Firenze University Press, Firenze 2007. La “Legge di Wagner” sostiene che la spesa pubblica tende a crescere più rapidamente di quanto non faccia l’economia nazionale nel suo insieme. Cfr. anche R. ROSE, L’espansione della spesa pubblica, Il Mulino, Bologna 1988.

[47] G. POGGI, Lo Stato, Il Mulino, Bologna 1992, p. 105.

[48] H. MICHEL, L’idée de l’État, Paris 1898, p. 579.

[49] B. LEONI, La libertà e la legge, Liberilibri, Macerata 1995. Già prima, cfr. R. CARRÉ DE MALBERG, La loi, expression de la volonté générale. Étude sur le concept de la loi dans la Consitution de 1875, Paris 1931; A. V. DICEY, Introduzione allo studio del diritto costituzionale. Le basi del costituzionalismo inglese Il Mulino, Bologna 2003.

[50] C. SCHMITT, Legalità e legittimità, in G. MIGLIO, P. SCHIERA (a cura di), Le categorie del ‘politico’, Il Mulino, Bologna 1972, pp. 211-244; A. VITALE, Prefazione a G. MIGLIO, H. D. THOREAU, Disobbedienza Civile, Editoriale Libero srl, Milano 2008, pp. 10-11.

[51] G. POGGI, op. cit., p. 125.

[52] Questa formazione politica, come noto, non ha paragoni storici in quanto a successo nel monopolizzare la violenza su un territorio delimitato da precisi confini. Cfr. W. REINHARD, Geschichte der Staatsgewalt, Verlag C.H. Beck, München, 1999 (trad. it: Il Mulino, Bologna 2001); L. M. BASSANI, Dalla Rivoluzione alla Guerra Civile. Federalismo e Stato moderno in America 1776-1865, Soveria Mannelli, Rubbettino 2009.

[53] Come aveva previsto J. C. CALHOUN, Disquisizione sul governo e Discorso sul governo e la Costituzione degli Stati Uniti, Istituto dell’Enciclopedia Italiana Treccani, Roma 1986.

[54] Come ha scritto significativamente Bertrand Lemennicier: «Lo Stato è un monopolio della coercizione che funziona a beneficio di coloro che ne fanno uso». B. LEMENNICIER, Droits individuels et défense nationale  in: K. R. LEUBE, A.M. PETRONI, J.S. SADOWSKY (a cura di), An Austrian in France. Essais rédigés en l’honneur de Jacques Garello, La Rosa Editrice, Torino, 1997 (1997).

[55] M. MINGHETTI, I partiti politici nella pubblica amministrazione, Cappelli, Bologna 1969.

[56] W. SOFSKY, Rischio e sicurezza, op. cit., p. 86.

[57] B. DE JOUVENEL, op. cit., p. 279.

[58] R. ARON, Essai sur les libertés, Calmann-Lévy, Paris 1977; P. ROSANVALLON, La crise de l’État-providence, Le Seuil, Paris 1981.

[59] G. FERNANDEZ DE LA MORA, Le contraddizioni della partitocrazia, in «Futuro Presente» n. 4, 1993, pp. 32-37.

[60] Questo processo era già in nuce nella logica iniziale dello Stato moderno. Cfr. C. SCHMITT, Il Nomos della terra, Adelphi, Milano 1991, pp. 42-53.

[61] C. SCHMITT, Teoria del partigiano. Note complementari al concetto di politico, Il Saggiatore, Milano 1981, p. 67.

[62] Alla potenza di comando di cui lo Stato è investito, per definizione non è possibile resistere, in quanto “originaria” (Herrschenmacht), superiore a ogni altro potere sul territorio, anche secondo G. JELLINEK, Allgemeine Staatslehre, Haring, Berlin 1900, p. 161. Il termine-concetto tedesco di Staatsgewalt (potere statale), inoltre – usato dalla giuspubblicistica tedesca – è di straordinario significato, perché Gewalt significa non solo ‘potere’, ma anche ‘violenza’.

[63] Per ulteriori approfondimenti sul tema, mi permetto di rimandare a A. VITALE, “The State” di Anthony de Jasay: alle radici del potere politico e dello Stato, Appendice a: A. DE JASAY, Lo Stato, IBL Libri, Torino 2017, pp. 367-395.

[64] C. SCHMITT, Dialogo sul potere. Il Melangolo, Genova 1990, p. 28.

[65] J. C. CALHOUN, op. cit.

[66] B. DE JOUVENEL, op. cit., p. 315.

[67] CH. ADAMS, For Good and Evil. L’influsso della tassazione sulla storia dell’umanità, Liberilibri, Macerata 2005, p. 544; p. salin, La tirannia fiscale, Liberilibri, Macerata 2005.

[68] Divisione che si è rivelata un’“utopia dottrinaria”. A. RIKLIN, Machtteilung. Geschichte der Mischverfassung. Wissenschaftliche Buchgesellschaft, Darmstadt 2006, p. 363. Il problema era già stato affrontato da F. A. HAYEK Law, Legislation and Liberty, Routledge & Kegan Paul, 1982. Sulla “categoricità spasmodica” della divisione dei poteri nell’Europa continentale e sul formalismo giuridico si veda P. GROSSI, Ritorno al diritto. Laterza, Bari 2015. Sul ruolo dei parlamenti e dei governi nel cancellare la distinzione fra esecutivo e legislativo, cfr. B. LEONI, La libertà e la legge (1961), Liberilibri, Macerata 1994.

[69] Non va dimenticata la dimensione “esterna” all’aggregazione politica, quale strumento principe per accrescere il potere, agitando una minaccia rappresentata dall’altro e dal nemico. Nessuna aggregazione politica della storia è stata in grado di alimentare la “legge di gravità del potere” quanto ha fatto lo Stato moderno, sfruttando la netta separazione fra dimensione “interna” e dimensione “esterna”.

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