Scelta, calcolo economico ed economizzazione: la concezione “austriaca” di Bruno Leoni

di Cristian Merlo

Il punto in cui la scienza dell’azione incomincia il suo lavoro è la reciproca incompatibilità dei desideri individuali e l’impossibilità di un loro perfetto soddisfacimento. Poiché non è concesso all’uomo di soddisfare completamente tutti i suoi desideri … egli deve scegliere e valutare, preferire e rinunziare – in breve, agire

Ludwig von Mises

La scelta, concepita come  una decisione volontaria in base alla quale tra le tante possibili si assume una determinata possibilità, si presenta come una condizione esistenziale insuperabile ed un presupposto logico imprescindibile, se si intende indagare l’azione razionale in quanto tale: l’azione finalizzata cioè al raggiungimento di dati fini attraverso l’adeguamento di dati mezzi.

E questa imprescindibilità è determinata dall’evidenza truistica che l’uomo non vive nel Paese del Bengodi, ma è tiranneggiato, suo malgrado, dal principio di scarsità. Per cui, essendo le risorse scarse ed esauribili ed i bisogni pressoché illimitati, l’uomo deve necessariamente affidarsi alla scelta e all’azione economica.

Se gli uomini avessero tutti risorse esterne naturali a loro disposizione in misura talmente abbondante da poter ottenere un soddisfacimento completo tramite l’azione, allora essi potrebbero usarle senza timore. Essi dovrebbero soltanto considerare i propri poteri e il tempo limitato a loro disposizione…Di fatto però anche le risorse materiali sono limitate, così che esse devono venir usate in modo tale che le necessità più urgenti siano soddisfatte per prime, con la spesa più bassa possibile in risorse materiali per ogni soddisfacimento [1].

È da questa constatazione generalissima ed auto-evidente che gli economisti partono per spiegare e definire ogni tipo di rapporto economico, come pure qualunque relazione tra soggetti che interagiscono in vista della realizzazione di scopi stabiliti.

A tale riguardo, nel suo saggio “A proposito della teoria del diritto e del positivismo giuridico” [2] Leoni definisce tutta la scelta economica come “scelta in scarsità”, rimarcando il fatto che è proprio la penuria, l’insufficienza e la scarsezza delle risorse ad influenzare irrimediabilmente qualunque azione e qualsiasi selezione, a prescindere dalla loro infinita variabilità. Nell’affermare questo concetto, lo studioso torinese pone l’accento su un ulteriore aspetto della questione che il più delle volte non viene per nulla rilevato: il principio di scarsità, cioè, non condiziona solo le scelte degli agenti, che ne sono il portato diretto, ma anche, per così dire, “l’assetto istituzionale”, la struttura normativa che è in grado di assicurare che le scelte medesime possano coordinarsi ed operare con successo, prefigurando un “determinato uso” delle risorse scarse. Nelle loro analisi gli economisti non possono esimersi, seppur implicitamente, di presupporre un sistema di regole in base alle quali nella produzione, come nello scambio o nel consumo, gli individui agenti possano concorrere, partecipare e cooperare per un certo utilizzo dei beni, dai quali dovrebbe derivare il mutuo soddisfacimento dei bisogni individuali, in virtù del co-adattamento delle rispettive pretese. In altri termini, il principio di scarsità non solo condiziona la singola potenziale scelta che, di per se stessa, conduce a un risultato (l’utilizzazione di un bene, il suo godimento o la sua produzione) e genera il costo corrispettivo; ma incide in profondità anche sull’affermazione di un sistema di regole capace di disciplinare le modalità con cui i beni, oggetto della scelta, devono essere impiegati, tenendo conto della loro scarsità [3].

Si tratta indubbiamente di una considerazione di capitale importanza – ancorché possa sembrare scontata- in quanto esprime una condizione ineludibile del comportamento umano: a prescindere dal risultato che si intenda perseguire mediante il procedimento di scelta, lo stesso non può tuttavia abbandonarsi ad una azione arbitraria e indiscriminata o riposare su canoni che eleggano la discrezionalità irresponsabile come principio guida di quell’azione. E questo proprio per la necessità di dover prendere in considerazione, nei propri calcoli, dei limiti “fisiologici” invalicabili e prasseologicamente insopprimibili: i beni scarsi e la presenza di altri agenti che, proprio come noi, vogliono poter partecipare alla fruizione di quei beni.

Il problema del calcolo economico

Nel suo penetrante saggio “Il problema del calcolo economico in un’economia di piano” [4], Leoni definisce quello relativo al calcolo economico come

il problema di accertare quale sia il rapporto fra i costi ed i risultati del processo di soddisfazione delle scelte economiche. Se i risultati superano i costi, l’azione sarà stata profittevole, se i costi superano i risultati, l’azione sarà stata dannosa; la parità fra costi e risultati permetterà di definire l’azione come inutile [5].

Si tratta essenzialmente di una tipica questione che investe la scelta economica e che postula necessariamente la comparazione ed il raffronto tra gli elementi di cui quella si compone: da un lato vi sono i sacrifici assunti da ciascun soggetto economico per procurarsi quei beni ritenuti idonei a soddisfare un suo stato di insoddisfazione; dall’altro, gli esiti che originano dall’aver procurato tali beni.

Tale problematica impatta su tutti gli operatori economici, senza distinzioni: proprio perché <<produrre – al pari del consumare – significa scegliere>> [6].

 Senza la soluzione di questo problema non è infatti possibile agli operatori né consumare, né, soprattutto, produrre, a costi economici [7].

Beninteso, il calcolo economico deve essere applicato sia al produttore autarchico, che produce autonomamente e indipendentemente dal concorso esterno i beni orientati al soddisfacimento dei propri bisogni, sia al produttore che produce i beni prescelti per la soddisfazione dei bisogni altrui, immettendoli nel circuito dello scambio.

 La soluzione del problema del calcolo economico è …indispensabile a qualsiasi impresa produttrice, in qualsiasi tipo di economia, primitiva o evoluta, di baratto o monetaria, di scambio o di piano [8].

L’unica discordanza tra le differenti tipologie di scenario operativo in cui il calcolo economico si troverebbe ad operare consiste nel diverso grado di rilevanza che lo stesso assumerebbe in un qualunque processo decisionale.

Infatti, se per ipotesi considerassimo tutte le possibili varianti che sussistono in uno spettro che contempli l’amplissima gamma delle varianti dei “tipi di economie” concepibili – da un’economia di tipo robinsoniano- curtense ad un’economia di baratto poco più che rudimentale, passando per un’ economia di scambio piuttosto evoluta per giungere all’attuale sofisticata economia monetaria- ci accorgeremmo immediatamente che il problema del calcolo economico sarebbe pressoché inesistente per i due casi limite, costituenti gli estremi di quello spettro.

Il calcolo economico nell’ambito di un’economia di tipo robinsoniano

Invero, sia nelle economie di tipo rudimentale (economia di scambio di tipo non monetario ed economia di baratto in cui vi è una scarsa partecipazione di agenti) che in una evoluta economia di scambio che si avvale dell’intermediazione monetaria, la problematica presa in esame non dà praticamente adito a questioni particolari, anche se per motivazioni diverse.

Nel primo caso ciò dipende essenzialmente dalle condizioni particolari in cui ci si trova ad operare: scambi pressoché rarefatti, opzioni di scelta tra i beni alternativi producibili o consumabili scarse o nulle, entità dei beni prodotti quasi del tutto trascurabile e volta alla mera soddisfazione dei bisogni elementari, processi produttivi, capitali, tecniche e tecnologie deputati alla produzione di quei beni semplici ed essenziali, aggiustamenti e mutamenti produttivi fondamentalmente inesistenti. In un tale contesto economico, quindi, il processo selettivo sarà necessariamente embrionale sia per i consumatori <<i quali, posti di fronte ad una serie, di solito poco numerosa, di beni di consumo alternativamente ottenibili, potranno facilmente decidere quali tra questi beni preferire, rinunciando ad altri che non cercheranno di acquistare, o cederanno in cambio – appunto- di quelli acquistati>> [9]; sia per i produttori, i quali potranno <<decidere non solo quali beni siano preferibili per [loro], ma anche, in determinate condizioni, quali beni producibili verranno preferiti dagli altri membri della stessa società>> [10].

È lo stesso Mises, nel suo celebre saggio sull’impossibilità del calcolo economico in uno Stato socialista, a convenire che

Quando le condizioni sono molto semplici, non ha gravi difficoltà a formarsi qualche giudizio anche sull’importanza che hanno per lui i beni strumentali d’un ordine più alto. Ma quando le condizioni sono più complesse, e non riesce facile discernere i loro rapporti reciproci, per giungere ad una corretta valutazione dei fattori di produzione devono essere adottati dei mezzi più delicati. Non dovrebbe riuscir difficile ad un agricoltore, in istato di isolamento economico, decidere se gli conviene estendere il terreno a pascolo, o quello dedicato alla caccia. In un caso simile i processi di produzione che devono essere tenuti in conto sono relativamente brevi, e la spesa che richiedono ed il prodotto che danno possono essere facilmente valutati nel loro complesso. Ma è una cosa del tutto diversa scegliere fra l’utilizzazione di una cascata d’acqua per la produzione dell’elettricità, o l’ampliamento d’ una miniera di carbone, o la miglior utilizzazione delle energie latenti nel carbone grezzo. Qui i processi indiretti di produzione sono tanti e così lunghi, le condizioni necessarie per il successo sono così diverse, che non ci si può accontentare di vaghe valutazioni. Son necessarie stime più esatte, e un qualche giudizio sui risultati economici conseguibili [11].

Ed infatti

Solo in condizioni molto semplici si può fare a meno del calcolo monetario. Entro gli stretti limiti dell’economia familiare, per esempio, in cui il padre può avere una visione d’insieme dell’intera gestione economica, è possibile determinare con maggiore o minore esattezza l’importanza dei cambiamenti nei processi di produzione anche senza tale ausilio. In tale caso il processo si compie con l’uso di un capitale relativamente piccolo; pochi sono i processi di produzione capitalistici indiretti adottati; in generale vengono prodotti beni di consumo, o tutt’al più beni di ordine più alto molto prossimi ai beni di consumo. La divisione del lavoro è in uno stadio rudimentale: uno stesso lavoratore compie dall’inizio alla fine il lavoro di quello che, in effetti, è un processo completo di produzione di beni pronto per il consumo [12].

In una realtà siffatta, dunque, il calcolo economico si presenta nella forma più semplificata possibile: in quanto, data comunque l’impossibilità di fondare le valutazioni sul valore d’uso soggettivo e data la limitatezza del fattore di intersostituibilità dei beni, gli elementi che devono essere presi in considerazione sono sussunti in un immediato ed “intuitivo” giudizio di valore. Cioè, il calcolo viene ricondotto ad un processo elementare, con il quale si sceglie di soddisfare direttamente un bisogno alternativo, anch’esso elementare, espresso per il tramite del vaglio di pochi e semplici prodotti (i c.d. beni di primo ordine), degli ancora meno numerosi beni strumentali – fattori di produzione (i c.d. beni di ordine superiore) da cui sono stati originati i primi, nonché delle rinunce in termini di pena diretta; elementi, ad ogni modo, tutti agevolmente confrontabili e valutabili.

Come ha ben messo in evidenza l’economista David Ramsay Steele in un suo brillante scritto [13], in condizioni elementari anche Robinson Crusoe o una famiglia di coltivatori completamente autarchici sarebbero in grado di valutare non solo i beni di consumo, ma potrebbero attribuire valore anche ai fattori di produzione impiegati. Se viene valutato il pesce, è possibile attribuire un valore anche alla canna da pesca utilizzata per pescarlo. Se viene stimato il valore di un cinghiale, si può immediatamente stimare anche il valore della lancia che ha consentito di catturarlo. E questo perché, anche ad un livello così semplificato, i produttori possono tenere in considerazione un pur minimale coefficiente di intersostituibilità dei beni: la possibilità cioè che alcuni fattori produttivi siano impiegati per produrre beni di consumo alternativi, in differenti quantità. Crusoe potrebbe in tal modo afferrare intuitivamente e istintivamente l’importanza dei beni di produzione, ma non potrebbe (i) rapportare i costi totali della produzione in prezzi monetari; (ii) avvalersi di alcuna unità di conto che lo metta in grado di stabilire con esattezza se valga la pena o meno intraprendere una auspicabile successione di azioni, strutturalmente più elaborate, per conseguire i risultati auspicati (come ad esempio costruire una trappola per cinghiali, utilizzando risorse che potrebbero del caso essere sfruttate più razionalmente per scopi alternativi).

Il calcolo economico nell’ambito di un’evoluta economia di scambio che si avvale dell’intermediazione monetaria

Parimenti, anche in una economia evoluta di scambio che si avvale dell’ausilio dell’intermediazione monetaria, il problema del calcolo economico non postula certo problemi insormontabili: anche se per ragioni del tutto differenti rispetto a quelle sinora argomentate, ed ancorché la natura stessa del calcolo presenti delle connotazioni senz’altro più sofisticate e rilevanti.

Se comparati alle condizioni stazionarie di un’economia rudimentale, il quadro oggettivo della situazione e lo scenario operativo sono sovvertiti: siamo completamente agli antipodi. Qui lo scambio domina letteralmente la scena, una moltitudine di transazioni si compie quotidianamente tra una infinita miriade di operatori economici, le opzioni di scelta tra i beni alternativi producibili o consumabili sono pressoché sterminate, l’entità della quantità e della varietà dei beni prodotti è incommensurabile e la stessa non è finalizzata al mero soddisfacimento di semplici bisogni primari, i processi produttivi, tecnici, tecnologici deputati alla produzione di quei beni impiegano un numero incalcolabile di fattori, incluse varie tipologie di lavoro, mentre gli aggiustamenti e i mutamenti della struttura produttiva sono tipici e frequenti.

Ciononostante, nemmeno in questo caso, sussiste alcuna difficoltà di scelta né per i consumatori, né per i produttori.

I primi possono infatti calcolare, in termini di prezzi dei beni cui hanno rinunciato, i costi che comporta il risultato ottenuto: ossia il godimento dei beni prescelti, il quale a sua volta potrà essere espresso in termini di prezzi di questi ultimi beni [14].

I secondi, invece,

decideranno… ciò che devono produrre, confrontando anzitutto i prezzi di mercato dei vari beni alternativamente producibili mediante l’impiego di risorse aventi lo stesso prezzo di mercato e confrontando inoltre fra loro i prezzi delle varie risorse alternativamente impiegabili per produrre beni aventi lo stesso prezzo di mercato; essi decideranno infine come produrre confrontando i prezzi di mercato di tutti i beni che avranno deciso di produrre (risultati) con i prezzi di mercato di tutte le risorse che avranno deciso di impiegare nel processo produttivo (costi) [15].

Come già anticipato in precedenza, le ragioni che conducono ad un tale risultato sono nettamente discordanti rispetto a quelle illustrate nel caso precedente: difatti, in una realtà così complessa e costantemente in evoluzione, il calcolo economico non potrebbe limitarsi a prendere in considerazione esclusivamente quei beni che possono essere compresi in un diretto ed immediato giudizio di valore. Anche in tale fattispecie, come del resto in tutti i frangenti in cui sussista il benché minimo rapporto di scambio, l’unità del calcolo economico deve essere impostata su un valore di scambio “oggettivo” dei beni, e non su una mera valutazione del loro valore d’uso soggettivo [16]. In tale calcolo si deve così necessariamente tener conto non solo di tutti i beni di consumo sussumibili nella scelta, ma anche della vastissima gamma di beni strumentali di ordine sempre più elevato che possono essere impiegati per ottenere i primi, oltre che, come al solito, dei costi che è necessario sostenere per il soddisfacimento dei propri bisogni.

Il calcolo economico così impostato comporta quella che Mises [17] ha individuato essere una triplice serie di vantaggi:

  1. la possibilità di una effettiva partecipazione di tutti gli agenti economici alla determinazione del valore di scambio oggettivo, esprimibile nel mercato in termini di convertibilità dei beni in altri beni alternativi, tenuto peraltro conto dei loro corrispondenti gradi di scarsità relativa. Ed in effetti, gli attori concorrono a tale determinazione esprimendo le rispettive valutazioni e le rispettive preferenze individuali, <<colle loro domande di quel bene e colle loro offerte di altri beni>> [18]; ciò garantisce la comparabilità delle divergenti valorizzazioni soggettive (il cosiddetto valore d’uso soggettivo), le quali altrimenti, integrando un fenomeno squisitamente individuale ed “autoreferenziale”, non sarebbero state direttamente e immediatamente confrontabili.
  2. La conoscenza del valore di scambio dei beni permette al singolo produttore di esperire una verifica attendibile sull’utilizzo più appropriato ed efficiente dei fattori di produzione impiegati/impiegabili per la generazione dei beni di consumo; così facendo, questi può disporre di un indice oggettivo passibile di rilevare se la produzione avvenga a costi economici o meno, e se si registrino di conseguenza delle perdite o degli utili.
  3. Il calcolo basato sul valore di scambio permette la riduzione dei valori a un minimo comune denominatore; nella economia monetaria questa merce non è altro che la moneta, sulla quale si fonda la formazione dei corrispettivi prezzi di mercato.

Ed è ben appunto la presenza della moneta l’elemento risolutivo di qualsiasi problematica associata alla comparazione ed alla valutazione del valore “oggettivo” di scambio in una società che presenta spiccatamente i caratteri della complessità e dell’evoluzione continua.

Il calcolo monetario, pur con tutti i suoi limiti [19], rappresenta un sistema imprescindibile per il mantenimento di una complessa e intricata struttura industriale in grado di generare elevati livelli di benessere materiale.

Allo stato, non sono state ancora trovate alternative percorribili e parimenti efficienti nell’assolvere a tutte le necessità recate dal calcolo economico.

Il calcolo monetario è la stella che guida l’azione in un sistema sociale a divisione del lavoro. È la bussola dell’uomo che si dedica alla produzione. Questi calcola per distinguere gli aspetti remunerativi della produzione dai non remunerativi. Quelli che i consumatori sovrani probabilmente approveranno da quelli che probabilmente disapproveranno…

Il sistema di calcolo economico in termini monetari è condizionato da certe istituzioni sociali. Esso può funzionare soltanto in un ambiente istituzionale di divisione del lavoro e di proprietà privata dei mezzi produzione, in cui i beni e i servizi di tutti gli ordini sono comprati e venduti contro un medio generale di scambio: la moneta…È uno strumento degli individui agenti; un modo di calcolo inteso ad accertare la ricchezza e il reddito privato e i profitti e le perdite private degli individui agenti per conto proprio entro una società di libera intrapresa… Il calcolo monetario è del tutto inapplicabile e inutile quando non si considerino le cose dal punto di vista individuale. Esso comporta la calcolazione dei profitti individuali e non di immaginari valori “sociali” e benessere “sociale” [20].

Detto questo, anche il calcolo in moneta garantirebbe una triplice serie di benefici, atti ad esaltare e a potenziare quelli espressi dal calcolo economico. Ovverosia, esso [21]:

  1. <<ci offre una guida attraverso la sconcertante sovrabbondanza di possibilità economiche>>.
  2. <<Ci mette in grado di estendere a tutti i beni di ordine più alto [ovverosia ai fattori di produzione] il giudizio di valore che formiamo immediatamente con evidente chiarezza nel caso dei beni pronti per il consumo>>.
  3. Rendendo computabile il valore di tutti i beni, <<ci fornisce la base essenziale per tutte le operazioni economiche concernenti i beni di ordine più alto>>.

Il calcolo economico di cui ci serviamo in un’economia capitalistica si fonda sui prezzi di mercato, che si determinano per tutti i beni e i servizi, per i beni di produzione come per il fattore lavoro. Solo i prezzi monetari rendono possibile ricondurre i costi che derivano dalla spesa per i vari beni e le differenti qualità di lavoro a un denominatore comune, in modo tale che possano essere comparati con i prezzi che sono stati realizzati o che possono essere realizzati sul mercato. È così possibile stabilire con precisione l’effetto probabile di un’azione progettata e sapere l’effetto reale prodotto dalle azioni svoltesi nel passato [22].

Affinché si possa beneficiare delle utilità imputabili al calcolo monetario è indispensabile la sussistenza di due condizioni imprescindibili, ovvero:

(a) l’esigenza che anche i fattori produttivi, proprio come i beni di consumo, entrino nel circuito dello scambio. E questo perché

La mente di un solo individuo – per quanto perspicace- è troppo debole per afferrare l’importanza relativa di ogni singolo bene fra gli innumerevoli beni di ordine più alto. Nessuno sarebbe capace di dominare tutte le innumerevoli possibilità della produzione in modo da essere in grado di fare direttamente giudizi del loro valore, senza l’ausilio di qualche sistema di calcolo. L’attribuzione a un certo numero di individui del controllo amministrativo sui beni economici in una collettività, i cui membri concorrano col loro lavoro a produrli e siano ad essi economicamente interessati, comporta una specie di divisione intellettuale del lavoro, che non sarebbe possibile senza un qualche sistema per fare i calcoli della produzione con criteri economici [23].

(b) L’esigenza che vi sia “un medium di scambio accettato universalmente” [24], usato indifferentemente nello scambio dei beni di produzione e in quello dei beni di consumo. Altrimenti, infatti, sarebbe impossibile ridurre le relazioni di scambio a un denominatore comune.

Dunque, da questi due assunti irrinunciabili discende che, in una evoluta economia di scambio che garantisca la proprietà privata degli strumenti di produzione, la scala dei valori “oggettivi” di ogni singolo e specifico bene <<è la risultante delle azioni indipendenti di ogni membro della società>> [25]. In quanto ognuno partecipa alla definizione di questa scala in maniera ambivalente.

Come consumatore ognuno stabilisce una scala di valutazione dei beni di consumo. Come produttore ognuno impiega i beni di produzione (tra i quali è il lavoro) in modo da ricavarne i risultati maggiori.  Ne consegue che ciascun bene di produzione tende ad assumere, nella scala oggettiva delle valutazioni, ossia nella scala dei prezzi monetari, il posto d’ordine che più corrisponde, ad ogni momento dato, alle condizioni sociali della produzione e ai bisogni dell’intera società. Il principio economico domina così il consumo come la produzione, attraverso una scala di prezzi monetari che consente ad ognuno di fare le sue scelte con criteri economici [26].

Ogni operatore economico è così messo in condizione di agire per migliorare il proprio benessere, in quanto può attribuire facilmente diversi gradi di utilità marginale relativa ai beni che sono oggetto di scelta: imputando al bene che riceve una utilità maggiore di quella che imputa al bene che cede.

 

La prova del nove: il calcolo economico nell’ambito di un’evoluta economia di scambio non assistita dall’intermediazione monetaria

A ulteriore riprova di quanto è stato sinora affermato, si potrebbero immaginare – perlomeno come mero esperimento mentale-  delle condizioni “ambientali” del tutto particolari, in cui avvenga lo scambio economico: una sorta di economia di scambio molto evoluta che non si avvalga però dell’intermediazione monetaria. Vi saranno, dunque, le stesse identiche condizioni esaminate in precedenza [27] – caratterizzate specialmente dalla straordinaria frequenza degli scambi e delle transazioni, dalla sterminata gamma di beni producibili e dall’estrema sovrabbondanza delle opzioni di scelta delle quali possono usufruire gli operatori economici interessati – ad esclusione però della presenza del fondamentale mezzo monetario.

Ci si può chiedere, a questo punto, come potrebbe prefigurarsi la risoluzione del problema del calcolo economico, il cui scopo ultimo è, come appurato, quello di fare un uso parsimonioso ed efficiente dei beni scarsi.

Per il consumatore, indubbiamente, il problema risulta molto più complicato rispetto alle due ipotesi viste in precedenza. Difatti, per stabilire quali beni possono essere oggetto di rinuncia e quali invece preferire, egli non potrà:

–  né avvalersi delle semplici e intuitive comparazioni tra i beni di consumo disponibili, similmente a quanto può avvenire in regime di economia rudimentale, dato che l’estrema varietà e l’incommensurabile quantità dei beni disponibili sul mercato rendono tale soluzione pratica inattuabile. Diversamente, si assisterebbe ad una inevitabile e massiccia contrazione del ventaglio di opzioni di scelta esperibili;

– né avvalersi del prezzo, diretto ad esprimere il rapporto fra i costi e risultati della singola scelta, stante appunto la mancanza del mezzo monetario.

La questione del calcolo economico diventa tuttavia molto più complicata e cruciale per i produttori. Giacché:

– essi non saranno in grado di prevedere quali potrebbero essere le future scelte dei consumatori, come avveniva invece nell’ambito di un’economia rudimentale, data la indiscussa complessità e la assoluta mutabilità dei dati con i quali ci si trova ad operare. Si dovrebbero infatti preventivare sia la costellazione sterminata delle scelte esercitabili dai consumatori, in relazione a tutti i possibili beni di consumo producibili, sia la gamma delle potenziali scelte attuabili da altri produttori, relative ai fattori di produzione alternativamente o cumulativamente utilizzabili nella filiera produttiva [28]. È importante mettere in evidenza che al produttore, in ogni caso, non basterebbe soltanto prevedere e comparare esclusivamente le scelte che potrebbero interessare i beni che egli ha deciso di produrre, giacché ciò implicherebbe un totale disconoscimento del ruolo assunto dal calcolo economico nella risoluzione del problema della scelta: <<questo calcolo non è infatti soltanto necessario al produttore quando egli ha già deciso quali beni produrre e quali risorse impiegare alla produzione di quei beni, ma gli è necessario prima ancora, per stabilire se e quali (e quanti) beni produrre e quali (e quante) risorse impiegare nella produzione>> [29].

– Non potranno più avere come parametro di riferimento –  cosa che avveniva nelle economie evolute di tipo monetario – i <<prezzi dei beni producibili da un lato e [i] prezzi delle risorse impiegabili per produrli dall’altro>> [30].

Dunque, per concludere

Il problema di questo paragone si … prospetta di impossibile soluzione non soltanto per l’impossibilità in cui il nostro produttore si trova di conoscere le scelte che verranno effettuate ad ogni istante da tutti gli altri possibili produttori e da tutti i consumatori, ma anche per l’impossibilità, in cui egli del pari si trova, di ridurre, in mancanza di un sistema monetario, ad un denominatore comune tutte le possibili scelte, a tutti i possibili istanti, di tutti i possibili operatori, ognuno dei quali si troverà inoltre, a sua volta, se non nell’impossibilità di scegliere per se stesso in quanto consumatore, certo nell’impossibilità di esprimere in simboli omogenei per tutti (quali sarebbero quelli rappresentati dalle unità monetarie) e quindi di comunicare ai produttori le scale delle proprie preferenze e delle proprie rinunce, per ogni singolo atto di scelta [31].

 

Logiche conseguenze

Posto il valore irrinunciabile della funzione svolta dal calcolo economico, ci si può chiedere quali potrebbero essere gli effetti di un suo eventuale mancato impiego, o le conseguenze di un suo voluto disconoscimento.

Essi si prospetterebbero essenzialmente come sprechi cospicui di risorse materiali, umane e di tempo; come perdite di capacità produttiva e di opzioni selettive sia per i consumatori, sia per produttori; come dinamiche dissipative che pervaderebbero l’intero processo produttivo, causando la frustrazione delle aspettative degli agenti economici; come fallimenti di intraprese economiche già messe in cantiere e non più realizzabili, oppure di progettualità prefigurabili in potenza ma destinate a non venire mai alla luce. Da ultimo, come una somma consequenziale di tutto ciò, tali effetti si esplicherebbero come degli immani e disincentivanti sacrifici a cui dovrebbero soggiacere consumatori e produttori, nella forma di rinunce imposte alla loro facoltà di realizzare dei liberi progetti individuali, i quali verrebbero minati tanto nella possibilità di una progettazione ragionata ed attendibile, quanto nella loro efficace concretizzazione materiale.

L’incapacità di accertare il rapporto fra costi e risultati della produzione significherebbe, in ultima analisi, … produrre cose inutili o poco utili (in luogo di quelle utili o più utili agli operatori), ovvero si potrà impiegare, anche nella produzione di cose utili, un eccesso di fattori di produzione che sarebbero invece impiegabili nella produzione di un maggior numero di beni utili. Tutto ciò comporterà, a più o meno lungo termine, com’ è facile immaginare, sacrifici crescenti degli individui, come produttori e come consumatori: essi dovranno lavorare di più per ottenere di meno, e ciò determinerà infine l’abbassamento del tenore di vita generale e il fallimento del sistema [32].

 

Saggio di Cristian Merlo


Note

[1] Ludwig von Mises, Socialismo: analisi economica e sociologica, Milano, Rusconi, 1990, p. 139. Trattasi, in sostanza, di un ragionato e funzionale impiego alternativo delle risorse, che dovrebbe pur sempre essere sotteso a delle scelte razionali operate da ogni singolo individuo agente.

[2] Il saggio in questione è stato pubblicato per la prima volta ne Il Politico, 1966, num. 2, pp. 222-236. Oggi fa parte della raccolta di saggi leoniani, curata da Mario Stoppino, Le pretese e i poteri: le radici individuali del diritto e della politica, Milano, Società Aperta, 1997, pp. 135-153.

[3] Una posizione per certi versi affine a quella di Leoni la si riscontra in Hans Hermann Hoppe, “La giustizia dell’efficienza economica”. In questo scritto, il filosofo ed economista libertario sviluppa temi e argomentazioni che presentano stretti punti di contatto e manifeste connessioni con quanto sinora espresso. Ne sia un esempio per tutti la seguente citazione: <<La constatazione della condizione di scarsità non è soltanto il punto di partenza dell’economia politica: è anche il punto di avvio della filosofia politica. Ovviamente se ci fosse sovrabbondanza di beni non potrebbero esistere problemi economici. E se vi fosse una sovrabbondanza di beni tale che il mio utilizzo presente non ridurrà le mie necessità future né le esigenze – presenti e future-  di qualsiasi altra persona, il problema etico di cosa sia giusto e cosa sia ingiusto non emergerebbe nemmeno, poiché non vi sarebbero conflitti a proposito dell’utilizzo di tali beni.  È soltanto perché i beni sono scarsi, allora, che abbiamo bisogno di un’economia e di un’etica.  Allo stesso modo, così come la risposta ai problemi dell’economia politica deve essere formulata in termini di regole che definiscano il possibile uso delle risorse in quanto risorse scarse, la filosofia politica  – ugualmente- deve rispondere in termini di diritti di proprietà. Per evitare conflitti insanabili, essa deve formulare un insieme di regole che assegnino diritti di controllo esclusivo sui beni scarsi>>. Hans Hermann Hoppe, Abbasso la democrazia: l’etica libertaria e la crisi dello stato, Treviglio, Leonardo Facco Editore, 2000, pp. 28-29.

[4] Bruno Leoni, Il problema del calcolo economico in una economia di piano, saggio del 1965, ora pubblicato nella miscellanea Problemi della pianificazione sovietica, Quaderni della rivista “Il Politico”, Milano, Giuffrè, 1966, pp. 7-52.

[5] Bruno Leoni, Ibid., p. 7.

[6] Bruno Leoni, Ibid., p. 7.

[7] Bruno Leoni, Ibid., p. 10.

[8] Bruno Leoni, Ibid., p. 10.

[9] Bruno Leoni, Ibid., p. 8.

[10] Bruno Leoni, Ibid., p. 8.

[11] Ludwig von Mises, Il calcolo economico nello stato socialista, pp.93-94. L’articolo fu pubblicato per la prima volta in Germania con il titolo “Die Wirtschaftsrechnung im sozialistischen Gemeinwes” e fu tradotto in lingua inglese solo quindici anni più tardi, nel 1935, nella pubblicazione collettanea, a cura di F.A.Hayek, Collettivistic Economic Planning (London: Routledge and Sons, 1935), con il titolo di “Economic Calculation in the Socialist Commonwealth”. La versione italiana del saggio (Il calcolo economico nello Stato socialista) è reperibile in F.A. Hayek, Pianificazione economica collettivistica: studi critici sulle possibilità del socialismo, Torino, Einaudi, 1946, pp. 85-124. Questo saggio è stato pressoché totalmente incorporato nella già menzionata opera magna dello stesso autore, Socialismo: analisi economica e sociologica; e precisamente nella parte seconda, sezione prima, capitoli V e VI dell’opera.

[12] Ludwig von Mises, Ibid., p. 99.

[13] David Ramsay Steele, Posing the Problem: The Impossibility of Economic Calculation under Socialism, in “The Journal of Libertarian Studies”, winter 1981, vol.V, num. 1, p.17.

[14] Bruno Leoni, Il problema del calcolo economico in una economia di piano, p. 7.

[15] Bruno Leoni, Ibid., pp.7-8.

[16] Ludwig von Mises, Il calcolo economico nello stato socialista, pp.93-94.

[17] Cfr. Ludwig von Mises, Ibid., pp.94-95.

[18] Bruno Leoni, “Il problema del calcolo economico in una economia di piano”, p. 18.

[19] È ancora Mises ad individuarli nel suo saggio. Essi possono essere così sintetizzati: 1) <<la moneta non è misura del valore e neppure del prezzo>>: proprio perché  valore e prezzo <<semplicemente consistono di moneta>>; 2)  <<la moneta quale bene economico non ha un valore stabile>>: infatti, le relazioni di scambio fra moneta e beni possono essere suscettibili di fluttuazioni costanti <<anche se normalmente non troppo violente>>; 3) proprio perché il sistema di computazione è fondato sul valore di scambio e non sul valore d’uso soggettivo, il calcolo monetario <<non può mai essere tenuto come misura per il calcolo di quegli elementi determinanti il valore che sono fuori della cerchia dello scambio>>: valori estetici, valori spirituali, valori non suscettibili di valutazione economica; 4) tale tipo di espediente non può essere utilizzato proficuamente per le comparazioni tra beni collocati in tempi storici tra loro differenti o per computare l’insieme dei valori economici di un dato Paese. L v. Mises, op.cit., pp. 95-98.

[20] Ludwig von Mises, L’azione umana: trattato di economia, Torino, Utet, 1959, pp. 223-224.

[21] Ludwig von Mises, Il calcolo economico nello stato socialista, p.98.

[22] Ludwig von Mises, L’interventismo. Un’analisi economica, incorporato nel volume I fallimenti dello Stato interventista, Soveria Mannelli, Rubbettino Editore, 1997, pp. 256-257.

[23] Ludwig von Mises, Il calcolo economico nello stato socialista, pp.98-99.

[24] Ludwig von Mises, Ibid., p.99.

[25] Ludwig von Mises, Ibid., p. 103.

[26] Bruno Leoni, Il problema del calcolo economico in una economia di piano, p. 19.

[27] Trattasi delle condizioni rilevate in presenza di una economia evoluta di scambio che si avvale però dell’ausilio dell’intermediazione monetaria.

[28] Anche in un simile scenario teorico, tali scelte si connoterebbero quali tentativi esperiti dai produttori di conseguire le proprie finalità grazie alla capacità di fornire dei beni utili all’Altro, che sarà così disposto a remunerare, nel processo di scambio, l’utilità percepita con la cessione di parte dei propri mezzi: mezzi che, per l’appunto, costituiranno il potere d’acquisto necessario ai produttori per il conseguimento degli obiettivi prefissati.

[29] Bruno Leoni, Il problema del calcolo economico in una economia di piano, pp. 9-10.

[30] Bruno Leoni, Ibid., p. 9.

[31] Bruno Leoni, Ibid., p. 9.

[32] Bruno Leoni, Ibid., pp.10-11.

Ti è piaciuto questo articolo?

Be the first to comment

Leave a Reply

L'indirizzo email non sarà pubblicato.


*