I disastri economici dell’unificazione dal nazionalismo ottocentesco all’europeismo contemporaneo

di Carlo Lottieri

Sul piano teorico come su quello storico, l’unificazione politica forzata si rivela quindi causa di gravi conseguenze economiche, moltiplicando irrazionalità, ingiustizia e miserie. Se l’unificazione italiana e quella tedesca hanno ampiamente dato prova di produrre devastazioni di varia natura, la stessa unificazione europea (oggi solo agli inizi) ha già prodotto un gran numero di disastri


I processi di accorpamento politico e territoriale (l’unificazione dell’Italia e della Germania nel corso dell’Ottocento, quella dell’Europa al giorno d’oggi) vengono spesso difesi con argomenti economici. In effetti, non di rado gli uomini politici si vergognano del loro nazionalismo e ancor più della volontà di potenza che li pervade, e quindi tendono ipocritamente ad utilizzare questo genere di maschere. Essi pretendono di farci credere, insomma, che distruggere libertà locali o accorpare interi Stati nazionali sarebbe “vantaggioso”: e non solo per loro (come è facile capire), ma per tutti noi.

Questo breve scritto si propone quindi di mostrare la fragilità teorica delle tesi avanzate da quanti difendono i processi di accorpamento istituzionale e, al tempo stesso, di evidenziare come anche sul piano storico l’unificazione politica abbia creato molti più problemi di quanti non ne abbia risolti.

 

  1. Alcune considerazioni teoriche

 

1.1 L’unificazione non crea grandi potenze economiche

Si sente spesso dire, ad esempio, che l’Europa unita sarebbe una potenza economica superiore agli Stati Uniti. In paesi di media grandezza come la Gran Bretagna, la Francia o l’Italia i cittadini godono di un reddito pro-capite più basso di quelli degli statunitensi; ma tale gap – è questa la tesi degli europeisti – potrebbe essere superato se tali sistemi politici venissero unificati, dando vita ad un’unica potenza economica senza eguali al mondo, e con il pil di maggiori dimensioni.

Questo argomento, però, è semplicemente ridicolo. A nessuna persona di buon senso interessa davvero il prodotto interno complessivo: l’insieme delle ricchezze prodotte entro determinate frontiere. Quello che rende benestante un popolo, molto più semplicemente, è l’effettivo benessere dei suoi abitanti. Sommare l’economia dei venticinque paesi europei non significa niente, allora, se non porta ad un miglioramento delle condizioni di quanti vivono e lavorano entro queste realtà.

L’economia reale, poi, non è un fatto di nazioni o macro-aree, ma di individui e imprese: tanto è vero che capita a tutti noi di constatare come vi siano imprese svizzere, olandesi o venete del tutto in condizioni di essere più competitive di imprese russe o americane.

 

1.2 L’unificazione innalza le barriere doganali

Bisogna sempre ricordare, per giunta, che un’economia può crescere se vi è libertà di scambio e, quindi, se il mercato è aperto: se insomma la proprietà è tutelata e vi è una forte competizione tra i diversi soggetti. Ma i processi di unificazione si muovono esattamente in direzione opposta, dato che rafforzano il potere, creando una massa concentrata di risorse “politiche” e in tal modo ponendo le premesse per un potere “imperiale”.

La stessa esigenza di avvalersi di “economie di scala” appare ingiustificata, poiché non vi è alcuna necessità di unificare politicamente un intero continente per ottenere – quando è necessario – un risultato del genere. Leghe, intese, accordi federali ed alleanze sono in genere la soluzione migliore: quella che evita il consolidarsi di strutture pericolose e gli altissimi costi organizzativi degli apparati burocratici delle istituzioni mastodontiche.

Nell’ambito della difesa, ad esempio, se una piccola comunità politica teme di essere “invasa” o dominata può stipulare patti difensivi senza rinunciare alla propria libertà e ai benefìci correlati alla libertà di autogoverno.

Un’altra analisi ugualmente contestabile è quella secondo cui l’unificazione sarebbe utile e necessaria perché elimina le barriere doganali. Questo argomento viene usato, in particolare, ogni volta che si cerca di mostrare i presunti vantaggi dell’unità italiana. Ma anche questa tesi è infondata, poiché sono proprio le piccole realtà politiche (Montecarlo, il Liechtenstein, l’Estonia o la stessa Svizzera) ad essere le aree più economicamente aperte alle importazioni: con un numero minimo di dazi e barriere.

Se esaminiamo la stessa storia italiana, d’altra parte, è certamente vero che l’unificazione ha eliminato i dazi tra Roma e la Toscana, tra il Piemonte e la Lombardia. Questa, però, è solo una parte della vicenda. Ciò che in genere si omette è che l’unificazione italiana ha posto le premesse per la costruzione di barriere ben più alte tra l’Italia e la Francia, tra l’Italia e la Germania, e via dicendo. E mentre le deboli barriere infra-italiane avrebbero avuto ben poche chances di reggere in un’epoca – quella di metà Ottocento – che conobbe l’aprirsi dei mercati internazionali (si pensi, in particolare, all’accordo Cobden-Chevallier), le nuove barriere nazionali si dimostrarono assai più solide e finirono per segnare la vita economica degli ultimi decenni dell’Ottocento: aggravando, tra l’altro, la povertà del Mezzogiorno italiano (con la conseguente emigrazione) e ponendo le premesse per tensioni e conflitti crescenti.

Non c’è dubbio che lo scambio sia una delle sorgenti fondamentali della prosperità e che ogni barriera doganale aggredisce la libertà dei singoli, impedendo loro di commerciare pacificamente. Ma è tutto da dimostrare che il modo migliore per eliminare dazi, tariffe e altri impedimenti al commercio consista nell’unire tante piccole comunità in un’unica entità politica di grandi dimensioni.

L’esperienza storica ci mostra esattamente l’opposto, dato che solo i paesi grandi che possono permettersi il “lusso” di avere barriere doganali (Stati Uniti ed Unione europea, in particolare), mentre le entità più minuscole sono assai più aperte in quanto hanno bisogno di cooperare con l’esterno e se ne avvalgono nel migliore dei modi. Ogni paese di limitate dimensioni è quindi indotto a rigettare le politiche autarchiche, che lo condannerebbero al sottosviluppo.

Quanto detto è drammaticamente d’attualità per quei paesi che, all’indomani dell’ingresso dei nuovi dieci membri dell’Unione, si sono trovati sui nuovi confini orientali dell’Europa. E del tutto evidente, infatti, che per paesi come l’Ucraina o la Romania l’ingresso in Europa della Polonia e dell’Ungheria ha accresciuto il loro isolamento, dato che le norme europee mettono automaticamente fuori gioco tutta una serie di interscambi che fino ad ora avevano agevolato gli uni e gli altri.

  

1.3 L’unificazione genera parassitismo

Bisogna anche sottolineare come vi siano comportamenti immorali e volti a sfruttare il prossimo, vivendo di prebende e soldi pubblici, che sono difficili o impossibili all’interno di piccole comunità, ma che sono invece assai frequenti all’interno di quelle strutture più articolate che sono tipiche delle istituzioni di grandi dimensioni.

Nei meandri di bilancio della Repubblica italiana o, meglio ancora, dell’Unione europea è assai facile che trovi spazio ogni genere di clientelismo e protezione. Un’istituzione che dovrebbe rispondere a 60 milioni di persone, alla fine, risponde solo ai giochi di potere di piccoli e piccolissimi gruppi organizzati. E questo stesso discorso vale ancor di più di fronte all’Europa, che ha fatto di Bruxelles il punto d’incontro di ogni genere di lobbismo.

Entro una piccola istituzione, se qualcuno pretende di vivere parassitariamente le sue vittime lo riconoscono subito. E reagiscono di conseguenza.

Quando entro una piccola realtà io cerco di poter disporre di una parte del reddito prodotto da altri, questo comportamento incontra immediatamente la resistenza di chi si riconosce vittima delle mie ingiustificate pretese.

È per questa ragione che la pratica del parassitismo è piuttosto rara all’interno di istituzioni minuscole, i cui bilanci hanno facilmente un alto grado di trasparenza. Entro paesi molto estesi, e quindi in condizione di disporre di bilanci complessi, il gioco della redistribuzione delle risorse rende invece quasi impossibile sapere se si è nel gruppo dei tax-payers (coloro che danno più di ciò che ricevono) o in quello dei tax-consumers (coloro che ricevono più di quanto danno).

Nei paesi di grandi dimensioni, inoltre, la classe politica mostra tutta la sua abilità nel far credere al più alto numero di persone di essere tra quanti si avvantaggiano in maniera parassitaria.
Evidenziando i benefici e minimizzando i costi (occultandoli in vario modo), gli uomini di potere riescono a trasformare un alto numero di categorie – compresi taluni gruppi fortemente danneggiati – in guardie pretoriane schierate a tutela del sistema e dei privilegi che esso garantisce.

Nelle piccole comunità le cose sono assai diverse. Per giunta, nelle istituzioni minuscole la difficoltà ad accettare un sistema di welfare pubblico fa sì che resti vivo il senso della responsabilità personale volontaria verso chi ha davvero bisogno di aiuto. Le piccole comunità rafforzano insomma la solidarietà autentica, favorendo l’emergere di quella forte pressione sociale che spinge ognuno ad agire per prendersi cura del prossimo e ad avere a cuore le sorti dei più sfortunati.

 

1.4 L’unificazione ci nega i benefici degli “effetti-frontiera”

Alla luce di quanto detto dovrebbe essere chiaro a tutti che ciò che più tutela la libertà, la proprietà e, quindi, la stessa prosperità è il poter scegliere tra differenti istituzioni. Questo dimostra una volta di più, se ce ne fosse bisogno, che la civiltà esige libertà e competizione: ad ogni livello. Quello che è vero per i mercati, è ugualmente vero per le istituzioni.

Tra quanti hanno studiato le ragioni del successo epocale dell’Europa vi è ormai un ampio consenso in merito al fatto che il nostro continente ha avuto un successo senza eguali perché nessun potere è riuscito ad ingabbiare le forze imprenditoriali dei mercati e dei produttori. In età medievale, la frammentazione delle istituzioni e la strutturale debolezza dell’Impero hanno posto le premesse per quel pluralismo sociale che da noi ha permesso l’esplosione economica di Venezia, Firenze, Genova o Milano.

La concorrenza tra governi locali e la competizione economica che accompagna tutto ciò favoriscono bassa tassazione e, al tempo stesso, bassa regolamentazione, dato che individui e capitali tendono a fuggire i regimi più oppressivi e optano per ordinamenti che offrano la migliore tutela della proprietà privata.

Tutto questo è chiarissimo nei contesti istituzionali a potere diffuso. ln una realtà come quella elvetica, ad esempio, è del tutto evidente che il cantone di Uri non potrebbe mai adottare una tassazione “all’italiana” (o “alla francese”), perché se questo dovesse accadere sarebbe molto facile e poco costoso per gli abitanti di quelle località spostarsi nei cantoni limitrofi.
L’unificazione politica, invece, va esattamente nella direzione opposta e condanna i popoli ad un futuro di miseria e servaggio.

 

 1.5 L’ordine spontaneo è da preferirsi all’ordine pianificato

Non c’è alcun dubbio che una buona società è una società ordinata, all’interno della quale i comportamenti altrui sono in larga misura prevedibili e, quindi, non generano timori eccessivi né troppe sorprese. Una società basata sul diritto, in particolare, permette una minimizzazione dei rischi: questo significa che molto di ciò che avviene è in larga misura atteso e previsto.

Vi sono però almeno due concezioni radicalmente opposte di ordine sociale: esiste un ordine “costruito”, imposto e pianificato, elaborato da un decisore autoritario (ed è questo il modello dello Stato e dei regimi centralizzati); ed esiste anche un ordine “spontaneo”, il quale emerge nel corso della storia a seguito delle libere scelte degli attori sociali, e che è elaborato grazie ad un’infinità di accordi e negoziazioni (ed è questo il modello del mercato e dei sistemi federali).

All’interno di ogni società è facile fare esperienza dell’ordine spontaneo in molti e differenti contesti: dal linguaggio al “diritto comune” della tradizione europea, dalla morale alla scienza. Ma questa logica – come si è detto – è propria al tempo stesso dell’economia liberale e delle istituzioni federali, basate sulla libera adesioni dei singoli e delle comunità.

L’esigenza di vivere entro società ordinate, allora, non deve necessariamente spingere sulla strada di istituzioni dispotiche, basate sulla coercizione e su logiche stataliste. Tanto più se si considera che è ormai convinzione accolta dai maggiori studiosi che ogni ordine “imposto” finisce presto per produrre disordine. A tale proposito è straordinariamente efficace l’espressione utilizzata da Ludwig von Mises quale titolo di un suo importante volume: il caos pianificato.

La pretesa statalista di coordinar e organizzare in forma centralista e politico-burocratica l’economia e la vita sociale, in effetti, produce prevalentemente miseria, confusione e inefficienze.
Ma è ugualmente evidente che ogni volontà di unificare una nazione o un continente implica l’aspirazione autoritaria di quanti vogliono gestire e pianificare le libere interazioni tra gli individui.

 

  1. Alcune testimonianze storiche

 

2.1 L’Italia di secondo Ottocento: dall’unificazione al protezionismo

È del tutto evidente come la storia sia sempre il risultato di molti fattori e di innumerevole scelte e decisioni individuali. Le vicende dei singoli come quelle delle comunità procedono subendo molteplici influenze ed avvalendosi di innumerevoli contributi. In questo senso, ad esempio, è alquanto scorretto sul piano metodologico affermare che poiché le condizioni economiche dei veneti erano migliori nel 1900 rispetto a quelle del 1700, tale progresso (vero o falso che sia) sia da ricondurre all’unificazione italiana e alla fine delle antiche istituzioni preunitarie.

I progressi tecnologici ed il diffondersi delle conoscenze che si sono avuti nel corso di quei due secoli sono in larga misura indipendenti dal processo che ha portato alla fine della Serenissima e dello stesso Regno Lombardo-Veneto, favorendo la nascita dell’Italia sabauda.

Eppure l’utilizzo di tali argomentazioni, di tutta evidenza inaccettabili, sono assai più frequenti di quanto non si creda.

Quello che però si può certamente affermare è che l’unificazione è la premessa logica necessaria a determinate politiche perverse, le cui conseguenze economiche sono terribili (specialmente per i ceti più deboli).

Un esempio assai evidente di tutto ciò è quello del protezionismo industriale voluto dalla Sinistra storica di secondo Ottocento, soprattutto in risposta alle richieste di taluni industriali del Nord (un nome per tutti, i Rossi dei lanifici vicentini). Quel protezionismo, figlio dell’unificazione e impensabile in un altro contesto, per decenni ebbe gravissime conseguenze sull’agricoltura meridionale, costringendo milioni di abitanti della Campania, della Sicilia e di altre regioni del Mezzogiorno a lasciare le loro terre.

Quelle politiche protezioniste danneggiarono pesantemente anche larghi strati della società settentrionale. A causa dei dazi posti a tutela degli imprenditori “protetti”, infatti, molti settori produttivi furono sottratti agli effetti benefìci della competizione internazionale, senza contare il fatto che molte imprese e famiglie anche del Nord furono obbligate ad acquisire beni locali – magari più cari e di peggiori qualità – invece che prodotti francesi o tedeschi. Il che comportò una qualità della vita più bassa per le famiglie ed una minore competitività per le imprese.

 

2.2 L’Italia di secondo Novecento: dall’unificazione all’assistenzialismo

Dopo la fine della seconda guerra mondiale e anche a seguito del diffondersi di idee socialiste e welfariste, la classe politica italiana copiò il modello interventistico dell’America rooseveltiana, avviando programmi di investimenti pubblici volti a indurre dall’esterno lo sviluppo economico del Mezzogiorno.
In questa fase storica, l’unificazione italiana produce quelle politiche di aiuto che avranno la loro formulazione esemplare in quello folle sciupio di risorse che fu la Cassa del Mezzogiorno, versione italiana della Tennesse Valley Authority.

Nell’Italia di secondo Novecento le conseguenze di tali politiche economiche sono state gravissime per il Nord, costretto a subire una super-tassazione che per decenni (e ancora oggi) ha reso difficile alle imprese settentrionali reggere il passo di attività produttive straniere, che non hanno dovuto destinare in progetti così irragionevoli una quota così alta dei loro redditi. Ad ogni modo, lo stesso Sud ha patito e continua a patire conseguenze molto gravi, dato che tale statalismo fa sì che da Roma in giù l’economia subisca pesantemente le interferenze dei politici. L’iniziativa privata continua ad essere minoritaria, poiché la logica del parassitismo viene fortemente incentivata dal “denaro facile” profuso dai politici e dai centri di potere da loro controllati: i grandi complessi industriali pubblici, le amministrazioni locali, le banche di Stato.

Il Mezzogiorno contemporaneo, privo di imprese e senza dinamismo produttivo, è in larga misura figlio di tali politiche, impensabili senza l’unificazione nazionale. E mentre piccoli paesi europei con decenni di povertà terribile alle spalle e regimi socialisti tra i peggiori stanno ora conoscendo una crescita straordinaria (si pensi alla Slovenia, all’Estonia, alla Repubblica Ceca, e così via), le regioni meridionali continuano oggi a restare al palo.

Se già nel secondo Ottocento quel protezionismo che si voleva “a favore del Nord” finì per danneggiare in realtà la stessa economia settentrionale, pure la Cassa del Mezzogiorno ha in effetti nuociuto a tutti: a parte qualche piccolo gruppo di parassiti organizzati (si pensi alle grandi industrie private parassitarie, ai sindacati, agli apparati burocratici). L’intervento pubblico ha tolto soldi al Nord, ma quelle stesse risorse sono state usate per favorire la statizzazione della società meridionale, l’aumento delle posizioni “protette” ed il trionfo di politici e funzionari pubblici, producendo l’indebolimento dei corpi intermedi, dello spirito d’iniziativa e dell’autonomia del mondo associativo.

   

2.3 Il Terzo Millennio e l’Europa unificata

È oggi impossibile dire cosa sarà l’Europa unificata e quali saranno le conseguenze economiche che potrà produrre il processo di svuotamento della libertà di autogoverno. Appare del tutto evidente, ad ogni modo, che l’Europa unificata che si vuole realizzare è – almeno potenzialmente – un’Italia al quadrato, o perfino al cubo.

È d’altra parte del tutto chiaro che le classi politiche europee, nella loro generalità, vogliono l’Europa unita e il Super-Stato: in parte poiché hanno fatto propria la retorica dell’unificazione e in parte perché hanno ben compreso che una progressiva centralizzazione a Bruxelles di tutti i poteri permetterebbe un’espansione del controllo pubblico sulla società, ben al di là di quanto è già stato possibile entro i confini degli Stati nazionali.

Da qualche decennio stiamo vedendo i primi frutti di tutto ciò. Ormai attive da tempo, anno dopo anno le istituzioni europee vanno acquisendo peso ed importanza. In questo senso, la Bruxelles politica si è ormai ben configurata quale luogo di corruzioni, favori e facili arricchimenti. Sono ben note le condizioni ultra-privilegiate degli europarlamentari e degli alti burocrati comunitari, ma oltre a questo bisogna ricordare come le istituzioni comunitarie producano soprattutto aiuti e protezionismo.
Osservando gli ultimi bilanci dell’Unione europea, emerge come la siderurgia e soprattutto l’agricoltura occupino un peso preponderante (superiore al 50% del bilancio). La fondamentale conseguenza di tutto questo è un settore agricolo devastato, assistito, restio ad innovare, sottoposto ad un rigido controllo politico.

I danni di una simile situazione sono assai rilevanti per i consumatori. È stato infatti calcolato come la famiglia media italiana – senza le interferenze e i dazi imposti dall’Unione europea – spenderebbe il 25% in meno dal fruttivendolo. Ma ancora più gravi sono le conseguenze del protezionismo europeo sul Terzo Mondo e specialmente sull’Africa, dove circa l’80% degli occupati lavorano nell’agricoltura. Un recente studio ha perfino affermato che i dazi europei potrebbero essere responsabili, ogni giorno, della morte di circa 6 mila africani, che in assenza delle politiche protezioniste potrebbero esportare da noi i loro prodotti e guadagnarsi da vivere.

Sono sempre i dazi doganali, per giunta, a spingere molti uomini del Terzo Mondo a lasciare i paesi natali e a prendere la dura strada dell’emigrazione. Quando vi sono dazi del 150% sullo zucchero, del 250% sulla carne e del 160% sul burro, è quasi fatale che coloro che non sono in condizione di vivere decentemente in America latina, in Asia o in Africa lascino le loro terre per trasferirsi nell’America settentrionale o in Europa.

Ma oltre a danneggiare i consumatori europei e i lavoratori più poveri del Terzo Mondo, la politica economica dell’Unione europea (focalizzata in larga misura sull’agricoltura) ha avuto la responsabilità di distruggere la libera imprenditorialità del mondo contadino.
Nell’universo artefatto creato dai politici e dai burocrati di Bruxelles, infatti, non ci sono più prezzi liberi, dato che tutto è fissato e manipolato dai pianificatori. Oltre a ciò, quanti posseggono una stalla si vedono imporre “quote” che impediscono loro di accrescere la produzione, perdendo ogni autonomia imprenditoriale e ogni opportunità di far crescere la propria impresa.

Quello che inizialmente aveva la forma di un sostegno, così, finisce presto per convertirsi in un veleno mortale, che sta portando alla morte moltissime aziende: si pensi, ad esempio, a quanti allevano vacche da latte.

L’aiuto pubblico (in forma di sovvenzione) diventa insomma un impedimento, con il risultato che gli agricoltori ricevono soldi ma viene impedito loro di sviluppare le loro attività ed espandersi liberamente. La conseguenza prima è che quello che era un mondo di liberi imprenditori agricoli finisce sotto il controllo di organizzazioni sindacali, che li costringono a piatire l’aiuto del ministro di turno e la benevolenza del commissario europeo con delega sull’agricoltura.

  

Conclusione

Sul piano teorico come su quello storico, l’unificazione politica forzata si rivela quindi causa di gravi conseguenze economiche, moltiplicando irrazionalità, ingiustizia e miserie. Se l’unificazione italiana e quella tedesca hanno ampiamente dato prova di produrre devastazioni di varia natura, la stessa unificazione europea (oggi solo agli inizi) ha già prodotto un gran numero di disastri.
Non bisogna neppure scordare che tanto l’Europa come l’Italia furono grandi quando non esistevano politicamente. Esse furono universalmente ammirate ed autentici motori di civiltà quando erano divise in un gran numero di giurisdizioni politiche indipendenti, ciascuna dotata di un proprio stendardo e di una piena autonomia di decisione.

In questo senso bisogna sottolineare che l’unificazione dell’Europa – come già è avvenuto per la penisola italiana – non solo rischia di compromettere la prosperità dell’intero continente, ma soprattutto è destinata a tradire la natura di una civiltà (quella europea, appunto) che si è distinta nel mondo per il suo saper essere variegata, articolata, liberale, plurale, ricca di differenze e capace di avvantaggiarsene.

Unificare l’Europa significherebbe ucciderla: negandone lo spirito più autentico.

 

Riproposizione di un saggio di Carlo Lottieri, originariamente apparso sulla rivista Quaderni Padani, numero 55, anno X, settembre – ottobre 2004.

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