Non si può essere uomini politici e persone oneste

di Guglielmo Piombini

Se andassimo a vedere le leggi emanate ogni anno dal Parlamento, scopriremmo che la stragrande maggioranza di esse rappresentano dei vantaggi concessi a gruppi particolari, che i parlamentari si accordano l’un l’altro mediante uno scambio di favori (“io voto la legge per la tua clientela se tu voti per la mia”). Se sottoposte a referendum, il 99% delle leggi parlamentari non prenderebbe più dell’1% dei voti. Chi mai, infatti, deciderebbe volontariamente di impoverirsi, ad esempio, a vantaggio di cineasti incapaci (vedi legge sul cinema assistito “d’autore”) o dell’associazione culturale di Chissadove (vedi il recente scandalo di stipendiopoli, con le inutili costosissime consulenze pagate dagli enti locali), oppure per assumere milioni di inutili burocrati o per garantire alla classe politica quell’infinità di privilegi di cui gode?


Piove, governo ladro!

I liberali hanno sempre valorizzato quelle istituzioni come il mercato, la morale, la consuetudine e la moneta che non sono il risultato di un piano deliberato, ma sono emerse storicamente grazie all’azione di una miriade di soggetti anonimi che hanno originato e poi consolidato, con il loro comportamento, tali regole. Una di queste istituzioni non pianificate è certamente il linguaggio, e all’interno di esse quelle espressioni collettive che si formano e si trasmettono in virtù del loro uso ripetuto. Tra di queste l’imprecazione “Piove, governo ladro!”, nella sua apparente paradossalità, racchiude un profondo significato, non facile da cogliere immediatamente: collegando due fatti che tra loro sembrano completamente slegati come la pioggia e la disonestà dei politici, appare come una delle più curiose e bizzarre, ma in realtà dietro di essa si cela una profonda saggezza popolare. Come ha osservato Carlo Lottieri (su Enclave n. 7/2000), se non vi è alcun nesso evidente tra la pioggia e il comportamento abituale degli uomini di governo, è però vero che hanno entrambi qualcosa di fatale ed inevitabile: così com’è difficile immaginare stagioni senza pioggia, è ugualmente impossibile pensare che vi possa essere un ordinamento statale non lesivo dei diritti individuali e non votato ad un sistematico sfruttamento del lavoro dei cittadini. Ben al di là quindi delle occasionali disonestà dei ministri, l’espressione “piove, governo ladro!” segnala come la “rapina istituzionalizzata” sia nella natura stessa dello Stato, il quale vive di tasse e regolamentazioni. È quindi relativamente poco interessante sapere se e quando un ministro o un sottosegretario hanno intascato una parte del bottino statale. Più importante è capire che lo Stato sempre e comunque accumula risorse con la violenza e l’intimidazione.

Applicando il codice penale allo Stato

Malgrado tutti i tentativi dei governi di inculcare nelle masse la martellante ideologia statalista, attraverso la scuola pubblica, le università e gli apparati mediatici, nella coscienza popolare è rimasto un germe di consapevolezza che nessuna propaganda è mai riuscita del tutto a cancellare: che sotto l’aspetto morale lo Stato è un’associazione completamente differente da tutte le altre; e che ciò che lo caratterizza è il fatto che i suoi uomini possono impunemente commettere tutta una serie di azioni, che sarebbero considerate immorali o criminali, o addirittura mostruose, se commesse da chiunque altro. Qualche esempio chiarirà meglio l’affermazione.

Supponiamo che qualcuno si presenti a casa tua e dica: «Ti offro questo servizio di protezione, e tu non puoi rifiutarlo; pertanto, che tu lo voglia o meno, mi devi pagare. Se non lo fai domani si presenteranno alcuni uomini al mio servizio, riconoscibili dalla divisa, a riscuotere il dovuto. Se continuerai a rifiutarti di pagare per i servigi che ti offro, ti preleveranno e ti chiuderanno in una cantina dalle finestre sbarrate, dalla quale non potrai uscire. Se insisterai ad opporti, i miei uomini sono autorizzati ad usare le maniere forti, fino ad arrivare, in casi estremi, ad ucciderti». Come giudicherebbe il senso comune un comportamento del genere? Non vi sono dubbi: si tratta di un caso eclatante di estorsione: un’azione che chiunque riuscirebbe al primo colpo a giudicare come ignobile e criminale. Eppure lo Stato, sfidando secoli di buon senso, è riuscito tanto bene nella sua opera di corruzione delle menti da far apparire questa azione, quando commessa dai propri membri, come del tutto legittima: non rapina ma legittima tassazione!

Più in generale è facile rendersi conto che non esiste articolo del codice penale che non sia immediatamente applicabile alle azioni commesse dagli uomini dello Stato, se solo questi non si fossero dichiarati esenti: la tassazione, come abbiamo visto, presenta tutti gli elementi della fattispecie dell’estorsione (art. 629 c.p.) o della rapina (art. 628 c.p.); l’incarcerazione degli evasori fiscali rientra nel sequestro di persona a scopo di estorsione (art 630 c.p.); la leva militare obbligatoria rientra tipicamente nella riduzione in schiavitù (art. 600 c.p.); quando un politico emana delle leggi che comandano o vietano questo o quello nella vita privata di un cittadino, siamo perfettamente dentro la fattispecie del reato di minacce (art. 612 c.p.); se lo Stato arroga a sé il monopolio in una certa attività, vietando l’altrui concorrenza, siamo in presenza del reato di turbata libertà dell’industria o del commercio (art. 513 c.p.), mentre quando svolge un’attività usufruendo di privilegi legali rispetto ai privati commette il reato di illecita concorrenza con minaccia o violenza (art. 513 bis); quando i governanti si attribuiscono il potere di stampare moneta a tiratura illimitata siamo in presenza di un palese caso di falsificazione (art. 453 c.p.), mentre quando costruiscono enormi catene di Sant’Antonio, accumulando debiti pubblici sempre più grandi per pagare i debiti correnti, stanno commettendo il reato di insolvenza fraudolenta (art. 641 c.p.); per non parlare infine di tutti i crimini di omicidio (art. 575 c.p.) di devastazione, saccheggio e strage (art. 285 c.p.) e terrorismo (art. 270 bis c.p.) che gli Stati hanno commesso “legalmente” e impunemente in tanti episodi di guerra: basti pensare ai bombardamenti di Dresda, Hiroshima e Nagasaki.

 

Lo Stato ai raggi X

Ma come è potuto accadere che gli uomini di Stato siano riusciti a conquistare questa “licenza di rubare e uccidere”, così ripugnante al buon senso, all’istinto di giustizia, alla moralità comune e alla retta ragione? Tutto questo è avvenuto lentamente, attraverso un processo storico nel quale un ruolo di primo piano hanno avuto l’ideologia e il ruolo degli intellettuali. Lo Stato, infatti, ha sempre mantenuto dei cortigiani la cui funzione consisteva nel legittimarlo. Questi ideologi (all’origine dei sacerdoti, oggi giuristi, economisti e altri docenti universitari) hanno il compito di spiegare che un delitto commesso da un individuo è condannabile, mentre quello di massa ad opera dello Stato è giusto. Il contenuto delle ideologie può cambiare, ma lo scopo è sempre lo stesso: convincere l’opinione pubblica che l’esistenza e le malefatte dello Stato sono necessarie e devono essere perdonate.

Esiste una rigogliosa corrente di pensiero, il libertarismo, erede più radicale del liberalismo classico, che ha dedicato gran parte delle proprie analisi proprio ad “anatomizzare” lo Stato, sviscerandone minuziosamente le caratteristiche e l’origine storica. Uno trai primi libertari, lo studioso americano Albert Jay Nock, nel libro Il Nostro Nemico, lo Stato del 1935 (trad. it. Macerata, Liberilibri, 1995) ha messo in evidenza il fatto che esistono due e solo due mezzi con i quali l’uomo può procacciarsi i mezzi per vivere: uno è la produzione e lo scambio di ricchezza; tali sono i mezzi economici; l’altro è l’appropriazione senza compenso della ricchezza prodotta da altri; questi sono i mezzi politici. Lo Stato non è altro che l’organizzazione dei mezzi politici, ragione per cui, osserva Nock, entrando nella storia in un momento qualsiasi non si vede alcun modo per distinguere le attività dei suoi fondatori, amministratori e beneficiari da quelle di una classe di criminali per professione.

Anche per il massimo pensatore libertario contemporaneo, Murray N. Rothbard, lo Stato è

la più vasta e più importante organizzazione criminale di tutti i tempi, più efficiente di qualsiasi mafia della Storia.

Lo Stato è infatti non è altro che un’organizzazione composta da uomini e da donne che hanno concordato tra loro di farsi chiamare in questo modo allo scopo di esercitare il monopolio legale della violenza e dell’estorsione dei fondi. I padroni dello Stato sono gli unici individui della nostra società che ottengano le loro entrate per costrizione: non offrendo in cambio beni o servizi, come avviene nel libero mercato, ma minacciando la galera o la fucilazione nei confronti di chi si rifiuti di pagare. La tassazione costituisce pertanto un furto puro e semplice, su scala grandiosa e colossale, che nessun criminale comune potrebbe mai sperare di compiere (Murray N. Rothbard, Per una nuova libertà, Macerata, Liberilibri, 1996, p. 265).

Risulta chiaro che questa critica allo Stato da un punto di vista della giustizia comune è possibile e ha un senso, solo se si ritiene che esista una legge morale oggettiva universale, che si applica indistintamente a tutti gli uomini in ogni tempo. In questo sta la forza e la superiorità etica delle filosofie giusnaturaliste, che rappresentano l’unico mezzo con cui possiamo valutare, in nome di princìpi superiori, il comportamento dei governanti. Non è un caso che solo all’interno di filosofie incentrate sul diritto naturale, come quella degli stoici dell’età classica e del cristianesimo medievale, abbia potuto prendere forma la critica radicale dello Stato. Al di fuori di una prospettiva giusnaturalista, che riconosce ad ogni individuo per il solo fatto di esistere un diritto naturale alla vita, alla libertà e alla proprietà, non sarebbe possibile giudicare criminali o immorali le azioni dei governanti: su che basi potrebbero farlo, ad esempio, i sostenitori dell’idea che la forza fa il diritto, o i positivisti convinti che l’unica legge è quella stabilita dai governanti (quale che sia il contenuto), o gli utilitaristi che valutano tutto in maniera amorale, secondo un calcolo di svantaggi e benefici?

 

L’emancipazione dello Stato della morale comune

Nella visione del mondo medievale, infatti, si riteneva che sudditi e governanti, tutti indistintamente, fossero sottoposti agli stessi precetti della legge divina e naturale. Ciò che non era permesso agli uomini comuni non era permesso neanche ai re o ai principi. Questi ultimi, naturalmente, disponevano di una grande quantità di ricchezze e uomini al proprio servizio, ma non potevano, senza il consenso dei propri sudditi, tassare, legiferare o pretendere il monopolio della forza. I re potevano esigere solo i canoni, i fitti, i pedaggi, i servizi feudali concordati contrattualmente con i propri vassalli e i contributi che il popolo volontariamente gli autorizzava per le necessità del regno (ad esempio per contrastare un’invasione), ma nulla più; i re inoltre non avevano alcun potere legislativo, ma erano al massimo giudici supremi: non potevano inventarsi le leggi, ma al massimo raccogliere e fare rispettare le costumanze del regno; né potevano infine vantare un qualsivoglia monopolio della forza come i governanti moderni: a chiunque era concesso di farsi giustizia da soli (faida), di intraprendere legittimamente guerre private, o di rivolgersi ad un altro signore per ricevere giustizia o protezione.

L’universalità della legge morale, sancita dalla filosofia scolastica medievale, entrò in crisi a causa del contemporaneo attacco proveniente da due campi differenti ma oggettivamente alleati: i riformatori protestanti da un lato e gli apologeti dell’assolutismo dall’altro. Affidandosi a passaggi isolati della Bibbia anziché ad un’integrata tradizione filosofica, Lutero e Calvino arrivarono ad opinare che tutti i poteri sono ordinati da Dio, e che pertanto ai sovrani, non importa quanto tirannici, occorre sempre prestare obbedienza. In contrasto con il tentativo cattolico di applicare i principi morali a tutta la vita sociale e politica mediante l’arte della casistica, Lutero tendeva invece a “privatizzare” la moralità cristiana e a lasciare il mondo secolare e i suoi governanti liberi di operare in maniera pragmatica e, di fatto, incontrollata.

Se il protestantesimo aprì la strada allo Stato assoluto, i teorici secolaristi del Cinque-Seicento si impegnarono esplicitamente in sua difesa, con l’obiettivo di svincolare la vita politica da tutti quegli impacci morali che impedivano all’azione dello Stato di svolgersi liberamente. Senza più la critica giusnaturalista dello Stato, i nuovi teorici laici come Jean Bodin abbracciarono la legge positiva dello Stato come l’unico criterio politico possibile. Anche per Machiavelli occorreva abbandonare ogni tentativo di giudicare la politica o il governo sul metro dell’etica cristiana, dato che quest’ultima andava subordinata all’imperativo supremo del mantenimento e dell’espansione dello Stato.

I leader protestanti come Lutero e gli amorali teorici della politica come Machiavelli sono dunque i due veri e propri padri fondatori del moderno Stato secolarizzato. Entrambi, rifiutando per differenti ragioni la legge naturale elaborata dalla scolastica cattolica come base morale della politica, si sbarazzarono degli unici criteri sviluppati nei secoli per valutare e condannare le azioni dei governanti.

 

Come una banda di briganti

L’idea della intrinseca immoralità o criminalità dello Stato non è infatti una recente trovata di qualche eccentrico pensatore anarchico, ma annovera predecessori più che illustri come Cicerone e Sant’Agostino. Quest’ultimo in un noto passo de La Città di Dio, riprendendo un aneddoto contenuto nel De Re Publica di Cicerone, definisce i regni della terra come magna latrocinia. Sant’Agostino ricorda l’episodio di un terribile pirata razziatore dei mari che venne catturato e portato al cospetto di Alessandro Magno. Avendogli chiesto perché conducesse una vita così criminale, il pirata rispose all’imperatore:

Faccio esattamente le stesse cose che fai tu. Solo che io possiedo una piccola nave e sono chiamato pirata. Tu possiedi una grande flotta e sei chiamato imperatore.

Se Alessandro Magno non è distinguibile da un comune pirata se non per la maggior potenza dei suoi mezzi, ne consegue che lo Stato non è altro che una vasta banda di rapinatori stanziali. Questo paragone dello Stato ad una banda di briganti verrà ripreso in alcune occasioni dai pensatori cristiani durante il Medioevo, ad esempio dal Papa Gregorio VII nella sua lotta contro i monarchi europei nell’undicesimo secolo.

In età moderna, dopo l’affermazione definitiva del Leviatano statuale teorizzato da Thomas Hobbes, questo tentativo di sganciamento dei membri dello Stato dalla legge morale universale venne contrastato solo dai pensatori che continuavano ancora a rifarsi alla legge naturale, come ad esempio il grande tardoscolastico spagnolo Juan De Mariana e i Livellatori inglesi che nel Seicento si opponevano al re Carlo I. Negli scritti di uno dei più importanti esponenti dei levellers, Richard Overton, compare infatti la metafora del governante come “criminale” quando violi le regole di giustizia universali. La stessa arma polemica venne usata brillantemente negli scritti di William Allen, un acerrimo critico del dittatore Oliver Cromwell. La metafora ebbe poi un particolare successo in America, e venne utilizzata di frequente dai “rivoluzionari” americani come Thomas Paine per reagire alle pretese tiranniche del monarca inglese, al fine di recuperare le antiche libertà naturali inglesi. È nel diciannovesimo secolo, però, che grazie a Frédéric Bastiat (autore sommamente celebrato da Rothbard e da molti altri autori libertari) lo Stato viene sottoposto ad un’analisi spietata, capace di mettere in luce la finzione su fondato – per usare la celebre espressione dello studioso francese, “lo Stato è la grande illusione in virtù della quale tutti cercano di vivere alle spalle di tutti”. Ed è sempre nell’Ottocento che la definizione dello Stato quale “banda criminale” viene usata dagli abolizionisti in lotta contro la schiavitù, da Henry Clark Wright agli anarchici individualisti come Lysander Spooner.

Quest’ultimo, nel suo scritto No Treason n. 6 ci ha lasciato la più brillante e significativa esposizione della metafora criminale:

I fatti sono questi: il governo, come un bandito, dice all’individuo: “O la borsa o la vita!”. E una larga parte, se non la maggiore, delle tasse viene pagata sotto questa minaccia. Il governo certamente non sorprende l’individuo in un posto isolato, e non salta fuori da un fosso per puntargli una pistola alla tempia e svuotargli le tasche. Ma la rapina rimane una rapina comunque, ed è ancora più vile e vergognosa. Il bandito almeno si assume la responsabilità, i rischi e la colpa delle proprie azioni. Non ha alcuna pretesa di avere diritto al tuo denaro, e non vuole farti credere che lo userà a tuo beneficio. Non pretende di essere nient’altro che un rapinatore. Non è abbastanza imprudente da qualificarsi come “protettore”, e da far credere di prendere il denaro contro la volontà delle persone solo per essere in grado di “proteggere” quei viaggiatori avventati che si sentono in grado di difendersi da soli, o non sono in grado di apprezzare il suo peculiare sistema di protezione. Il bandito è una persona troppo ragionevole per presentare le cose in questo modo. E poi, una volta che ti ha preso i soldi, ti lascia finalmente andare. Non insiste a venirti dietro contro la tua volontà, con la pretesa di essere il tuo legittimo “sovrano” per via della “protezione” che ti fornisce. Non insiste nel “proteggerti” imponendoti di riverirlo e servirlo, comandandoti questo e proibendoti quest’altro, rubandoti altri soldi a seconda di quanto gli conviene, e marchiandoti come ribelle, traditore, nemico della patria, e ammazzandoti senza pietà, se metti in dubbio la sua autorità o resisti alle sue richieste. Un bandito è troppo gentiluomo per macchiarsi di tali imposture, insulti e villanie. Non tenta di farti fare la figura dell’idiota o di farti schiavo, oltre a rubarti i soldi (Lysander Spooner, La costituzione senza autorità, Genova, Il Melangolo, 1997, pp. 44 ss.).

Se le cose stanno così, diventa un imperativo morale permettere all’individuo, come proponeva il grande liberale inglese dell’Ottocento Herbert Spencer, di vivere come se lo Stato non ci fosse, rinunciando alla protezione e quindi anche all’obbligo di mantenerlo: il diritto cioè “di ignorare lo Stato” (Herbert Spencer, Social Statics, 1851).

 

La democrazia non scusa nulla

Ma i teorici della democrazia non sostengono che le tasse sono volontarie, per effetto di un contratto stipulato lo Stato e il popolo? Si tratta, con tutta evidenza, di un mito finalizzato alla legittimazione del potere, dato che in realtà il “popolo” come entità non esiste, perché solo gli individui pensano e agiscono. Basterebbe un’analisi empirica per rendersi conto che le decisioni dei governanti democratici hanno poca o nulla relazione con la volontà del popolo cosiddetto “sovrano”. Se andassimo a vedere le leggi emanate ogni anno dal Parlamento, scopriremmo che la stragrande maggioranza di esse rappresentano dei vantaggi concessi a gruppi particolari, che i parlamentari si accordano l’un l’altro mediante uno scambio di favori (“io voto la legge per la tua clientela se tu voti per la mia”). Se sottoposte a referendum, il 99% delle leggi parlamentari non prenderebbe più dell’1% dei voti. Chi mai, infatti, deciderebbe volontariamente di impoverirsi, ad esempio, a vantaggio di cineasti incapaci (vedi legge sul cinema assistito “d’autore”) o dell’associazione culturale di Chissadove (vedi il recente scandalo di stipendiopoli, con le inutili costosissime consulenze pagate dagli enti locali), oppure per assumere milioni di inutili burocrati o per garantire alla classe politica quell’infinità di privilegi di cui gode?

Poiché non vi è relazione alcuna tra le decisioni del parlamento e le preferenze del pubblico, viene forte il sospetto che i cosiddetti “rappresentanti” democratici non siano in verità rappresentanti di nessuno. Negli scritti di Frédéric Bastiat, Lysander Spooner, Herbert Spencer e del pensatore libertario contemporaneo Hans-Hermann Hoppe (singolarmente concordanti con certi argomenti dei pensatori controrivoluzionari come Carl Ludwig von Haller, che contestavano la teoria del contratto sociale posta a fondamento dei regimi sorti dalla Rivoluzione francese) possiamo trovare numerosi argomenti a sostegno di questa conclusione:

1) innanzitutto, i “rappresentanti” democratici non possono essere certo considerati rappresentanti di coloro che non hanno dato il proprio consenso alle regole del gioco, ad esempio di tutti coloro che non hanno dato il proprio consenso alla costituzione: se questa è un contratto tra Stato e popolo, allora come tutti i contratti vincola solo quelli che l’hanno sottoscritta davanti ad un notaio e a dei testimoni. Perdipiù, anche coloro che hanno approvato la costituzione hanno vincolato solo se stessi: non certo altri milioni di concittadini, o gli innumerevoli propri discendenti;

2) il fatto che uno si rechi a votare non dimostra affatto la sua accettazione delle regole del gioco. Egli può averlo fatto per legittima difesa, o per limitare i danni scegliendo il meno peggio. Alla possibilità di scegliersi un padrone, forse avrebbe preferito la possibilità di non avere alcun padrone. A maggior ragione, non si capisce come qualcuno possa dichiararsi rappresentante di coloro che non sono andati a votare o che hanno votato un diverso candidato;

3) anche il fatto di pagare le tasse non dimostra l’accettazione del governo. Le imposte, come dice il nome, sono obbligatorie e non volontarie, e quindi non sono espressione di alcuna volontà;

4) perdipiù, qualsiasi mandato attribuito agli uomini politici dev’essere considerato nullo secondo tutte le regole del diritto e della ragione. Per i principi generali, infatti, una procura segreta (perché data con un voto segreto) è nulla. Come può qualcuno sostenere di essere mio rappresentante, se il voto è segreto, e non può mostrare prova di quanto afferma? Il principio della contemplatio domini impone, a chiunque vanti di avere dei poteri di rappresentanza, di mostrare la procura debitamente firmata dal mandante. I rappresentanti democratici non sono in grado di farlo, e quindi non sono rappresentanti di nessuno;

3) la procura agli uomini politici è nulla anche perché (a differenza che nei corpi rappresentativi medievali) nelle democrazie moderne il mandato è dichiarato espressamente non imperativo, come recita l’art. 68 della Costituzione italiana. Ma nessuno può essere considerato mio procuratore o mandatario, ed essere al contempo totalmente fuori dal mio controllo. Un mandato in cui il rappresentante può disporre unilateralmente a suo piacimento della mia vita, libertà e proprietà (tassandomi o legiferando sulla mia vita), e al quale non posso revocare la procura in ogni momento nel caso non segua le istruzioni impartite, non è in verità il mio rappresentante ma il mio padrone, e io sono il suo schiavo;

6) anche supponendo che le decisioni di un governo rispecchino esattamente la volontà della maggioranza (il che, come abbiamo visto, è rarissimo), ciò non implica nessun diritto di imporre tale volontà alla minoranza. Un furto è sempre un furto, una rapina è sempre una rapina, a prescindere dal fatto che una maggioranza approvi o condanni tale azione. Se siamo in dieci su un’isola deserta, e sei di noi decidono di impossessarsi con la forza dei beni degli altri quattro, questa è a tutti gli effetti un’aggressione, non una legittima tassazione “democratica”;

7) infine, neanche il semplice fatto di vivere in un certo territorio dimostra un’accettazione tacita del governo esistente, se il potere che esso esercita è abusivo. L’effettività del potere non ha nulla a che fare con la sua legittimità. Se un gruppo di criminali invade e occupa la zona dove abito, non per questo significa che io devo riconoscere il loro dominio, o emigrare.

 

Il vero sfruttamento di classe

Per quanto detto finora, risulta evidente che anche nella migliore delle democrazie vi sarà sempre una divisione di fatto e di diritto tra coloro che governano e la massa dei governati. L’esistenza stessa dello Stato, non importa se democratico o meno, crea necessariamente una divisione di classe tra pagatori di tasse e consumatori di tasse, cioè tra coloro che ricevono i propri guadagni attraverso il sistema pacifico, volontario e contrattuale della produzione e dello scambio (i lavoratori autonomi e dipendenti del settore privato), e coloro che ottengono le proprie entrate attraverso il sistema violento, non volontario e coercitivo della tassazione (la classe politica di professione, le caste burocratico-sindacali, le clientele assistite, le categorie protette e così via).

Questa teoria liberale e libertaria della lotta di classe ha ascendenze più antiche di quella, famosa ma del tutto erronea, divulgata da Carlo Marx. Ai primi dell’Ottocento era già stata teorizzata da due importanti economisti francesi: Charles Comte e Charles Dunoyer, i quali applicarono la loro idea agli eventi passati, e ancor prima di Marx concepirono la storia come scontro tra classi. Negli imperi orientali il despota e la sua burocrazia rappresentavano la classe sfruttatrice, mentre in Europa questo ruolo è stato svolto dai signorotti, dai sovrani e dai loro cortigiani. A loro avviso l’emergere dell’economia libera e del capitalismo (“dell’industrialismo”, secondo il termine da loro usato) avrebbe diffuso le regole del mercato in tutto il globo, portando così alla dissoluzione dei governi, alla scomparsa dell’oppressione statale, e quindi a una società senza classi.

Negli anni ‘20 e ‘30 dello stesso secolo James Mill (padre del più famoso James Stuart Mill) sviluppò una teoria molto simile, non si sa se per via indipendente o perché influenzato dai due francesi. Tutte le organizzazioni politiche, disse Mill, sono dominate da una classe dominante poco numerosa che sfrutta la vasta massa dei governati, e poiché tutti i gruppi tendono ad agire secondo il proprio tornaconto sarebbe assurdo aspettarsi che chi governa agisca altruisticamente per il pubblico bene. Egli osservò che, come chiunque altro, i governanti usano ogni opportunità a loro disposizione per acquisire vantaggi personali, favorendo gli interessi particolari dei gruppi alleati (per mezzo della concessione di privilegi) a danno dell’interesse del pubblico, che si identifica invece con la piena libertà individuale ed economica per tutti.

Questa individuazione della classe sfruttatrice nel gruppo di individui che controlla le leve dello Stato farà proseliti tra i maggiori economisti francesi e italiani del secolo: per Gustave de Molinari, Frédéric Bastiat, Francesco Ferrara e successivamente per i “liberisti” italiani (Vilfredo Pareto, Maffeo Pantaleoni, Antonio de Viti de Marco) la “spogliazione legale” compiuta attraverso la tassazione e la concessione di sussidi e protezioni rappresenta il concetto-chiave di ogni analisi dello sfruttamento di certe classi ad opera di altre.

Si deve invece a John C. Calhoun, eminente pensatore e uomo politico americano della prima metà dell’Ottocento, la distinzione tra tax-payers, la classe dominata che paga le imposte, e tax-consumers, la classe dominante che beneficia della tassazione e del potere di comando. Tranne il caso assurdo in cui ciascuno riceva esattamente ciò che gli viene tolto dal fisco, osservava Calhoun, la tassazione è sempre un processo ineguale, e

l’effetto ottenuto è quello di creare rapporti di antagonismo in relazione all’operato fiscale del governo e a tutte le politiche ad esso connesse. Difatti, maggiori sono le tasse e le erogazioni, maggiore è il guadagno per gli uni e la perdita per gli altri, e viceversa…L’effetto di ogni aumento, quindi, è quello di far arricchire e rendere più potente una parte, e di impoverire e indebolire l’altra.

 

I politici non meritano rispetto

Nel dicembre 1851 il presidente francese Luigi Bonaparte, il futuro Napoleone III, conquistò il potere con un colpo di Stato, in violazione del suo giuramento di rispettare la costituzione. Egli chiuse il parlamento, imprigionò, deportò o giustiziò i suoi avversari politici, e dissuase possibili manifestazioni di dissenso popolare massacrando i civili nelle strade. Dopo il colpo di Stato egli tenne un referendum sul suo operato, e annunciò che i votanti avevano giustificato le sue azioni con ben sette milioni e mezzo di voti contro seicentoquarantamila. L’argomento di Bonaparte era che tanti milioni di francesi non potevano aver torto, e che quindi le sue azioni erano state legittime. L’anno seguente il grande romanziere Victor Hugo scrisse dall’esilio un libro contro l’imperatore dal titolo volutamente irrispettoso, Napoleone il piccolo, nel quale sosteneva con la sua consueta prosa brillante che, anche qualora il plebiscito fosse stato corretto dal punto di vista procedurale (ma già su questo vi erano dei dubbi), una maggioranza elettorale non aveva alcuna competenza ad autorizzare i crimini di Bonaparte.

Scriveva Hugo:

Signor Luigi Bonaparte, tu sei stato capitano d’artiglieria a Berna, e quindi hai necessariamente imparato qualche rudimento di algebra e geometria. In queste materie esistono degli assiomi dei quali avrai probabilmente già sentito parlare: che due più due fa quattro; che tra due punti la linea più breve è quella retta; che la parte è minore dell’intero. Ora, se sette milioni e mezzo di voti dichiarano che due più due fa cinque, che la linea retta tra due punti è quella più lunga, che l’intero è minore della sua parte; e se anche l’avessero dichiarato otto milioni, dieci milioni o cento milioni di votanti, per te non sarebbe cambiato nulla. Ebbene, ora rimarrai sorpreso se ti dico che esistono degli assiomi nella probità, nell’onestà e nella giustizia proprio come nella geometria; e che le verità della morale non sono alla mercé di un votazione più di quanto lo siano quelle dell’algebra. Le nozioni di bene e male non possono essere risolte da un suffragio universale. Non è concesso alle elezioni far diventare falso il vero, e ingiusto il giusto. La coscienza umana non può essere messa ai voti. Per questa ragione, quali che siano i tuoi dati, controversi o meno, estorti o meno, veri o falsi, poco importa. Coloro che vivono con gli occhi puntati sulla giustizia diranno e continueranno a dire che il crimine è crimine, lo spergiuro è spergiuro, il tradimento è tradimento, l’omicidio è omicidio, che il sangue è sangue, che lo sporco è sporco, che il mascalzone è mascalzone, e che chi cerca di imitare Napoleone in miniatura sta copiando le gesta del pluriassassino Lacenaire su scala maggiore. E lo diranno e lo continueranno a ripetere a dispetto dei tuoi numeri, perché sette milioni e cinquecentomila voti nulla possono contro la coscienza di un uomo onesto; perché dieci milioni, cento milioni e perfino l’unanimità della razza umana votante in massa non conterebbe nulla davanti a quest’atomo, a questa particella di Dio: l’anima dell’uomo giusto; perché il suffragio universale non ha giurisdizione sulle questioni morali.

A questo punto lasciamo che sia Hoppe a tirare le logiche conclusioni di tutto quello che si è detto finora:

Non è sufficiente criticare tutte le varie follie governative; si deve procedere oltre, attaccando alle fondamenta le istituzioni statali come un oltraggio morale, e i suoi rappresentanti come imbroglioni, bugiardi e impostori sul piano morale ed economico – come imperatori senza vestiti. In particolare, non si deve mai esitare a colpire il cuore stesso della legittimità dello Stato: il suo asserito indispensabile ruolo di garante della protezione e della sicurezza. Ho già mostrato quanto sia ridicola questa pretesa sul piano teorico: come può un’organizzazione che ha il potere di espropriare i cittadini essere considerata protettrice della proprietà privata? Non è però meno importante attaccare la legittimità dello Stato su basi empiriche, mostrando che, dopotutto, gli Stati che si suppone debbano proteggerci sono le stesse istituzioni responsabili di circa 170 milioni di morti nel solo ventesimo secolo: un numero molto superiore a tutte le vittime del crimine privato in tutta la storia umana! Invece di trattare gli uomini politici con rispetto, bisognerebbe trattarli per quello che sono: non solo ladri, ma assassini di massa (Hans-Hermann Hoppe, “Rothbardian Ethics”, Memorial Lecture at the Mises Conference, Auburn, Ludwig von Mises Institute, 1999).

Contributo di Guglielmo Piombini, originariamente pubblicato sulla rivista Enclave. Rivista libertaria (n. 25/2005) e poi ripreso sul sito della Libreria del Ponte

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