Come l’Europa ha potuto prosperare grazie alla concorrenza istituzionale

di Daniel J. Mitchell, traduzione di Cristian Merlo

Ho sempre creduto che fosse un bene che gli Stati competessero fra loro, ma non ho mai realizzato quanto la concorrenza giurisdizionale ed istituzionale ci abbia proiettato nella modernità


Nel corso delle epoche buie, nazioni come la Cina erano relativamente avanzate mentre gli europei vivevano in squallidi tuguri.

Ma questo stato di cose cominciò a cambiare diverse centinaia di anni fa. L’Europa sperimentò l’Illuminismo e la Rivoluzione industriale mentre gli imperi dell’Asia languivano.

Che cosa può spiegare questo radicale e drammatico stravolgimento?

Non pretendo di dimostrare che vi sia una singola ed esclusiva spiegazione, ma parte della risposta è fornita dal fatto che l’Europa ha beneficiato del decentramento e della competizione giurisdizionale. Più in particolare, i singoli governi furono costretti ad adottare le migliori politiche pubbliche in quanto il lavoro e il capitale disponevano di una significativa capacità di muoversi attraverso i confini, in cerca di condizioni più favorevoli.

Ho sempre creduto che fosse un bene che gli Stati competessero fra loro, ma non ho mai realizzato quanto la concorrenza giurisdizionale ed istituzionale ci abbia proiettato nella modernità.

Ma non dovete per forza credere alle mie parole. Questo argomento è stato discusso dal professor Roland Vaubel durante la riunione della Mont Pelerin Society della scorsa settimana [il presente scritto risale al settembre 2012, ndt].

Di seguito si forniscono alcuni estratti di uno dei suoi contributi sull’argomento.

 … la competizione tra le istituzioni pubbliche di differenti paesi può trarre giovamento da un ordine competitivo internazionale che preserva la pace e impedisce ai governi di colludere tra loro a spese di terzi parti, in particolare dei loro cittadini.

Questo scritto rimanderà ad ulteriori numerosi passaggi, ma se non siete così attratti dalla tematica come lo sono io, spendete solo un minuto per prendere visione della tavola sottostante, estrapolata dal saggio di Vaubel. Avrete così modo di appurare che la storia intellettuale protesa all’analisi teorica della problematica è di portata straordinaria, e che il tema condiviso si sintetizza nell’assunto che gli Stati grandi e centralizzati ostacolano lo sviluppo.

 

Si tenga presente che questa tavola sinottica si limita a riportare solo i pensatori classici che si sono dedicati alla questione. Il paper include anche una serie di pensatori moderni, alcuni dei quali vengono citati nel prosieguo. Inoltre, ho anche elaborato un poscritto che mostra quanti economisti vincitori del premio Nobel considerino la competizione giurisdizionale come un fattore determinante per limitare l’espansione eccessiva dello Stato e delle sue pretese di regolamentare pervasivamente la società.

Ma vediamo ora quali intuizioni possiamo ricavare dal pensiero dei grandi pensatori della storia, a partire da questo passaggio di Charles Montesquieu, citato da Vaubel nel suo saggio.

In Europa, le divisioni naturali formano diversi Stati di media grandezza, nei quali il governo della legge non è incompatibile con la conservazione dello Stato; anzi, gli sono talmente favorevoli che, senza tale leggi, lo Stato va in decadenza e si pone ben presto in una condizione di inferiorità rispetto a tutti gli altri. È proprio ciò che ha contribuito a formare, di epoca in epoca e nella perpetuità dei secoli, uno spirito di libertà che rende ogni sua componente molto difficile da soggiogare e sottomettere da parte di una forza straniera, se non mediante le leggi e l’utilità del suo commercio…. I principi avrebbero dovuto governarsi più saggiamente di quanto essi stessi pensassero, poiché vi era ormai evidenza che i grandi atti di autorità risultavano così maldestri che l’esperienza stessa ha fatto sapere che solo la bontà del governo conduce alla prosperità.

Detto altrimenti, la mobilità del capitale tra le differenti giurisdizioni permette di limitare l’interferenza del governo.

 

Adam Smith, padre della scienza economica, formulò un rilievo similare. Di seguito si propone un passaggio, tratto da “La ricchezza delle nazioni” e ripreso da Vaubel nel suo paper.

 Il … proprietario dei beni è sostanzialmente un cittadino del mondo, e non è per forza di cose vincolato ad alcun paese particolare. Egli sarebbe disposto ad abbandonare il paese in cui fosse esposto a dei controlli persecutori per l’accertamento di un’imposta gravosa e trasferirebbe le sue attività in qualche altro paese dove poter condurre i propri affari o godersi la propria ricchezza senza troppi impedimenti. Un’imposta che tendesse a favorire la fuoriuscita delle risorse dai confini di uno Stato condurrebbe verso la china della desertificazione di ogni fonte di reddito, sia per il sovrano che per la società… Pertanto, le nazioni che hanno tentato di tassare le rendite provenienti dalle attività, in luogo di un’attività d’indagine rigorosa… sono state costrette ad accontentarsi di valutazioni molto lasche e, di conseguenza, suscettibili di prestare il fianco a interpretazioni più o meno arbitrarie. Gli abusi che talvolta si insinuano nell’amministrazione locale e provinciale o di un dipartimento di esazione locale o provinciale, per quanto ci possano sembrare enormi, sono comunque ben poca cosa se comparati con quelli che ordinariamente hanno luogo nell’amministrazione e nella conduzione delle spese di un grande impero.

 

Jacques Turgot (Bastiat non è stato l’unico grande economista francese) focalizzò la sua attenzione sulla nuova nazione degli Stati Uniti e scorse ben presto i benefici della competizione giurisdizionale.

Il porto sicuro che (il popolo americano) offre agli oppressi di tutte le nazioni deve consolare i popoli della terra. La facilità con cui sarà ora possibile approfittare di questa nuova situazione, che consentirà di sottrarsi alle conseguenze di cattive politiche, costringerà i governi europei ad essere giusti e illuminati.

E Immanuel Kant osservò:

… la libertà civile non può ora essere facilmente aggredita senza infliggere dei danni di natura tale da essere avvertiti in tutti gli scambi e nell’industria, e specialmente nel commercio; ciò comporterebbe una diminuzione dei poteri dello Stato nelle relazioni esterne. Questa libertà, inoltre, tende ad avanzare ulteriormente, in maniera graduale. Ma se si impedisce al cittadino di perseguire il proprio benessere secondo le modalità a lui più consone, compatibili con la libertà degli altri, l’attività degli affari viene, nel suo complesso, messa sotto tutela; e quindi i poteri dell’intero Stato ne risultano nuovamente indeboliti.

Kant ha approfondito questo concetto in un’altra sua pubblicazione.

… la pace è creata e garantita da un equilibrio di forze e da una rivalità più vigorosa. Quindi, la natura separa saggiamente le nazioni.

Il professor Vaubel ha giustamente puntualizzato che <<Kant, in altre parole, propende per l’anarchia inter-giurisdizionale rispetto al dispotismo centralizzato>>.

Anche Lord Acton non ha mancato di far presente i pericoli della centralizzazione.

… la ripartizione del potere tra diversi Stati è il miglior controllo sulla tenuta della democrazia. Moltiplicando i centri di decisione e di confronto, essa promuove la diffusione della conoscenza politica e il mantenimento di un’opinione pubblica sana e indipendente. Tale ripartizione si pone come il protettorato delle minoranze e la consacrazione dell’autogoverno… È sicuramente un male essere oppressi da una minoranza, ma è ben peggio essere vessati da una maggioranza.

 

Max Weber così si è espresso:

La lotta competitiva (tra gli Stati nazione europei) ha generato le più ampie opportunità per il moderno capitalismo occidentale. Gli Stati, del tutto autonomi, dovevano competere per attrarre il capitale disponibile, che beneficiava del requisito della mobilità e che poteva così dettare le condizioni in base alle quali avrebbe prestato il proprio supporto.

I commenti di Weber sono significativi dal punto di vista terminologico. Come ha constatato Vaubel nel suo saggio, <<questa è la prima volta che ritroviamo il termine economico “concorrenza”, anziché quello di “gelosia” (Hume), “rivalità” (Kant) o “emulazione” (Gibbon) in questa tipologia di letteratura>>.

 

Queste le considerazioni di Eric Jones:

 … come hanno fatto gli europei a sfuggire allo sfruttamento rovinoso dei loro governanti? … I governanti degli Stati europei relativamente piccoli hanno imparato che, garantendo l’ordine pubblico e la giustizia, potevano attrarre e trattenere presso i propri confini la base elettorale più facoltosa e più redditizia… I monarchi europei non esercitavano un potere così assoluto come sarebbe loro piaciuto. Il potere disperso tra i grandi proprietari costituiva a tutti gli effetti un presidio di controllo su di loro, così, come del resto, la crescente influenza del mercato.

 

Harold Berman, professore ad Harvad, chiosò:

Nella tradizione giuridica occidentale disparate giurisdizioni e disparate sistemi giuridici coesistono e competono gli uni con gli altri all’interno della stessa comunità. … Il pluralismo della legge occidentale costituiva una fonte di raffinatezza legale e di crescita dell’impianto delle leggi. E rappresentava altresì una fonte di libertà.

 

Brian Tierny notò che la rivalità tra papato ed impero favorì la promozione della causa della libertà.

Nel Medioevo non vi fu mai una esclusiva fonte di autorità governamentale in grado di esercitare un predominio assoluto, bensì si riscontravano sempre due istituzioni- la Chiesa e lo Stato per usare il linguaggio di un’età successiva – spesso in contesa l’una con l’altra, e ciascuna protesa a limitare il potere dell’altra (1995, 66). Dal momento che, nei conflitti tra Chiesa e Stato, ogni autorità cercava invariabilmente di limitare il potere dell’antagonista, la situazione incoraggiava lo sviluppo di teorie sulla resistenza alla tirannide e sulle limitazioni costituzionali al governo.

 

Di seguito, si propongono alcune citazioni aggiuntive di accademici più vicini al nostro tempo, tutte reperite direttamente dal lavoro del professor Vaubel.

In Occidente, l’assenza di un impero ha rimosso il cruciale blocco burocratico passibile di impedire lo sviluppo delle forze di mercato; i mercanti perseguitati in un posto avevano sempre la possibilità di trovare riparo, assieme al loro capitale, altrove (John A. Hall 1985, p.102).

 

Il paradosso è che la competizione tra Stati, la rivalità economica e politica e le tensioni internazionali costituiscono le migliori garanzie per un progresso continuo … La stessa tensione che presenta la più grande minaccia alla nostra esistenza assicura che, in caso di sopravvivenza, alcuni Stati, per competere al meglio, saranno obbligati a promuovere la libertà intellettuale e il progresso (Daniel Chirot 1986, 296).

 

La competizione tra i leader politici dei nuovi Stati nazione emergenti … ha rappresentato un fattore importante per vincere l’innata avversione dell’aristocrazia militare rurale nei confronti della nuova classe mercantile. Se i mercanti avessero avuto a che fare con un monopolio politico, non sarebbero stati in grado di conquistare la necessaria libertà di azione sopportando dei costi compatibili con lo sviluppo del commercio (Nathan Rosenberg, L.E. Birdzell 1986, pp. 136 sgg.).

 

Le conseguenze politiche e sociali di questa crescita decentralizzata e inintenzionale degli scambi … e dei mercati rivestirono un’estrema importanza. In primo luogo, non vi era modo di reprimere completamente tali sviluppi economici … Non esisteva un’autorità uniforme in Europa che fosse in grado di stoppare efficacemente l’espansione di questa o di quella attività; nessun governo centrale che fosse in grado di determinare l’ascesa o la crisi di un particolare settore industriale, a fronte del cambiamento delle proprie priorità; così come gli esattori del fisco non avrebbero potuto taglieggiare con una spoliazione sistematica ed universale alcun uomo d’affari od alcun imprenditore … In Europa vi erano sempre dei principi e dei signori locali disposti a tollerare i mercanti e i loro traffici anche quando altri preferivano intraprendere, nei loro confronti, la strada della confisca e della loro messa al bando (Paul Kennedy 1987, pp. 19 segg.).

 

La disponibilità di soluzioni alternative per la produzione, costituite da una molteplicità di Stati nazionali, significava che il lavoro estromesso da un territorio poteva ricollocarsi agevolmente in altri luoghi, e che le più ampie opportunità a garanzia della mobilità dei capitali potevano fungere da deterrente alla proliferazione di politiche confiscatorie (Stanley L. Engerman 1988, p 14).

 

La creatività tecnologica occidentale poggiava su due pilastri: un pragmatismo materialistico basato sulla convinzione che l’asservimento della natura al servizio del benessere economico fosse accettabile, di più, un’inclinazione encomiabile, e la costante concorrenza istituzionale tra unità politiche per l’egemonia politica ed economica” (Joel Mokyr 1990, pagina 302).

 

Le varie società europee erano complementari l’una con l’altra e la loro competizione interna conferì (all’Europa) un dinamismo di cui la Cina difettava (Mokyr 2003, p.18).

 

Ironia della sorte, quindi, la grande fortuna dell’Europa risiede nella caduta di Roma e nel decadimento e nelle divisioni che ne derivarono … Il sogno romano di unità, autorità e ordine (la pax Romana) perdurò, anzi è persistito sino ai giorni nostri. Dopo tutto, si è soliti considerare la frammentazione come fosse una grande disgrazia, o una formula sicura per il conflitto … Eppure … la frammentazione è stata il freno più forte alla condotta dolosa e dispotica. La rivalità politica e il diritto di exit hanno marcato la differenza (David S. Landes 1998, pp. 37 segg.).

 

Per chi fosse interessato all’argomento, l’intero articolo di Vaubel merita di essere letto. Se non si avesse però tempo di dedicare alla lettura, è sempre comunque opportuno rammentare che la sovranità nazionale dovrebbe essere tenuta in gran considerazione.

Non tanto perché gli Stati nazionali siano di per sé buoni, ma perché la loro competizione rappresenta la miglior garanzia per la causa della libertà e della civiltà.

Per quanto mi riguarda, sono a favore della concorrenza fiscale, della privacy finanziaria e della sovranità impositiva semplicemente perché queste istituzioni conducono a una migliore politica fiscale.

Ma Vaubel ci insegna anche che la promozione di una migliore politica fiscale costituisce solo la punta dell’iceberg.

P.S. Dal momento che questo intervento è stato concepito per corroborare la sostenibilità intellettuale della nozione di concorrenza giurisdizionale, di seguito si ripropongono alcune citazioni tratte da un certo novero di economisti, tutti vincitori del premio Nobel.

 

George Stigler:

 La concorrenza istituzionale non pone degli ostacoli, bensì offre alle varie comunità l’opportunità di scegliere il tipo e la portata delle funzioni governamentali che esse più desiderano.

 

Gary Becker:

 … la competizione tra nazioni tende a produrre una corsa verso l’alto piuttosto che verso il basso, limitando la capacità di gruppi di pressione e di politici potenti e voraci, presenti in ogni nazione, di imporre la propria volontà a scapito degli interessi della stragrande maggioranza dei loro concittadini.

 

James Buchanan:

 … la concorrenza fiscale tra unità giurisdizionali distinte … è un obiettivo da perseguire di per sé…

 

Milton Friedman:

 La concorrenza tra governi nazionali nel fornire i servizi pubblici e nel raccogliere le entrate fiscali costituisce un’attività altrettanto benefica quanto lo è la competizione tra individui ed imprese nell’offrire al pubblico i loro beni e servizi e nell’offrirli a un dato prezzo.

 

Edward Prescott:

Chiedendo venia ad Adam Smith, non è peregrino sostenere che è raro vedere politici con idee simili incontrarsi per altre ragioni, fosse solo per convivialità e diversione, che non siano quelle di tramutare i loro accordi in una cospirazione contro il pubblico o di elaborare qualche espediente per aumentare le tasse. Questa è sostanzialmente il motivo per cui alle burocrazie internazionali non dovrebbe essere concesso di creare cartelli fiscali, con cui beneficiare i governi a spese della popolazione.

 

Edmund Phelps:

È piuttosto deprecabile il fatto che sembri si stia sviluppando una tendenza in base alla quale l’Europa occidentale debba mirare all’omologazione dell’Europa orientale, richiedendo che quest’ultima si prodighi ad adottare le medesime istituzioni economiche, la medesima regolamentazione e così via … Vogliamo avere più modelli di riferimento … Se tutti questi paesi dell’Europa orientale venissero cooptati e omogeneizzati al resto dei membri dell’Europa occidentale, allora quell’opportunità svanirà.

 

Douglas North:

… la concorrenza internazionale ha fornito un potente incentivo per gli altri paesi ad adeguare le proprie strutture istituzionali nel veicolare incentivi similari volti alla crescita economica e all’irradiamento della “rivoluzione industriale”.

 

Friedrich Hayek:

… mentre il sostegno alla massima concentrazione dei poteri è sempre stata una prerogativa distintiva di coloro che propendono per un’espansione dell’ingerenza governativa, chi si interessa principalmente della tutela della libertà individuale, generalmente, è un fautore della decentralizzazione.

 

Vernon Smith:

[La competizione fiscale] è veramente una buona cosa. … È la concorrenza, in tutte le forme in cui si declina nelle politiche pubbliche, a rivestire una grande importanza. La grande forza della globalizzazione … è propriamente quella di riuscire ad indurre a forzare il cambiamento da parte dei paesi che hanno tasse più elevate e un sistemo regolatorio e normativo più oneroso rispetto a paesi molto più innovativi. … La strategia per reperire gettito sta facendo tutto il possibile per promuovere la crescita e la creazione di ricchezza, nell’ottica di agevolare il conseguimento di una base imponibile più sostanziosa da assoggettarsi in seguito ad aliquote fiscali più moderate.

 

In altre parole, non son certo l’unico a sostenere e ad argomentare certe posizioni.

Ma sono probabilmente l’unica persona, menzionata in questo scritto, che ha rischiato di essere sbattuto in un carcere messicano per questi punti di vista. Ma questi sono i rischi del mestiere contro i quali si rischia di imbattere nel momento in cui si decide di lottare contro il male.

 

Saggio di Daniel J. Mitchell su Foundation for Economic Education

Traduzione di Cristian Merlo

 

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1 Comment on Come l’Europa ha potuto prosperare grazie alla concorrenza istituzionale

  1. Nella sinossi vedo riportato in vari punti anche Russeau, che però non viene mai citato nell’articolo.
    Sarebbe interessante capire come il propugnatore della volontà generale potesse essere a favore della frammentazione politica.
    Condannare la società civile e considerarla origine della disuguaglianza come si può conciliare con l’auspicare competizione fra i poteri?

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