Le persone non sono razionali: ecco perché non possiamo fare a meno del libero scambio

di Richard B. McKenzie, traduzione di Cristian Merlo

Il libero scambio può condurre a un’allocazione più efficiente delle risorse mentali proprie degli individui interagenti, nella misura in cui costoro sono in grado di elaborare dei procedimenti euristici più razionali, ovvero – detto altrimenti – degli approcci metodologici che si rivelano efficienti e redditizi nel mercato globale. E queste logiche euristiche indotte dal commercio possono riverberare i propri benefici su tutta la filiera dell’economia domestica


Imponendo pesanti dazi sull’acciaio, sull’alluminio e sugli elettrodomestici, il presidente Trump sta rinnegando nei fatti il generale consenso espresso dagli economisti circa i vantaggi del commercio. Questa visione generale, che può farsi risalire ad Adam Smith e a David Ricardo, è lineare: se i paesi importano dei beni che possono essere realizzati in maniera più economica all’estero che al proprio interno e producono dei beni che possono essere realizzati con minor costo al proprio interno piuttosto che all’estero, allora tutte le nazioni coinvolte negli scambi godranno di molti più benefici, sia in termini di ricchezza che di benessere, rispetto alla situazione in cui si provasse a produrre tutto ciò in regime di isolamento autarchico.

Per quanto potente risulti essere questa teoria dei vantaggi comparati, essa comunque sottostima i vantaggi derivanti dal commercio e il danno causato dalle tariffe. E questo in virtù del fatto che il processo stesso del commercio promuove l’avanzamento della razionalità umana.

Gli economisti classici presumono che tutti i partecipanti al mercato esercitino una perfetta abilità nell’assumere decisioni, e che siano in grado di valutare con estrema precisione i costi rispetto ai benefici, di scontare fattori quali il tempo e il rischio, e di migliorare oltremodo l’efficienza produttiva. In un siffatto modello, non vi può essere spazio per i profitti rivenienti dall’adozione di una migliore strategia nel processo di assunzione delle scelte. Le decisioni perfette semplicemente non possono essere battute.

Nell’ultimo mezzo secolo, tuttavia, economisti comportamentali e psicologi hanno dimostrato che la capacità delle persone di assumere decisioni è tutt’altro che perfetta. Siamo soggetti a centinaia di pregiudizi e cadiamo preda di uno svariato numero di valutazioni erronee – che giocano un impatto decisivo nella stima dei costi sommersi, che ci inducono ad ignorare i costi-opportunità e tendono a farci scontare in maniera sbagliata i guadagni e le perdite che si realizzeranno in futuro; si tratta proprio di quel genere di pregiudizi e di fallacie che i professori di economia stigmatizzano nei loro corsi introduttivi. Un entusiasta economista comportamentale come Dan Ariely ha descritto il processo decisionale individuale come “prevedibilmente irrazionale”.

Una ragione è da ricondursi al fatto che lo stesso cervello umano deve fare i conti con le risorse limitate contenute nelle sue tre libbre di massa gelatinosa. Deve inoltre far fronte a una mole enorme di elaborazioni selettive per i suoi processi altamente evoluti ma imperfetti. E, per farlo, deve fornire dei feedback avendo cura di economizzare le sue risorse scarse.

Solo per la necessità di sopravvivere a situazioni che implicano la scelta binaria della lotta o della fuga, ad esempio, il cervello non avrebbe potuto evolversi per elaborare decisioni perfettamente razionali. Tali decisioni richiederebbero così tanto tempo che i nostri antenati sarebbero stati sbranati molto tempo prima di poter raggiungere le loro conclusioni logicamente perfette. Adottando un approccio euristico imperfetto che può condurre ad alcuni errori decisionali, il cervello è invece nelle condizioni di liberare risorse mentali che possono essere dispiegate in una gamma più ampia di atti deliberativi, oltre che in altre attività fisiologiche. In altre parole, molte delle irrazionalità denunciate dagli studiosi comportamentali hanno basi razionali, quanto meno dal punto di vista del cervello.

Ed è qui che entrano in gioco i mercati. Mentre alcuni sostenitori dell’approccio comportamentale sostengono gli “stimoli” del governo per migliorare il processo decisionale degli individui, politici e burocrati spesso e volentieri non si rivelano certo più abili dei cittadini comuni nell’assumere decisioni razionali. I mercati, invece, costituiscono un meccanismo più efficace per premiare il pensiero razionale. È lecito attendersi che chi, nell’ambito di un mercato competitivo, assume in maniera pervicace delle decisioni persistentemente irrazionali sia poi destinato a giudicare in maniera errata i costi e a lasciarsi sfuggire proficue opportunità commerciali e, di conseguenza, a perdere l’accesso alle risorse. Questi soggetti possono essere anche spinti ad abbondare tali contesti altamente competitivi in favore di ambienti a bassa pressione competitiva (ad esempio, le burocrazie universitarie e governative), lasciando i mercati ad assuntori di scelte più razionali (sebbene non perfettamente razionali).

I decisori più razionali, in virtù delle scelte di mercato intraprese, possono mostrare alle loro controparti meno razionali come si possa conseguire una maggior prosperità modificando le proprie logiche euristiche. Ciò significa che i processi competitivi possono rendere i partecipanti rimanenti [nel circuito delle dinamiche cooperative del mercato, ndt] più inclini a valutare i costi- opportunità, ad ignorare i costi irrecuperabili e ad esperire un più accurato processo di attualizzazione per le opportunità future.

Gli economisti comportamentali hanno reiteratamente trascurato il ruolo dei mercati nel corroborare la razionalità collettiva. Le pressioni del mercato possono rendere le persone più razionali di quanto costoro abbiano dedotto con i propri studi, che spesso vengono condotti su studenti universitari volontari, ai quali viene concesso poco tempo per valutare le opzioni disponibili e non hanno quindi modo di trarre vantaggio dalle decisioni errate dei loro colleghi. Quando le decisioni economiche devono essere intraprese sotto il quotidiano e formativo operare del mercato, ci si potrà attendere che vi sia una minor diffusività delle opportunità “di guadagno” inesplorate, così come delle decisioni eccentriche e imprevedibili.

Il libero scambio può condurre a un’allocazione più efficiente delle risorse mentali proprie degli individui interagenti, nella misura in cui costoro sono in grado di elaborare dei procedimenti euristici più razionali, ovvero – detto altrimenti – degli approcci metodologici che si rivelano efficienti e redditizi nel mercato globale. E queste logiche euristiche indotte dal commercio possono riverberare i propri benefici su tutta la filiera dell’economia domestica.

Le restrizioni commerciali limitano deliberatamente queste pressioni competitive. Di conseguenza, i cittadini delle nazioni protezionistiche non si limitano a perdere i benefici del vantaggio comparato; essi perdono altresì l’opportunità di giovarsi delle logiche correttive tese al miglioramento costante delle idee, innescate dal libero commercio. E questo non è certo il modo di per rendere l’America grande di nuovo.

 

Articolo di Richard B. McKenzie, su The Wall Street Journal

Traduzione di Cristian Merlo

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