Il problema dell’Italia non è l’euro, ma la sua insostenibile spesa pubblica

di Daniel Lacalle, traduzione di Cristian Merlo

Accusare l’euro di tutte le nefandezze non salverà l’Italia. Aumentare gli squilibri che hanno portato alla stagnazione peggiorerà solo la sua fragile situazione. Le soluzioni magiche non funzionano mai. Ciò di cui l’Italia ha bisogno è di ridurre gli incentivi perversi, gli interessi speciali e di smettere di sussidiare i settori a bassa produttività penalizzando al contempo quelli ad alta produttività. Il problema dell’Italia è la spesa pubblica. Con la proposta presentata il problema sarà destinato ad acuirsi in modo massiccio


 

Il governo italiano ha innescato un’altra enorme turbolenza nei mercati europei con il suo disegno di legge relativo al bilancio di previsione dello Stato per l’anno 2019.

Prospettando un enorme aumento della spesa, ha stimato un disavanzo del 2,4% per il 2019 rispetto al precedente obiettivo dello 0,8% e all’1,6% annunciato dal suo ministro delle finanze.

Ciò non solo costituisce uno sproporzionato aumento in un paese che ha vanta un rapporto debito/PIL del 131%, ma una sommaria analisi delle stime delle entrate fiscali mostra come il dato presentato sia semplicemente irraggiungibile. La maggior parte degli analisti indipendenti ha evidenziato la presenza di voci di ricavo stimate in maniera eccessivamente ottimistica, sollevando il timore di un ulteriore deficit finanziario di 14 miliardi di euro.

Il mercato azionario di Milano è precipitato, i titoli bancari sono stati sospesi dalle contrattazioni per eccesso di ribasso (diminuzione del 6-7%), i rendimenti obbligazionari sono schizzati verso l’alto e il bond decennale italiano è sceso al livello peggiore dell’ultimo anno, nonostante gli interventi della Banca Centrale Europea.

Questo è ciò che accade quando un paese con enormi problemi interni si avventura alla ricerca della soluzione magica ed eterna di proporre una spesa ancor maggiore, senza mettere freno ai deficit.

Molti hanno commentato che questo è il “prezzo della sovranità”. Qualcuno deve però ancora chiarirmi come si possa conseguire la sovranità aumentando il debito e incrementando le spese correnti.

Chiunque crede che compromettere oltremodo gli squilibri finanziari, minacciare il default e lasciare l’euro costituisca la soluzione per l’Italia, costretta a fronteggiare miliardi di scadenze e con le banche gravate da enormi prestiti non performing e con in pancia un quantità mostruosa di titoli di stato, semplicemente sta vaneggiando.

La prospettiva dei controlli sui capitali, della corsa agli sportelli bancari e delle bancarotte a catena è persino moderata.

Il più grande problema delle proposte è rappresentato dalla riproposizione degli stessi vecchi errori che non hanno mai funzionato. Le massicce sovvenzioni e la spesa pubblica non sono strumenti per la crescita, ma la ricetta per la stagnazione e in definitiva impongono degli adeguamenti più grandi e più dolorosi a lungo termine.

L’Italia è stata uno dei principali beneficiari del programma di acquisto di obbligazioni della BCE. Nonostante la gigantesca bolla e la compressione dei rendimenti obbligazionari generate dalle manovre di quantitative easing, la resa dei titoli italiani è salita alle stelle. Immaginatevi di essere al di fuori della zona euro e con una banca centrale impegnata a copiare l’Argentina e le politiche monetarie turche, come hanno fatto la Spagna o l’Italia in epoca antecedente all’euro.

L’enorme fardello del debito italiano non è una conseguenza dell’“austerità”. È fuorviante definire come austerità una spesa pubblica del 48,9% del PIL nel 2017. La spesa pubblica in rapporto al PIL in Italia è stata, in media, del 49,83% dal 1990 fino al 2017.

 


La ricetta della mostruosa spesa pubblica che l’Italia sta riproponendo non è la soluzione. Oltremodo, essa sarebbe impraticabile al di fuori dell’euro, con la consapevolezza storica che la banca centrale perseguirebbe una politica inflazionistica e distruttiva per il potere d’acquisto, come avveniva negli anni precedenti all’euro.

I problemi economici dell’Italia sono autoinflitti, e non dipendono certo dall’euro.

 • L’Italia è lo Stato che ha espresso il maggior numero di governi a partire dalla seconda guerra mondiale rispetto a qualsiasi altro paese dell’Unione europea.

• Tali governi, a prescindere dal loro colore politico, hanno costantemente promosso inefficienti “campioni nazionali” e favorito degli apparati corporativi pubblici o semi-pubblici, a spese dello sviluppo delle piccole e medie imprese, della competitività e della crescita.

• Le rigidità del mercato del lavoro non sono state rimosse, favorendo alti tassi di disoccupazione e differenze tra le regioni.

• Il paese si regge su un sistema finanziario pervaso da molteplici incentivi perversi, in cui le banche sono state indotte a concedere prestiti a società statali obsolete e decotte, per via delle loro disastrose acquisizioni finalizzate alla “costruzione dell’impero”, a inefficienti municipalità, così come a finanziare spese pubbliche fuori controllo, sia a livello locale che nazionale. Ciò ha portato al più alto livello di crediti deteriorati (NPL- Non Performing Loan) in Europa.

• Nel paese sussiste un sistema legale da incubo, che rende praticamente impossibile riacquistare beni da crediti inesigibili, e consente ai crediti deteriorati di salire alle stelle e ai cattivi investimenti di esplodere.

• In Italia permane un fiorente ecosistema delle esportazioni e delle piccole imprese costantemente frustrato dalle tasse e dalla burocrazia. Ciò ha bloccato la crescita dimensionale delle aziende più prospere, mettendole in condizione di ricercare attivamente opportunità di business al di fuori dell’Italia.

• Per questo motivo, le spese del governo hanno continuato a espandersi ben al di sopra delle proprie entrate. Poiché l’Italia, come la Spagna e il Portogallo, ha ritenuto di penalizzare i settori ad alta produttività con l’aumento delle imposte, il gettito è in breve diminuito, mentre la curva delle spese non ha subito contrazioni. L’Italia, come tanti paesi periferici, ha creato un massiccio effetto di “spiazzamento” del settore pubblico nei confronti del privato. Non è un caso che la maggior parte dei cittadini in Italia, come in Spagna o in Portogallo, preferisca trovare un impiego come dipendente pubblico, anziché intraprendere in proprio. 

Nessuno di questi problemi è stato risolto con il disegno di legge relativo al bilancio 2019. Di fatto, si può intravedere solo un aggravamento dall’aumento massiccio delle pretese e dei sussidi.

Non c’è assolutamente da meravigliarsi se, mentre le compagnie private sono riuscite a sopravvivere e migliorare “nonostante il governo”, i debiti e i crediti deteriorati siano nel frattempo aumentati vertiginosamente.

Molti incolpano l’euro. Come se lo stesso effetto di spiazzamento non si sarebbe verificato al di fuori della moneta unica. L’unica differenza è che al di fuori dello scudo dell’euro, il governo avrebbe messo in ginocchio i risparmiatori e i cittadini ricorrendo a continue “svalutazioni competitive”, le quali sono state la causa delle debolezze economiche del passato. Le continue svalutazioni non hanno reso l’Italia, la Spagna o il Portogallo più competitivi, bensì ne hanno perennemente acuito la povertà e perpetuato i loro squilibri.

La corruzione costa all’Italia un valore di 60 miliardi di euro all’anno, pari al 4% del suo PIL, secondo l’indice di percezione della corruzione. Un problema che affligge anche la Spagna. Aumentare i fondi a disposizione dell’intermediazione politica, non può che fomentare solamente il clientelismo, gli interessi speciali e gli incentivi perversi. Le svalutazioni non sono mai state uno strumento per la competitività, ma un mezzo formidabile per alimentare il clientelismo. E questo, negli anni, ha spinto l’Italia alla stagnazione.

Accusare l’euro di tutte le nefandezze non salverà l’Italia. Aumentare gli squilibri che hanno portato alla stagnazione peggiorerà solo la sua fragile situazione.

Le soluzioni magiche non funzionano mai. Ciò di cui l’Italia ha bisogno è di ridurre gli incentivi perversi, gli interessi speciali e di smettere di sussidiare i settori a bassa produttività penalizzando al contempo quelli ad alta produttività.

Il problema dell’Italia è la spesa pubblica. Con la proposta presentata il problema sarà destinato ad acuirsi in modo massiccio.

 

Articolo di Daniel Lacalle, su Mises Institute

Traduzione di Cristian Merlo

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